Trail running modalità on

Le gare aumentano, il movimento cresce, ma attenzione ai falsi miti.

di Maurizio Torri

Da diversi anni a questa parte, complice il rialzo delle temperature, le abitudini degli sportivi stanno cambiando: si corre tutto l’anno senza sosta. È con l’arrivo della primavera, però, che gli eventi proliferano. Nonostante un calendario sempre più congestionato, i numeri dei praticanti sono in aumento e questo è un dato estremamente interessante per le aziende di settore.

Gare e praticanti? Impossibile stimarli
Non tutte le gare di trail sono affiliate alla FIDAL, anzi la maggior parte si appoggia ai vari enti di promozione sportiva. Non esiste dunque un calendario nazionale affidabile e fare una conta degli eventi sarebbe una missione impossible. Confortando però i maggiori service di cronometraggio possiamo dire senza dubbio di smentita che solo nel Nord Italia ogni anno vengono proposte più di 700 gare. Il movimento è in crescita con un +15% di media e un numero di praticanti che supera abbondantemente le 50.000 unità. Nel post-Covid sono nate diverse nuove gare; di queste, alcune hanno resistito e si sono fatte largo… altre non hanno retto il confronto con la concorrenza e sono già saltate. Le cause del loro fallimento precoce sono da ricercarsi in location poco appetibili e organizzazioni non strutturate, nate forse più per appagare l’ego degli organizzatori che per un’effettiva richiesta. Chi invece è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio, ha puntato su planning di crescita chiari, location giuste, comunicazione standard, social puntuali e comunità locali. Stilando una mappa del trail in Italia, le zone geograficamente più attive sono Piemonte, Lombardia, Trentino, Liguria e Valle d’Aosta. Il centro e il sud, invece, sono ancora terreno di conquista.

Il popolo del trail è sempre più trasversale
La vecchia guardia che non molla aiuta a tenere alta l’età media dei concorrenti, ma sempre più giovani si avvicinano alle long distance; un fenomeno che fino a qualche anno fa vedevamo più all’estero, ora sta prendendo piede anche da noi. Sarà per il forte appeal che il trail ha su media e sponsor, ma sempre più giovani che in passato si formavano con corsa in montagna e skyrunning, ora partono direttamente da gare trail, lanciandosi anche su distanze importanti. Se sulle “corte” (sotto i 42 km) il target è tra i 25 e i 30 anni, analizzando le classifiche, si nota che sulle lunghe (ultramarathon) si passa invece a una media che va dai 35 ai 40. Un dato molto interessante è che la quota rosa è sensibilmente cresciuta, passando dal 15% al 20%. Sempre analizzando le classifiche emerge un altro dato interessante: le donne non solo sono aumentate di numero, ma hanno anche alzato il livello.

Tutti campioni? Assolutamente no
Un calendario sempre più ricco, con numeri di partecipazione in crescita nonostante picchi di 6-7 appuntamenti ogni fine settimana, è sicuramente di grande interesse per le aziende di settore, ma genera confusione e alcuni problemi per chi come il sottoscritto si occupa di comunicazione e per chi è chiamato a valutare gli atleti in base alle performance. Visto che il livello delle competizioni è inversamente proporzionale al numero degli eventi, vedere scontri diretti degni di nota o parterre con un discreto numero di top runner è difficile. Meglio quindi analizzare con cura i piazzamenti, valutando i successi in base alla caratura degli avversari e al riscontro cronometrico ottenuto, prima di proclamare falsi miti. Vincere le garette fa bene al morale, ma lo spessore di un atleta lo si vede nelle occasioni che contano. È negli appuntamenti importanti che il fuoriclasse sa mettersi in luce. Per celebrare gli exploit di Francesco Puppi e Cristian Minoggio alle UTMB Finals 2025 non sono servite foto epiche o frasi a effetto. La standing ovation è arrivata a prescindere.

Gli appuntamenti da non perdere per chi punta a distinguersi
Quali saranno quindi gli eventi da non bucare per lasciare una firma indelebile nella stagione 2026? In Italia di sicuro Lavaredo Ultra Trail e Monterosa Walser Waeg. In ambito internazionale, oltre ad alcune super classiche come Zegama e Sierre Zinal, le gare continentali in Slovenia e la settimana di Chamonix serviranno nuovamente a riscrivere le gerarchie.

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5 Comments

  1. says: bruno telleschi

    C’è chi va in montagna per correre, come altri per andare in bicicletta. La diffusione dello sport agonistico diventa una malattia sociale che contagia gli uomini e le donne come un virus!

  2. says: Carlo Crovella

    mah… è ormai assodato che sono un “vecchioscarpùn”, anche un po’ brontolone (un po’? un po’ tanto!). Ma tutte ste nuove mode di andar in montagna non mi convincono. In più, esse3ndo attività di moda, attirano numeri umani consistenti. Insomma sono il prologo di inquinamento, sporcizia, maleducazione, scrasa (o addirittura nulla) attenzione per l’ambiente ecc ecc ecc. Queste mie considerazioni non riguardano solo la corsa in salita, ma un po’ tutta la famiglia di queste attività, con o senza sci.

  3. says: Saverio

    Ma in quale lingua è scritto l’articolo?
    “un fenomeno che (…) sta prendendo piede”

  4. says: Enrico Villa

    La crescita segnalata non è priva di contraddizioni. Limito la mia conoscenza al calendario delle gare nelle Prealpi in Valsassina, Grigne, Resegone che è già più che affollato. Ne sorgono di nuove in ogni stagione, ma altrettante si estinguono, fatte salve alcune classiche già ben affermate, ma sempre minacciate da nuove proposte in concorrenza. Il numero dei praticanti cresce, ma giocoforza si ‘spalma’ su un numero maggiore di gare nelle quali il numero dei partecipanti diminuisce, fino all’estinzione della gara se i numeri non la sostengono più. Così gli atleti di vertice devono scegliere la loro partecipazione tra diverse proposte simultanee. Dunque le gare fanno ‘massa’ se hanno successo, ma la competizione vera si svolge tra poche élite. Tuttavia cresce l’adesione di un buon numero di ex ‘tapascioni’, magari non giovanissimi che preferiscono disertare camminate o gare c.d. ‘non competitive’ per almeno due ordini di motivi. 1. Il paesaggio e l’ambiente collinare e montano non è minimamente paragonabile ai soliti percorsi delle classiche garette domenicali nelle periferie delle città o nelle campagne circostanti. 2. Anche i c. d. tapascioni sono in eterna lotta con il cronometro. Certamente non possono vantare le velocità dei migliori maratoneti, ma hanno sempre i tempi di riferimento dei migliori con i loro personali realizzati. Che sono minuti e secondi al km e velocità media di corsa.
    Come ben sappiamo, nel trail running e in montagna contano i dislivelli, preponderanti rispetto alla distanze chilometriche. Così anche i concorrenti più scarsi trovano le loro soddisfazioni svincolate dell’assillo cronometrico e possono tener lo sguardo rivolto al panorama.
    Tuttavia queste competizioni sono molte lontane dalle classiche attività escursionistiche e alpinistiche. Sentieri, creste, cime e valli sono solo un nuovo campo di gioco. Ma non è successa la stessa cosa con lo sci? Accontentiamoci del fatto che per le corse in montagna non servono nuove strade o invasivi impianti. E poi i regolamenti sono molto severi per la gestione dei rifiuti abbandonati lungo i sentieri. Personalmente preferisco vedere Grigne e Resegone colorati per qualche ora dai runners che i vari piani d’Erna, di Bobbio, del Tivano di Artavaggio o Resinelli popolati in estate da folle straripanti di merenderos accampati con sdrai ed ombrelloni e relativi avanzi abbandonati prima del rientro s casa.

  5. says: Mohammed

    Tellreschi, il 95% delle gare di Trail running porta turismo discreto in zone fuori dai circuiti dell’overtourism e soprattutto fuori stagione e permette da una parte ai concorrenti e familiari di conoscere località nuove e dall’altra di avere un riscontro economico in stagioni morte o quasi, il tutto senza lasciare “vittime” sul campo, perché il Trail running (come tutte le altre discipline relative alla corsa in montagna) è uno dei pochi sport al mondo che non richiedono nuove strutture o modifiche al territorio.

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