Rigopiano: una tragedia annunciata

di Erika Pozzi
Quando successe la tragedia che coinvolse l’hotel Rigopiano ricordo bene quanto il tutto mi colpisse. Forse perché si trattò di una valanga, e per una che vive molto la montagna, soprattutto d’inverno, le valanghe sono certamente qualcosa da cui guardarsi. Forse perché quando feci il corso per diventare maestra di sci, la parte di nivologia e soccorso rese cosciente dei pericoli reali che si corrono ogni qual volta si affronta un pendio dopo una copiosa nevicata. O forse e molto più probabilmente perché il mio papà sotto una valanga ci è stato davvero, e l’unica e sola volta che me ne ha parlato descrivendone cause e sensazioni è stato in occasione della stesura della mia tesi di laurea.

In questo elaborato ho voluto indagare come il cambiamento climatico in atto incida sul pericolo valanghe, analizzando in una prima parte gli effetti che esso ha sulla copertura nevosa dell’arco alpino, in una seconda parte la formazione e le molteplici tipologie di valanghe, oltre a quella che è la gestione odierna in ambito di prevenzione del rischio valanghivo nella stazione sciistica di Alagna, sul versante piemontese del Monte Rosa.

La terza ed ultima parte ripercorre la tragedia dell’Hotel Rigopiano, travolto da una valanga il 18 gennaio 2017: ne ho approfondito la storia, il processo per abuso edilizio, le cause e la tragedia stessa.

Storia dell’hotel
Il 18 gennaio 2017, alle 17.40, una valanga staccatasi dal monte Siella travolse l’hotel Rigopiano Gran Sasso Resort causando la morte di 29 persone.
Un evento eccezionale dovuto alla combinazione di tre tipologie di rischio ambientale: dapprima quello climatico, causato dalle straordinarie e copiose nevicate avvenute nel sud Italia nel mese di gennaio; il rischio sismico, con particolare riferimento allo sciame che interessò il centro Italia dal 24 agosto 2016 sino a gennaio 2017 generando eventi di grave entità che misero a dura prova la popolazione, costretta a vivere in situazioni di disagio; da ultimo, il rischio idrogeologico, poiché nevicate abbondanti, seguite da specifiche condizioni di temperatura e vento, unite ad una particolare morfologia del terreno oltre che all’esposizione dei pendii, possono dar luogo al distacco di valanghe.

Quello dell’hotel Rigopiano rappresenta un caso emblematico di mancanza di attenzione nella pianificazione edilizia, del tutto assente, nell’uso del territorio, oltre che nella mitigazione del rischio.

La località Rigopiano, sita nel Comune di Farindola (PE), è una conca carsica che sorge nel cuore del massiccio del Gran Sasso, a circa 1200 m sul livello del mare, e situata alle pendici dei monti S.Vito 1952 m, Siella 2027 m, Coppe 1800 m e Camicia 2564 m. Tale zona costituisce un territorio di grande interesse montano, tanto che nella prima metà del ‘900 nacquero diversi rifugi con lo scopo di dare alloggio agli escursionisti della zona.

Il primo, costruito durante agli anni ’30, venne intitolato alla medaglia d’oro al valor militare Tito Acerbo, militare italiano, capitano del 152º Reggimento di Fanteria della Brigata Sassari, caduto sul Piave durante la Prima guerra mondiale. A circa 500 m di distanza, dopo pochi anni venne costruito su un terreno di proprietà comunale il rifugio Rigopiano, una baita in pietra con tetto in legno, costituita da soli due piani e gestito dalla sezione di Pescara del Club Alpino Italiano (CAI).

Il rifugio Rigopiano gestito dalla sezione di Pescara del Club Alpino Italiano

Alcuni anni dopo, la struttura fu consegnata al Comune di Farindola, il quale, dopo un primo periodo di chiusura, sul finire degli anni ’60 riaprì il rifugio con l’intenzione di metterlo in vendita assieme ad un piccolo appezzamento di terreno. Il lotto fu acquisito dal Geometra Ermanno Del Rosso, che volendo realizzare il sogno di costruirvi una pensione a due stelle ispirata all’estetismo di Gabriele d’Annunzio, contribuì alla realizzazione della strada che dal rifugio porta, ancora oggi, a Farindola.

A lavori terminati, nel 1972, la struttura fu modificata nella forma oltre che ampliata, grazie all’inserimento di una nuova ala. Lo stabile assunse così la conformazione a L che ha mantenuto fino al giorno della tragedia.

La pensione Rigopiano divenne un punto di riferimento per il turismo della zona e la struttura rimase aperta sino alla morte del proprietario. Successivamente, dopo anni di contese da parte degli eredi, tempo in cui la struttura rimase inattiva, i proprietari decisero di investire sulla vecchia pensione creando la Società Del Rosso S.r.l.: nel 2007 iniziarono i lavori di riqualificazione del complesso.

La maestosa ristrutturazione trasformò la struttura dalla modesta pensione ad un resort di lusso, aumentandone considerevolmente le capacità ricettive; costruito su 3 livelli, avente 45 camere, una biblioteca, 3 sale riunioni con capienza sino a 150 persone, un centro benessere ed un’area fitness, il Rigopiano Gran Sasso Resort divenne sede di numerosi eventi organizzati, convention, workshop e seminari.

Hotel Rigopiano al termine della ristrutturazione nel 2007

Il processo per abuso edilizio
Ad un anno circa dall’inaugurazione del Rigopiano Gran Sasso Resort venne condotta un’inchiesta dalla Procura di Pescara relativa all’ipotesi che in occasione dei i lavori di ristrutturazione fosse stato commesso un abuso edilizio. Secondo la tesi della Procura, gli indagati (l’allora Sindaco Massimiliano Giancaterino ed Antonello De Vico, un Consigliere comunale di Farindola) avrebbero concesso, in cambio di denaro e di promessi posti di lavoro, una sanatoria dell’occupazione di suolo pubblico (circa 1700 mq di proprietà del comune) attuata con i lavori di ampliamento.

A seguito dell’indagine furono portati a processo, nel 2013, sette imputati: l’ex sindaco Giancaterino, gli ex consiglieri De Vico e Andrea Fusaro, due ex assessori Ezio Marzola e Walter Colangeli e i tre cugini ed imprenditori Paolo, Marco e Roberto Del Rosso.

Il processo si concluse nel 2016 con l’assoluzione di tutti gli imputati con formula “perché il fatto non sussiste”. I giudici ritennero che non vi fosse stato alcun illecito nell’adozione della delibera de quo (esaminata) in quanto «l’autorizzazione e sanatoria si basava sul presupposto che la detta occupazione non costituisse abuso edilizio per mancata definitiva trasformazione del suolo». Inoltre l’occupazione del suolo, originariamente destinato al pascolo, venne regolarizzata ponendo a carico della Del Rosso S.r.l. il pagamento di un canone in favore del Comune di Farindola.

Il processo tuttavia non potrà avere un appello perché i reati sono caduti in prescrizione nell’aprile del 2016 prima che fu emanata la sentenza.

Contestualmente a ciò nel 2010, a causa di un debito di 300 mila euro, la Società Del Rosso S.r.l. fallì e cedette l’intera gestione del resort alla Gran Sasso Resort S.r.l.

La zona in cui sorse il Rigopiano Gran Sasso Resort, e prima ancora il rifugio CAI Rigopiano (intitolato a Tito Acerbo), si trova a 1136 m in prossimità dello sbocco del canalone “la Ganzanella”, che si diparte dal largo valico del Vado di Siella 1725 m (che divide il monte San Vito 1892 m a sud-est dal monte Siella 2027 m a nord-ovest). Il canalone, esposto a nord-est, è una sorta di corridoio, alto quasi 600 m, generalmente abbastanza scosceso che si forma fra due cime distinte, ma appartenenti allo stesso gruppo montuoso; esso, in base alla zona ed alla quota in cui si trova, oltre che alla stagione, può essere di formazione rocciosa, mista, o ricoperto di neve o ghiaccio. Essendo un collegamento diretto dalla vetta della montagna sino a valle, il canalone è senza dubbio uno scolmatore naturale delle cime sovrastanti, che in presenza di condizioni climatiche estreme, divine il luogo in cui si riversano slavine, valanghe e frane.

Localizzazione
La storia dell’area del Rigopiano evidenzia quanto tale zona sia sempre stata soggetta a fenomeni valanghivi: l’area sovrastante infatti, a circa 1800-1950 m d’altitudine, è caratterizzata da una morfologia glaciale relitta. Ciò significa che il terreno costituente la superficie della montagna è erboso o a tratti roccioso; inoltre la stessa superficie presenta una rugosità molto limitata e dunque favorevole al distacco di grandi masse nevose qualora si verifichino copiose nevicate.

La collina sulla quale è stato edificato il Rigopiano Gran Sasso Resort, a circa 1100 m, è costituita da un accumulo di detriti derivanti da valanghe e frane preesistenti, l’ultima prima della costruzione fu quello del 1936, proprio perché allo sbocco di un “conoide alluvionale attivo”, ovvero il canalone già citato.

A seguito di un’analisi aerofotografica si evidenziò la giovinezza della vegetazione presente in contrasto con quella presente ai bordi del canale, segno di una reiterata attività nell’area.

Tutto questo è testimoniato dalla mappa geomorfologica dei bacini idrogeologici della Regione Abruzzo, redatta nel 1991, con l’intento di mappare le zone di pericolosità e di rischio idrogeologico. Questa infatti evidenziò come il conoide dell’area del Rigopiano sia di tipo alluvionale attivo e che quindi necessitava di attenzione maggiore poiché caratterizzato da elevata pendenza e da una morfologia tipica delle formazioni di questo genere, ovvero stretta ed allungata; questa tesi venne ripresa e confermata nel 2007 dalla mappa del Piano di Assetto Idrogeologico della Giunta Regionale.

Un altro strumento fondamentale per i piani edilizi e la prevenzione è la Carta di localizzazione del pericolo valanghe della Regione, che, basandosi su dati del territorio, fonti d’archivio e testimonianze dirette, redige il catasto delle valanghe che hanno interessato la Regione. Tale Carta però copre solo il 15 per cento del territorio a rischio e non comprende il comune di Farindola, lasciando dunque scoperta l’area Rigopiano.

Nonostante ciò, al momento della ristrutturazione principale dell’hotel, avvenuta nel 2007, che ha ampliato le capacità ricettive della struttura e quindi aumentato il numero potenziale degli occupanti del resort, c’erano tutti gli elementi, sia sul terreno, sia nelle carte, per accorgersi del rischio che si sarebbe corso edificando tale struttura in quel luogo.

Cause che portarono alla tragedia
Tra le cause che hanno portato alla tragedia, ci sono le particolari condizioni meteoclimatiche che interessarono il sud Italia nel mese di gennaio 2017: un’ondata di maltempo senza precedenti, un’emergenza metereologica segno inequivocabile dei cambiamenti climatici.

Se il nord Italia fu caratterizzato da una persistente alta pressione e dall’assenza di perturbazioni nevose, il centro sud fu colpito da violente nevicate che ricoprirono totalmente l’appennino centrale, giungendo sino sulle coste pugliesi.

L’incavo della Ganzanella raccoglie la neve instabile del versante orientale del Monte Siella. Proprio al suo sbocco è stato costruito il resort.

La Protezione Civile emanò un primo comunicato di allerta maltempo per il week-end dell’Epifania: nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio le abbondanti nevicate che interessarono i rilievi appenninici sino a quote collinari, portarono a locali accumuli di neve. Una seconda allerta meteo fu emessa sempre dalla Protezione Civile, per i giorni 8 e 9 gennaio e per le successive 24-36 ore, annunciando una nuova ondata di maltempo che avrebbe interessato le regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia; la situazione, iniziando ad essere particolarmente delicata, venne discussa anche dall’allora Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che partecipò nella sede del Dipartimento di Protezione Civile di Roma ad un incontro sull’emergenza maltempo in atto nel centro e sud Italia.

Fabio Curcio, capo della Protezione Civile, emanò una terza allerta maltempo relativa ai giorni 18 e 19 gennaio: il culmine della perturbazione fu previsto per il 18 gennaio con pioggia, forti venti con raffiche di 60-80 km/h, neve sopra ai 100-300 metri d’altitudine oltre ad un nuovo calo di temperature.

Su tutto il territorio nazionale inoltre è attivo il servizio Meteomont il cui scopo è quello di redigere, ogni giorno, il “Bollettino nazionale della neve e delle valanghe” ovvero il complesso dei bollettini meteonivologici, uno per ciascuno dei 13 settori montani italiani, all’interno del quale è indicato il rischio con una scala di pericolo crescente che va da un minimo di 1 ad un massimo di 5 punti.

I maggiori disagi vennero provocati dalle abbondanti nevicate che causarono oltre alla chiusura di numerose strade, anche la caduta di alcuni tralicci dell’alta tensione che lasciarono interi centri abitati senza energia elettrica e isolati per giorni. Solo in Abruzzo 90 mila utenze rimasero per giorni senza elettricità e 5 mila senz’acqua. La regione Abruzzo avviò le procedure per la richiesta dello stato d’emergenza e il ministro della Difesa Roberta Pinotti ordinò l’attivazione dell’esercito perché liberasse le strade dalla neve, consentendo il raggiungimento della Protezione Civile alle persone in difficoltà.

Vennero inoltre disposti alcuni gruppi elettrogeno per il supporto nelle zone più critiche e richiesto l’invio di mezzi spazzaneve da tutta l’Italia, alcuni anche dal Trentino Alto-Adige.

Per il 16 ed il 17 gennaio il servizio Meteomont indicò un pericolo valanghe di livello 3 e di livello 4. Il bollettino diffuso la mattina del 18, nella zona tra Farindola e Rigopiano, prevedeva un rischio valanghe di 3 che venne poi riclassificato a livello 4. I bollettini valanghe tuttavia non sono giunti al Sindaco di Farindola che, non essendo a conoscenza della gravità della situazione, non ha disposto l’attuazione di alcuna procedura.

La seconda causa che contribuì al disastro che colpì il Rigopiano Gran Sasso Resort è stata la sequenza sismica che ha interessato il centro Italia dal 24 agosto 2016 sino a gennaio 2017.

La prima scossa, di magnitudo 6.0 sulla scala Richter, risale proprio al 24 agosto 2016 alle ore 3.36, con epicentro vicino ad Accumoli, in provincia di Rieti, e colpì principalmente le città di Amatrice, Accumuli ed Arquata del Tronto, causando la morte di 299 persone. Di fatto questa scossa attivò un vero e proprio sciame sismico che provocò numerose vittime e danni in diverse zone del centro sud.

Il 30 ottobre 2016 venne registrata un’altra scossa, di magnitudo superiore alla precedente, 6.5 sulla scala Richter, con epicentro tra i comuni di Norcia e Preci, in provincia di Perugia; nonostante si sia trattato del terremoto più importante registrato in Italia dal 1980, l’evento causò numerosi feriti ma nessuna vittima, grazie alla recente messa in sicurezza della zona con tecnologia antisismica.

Il 18 gennaio l’Appennino centrale fu colpito nuovamente da una lunga sequenza sismica. La prima scossa, avvenuta alle ore 10.25, con epicentro a Montereale (AQ) ad una profondità di circa 9,2 km di magnitudo 5.1 sulla scala Richter, causò numerosi crolli, alcuni dei quali non distanti dalle città di Accumuli ed Amatrice, già gravemente danneggiate dai precedenti eventi sismici.

La seconda scossa, di magnitudo 5.5, fu avvertita alle 11.14, a 9.1 km di profondità con epicentro a Capitignano (AQ), e causò anch’essa numerosi crolli nelle città dell’aquilano. Dopo soli dieci minuti dalla scossa precedente fu registrata la terza scossa, di magnitudo 5.4 con epicentro a Pizzoli (AQ), a 8.9 km di profondità. L’ultima delle quattro scosse si verificò a distanza quattro ore circa dalla precedente, alle 14.33, di magnitudo 5.0, con epicentro a 10 km di profondità a Cagnano Amiterno.

Quello verificatasi nel gennaio 2017 è da considerarsi un fenomeno nuovo nella storia recente a causa delle modalità con le quali si è manifestato, ovvero una serie di forti scosse molto ravvicinate tra loro, basti pensare che le prime tre avvennero nell’arco di una sola ora.

Questa sequenza sismica, unita all’estremo evento climatico in atto, attivò una valanga che causò quella che oggi conosciamo come la “Tragedia del Rigopiano” nel comune di Farindola.

Alle 20.32 è stata avvertita la quinta scossa della giornata di magnitudo 4.3, a 13km di profondità. Dalle 24 alle 5 del giorno successivo furono registrate oltre 65 scosse di magnitudo superiore a 2.0, due delle quali di magnitudo 3.5. Gli studi dell’INGV verificarono come la sequenza sismica del 18 gennaio fu generata dalla stessa faglia che si attivò il 24 agosto 2016 creando un’area attiva di 50 km. Questa sequenza sismica avrebbe, secondo la Commissione Grandi Rischi (CGR), riattivato anche la faglia del Monte Vettore. Le dichiarazioni del presidente della CGR Bertolucci, si riferirono al possibile “effetto Vajont”, in quanto su un segmento della faglia riattivata si trova la diga di Campotosto. La diga è il secondo bacino più grande d’Europa ed i possibili movimenti di suolo potrebbero causare frane all’interno del lago artificiale.

Dinamica dell’evento, soccorsi e inchiesta successiva alla tragedia
La mattina del 18 gennaio, la fitta coltre di neve accumulatasi sui monti sovrastanti la struttura dell’Hotel Rigopiano, aveva raggiunto lo spessore di due metri; l’intera massa nevosa si trovava in una situazione di elevata instabilità poiché composta da uno strato basale di circa 70 cm di neve caduta in precedenza, sulla quale si depositò un accumulo di pesante ed umida neve fresca di circa 130 cm, accumulatasi con le perturbazioni dei giorni precedenti. Ad unire questi due strati di neve, un terzo strato formato da neve pallottolare, che frapposto tra gli altri due, ne impedì la coesione, ma soprattutto costituì un perfetto piano di slittamento.

Alle ore 8.00 venne redatto il bollettino Meteomont, con un rischio valanga 3 su 5, riclassificato poi 4 su 5, che secondo la procura venne correttamente redatto, inviato ed arrivato alla Regione, alla Prefettura ed ai sindaci.

Le strade, ricoperte da oltre 3 metri di neve, erano bloccate, compresa la Sp37, l’unica via di collegamento tra i paesi e la valle, negando così alle 40 persone – 28 ospiti e 12 dipendenti – presenti nell’hotel, la possibilità di lasciare la struttura.

Lo staff del resort, alle 9 circa, scrisse sulla propria pagina Facebook un post informando che chiunque avesse voluto contattare la struttura, avrebbe dovuto farlo tramite e-mail poiché, a causa del maltempo, le linee telefoniche erano fuori servizio.

Dopo la prima scossa di terremoto, avvenuta alle 10.25, tra gli ospiti dell’hotel si scatenò il panico tanto che intorno alle 11 l’amministratore della struttura Bruno di Tommaso inviò una e-mail con posta certificata alla Prefettura della Provincia di Pescara, alla polizia e anche al sindaco di Farindola, avvisando “che la situazione, a causa degli ultimi eventi è diventata preoccupante”. Nell’e-mail inoltre fece presente che l’intera contrada Rigopiano, ricoperta da quasi 3 metri di neve, risultava da due giorni isolata dalla corrente elettrica, ed i generatori stavano per terminare il gasolio che sarebbe bastato solo fino a giovedì 19 gennaio.  I telefoni erano fuori servizio, ed i clienti, spaventati dalle scosse sismiche in atto, avevano deciso di restare all’aperto, e non potendo ripartire a causa delle strade bloccate, sarebbero stati disposti a trascorrere la notte in macchina. I dipendenti dell’hotel riuscirono a spalare la neve sino al cancello ed alla Ss42, ma non oltre, di conseguenza richiesero immediatamente l’intervento di mezzi che potessero liberare la strada.

La mail inoltrata da Bruno Di Tommaso, amministratore unico dell’hotel Rigopiano, al Prefetto di Pescara, al presidente della Provincia, alla polizia provinciale e al sindaco di Farindola.

Intanto alle 10.00 nella sede della Provincia iniziò una riunione tra il presidente provinciale Antonio Di Marco, il governatore abruzzese Luciano D’Alfonso, la protezione civile, i sindaci, con l’obiettivo di fronteggiare l’emergenza neve ed il ripristino della rete elettrica dell’Enel. La prima scossa delle 10.25 fece trasalire tutti nella sala, ed alle 11.30 venne chiamato il governatore sollecitando la ricerca di una turbina che potesse iniziare a liberare la Sp37 dalla neve.

Alle 13.30 il presidente della Provincia Di Marco, scrisse una mail al Presidente del consiglio, alla Protezione Civile di Roma, ed alla prefettura di Pescara chiedendo un intervento tempestivo, dichiarando lo stato di emergenza a causa di una situazione ogni ora più complicata.

Alle 15 a Pescara si riunì il Comitato operativo regionale della Protezione civile, e le turbine non sono ancora state dirette verso la contrada Rigopiano. In realtà già nella notte precedente gli spazzaneve lavorarono incessantemente sulle strade ma si dovettero fermare al bivio della strada che porta all’hotel a causa della neve troppo alta; l’arrivo della turbina necessario allo sgombero della strada venne infine previsto per le 19 di mercoledì 18. Anche la sorella di Del Rosso, proprietario dell’hotel, nell’arco della mattinata si recò nel palazzo della Prefettura di Pescara per sollecitare lo sgombero della strada, apprendendo che la turbina più vicina era al lavoro sulla Ss81.

Sul Monte Siella, i 130 centimetri di neve fresca asciutta a debole coesione posati su strati debolmente consolidati da uno strato di neve pallottolare, non riuscirono a consolidarsi con la vecchia neve accumulatasi, creando così una massa nevosa altamente instabile. Tra la vetta del Monte Siella e l’hotel Rigopiano il dislivello è di circa 900 m e il pendio presenta un’inclinazione elevata, in certi punti fino ai 45°, basti pensare che per innescare una valanga basta un’inclinazione di 30°.

Lo sciame sismico, avvenuto durante la mattinata, innestò con molta probabilità il movimento gravitativo della massa nevosa che, alle 16.39 sotto la pressione dello sferzare del vento, si distaccò dall’anticima del Monte Siella. La velocità di discesa della massa nevosa fu incredibilmente accelerata dall’inclinazione del pendio e, il suo procedere verso valle ne incrementò la massa trascinando con sé anche rocce ed alberi. La valanga di detriti attraversò il canalone coperto da un faggeto, aumentò di energia nel punto in cui il canalone si restringe, terminando la sua tragica corsa a ridosso della struttura.

Alle 16.49 l’hotel venne travolto dalla valanga di 120 mila tonnellate di neve e detriti ad una velocità di 100 km/h con una forza pari a 4000 Tir a pieno carico, sradicando la struttura dalle fondamenta e spostandola di circa 10 m.

L’Hotl Rigopiano spazzato via dalla valanga che lo travolse il 18 gennaio 2017

Negli istanti in cui la valanga silenziosa travolse l’hotel, il manutentore Fabio Salzetta, e Giampiero Parete, uno degli ospiti si trovavano all’esterno dell’edificio, il primo nel locale caldaia, un vano in cemento armato che lo protesse dalla furia della valanga, ed il secondo nei pressi dell’auto, pronta per lasciare Rigopiano. I due, rimasti illesi, trovarono riparo nell’auto di Parete, l’unica a non essere investita dalla furia della valanga: alle 17.09 Giampiero Parete chiamò il suo datore di lavoro, Quintino Marcella, per dare l’allarme che l’hotel Rigopiano era stato travolto da una valanga. Quest’ultimo, dopo aver ricevuto la notizia cercò di lanciare l’allarme chiamando sia i numeri d’emergenza che la Prefettura di Pescara, tuttavia l’allarme non venne preso in considerazione poiché ritenuto uno dei tanti falsi allarmi che intasarono le linee durante tutta la giornata; le informazioni riguardanti lo stato dell’hotel Rigopiano continuarono ad essere contrastanti sino alle 19.00, quando Giampiero Parete riuscì a mettersi in contatto con i soccorsi che si resero conto dell’enorme equivoco avvenuto diverse ore prima. Dopo oltre due ore dalla telefonata di Marcella la macchina dei soccorsi si mise in moto: gli uomini del Soccorso Alpino e della Guardia di Finanza, guidati dal maresciallo della GdF Lorenzo Gagliardi, furono costretti a iniziare l’ascesa verso l’hotel a piedi, con pile frontali e sci d’alpinismo, procedendo lentamente e distanziati 20 metri l’uno dall’altro, per evitare che un eventuale valanga potesse travolgere l’intero gruppo.

Arrivarono sul luogo dell’evento soltanto all’alba del 19 gennaio e si trovarono di fronte ad una scena surreale: l’hotel non c’era più ed era ricoperto da tonnellate di neve e detriti. L’unica parte accessibile della struttura era la zona spa e la palestra ma all’interno non venne trovato nessuno.

Una volta accertato l’effettivo avvenimento del disastro anche la turbina raggiunse la Sp37 e lavorò tutta la notte per liberare la strada dalla neve così da permettere alla colonna dei soccorsi di raggiungere il luogo della tragedia.

La colonna dei soccorsi verso l’Hotel Rigopiano distrutto

Il Soccorso Alpino trasse subito in salvo Giampiero Parete e Fabio Salzetta che si erano rifugiati nell’auto del primo. Decisivo fu l’aiuto che Salzetta diede ai soccorsi poiché, conoscendo perfettamente la struttura dell’hotel, riuscì ad indicare la precisa posizione degli ospiti al momento del disastro.

La mattina del 20 gennaio, dopo 43 ore, i vigili del fuoco riuscirono ad estrarre dalle rovine dell’hotel nove persone: la moglie di Parete Adriana Vranceanu ed il figlio Gianfilippo, altri tre bambini, tra cui l’altra figlia di Parete, Ludovica, Edoardo Di Carlo e Samuel Di Michelangelo. Successivamente vennero portati in salvo altri quattro superstiti: Vincenzo Forti, Francesca Bronzi, Giorgia Galassi e Giampaolo Matrone, quest’ultimo rimasto intrappolato sotto la neve per 62 ore. Le operazioni di recupero terminarono il 25 gennaio, esattamente una settimana dopo la valanga che in un attimo cancellò il lussuoso resort.

Il bilancio ufficiale fu di 29 morti e 11 sopravvissuti.

Sulla tragedia del Rigopiano la magistratura, tramite la procura di Pescara, aprì un’inchiesta per far luce sulle responsabilità circa l’idoneità della struttura portante dell’albergo, sulla rischiosità del luogo sul quale venne edificato l’hotel, caratterizzato da colate e accumuli di detriti preesistenti – l’ultima del 1936–, compresi quelli derivanti da valanghe, ed infine sul presunto ritardo dei soccorsi a partire dalle comunicazioni della tragedia.

Nel 1999 infatti vennero pubblicati alcuni verbali della Commissione valanghe del comune di Farindola, istituita nel 1999 che posero l’attenzione su quanto la zona in cui nel 2007 sarebbe poi sorto il Rigopiano Gran Sasso Resort, fosse una zona altamente rischiosa poiché “soggetta a slavine”. Un report della guida alpina Pasquale Iannetti, effettuato sempre nel 1999 dopo un sopralluogo, riportò: “In merito alla possibilità di caduta di masse nevose, slavine o valanghe nell’area di Rigopiano, non vi è dubbio che sia il piazzale antistante il rifugio Acerbo che la strada provinciale che porta a Vado di Sole possano essere interessate da caduta di masse nevose o valanghe”.

Nella tragedia del Rigopiano è mancata qualsiasi forma di precauzione, dalla colossale ristrutturazione del 2007, sino al giorno della tragedia, il rischio di una possibile valanga sembrava essere inesistente nonostante non mancassero carte e dati a supporto del contrario: i bollettini del servizio Meteomont furono ignorati, le strade non furono tenute costantemente pulite dalla neve, con il risultato di intrappolare nel resort 40 persone, pronte a lasciare la struttura.

È evidente che i tempi geologici e quelli umani spesso non sono compatibili: si pone ancora una volta l’accento sulla tematica dei tempi di ritorno dei fenomeni naturali, molte volte superiori alla durata della vita dell’uomo.

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