Mantenere la montagna costa troppo.
Vitalpina
a cura di Marrano
Se ne parla in Svizzera, che è tutto dire. Dopo che l’ennesima frana ha provocato miliardi di danni si è acceso il dibattito sull’opportunità di mantenere, anche con fondi pubblici, le comunità delle terre alte nei luoghi in cui sono insediate da secoli o forse da millenni. Farlo comporta un costo notevole, a titolo di prevenzione, di manutenzione o di interventi postumi per la riparazione dei piccoli o giganteschi danni provocati anche da cause del tutto naturali. Perché sì, non è sempre e solo colpa dell’uomo. La montagna è una dimensione verticale e la forza di gravità, unita alla naturale geodinamica, fanno il resto muovendo il terreno, le foreste, i corsi d’acqua e tutto un ecosistema che opera in totale autonomia rispetto alla volontà e alle intenzioni, buone o cattive, dell’essere umano. Detto in altri termini, la montagna e la natura più in generale, se ne fregano dell’uomo e se domani si svegliano con la luna storta, con un semplice rutto spazzano via tutto, compresa la nostra arroganza nel credere di tutto poter gestire e tutto poter controllare.

Sulla base di queste semplici quanto ovvie considerazioni riposa il pensiero degli scettici, cioè di quelli che, seduti in ufficio di Zurigo o nelle aule di qualche parlamento europeo, si domandano se sia conveniente garantire ai montanari il fatto di poter continuare a considerarsi tali, non solo in quanto abitanti di un fondovalle o di un versante alpino, ma in quanto tali per nascita, per cultura e per mentalità, così ostica da comprendere e da tollerare nella gloriosa epoca della tecnocrazia scientifico-digitale. Se lo domandano ormai anche molti dei diretti interessati, a giudicare dal lento ma costante esodo al quale si assiste in certe regioni delle Alpi, dove, a fronte di qualche romantico di ritorno e di qualche inconsapevole cittadino che ci prova, sono in molti a preferire un futuro diverso da quello che il destino di nativo alpino gli avrebbe riservato. Qualche furbo politico, sentendo odore di consenso facile, ci prova, proponendo una legge difficile per sua stessa natura e resa ancor più complicata e infine inutile per il fatto di essere scritta da parte di chi la montagna l’ha vista e vissuta al massimo da dietro il finestrone di un ristornate a tre stelle Michelin.
Così il dibattito va in loop e ad approfittarne, come sempre, sono i marrani che nella disgrazia riescono a trovare l’appiglio giusto per ricavare un tornaconto. Ed allora ecco nascere gli eventi epocali, a breve uno a 5 cerchi in Italia, con investimenti strutturali destinati a lasciare il segno incancellabile della propria inutilità, eredità pendente sulle tasse delle prossime generazioni; ecco piovere i provvedimenti speciali per tamponare l’emorragia dello spopolamento, destinati a supportare progetti (ovviamente) sostenibili che nascono morti in quanto figli di una cultura ormai del tutto slegata dal saper fare e dal saper stare a contatto con la montagna come la montagna ti impone di stare. Con lentezza, rispetto e parsimonia. Si, parsimonia, un termine impronunciabile in un dibattito sul futuro della montagna, perché presuppone di mettere da parte le logiche che governano i principi della iper-produttività e del super profitto, che portano infine a chiedersi se vivere in montagna sia diventato un costo insostenibile. La risposta è sì, vivere in montagna costa troppo, se la logica che lo governa è la stessa che si applica per la vita in pianura e nelle città, se vivere in montagna comporta non saper accettare la logica del sacrificio, della disciplina e della rinuncia a qualcuna delle comodità alle quali la società del benessere ci ha disgraziatamente abituati, rendendoci tutti un po’ più deboli e, al tempo stesso, perennemente irascibili. Alla fine però qualcuno, conti alla mano, deciderà che è arrivata l’ora di dire basta e in modo del tutto naturale, fra qualche timida protesta, calerà il sipario. Ma proprio in quello stesso momento cominceremo forse a capire che il costo dell’abbandono sarà di gran lunga superiore al costo del mantenimento, con buona pace dei tanti che nella montagna hanno saputo cercare solo le stelle Michelin e dei pochi che, con incrollabile ostinazione, non hanno mai smesso di crederci.
