Un piacevole fine settimana a Monaco di Baviera

di Giuliano Bosco

“Sentite… tra fine settembre e inizio ottobre, a Monaco c’è l’Oktoberfest. Che ne dite di venirmi a trovare?”. La risposta, fu un po’ interlocutoria; “Interessante… dai, ci pensiamo.”. Nel frattempo che ci pensavamo… verso metà agosto Margherita era “scesa” lei a trovarci per una decina di giorni. Un po’ di smart working nella torrida Torino (“rinchiusa” nel salotto di casa, unico locale “condizionato”), un po’ di mare a Loano e anche agosto se n’era andato. Sulla pedana del Flixbus che la portava a Malpensa la Maggie ci lanciava il suo reminder formulato in modo un po’ più “stringente”… “allora, venite o no a trovarmi?”. Ovviamente noi non avevamo ancora prodotto alcuna decisione al riguardo e la risposta fu nuovamente all’insegna del prendere tempo; “… vediamo se riusciamo ad organizzarci con la nonna… e poi c’è anche Rayan (il gatto di casa) a cui pensare… ti facciamo sapere…”. Passarono ancora alcuni giorni e a fronte di una nuova  sollecitazione “in videochiamata”, decidemmo alla fine di accettare la proposta della figliola. Andremo di nuovo a trovarla a Monaco di Baviera. L’unica visita precedente era datata fine aprile dello stesso anno (Margherita ci lavorava da gennaio a Monaco), ma era stata un “mordi e fuggi”. Arrivati nel tardo pomeriggio di sabato, partivamo già domenica sera. Una visita un po’ sbrigativa che ci aveva lasciato la voglia di tornare, anche perché quella città di montagnini che è Monaco di Baviera mi attraeva parecchio.

Il programma che ci hanno preparato Margherita e il fidanzato Alberto (entrambi “lavoratori bavaresi”) è di tutto rispetto e prevede un’escursione nelle Prealpi bavaresi, l’immancabile Oktoberfest e la visita ad un castello poco fuori Monaco. A tutto ciò avevo aggiunto un passaggio da Schuster, vero tempio per gli acquisti di articoli da montagna già visitato ad aprile. Mi ero ripromesso di tornarci per acquistare un paio di scarpette da arrampicata che mi facessero soffrire meno il male ai piedi rispetto a quelle che avevo già, comprato da giovane seguendo la regola del “due numeri in meno” (che credo sia valida ancora oggi). Contavo molto sui piedoni dei tedeschi, mediamente più alti di noi, per trovarne un paio comode che mi permettessero di muovermi senza sofferenze sulle modeste difficoltà su cui mi cimento ora da sessantacinquenne.

L’interno della taverna Augustiner Keller

Si parte venerdì sera. A pranzo mia moglie Carla arriva da scuola lamentando un dolore piuttosto pronunciato dietro al ginocchio della gamba destra dove un paio di anni fa si era procurata sugli sci la rottura del piatto tibiale. Mi dice che scendendo dalla macchina forse ha messo male il piede. A me viene subito in mente l’escursione che dovremmo fare a Monaco. Speriamo che le passi…

Partiamo da Caselle. Il decollo è fissato per le 17.05 e teoricamente alle 18.15 avremmo dovuto atterrare a Monaco. Con questo orario speravo di riuscire a passare da Schuster già in serata, visto che “il tempio” chiude alle 20, in modo da poter dedicare l’intera giornata seguente all’escursione montana. Ma non avevo fatto i conti con la “puntualità virgolettata” del traffico aereo a Monaco nel periodo dell’Oktoberfest… atterriamo a Monaco alle 20.30 e il mio progettino di acquisto serale… rimane tale. 

Il collegamento tra l’aeroporto e la città (distanza 30 km) è eccellente, affidato ad una linea di metropolitana con partenze ogni 10 minuti. Alla fermata indicata da Margherita la troviamo ad aspettarci insieme ad Alberto e insieme ci accompagnano al nostro alloggio che dista non più di 10 minuti a piedi. Quando arriviamo nei pressi della destinazione, Alberto mi dice di seguirlo in una breve deviazione in quanto vuole mostrarmi una cosa… sapendo “da che piede zoppico” mi vuole mostrare quella che definisce “la sede di Monaco del Club alpino tedesco”. Arriviamo di fronte ad una specie di chalet di montagna con parecchia vegetazione attorno, molto suggestivo. Mi riprometto di tornarci la mattina dopo per fare due foto.

A breve distanza dalla baita alpina c’è il nostro alloggio. Il quartiere è composto tutto di case basse ed è molto bello. L’appartamento è al primo piano con scale interne in legno (non ricordo di averne viste da noi a Torino).

Lasciati i bagagli in camera ci portano a cena in un locale che si chiama Augustiner Keller, una taverna tipica bavarese al cui interno si respira un’aria simile a quella che avremmo poi trovato all’Oktoberfest; musica, cori e fiumi di birra.

Ci accomodiamo nel “salone delle feste”, un enorme spazio con moltissimi tavoli,  e gustiamo delle ottime “Schnitzel” (bisteccone impanate) e, data l’ora tarda (erano quasi le 23) beviamo delle “radler”, versione germanica della nostra “birra e gazzosa”. Certo meno virili rispetto ai classici birroni locali ma anche più leggere da digerire.

La Schnitzel di “esordio” a Monaco

Figliola e fidanzato ci riaccompagnano gentili al nostro appartamento e ci diamo appuntamento per il mattino dopo davanti a Schuster alle 10, ora di apertura del negozio. Di notte la Carla si sveglia verso le 4 lamentandosi nuovamente per il dolore alla gamba e dicendomi che non sa proprio se ce la farà al mattino a camminare in montagna. Rispondo che proverà a mettersi uno dei miei tutori al ginocchio che mi sono portato e la invito a prendere una Tachipirina. Speriamo che le passi…

Il mattino seguente il dolore era un po’ diminuito e la moglie si dichiara decisa a provare l’escursione. E allora via, prima di spostarci verso il centro ci sono le foto da fare al “CAI locale” che in realtà, dalla targa sulla porta, apprendo essere la sede di Monaco della sezione giovanile del Club Alpino tedesco la cui sigla è JDAV (Jugend des Deutschen Alpenvereins che sta per “giovani del Club Alpino Tedesco”).

Credo sia una specie di CAI-UGET (Unione Giovani Escursionisti Torinesi) locale e in rete leggo che promuove l’attività giovanile legata al mondo della montagna (escursionismo, arrampicata, alpinismo) ed è rivolta a giovani fino a 27 anni.

La porta d’ingresso del JDAV          
Un selfie di fronte alla sede del JDAV

Monaco sempre più si conferma una città di montagnini. D’altronde non a caso un famoso gruppo di rocciatori degli anni Venti del secolo scorso fu denominato “Scuola di Monaco”. Personaggi come Hans Dülfer, che ha dato il nome ai passaggi da superare in opposizione, o come Anderl Heckmair, primo salitore della parete nord dell’Eiger, facevano parte di questo gruppo di alpinisti. Figure forti e innovative che hanno fatto la storia dell’alpinismo. La maggior parte viveva a Monaco di Baviera, città dove l’amore per la montagna era ed è molto diffuso. Più volte mi è capitato di vedere distinti signori in giacca e cravatta con il loro zainetto da lavoro in spalla cui erano appese le pedule da arrampicata e in inverno mia figlia mi racconta che è molto comune incontrare in giro per la città persone con gli sci a spalle. In questo amore per le “terre alte” ritrovo molto della mia Torino, città dove è stato fondato il CAI. Tra l’altro ambedue le città condividono un bello “skyline alpino”.

Skyline di Monaco
Skyline di Torino. A sinistra della Mole svetta la Torre di Lavina e a destra la Tersiva.

Dopo le foto ci infiliamo nella metro e con due fermate siamo a Marien Platz. Quando sbuchiamo in superfice ci troviamo immersi nella manifestazione di apertura dell’Oktoberfest. Si tratta di un corteo composto da bande musicali e da carri trainati da cavalli dove siedono personaggi in costume bavarese.

Corteo di apertura dell’Oktoberfest

La piazza è piena di gente. Alcuni sono lì per il bellissimo “Rathaus-Glockenspiel”, che sta per “carillon del nuovo municipio”. Si tratta di un grande carillon meccanico con statue a grandezza naturale attivato in orari specifici durante la giornata. Vengono rievocate scene di storia della città ed è uno spettacolo che richiama sempre tantissima gente.

Il Rathaus-Glockenspiel
Il negozio di articoli da montagna Schuster nel centro di Monaco

A questi si sommano i partecipanti al corteo e quelli che sono venuti a vederlo. Il risultato è che la piazza è piena di gente e ci districhiamo a fatica per raggiungere la via laterale dove c’è Schuster. Questo negozio, fondato nel 1913, è un vero spettacolo per gli amanti delle “terre alte”. Sette piani (due interrati) totalmente dedicati solo ed esclusivamente alla vendita di articoli per la montagna. All’interno sono presenti muri di arrampicata, una ferrata e un piccolo laghetto per provare l’impermeabilità delle calzature.

Il reparto di articoli per l’arrampicata è al quinto e ultimo piano ed io mi gusto la salita a piedi visitando i vari reparti dove sono esposti ogni sorta di articoli sia di abbigliamento che di attrezzature. Eccomi al piano dedicato al materiale alpinistico e all’arrampicata. Una parete intera è allestita con mensole in legno che sostengono ognuna una scarpetta da arrampicata. Un simpatico commesso barbuto mi interroga sull’uso che intendo fare del prodotto. Monotiri o multipitch? Con le calze o senza? Azzardo un “multipitch con le calze”, ma soprattutto insisto sul concetto di “comodità”. Il barbuto, recepite le “specifiche”, sparisce dietro una porticina e ricompare con ben due scatole. Una de La Sportiva è un numero 47 ma la forma della punta è piuttosto affusolata e quando le calzo riconosco subito la ben nota sensazione di costrizione che si trasforma poi in dolore dopo qualche ora e in desiderio spasmodico di toglierle prima possibile (di questa marca ne ho già due paia di scarpette tra cui le famose Mariacher… roba agé).          .

L’altro paio è dell’azienda Red Chili, che non conoscevo, e ha come simbolo il famoso peperoncino rosso. La punta è più arrotondata e sono un 48. Sento “a pelle” che sarà vero amore. Le calzo e la sensazione è esattamente quella che cercavo. Avvolgenti ma non strette, di lunghezza giusta. Su internet ho poi visto che si tratta di un’azienda tedesca fondata 25 anni prima dal fortissimo climber Stefan Glowacz. L’azienda adesso è parte del gruppo Edelrid, noto marchio tedesco di articoli da montagna. Mi azzardo anche a provarle sul muro di arrampicata presente nel reparto sollevando di poco me stesso ma molta ilarità da parte di Carla la quale sostiene che i miei movimenti hanno la fluidità di un bradipo anziano; provo a difendermi con un “sono un po’ arrugginito… dammi tempo”. Confermo la scelta e saluto il simpatico commesso.

Le scarpette della Red Chili modello Sausalito acquistate da Schuster

Prima di abbandonare il reparto, però, Carla vuole fare anche lei un acquisto. Intende comprare un regalino ad un collega insegnante, ma geologo di formazione, che arrampica (come molti geologi). Aveva pensato ad un sacchettino per la magnesite e ci troviamo di fronte ad un tratto di parete dove sono appesi non saprei dire quanti sacchetti per la “magnesia” uno diverso dall’altro. Ne individuiamo uno che fa per noi e felici come delle pasque, ognuno con il proprio acquisto, prendiamo l’ascensore per scendere al piano terra dove ci sono le casse. Osservo che l’ascensore super moderno, con pareti trasparenti, ha il pavimento che simula alla perfezione le lose in pietra. Dettagli montagnini. Pago il dovuto e i due articoli acquistati vengono inseriti dalla cassiera in un grazioso sacchetto verde fluo su cui è presente una parola alla quale lì per lì non do nessuna importanza. Ci ricongiungiamo con Margherita e Alberto che ci aspettavano vicino all’uscita. Un caffè veloce in un delizioso dehors poco lontano (in Germania niente caffè al banco…) e poi via verso la stazione dei treni che portano ai monti. Il trasferimento ferroviario dura poco più di mezz’ora, trascorsa su un bel treno tedesco, moderno, pulito e senza l’ombra di un graffito. Durante il tragitto ferroviario si verifica un episodio divertente quando mi reco alla toilette. Essendo un treno moderno e tecnologico, la porta della toilette si apre automaticamente premendo un pulsante esterno alla toilette. Per la chiusura della porta si agisce nello stesso modo e cioè premendo un altro pulsante collocato all’interno del bagno il quale però, scoprirò poi, si limita a chiudere la porta ma non… ad attivare la serratura e neanche a segnalare all’esterno che il bagno è occupato. Per entrambe queste funzionalità bisogna agire con un altro comando collocato direttamente sulla porta. Ma, onestamente, non mi è venuto proprio da pensare che fosse necessaria questa doppia manovra per garantire la chiusura. In tale situazione di “porta chiusa ma bagno disponibile” un viaggiatore ha azionato all’esterno il pulsante di apertura… e la porta si aperta, solenne come un sipario teatrale. Vabbè… capita con tutta questa tecnologia…

Altro aspetto singolare del nostro treno è che in realtà… sono due, nel senso che l’unico convoglio ad una stazione specifica viene sdoppiato verso due destinazioni diverse. Bisogna quindi prestare attenzione alla carrozza in cui si sale per evitare di ritrovarsi in un posto diverso da quello in cui si voleva andare. Margherita mi ha poi detto che tale caratteristica è specifica dei treni tedeschi e viene applicata anche su tratte importanti come ad esempio da Monaco a Francoforte/Colonia.

La gita che Margherita e Alberto hanno scelto per noi è nelle Prealpi Bavaresi e parte dalla località di Schliersee e arriva ad un altro paese di nome Tagernsee.

Un percorso di quasi 12 km con un dislivello di 556 m. La Maggie mi ha mandato il link della gita su Alltrails (un sito/app di itinerari di trekking) e la descrizione della gita inizia con la frase “Fabulous hiking trail from Schliersee, Bavaria” (“Favoloso sentiero escursionistico da Schliersee, Baviera”). Direi un buon inizio.

La pagina su AllTrails della gita a Tagernsee.

Si tratta di un itinerario che presenta un paio di singolarità. La prima è che entrambe le località di partenza e di arrivo sono raggiunte dalla ferrovia, per cui si arriva in treno e al termine del percorso si sale su un altro comodo convoglio ferroviario e si torna a Monaco. La seconda particolarità è che entrambi i paesi sono sulla riva di un lago, più piccolo quello di partenza, molto più grande quello di arrivo. Entrambi i bacini lacustri prendono il nome dalle rispettive località presenti lungo le loro sponde.

Il percorso è, di fatto, una “traversata” che prevede una salita e una discesa che grosso modo si equivalgono come lunghezza. Quasi al termine della salita sono presenti due rifugi e un terzo è collocato all’inizio della discesa. Non dovremmo avere problemi di approvvigionamento alimentare…

Scesi dal treno faccio indossare a Carla il mio tutore sul ginocchio dolorante e iniziamo il percorso che inizialmente percorre le stradine della cittadina. Ovviamente se fossimo venuti in macchina ci saremmo risparmiati questo tratto a piedi, ma è l’occasione per osservare le deliziose casette in stile alpino costruite sulla riva del lago. Durante il percorso, che per un tratto costeggia il lago, incappiamo in una indicazione che vieta di proseguire. Un po’ di persone stazionano davanti al divieto con aria interrogativa; i tedeschi, a differenza nostra, sono piuttosto ligi e rispettosi delle regole, ragion per cui nessuno si era azzardato a violare il nastro bianco e rosso posizionato trasversalmente al sentiero. Per fortuna una escursionista sta scendendo e ci dice che il problema è legato ad un tratto del percorso lungo una ventina di metri allagato, probabilmente a causa delle recenti copiose piogge. Però ci dice che è possibile passare, forse bagnandosi un pochino… ci avviamo dubbiosi incrociando persone scalze con le scarpe in mano e dopo poco arriviamo al tratto allagato. I miei compagni di gita superano l’ostacolo senza bagnarsi i piedi grazie al Goretex delle calzature indossate.

Ma io mi ero portato un paio di Scarpa basse da avvicinamento con la tomaia in pelle scamosciata… me la cavo anch’io passando sul bordo del sentiero e producendomi in una buffa camminata sui talloni piuttosto ridicola a vedersi ma che mi evita di inzuppare le calzature.

Il sentiero si presenta come un tracciato di larghezza piuttosto ampia e con un fondo di fine pietrisco. L’ideale per le mountain bike che, infatti, abbondano, alcune “muscolari”, ma la maggior parte dotate “dell’aiutino” prodotto dalla pedalata assistita. Ormai, come da noi, sui sentieri di questo tipo bisogna abituarsi alla convivenza con i ciclisti montani.

L’unica osservazione riguardo a questa coabitazione è che non capisco come mai questi “velocipedi” siano quasi tutti sprovvisti di campanello. Tale mancanza è causa di micidiali spaventi per i “bipedi puri”. In particolare nei tratti di discesa dove i ciclisti, sfrecciano, a volte, ad alta velocità.

Il sentiero sale dolcemente in mezzo ad un bellissimo bosco.

Margherita sale tra i boschi bavaresi

La figlia ci informa che è d’uso in Germania salutarsi, quando ci si incrocia sui sentieri, con la parola “Servus”. E infatti quasi tutte le molte persone che incontriamo nel sentiero (l’itinerario sul quale siamo si può percorrere nei due sensi) ci salutano con quella parola. L’origine del termine è latina; infatti in latino la parola “servus” significa “servo” ed era usata come espressione di cortesia e umiltà. Una specie di “a vostra disposizione”. Trovo assai carino che per salutarsi i frequentatori tedeschi della montagna usino un termine specifico che adottiamo al volo anche noi.

Tra l’altro il Comandante in Capo di questo blog mi ha fatto osservare che anche il nostro “ciao” ha la stessa origine. Infatti deriva dal veneziano “s’ciavo” o “”sciavo vostro” (alla Goldoni…), saluto che esprimeva rispetto e umiltà. Come dire “sono al vostro servizio”. Quindi tedeschi e italiani sono accomunati da un saluto simile, anche se bisogna dire che il nostro “ciao” ha avuto più successo a livello internazionale.

Il ginocchio della Carla sembra tenere e dopo circa un’ora e mezza arriviamo ai due rifugi. Il posto è molto bello e panoramico verso le Prealpi bavaresi. Noto qualche vettura, c’è quindi anche una strada carrozzabile per i pigri (per fortuna molto pochi…). Siamo indecisi se fermarci qui o proseguire verso un successivo rifugio che dista ancora una mezzoretta di cammino. Ma sono già le 14.30 e gli stomaci… decidono per noi. Ci rifocilliamo al rifugio Gindelalm con salciccia, crauti e canederli.

Scatti sui prati della Gindelalm

A seguire una deliziosa pennica di un’oretta su un prato, agevolata da una stuoia che Margherita e Alberto si sono portati. Totale ed assoluta pace dei sensi.

Relax post-prandiale dietro alla Gindelalm

Digerite in qualche modo le calorie ingurgitate, riprendiamo il cammino e dopo circa mezz’ora arriviamo al rifugio Neureuth il quale, oltre a offrire una splendida vista sul sottostante lago di Tegernsee e sui monti tedeschi e austriaci prospicenti, permette anche di gustare una deliziosa Kaiserschmarrn che letteralmente si traduce in “frittata dell’imperatore”. In realtà si tratta di uno dei più famosi dessert austriaci e della Baviera. Si presenta come una specie di crêpe spaccata in pezzi grandi come un boccone ed è una vera delizia. Alberto ne ordina due porzioni, una con l’uvetta e l’altra senza. Le dimensioni imponenti dei piatti che ci portano (in puro stile bavarese) ci costringono a procurarci una “doggy-bag” con la quale riportiamo a valle quasi una porzione intera del buonissimo dolce. Avanzarla sarebbe stato un vero delitto (anche perché il costo è di una ventina di Euro l’una…).

Adeguatamente (e “dolcemente”) rifocillati riprendiamo la discesa verso Tagernsee.

Osserviamo come il percorso si presenti con una discesa molto più ripida rispetto alla salita fatta in mattinata; infatti avevo letto che, pur potendo percorrere l’itinerario in entrambi i sensi, è consigliabile farlo come abbiamo fatto noi, partendo da Schliersee in quanto se percorso con partenza da Tagernsee diventa molto più faticoso. E non sarebbe stata una buona idea, anche considerando il ginocchio dolorante di Carla il quale, comunque, per il momento, “tiene”. 

La parte finale del sentiero, che si infila tra le case del paese, è composta da scalini realizzati con lastre in pietra messe a coltello e spesse pochi centimetri, mentre la parte rimanente del gradino è di terra o, per meglio dire, “dovrebbe” essere di terra. In realtà nella maggioranza dei gradini, la parte terrosa con il tempo è scomparsa, consumata dal tempo e dalle precipitazioni e, ovviamente, non è stata ripristinata. Il risultato è che la scalinata, per gran parte, risulta composta da queste lastre verticali di pietra sui quali l’escursionista è chiamato a cimentarsi passando da uno scalino a quello successivo con passo quasi da equilibrista e facendo ben attenzione a non inciampare… 

Alla fine si arriva alla stazione dove un treno partiva dopo pochi minuti per riportarci a Monaco. Per fortuna il tecnologico Alberto aveva consultato per tempo gli orari dei convogli e più volte verificato che il timing ferroviario fosse coerente con i nostri tempi di discesa a valle.

Siamo già un po’ in ritardo (sono le 18.15) e rinunciamo a dare un’occhiata al bordo lago che per altro avremmo visto nell’imbrunire. Ci accontentiamo delle vedute lacustri durante la discesa e di quelle che ammiriamo dal treno (il lago è veramente grande).

Carla in discesa verso il lago/paese di Tagernsee (sullo sfondo)

Giunti a Monaco, per la cena optiamo per una italianissima pizza, perché il cibo bavarese è buono (nessun dubbio al riguardo), ma le italiche creature all’estero, dopo qualche pasto indigeno, sentono il bisogno di mettere sotto i denti cibo nostrano. E quindi eccoci seduti al “Partenope” (un nome, una garanzia) gestito da veri partenopei e ci gustiamo una napoletanissima pizza innaffiata da 4 birrazze. Giornatona conclusa.

Il mattino dopo l’appuntamento è alla fermata Theresienwiese, letteralmente “ll prato di Teresa”  che è anche il nome del vasto piazzale dove si svolge l’Oktoberfest. Per raggiungerla dobbiamo prendere la metro in Max Weber Platz, nome del famoso sociologo e filosofo tedesco autore del celebre Etica Protestante e Lo Spirito del Capitalismo che avevo studiato in gioventù e che spiega tante cose del perché gli anglosassoni sanno fare business molto meglio dei cattolici.

Per arrivare alla fermata si passa accanto ad una chiesa piuttosto imponente che avevo già notato in precedenza; Margherita ci dice che si tratta di un luogo di culto piuttosto singolare in quanto nello stesso edificio convivono due diverse confessioni religiose; ci arriviamo da dietro e notiamo una doppia porta dalla quale escono alcune persone. Ci entriamo. Ci ritroviamo in una chiesa ortodossa con varie decorazioni, molte icone e in cui era in corso una funzione. Usciamo e facciamo il giro per entrare dal portale della facciata principale dell’edificio; immagino, quindi, che siano gli ortodossi ad essere “ospitati” dai cattolici e non viceversa, anche perché in Baviera i seguaci del Papa di Roma sono in maggioranza a differenza del resto della Germania “Protestante”. Entriamo e anche qui era in corso la Messa domenicale, ovviamente in tedesco. Questa “doppia chiesa” ha anche un doppio nome; infatti quella cattolica si chiama “San Giovanni Battista”, mentre l’altra di nome fa “Kliment Ohridski”, uno dei maggiori santi della Chiesa Ortodossa bulgara.

Raggiungiamo la fermata della metro e per arrivare nel “prato di Teresa” dobbiamo prendere la metro U5. Per individuare la giusta direzione è sufficiente guardare dove salgono le (tante) persone in costume bavarese. Ci ritroviamo immersi in un anticipo di Oktoberfest… il 90% dei passeggeri va alla grande festa di ottobre e quasi tutti sono in costume tipico la cui composizione è la seguente. Per le donne: gonna ampia, grembiule, camicetta corredata da corpetto stretto che spinge in alto il seno facendolo diventare “a balconcino”, vera delizia per gli occhi dei maschietti (specie… i più alti…); nome del costume Dindrl. Per gli uomini: pantalone in pelle a mezza gamba, detto Lederhosen (“pantalone in pelle” in tedesco) con patella frontale “a ribaltina” trattenuta in posizione da due bottoni (apertura veloce molto comoda specie…  dopo alcuni boccali di birra…), scarpe con allacciatura laterale verso l’esterno, camicia tipica o a quadretti e gilet. Questi abiti tradizionali vengono venduti in molti negozi di Monaco e possono arrivare a costare diverse centinaia di Euro.

Il bello di questo abbigliamento tipico è che noi saremmo portati a pensare che venga indossato solo in occasione dell’Oktoberfest. ERRORE! I costumi bavaresi si indossano tutto l’anno in particolare quando si va in birreria. E siccome la birreria è sicuramente il tipo di locale più frequentato di Monaco… accade che tutto l’anno si vedano in giro per la città moltissime persone vestite con gli abiti tradizionali (Margherita mi ha detto che una volta ha visto persino una sua collega in ufficio così agghindata…). È un po’ come se noi a Torino girassimo normalmente per la città vestiti da Gianduja e Giacometta…

Arriviamo alla fermata in questione e… la metro si svuota. Un flusso continuo e ordinato di centinaia di persone (forse migliaia, considerando la lunghezza dei convogli della metro di Monaco) esce dalla metropolitana e si incammina verso l’enorme piazzale dove è allestita l’Oktoberfest. Margherita ed Alberto sono un po’ in ritardo (as usual…) e ne approfittiamo per visitare la bella chiesa gotica di San Paolo che si trova proprio vicina all’uscita della metro. Per oggi, quindi, abbiamo fatto “il pieno” di chiese e possiamo recarci al rito pagano della festa birrosa.

Carla di fronte alla chiesa gotica di San Paolo

Quando i due ragazzi arrivano ci immettiamo anche noi nel serpentone umano allegro e multicolore. In prossimità dell’ingresso, dopo un percorso di qualche centinaio di metri, il teutonico servizio d’ordine blocca sia Alberto che Carla. Il primo a causa dello zainetto e la seconda per via della borsa. Entrambi sono invitati a consegnare i loro contenitori ad un apposito servizio allestito sotto un tendone bianco. Il costo per la custodia è di “soli” 5 Euro.

Al che la Carla svuota la sua borsa dentro lo zaino di Alberto, la ripiega sapientemente seguendo le linee di piegatura già predisposte fino a farla diventare delle dimensioni di un portafoglio da donna con i manici (azione prevista dal modello Le Pliage – che non a caso significa “pieghevole” – della Longchamp, molto usata dalle “lady” come borsa da viaggio). La “borsa ripiegata” finisce dentro lo zainetto di Alberto e così entrambi i “borsisti” se la cavano con 5 Euro. Finalmente si entra.

L’entrata dell’Oktoberfest

Qualche “info” sulla manifestazione. Il “Wiesn” (“prato” in dialetto bavarese) è in realtà un enorme spiazzo asfaltato (42 ettari…) in cui vengono montati tutti gli stand dentro ai quali si svolge la “festa” e un grandissimo luna park. Se si va a guardare su Google Maps questo immenso spiazzo (totalmente vuoto quando non viene allestito il super evento di ottobre o altri eventi nel corso dell’anno) lo si può vedere già suddiviso con una sorta di toponomastica virtuale, quindi con un reticolo di strade dai nomi specifici che delimitano delle porzioni del piazzale anche loro con un nome assegnato. In questo reticolo viario immaginario vengono montate le attrazioni del luna park e i padiglioni della fiera. Le giostre sono le classiche dei luna park con una predominanza per quelle più “adrenaliniche”. Enormi bracci che girano a 360 gradi, torri altissime con salite lente e discese rapidissime. Persino il classico “calcio in culo” della nostra infanzia di boomers è stato rielaborato collocandolo ad un’altezza approssimativa di circa 30 metri da terra… immagino l’effetto che avranno queste giostre dalle emozioni forti, sugli stomaci dei visitatori magari già “provati” da svariati boccali di birra…

Anche se si chiama “festa di ottobre”, in realtà la fiera inizia il penultimo fine settimana di settembre e si conclude al primo week end di ottobre (quindi sarebbe più una “septemberfest”… ).

Gli stand più grandi della fiera sono 14 e ognuno può ospitare in contemporanea una quantità di persone che varia dalle 5.000 (cinquemila!) alle 10.000 (diecimila!!). In ogni stand la birra può essere fornita solo ed esclusivamente da uno dei 6 produttori storici di Monaco di Baviera che sono: Paulaner, Spaten, Hofbräu, Hacker-Pschorr, Augustiner e Löwenbräu. La birra che viene servita è una “pale lager” (birra chiara) denominata “Märzen” in quanto veniva prodotta nel mese di marzo (una volta la birra si poteva produrre solo in periodi specifici dell’anno). Questa birra consumata all’Oktoberfest è leggermente più scura e più forte di una lager comune. Mi fa una certa impressione osservare come lo stesso termine “lager” (letteralmente “campo” in tedesco) sia stato utilizzato sia per identificare un tipo di birra, sia per i famigerati “campi di sterminio” nazisti della seconda guerra mondiale. L’impressione aumenta considerando… dove ci troviamo… (Monaco è stata la culla del nazionalsocialismo).

Ma torniamo all’evento che è considerato la più grande fiera del mondo e qualche numero può servire per inquadrarne meglio la singolarità. I visitatori sono mediamente 6 milioni (“milioni”).

La birra nei padiglioni viene servita solo a chi è seduto ai tavoli e le prenotazioni si esauriscono ben prima che la festa inizi. Quindi molte persone che non sono riuscite a prenotare un posto in uno stand vengono comunque per partecipare alla festa anche se non possono consumare il biondo nettare seduti nei padiglioni. Noi pensavamo di essere tra questi. Infatti avendo deciso il viaggio a Monaco un po’ all’ultimo momento non avevamo potuto prenotare un posto in uno degli stand che per quella giornata domenicale (seconda giornata di apertura) si presentavano tutti “sold-out” sul sito dove si effettuano le prenotazioni. La Maggie, quindi, ci aveva già anticipato che, molto probabilmente, la nostra sarebbe stata una visita a scopo conoscitivo della manifestazione ma senza poterla vivere “dal di dentro” causa assenza di prenotazione (“… mangeremo un po’ di street food… “ ci aveva detto per risolvere il pranzo). Con questo spirito un po’rassegnato ci dirigiamo verso il primo dei mega stand allestito dalla Paulaner (una dei “magnifici sei” birrifici monachesi). Devo dire che già dall’esterno si capisce che qui le cose le fanno in grande. Infatti la facciata dello stand riproduce alla perfezione una casa bavarese con tanto di balconi fioriti e si fa veramente fatica a pensare che quello è un allestimento che tra qualche settimana verrà smontato. Per fortuna negli stand si può accedere anche senza la prenotazione del tavolo. La prima cosa che colpisce entrando è l’enorme allegro frastuono. Bisogna immaginarsi una quantità di persone (come detto dai 5.000 ai 10.000) suddivise in tavolate da 8, che mangiano, bevono (soprattutto), parlano, gridano, cantano, scherzano.

Carla con al collo un Lebkuchenherz (“Cuore di pan di zenzero”).

Al centro dell’enorme stand c’è un palco rialzato dove si alternano bande musicali in costume tipico che eseguono musica bavarese. Con regolare frequenza partono dai tavoli cori e canti che vengono poi intonati da tutti. Alcuni sono cantati in lingue diverse dal tedesco e, in questo caso, coinvolgono principalmente le etnie di chi ha iniziato il canto. Uno dei più frequenti è quello intonato in italiano in quanto la rappresentanza del Bel Paese a sicuramente la più numerosa (in particolare dal Nord-est sia per ragioni di vicinanza geografica che di…. affinità genetica…). L’italico coro si esprime con queste strofe:

Bevoooo,
bevoooo, 
bevo, bevo, bevoooo, 
mi ubriacoooo e son felice,
anche se poi vomitoooo

Un altro intrattenimento molto apprezzato è quello di scolarsi un boccale intero di birra (1 litro) in un sol fiato. Di norma chi lancia la sfida sale in piedi sulla panca o sul tavolo. Tutti i commensali dei tavoli vicini sottolineano l’impresa applaudendo, gridando e agitandosi in vario modo. Al momento in cui l’ultima goccia di birra si spegne nella gola dello sfidante esplode un urlo di gioia. L’atmosfera è quanto di più allegro e giocoso si possa immaginare.

Piumetti bavaresi allo stand della Paulaner

Bisogna prestare la massima attenzione al personale dello stand, ovviamente vestito anche lui con i tradizionali costumi bavaresi. Vassoi colmi di mezzi polli allo spiedo con patate viaggiano a velocità siderali e soprattutto attenzione alle ragazze con le birre che sono indubbiamente uno degli spettacoli di questa gigantesca fiera. Il taglio classico del boccale di birra è, come detto, quello da un litro quindi un chiletto in peso. Almeno un altro chilo (se non di più) se lo prende lo spesso boccale in vetro o ceramica, e fanno (almeno) due. Rimane da definire il numero di boccali che queste ragazze (denominate “Kellnerinnen ovvero… “cameriere al femminile”) portano in contemporanea. Da 8 e fino a 15 o anche più e su più piani. Significa un peso che può andare da 16 a 30 e più chilogrammi (pare che nell’edizione del 2017 un cameriere uomo sia riuscito a trasportarne 29 in una volta sola per 40 metri…). Diversi camerieri indossano una fascia protettiva al polso per evitare slogature e per rinforzare l’arto così duramente sollecitato.

Mi spiegavano che molti camerieri (forse tutti…) vengono retribuiti con un meccanismo che prevede la vendita a loro delle birre e la successiva rivendita delle birre al cliente finale (ovviamente ad un prezzo più alto rispetto a quello che le hanno pagate loro…). Sia come sia, è sicuramente un meccanismo che stimola i camerieri alla massima produttività, a giudicare dalla velocità con cui si muovono…

Percorriamo l’intero stand il quale, al fondo, prevede una zona soppalcata con tavoli sotto il soppalco e altri tavoli nel piano superiore. Diamo un’occhiata alla zona coperta e notiamo un tavolo libero e senza la scritta “reservierter” (che risulta piuttosto chiara anche a noi che non parliamo tedesco…). Chiediamo ad una cameriera la quale ci dice che il tavolo è libero ed utilizzabile fino alle 15. Spettacolo! Sono le 11,30 e di meglio non potevamo sperare.

Appena seduti ci compriamo un “Bretzel” gigante, una specie di ciambella di pane salato che viene realizzato con un filo di pasta intrecciato. Lo prendiamo da una Bretzel-Madln, le ragazze che li vendono passando tra i tavoli. Altri ragazzi passano a vendere cetrioli i quali, però, mi pare “vadano meno” rispetto alle Bretzel. La ciambella viene fatta sparire in pochi secondi. Il “salato” chiama il bere (tutto è studiato ad hoc…)  e ordiniamo 4 “Märzen” che ci portano alla velocità della luce.

Bevitori di “Märzen” allo stand della Paulaner

Segue un giro di patate fritte e poi finalmente ci decidiamo ad ordinare il famoso mezzo pollo pro capite al forno. Siccome, nel frattempo, si era fatta quasi l’una, incappiamo nell’ora di punta in cui tutti, ma proprio tutti vogliono mangiare il mezzo pollo e quindi i tempi di attesa si allungano assai. La cameriera che prende l’ordine ci informa che ci vorrà circa mezz’ora e ci chiede se vogliamo ordinare qualcos’altro. Ma noi vogliamo il mezzo pollo della tradizione. Aspetteremo. Per ingannare l’attesa Alberto “dall’alto” della sua statura (202 cm.) e… dei “verdi anni” (quasi 27) ordina un altro boccale di birra. La family, che un litro di birra tutto insieme non lo ha quasi mai bevuto in vita sua, si accontenta del “primo giro” anche in funzione della disponibilità residua ancora presente nel primo boccale. Inganniamo l’attesa con periodiche visite alla toilette, elemento questo piuttosto importante considerando la quantità di birra che entra nei gargarozzi e che… da qualche parte deve pure uscire… inutile dire che anche le toilette, oltre ad essere molto chiaramente segnalate, sono organizzate e pulite “alla tedesca”, oltre ad essere in quantità che possiamo definire “industriale”. Mentre mi reco in bagno sbircio dietro una paratia di uno dei locali dove vengono tenuti in gran quantità i boccali di birra pronti all’uso.

Boccali pronti all’uso dietro le quinte del padiglione

La mezz’ora è passata da un pezzo ma di mezzi polli manco l’ombra. Al tavolo comincia a serpeggiare un certo nervosismo… Carla ci ricorda che il tavolo lo possiamo tenere solo fino alle 15 ed è già l’una e mezza e… eccoli! Arriva la nostra cameriera con un lungo vassoio che contiene varie ordinazioni tra cui anche i nostri pollini. Pago, mancia inclusa (praticamente obbligatoria) e da lì in poi cala sulla tavola un silenzio irreale. Abbiamo così tanto atteso i nostri polletti che più nessuno fiata. Siamo tutti curvi a gustarci il prelibato piatto che ci hanno portato. Caldissimo come piace a me. Sembra quasi che tutto il frastuono del padiglione, le urla, i canti, i cori… tutto si sia zittito improvvisamente. È come se avessero posto sopra al nostro tavolo un’enorme cupola di plexiglass che ci isola dall’ambiente circostante. Ci siamo solo noi e i nostri pollini. Una vera prelibatezza. Quando siamo a Torino li prendiamo in una catena di girarrosto cittadina che si chiama “Girarrosto Santa Rita”; nessuna celebrazione della santa, è semplicemente il nome del quartiere di Torino dove venne aperto il primo negozio agli inizi degli anni ‘60 del secolo scorso. Quando capita che li prendiamo, effettuo sempre una “seconda passata” sui resti del piatto di Margherita che ha poca pazienza e da cui ricavo gustosi bocconi avanzati. Bene, ho eseguito la stessa operazione sul mezzo pollo germanico e ne ho ricavato ben poco. Non so se i polli tedeschi abbiano una struttura ossea più semplice rispetto a quelli nazionali (ma non credo…). Sono molto convinto, invece, che la fame unita alla bontà del manufatto culinario teutonico abbia determinato una pulizia dei resti polliferi pressoché perfetta. Mi devo accontentare delle ali sia di Margherita che di Carla. Per fortuna non le mangiano. Meglio di niente…

Concludiamo il rito mangereccio attorno alle 14.15 e decidiamo di andare a fare un giro per la fiera, anche perché le panche non sono proprio il massimo della comodità. Io e Carla (che siamo “diversamente giovani”) ci eravamo piazzati strategicamente dal lato del tavolo in cui le panche fiancheggiano la parete in legno e quindi “no problem” ma i due giovanotti che ci fronteggiavano si dovevano accontentare della panca classica da fiera di paese senza schienale. E siccome entrambi abbondano di centimetri, la seduta “a schiena libera” dopo un po’ diventa scomoda. Meglio un giro per la fiera che sicuramente merita una visita. Inoltre, per il pomeriggio, era ancora previsto dal fitto programma, una visita ad un castello poco fuori Monaco, per cui non abbiamo tempo da perdere.

Cominciamo a bighellonare per gli altri padiglioni. All’ingresso di ogni stand un arcigno servizio d’ordine composto da diversi energumeni controlla chi entra e chi esce dallo stand. A questo si unisce l’imponente schieramento di forze dell’ordine sia dentro l’immenso piazzale e sia nelle vie di accesso al “Wiesn”. Nell’insieme la sensazione che si prova è quella di un’elevata sicurezza. Bisogna anche dire che, nonostante gli ettolitri di birra che scendono copiosi negli stomaci dei visitatori, con i relativi effetti collaterali che possono provocare in termini di perdita del controllo, non ho osservato nessun fenomeno violento. Nessuna ubriacatura molesta. Nessun approccio sopra le righe.

Osservo che all’ingresso di ogni padiglione sono affisse piantine dettagliate che riportano la collocazione di tutti i tavoli presenti nello stand (centinaia se non migliaia di tavoli nei padiglioni più grandi) con la numerazione assegnata ad ogni tavolo. In questo modo i visitatori muniti di prenotazione possono individuare agevolmente la collocazione del proprio posto all’interno di quell’enorme, allegro casino. Organizzazione teutonica. Altro aspetto organizzativo assai apprezzato e la meticolosa pulizia che viene fatta ai tavoli al termine di ogni turno. I nuovi avventori muniti di prenotazione si trovano a sedersi in tavoli e panche perfettamente puliti e questo, considerando la dimensione dell’evento, è un elemento che denota grande capacità organizzativa. Si vede che è una “macchina” rodata da anni.

Ogni padiglione ha una decorazione al soffitto diversa dagli altri stand, molto belle per altro. L’elemento comune a tutti gli stand (almeno a quelli dove siamo entrati noi) è la presenza al centro del palco rialzato per la musica, la quale musica cambia da stand a stand.

Si passa dalle musiche tradizionali bavaresi (come quelle che suonavano dove abbiamo mangiato noi) a pezzi moderni. In uno stand appena entrati ci siamo trovati tutti ad intonare “Take Me Home, Country Roads” di John Denver e devo dire che sentirla cantata (anzi… urlata) da migliaia di persone produce un certo “coinvolgimento”.

Vedo che altri stand sono “dedicati” ad altre carni. Così come il nostro serviva solo pollini, in altri si gustavano solo varie parti del maiale. Diciamo, in generale, che l’Oktoberfest non è proprio esattamente un posto dove vegetariani e vegani si sentono a proprio agio… è così. Le tradizioni sono queste. Chissà se un giorno cambieranno… ma credo che rimarranno tali ancora per molti anni. Però chissà… la gente cambia, le abitudini alimentari pure. Come si dice “chi vivrà vedrà”.

Esauriamo il giro fieristico verso le 16.30 e ci incamminiamo così verso l’uscita. La presenza di migliaia di visitatori in costume, trasforma anche loro in una “attrazione fieristica” ma in senso buono, in quanto risulta molto piacevole osservare i vari abbigliamenti che presentano diverse varianti. Con/senza gli scaldamuscoli in lana a metà polpaccio per gli uomini (ricordo che il costume bavarese prevede pantaloni alla zuava…), con/senza le scarpettine tipiche per le donne. E poi i costumi sono simili ma non certo uguali (come… i prezzi di acquisto…) e quindi guardare l’enorme varietà di modelli, fogge, colori è un vero piacere. Di fatto questo elemento di folclore locale, fatto proprio da migliaia e migliaia di visitatori li trasforma in “elementi attivi” della festa. Insomma… devo tornarmene a Torino, se no finisce che me lo compro pure io il costume bavarese.

Costumi tipici bavaresi

Ci indirizziamo verso la fermata del tram che ci deve condurre al castello fuori Monaco. Nel tragitto incontriamo molte pattuglie della polizia che presidiano la zona (ovviamente il rischio attentati con tutta questa gente è molto alto).

Mi colpisce un pulmino della “Polizei” con megafoni montati sul tetto dai quali viene diffusa… musica pop (quando siamo passati noi mi pare suonassero un pezzo di Lady Gaga). Monaco (e credo la Baviera in generale) è veramente un posto molto allegro. Non lo avrei mai detto. Mi ero sempre immaginato i tedeschi a casa loro molto seri, compassati, un filino tristi. Ero stato in Germania una volta sola per lavoro tanti anni fa a Francoforte e devo dire che l’idea che mi ero fatto era stata abbastanza confermata da quello che avevo visto. Pensavo, quindi, di applicare lo stesso “modello” anche a Monaco. Mi sbagliavo di brutto. La città è molto più viva di quello che immaginavo e i “monacensi” (così si chiamano gli abitanti di Monaco di Baviera) sono parecchio più allegri dell’idea che mi ero fatto.

Un paio di esempi. A Monaco si può fare… il surf. Il mare (ovviamente) è piuttosto lontano ma gli abitanti hanno pensato bene di attrezzare un canale per consentire di effettuare il bello sport con la tavola. Hanno “lavorato” il fondo del canale in modo che il (notevole) flusso d’acqua formi delle onde sulle quali molti surfano con abilità. La volta precedente che siamo stati a Monaco, la Maggie ci ha portato a vedere questo singolare sito di sport acquatico. La cosa bella è che arrivando in prossimità di questo posto si cominciano a vedere persone scalze con la muta intera (ovviamente l’acqua è freddina…), tavole da surf, sembra di essere a Venice in California.

Ci si affaccia da un ponte e si vedono i surfisti che a turno “prendono l’onda” e surfano con abilità nel canale. Il tutto a costo zero. L’acqua è quella del canale e l’unico investimento “una tantum” fatto dal Comune è stato quello di intervenire sull’alveo del canale modificandolo in modo che si creasse l’onda che si forma sempre. Tutti i giorni. Giorno e notte. Ogni volta che vedo queste cose mi domando come mai da noi a nessuno viene in mente di fare una cosa simile. O almeno, anche solo, di copiarla… eppure di fiumi noi a Torino ne abbiamo ben tre…

Surfisti “monacensi”

Altro esempio sempre di tipo acquatico. Nel centro di Monaco c’è un grandissimo parco pubblico che si chiama “English Garden”, un vero “polmone verde” della città dove, peraltro, sono presenti numerosi altri parchi.

Comunque questo “giardino inglese” è attraversato da un canale (se non sbaglio lo stesso canale che viene usato dai surfisti). Durante l’estate, uno dei divertimenti degli abitanti della città è quello di entrare in questo canale, farsi trasportare dalla corrente per un bel tratto all’interno del parco e poi uscire, prendere un mezzo pubblico e tornare alla partenza per recuperare le vesti asciutte ed eventualmente farsi un altro “giro” nel canale. Ora, sarei veramente molto curioso di vedere queste persone bagnate e (presumibilmente) poco vestite (magari scalze) salire su un tram o un bus insieme con gli altri passeggeri… questo è lo spirito degli abitanti di Monaco. Niente di più lontano dall’idea che mi ero fatto io.

Arriviamo alla fermata del tram quasi alle 17, al che diventa abbastanza evidente che è troppo tardi per imbarcarci in altre visite. Optiamo per un bel baruccio di studenti vicino ad un teatro a raccontarci le cose nostre. A parlare di lavori all’estero e… di possibili rientri in Italia anche se ormai, dopo 3 Erasmus e due esperienze lavorative in altrettanti Paesi europei (Belgio e Germania), un po’ ci siamo abituati alla lontananza della figliola e anche a fare i “turisti a rimorchio”, nel senso che dove va lei, dopo un po’ arriviamo anche noi…

Passiamo a recuperare i nostri trolley e via verso l’aeroporto a bordo di un Uber. Durante il percorso di avvicinamento all’aeroscalo passiamo a fianco all’Allianz Arena, lo stadio dove gioca lo squadrone del Bayern Monaco. La vista notturna dello stadio ê particolarmente suggestiva.

Una sorta di enorme disco volante illuminato di colore arancione. Bellissimo. Penso che anche noi a Torino abbiamo uno stadio con un nome simile, l’Allianz Stadium dove gioca la Juventus, ma, non me ne vogliano gli juventini, l’impianto torinese sembra costruito un secolo prima. Lo stesso vale per lo stadio dove gioca il Torino, il campo Grande Torino il quale, come scusante, ha il fatto di essere stato realizzato più di 70 anni prima dello stadio di Monaco.

L’Allianz Arena di Monaco di Baviera

Con noi al gate c’è anche Alberto in quanto pure lui torna a Torino con il nostro volo, il quale volo è in ritardo di più di un’ora (tanto per cambiare).  Io e Alberto ne approfittiamo per disputare due combattute partite a calciobalilla. Infatti, tanto per confermare ulteriormente, la “giocosità” dei tedeschi di Baviera, hanno ben pensato di collocare nella zona partenze 3 bellissimi calciobalilla di quelli con il vetro che copre il campo. Ovviamente sono gratuiti. Le palline escono dal solito buco laterale e sono protette da due barrette di ferro che permettono di infilare le dita e di spingere la pallina nell’apposito foro che la immette nel campo di gioco, ma non di asportare la pallina (giocosi sì ma non fessi…). Il risultato della doppia sfida… ehm… non mi ricordo bene… mi sembra che… vabbè, le ha vinte Alberto entrambe ma dopo battaglie epiche (11 a 9 e 13 a 11). Sudato come se avessi fatto una gita di skialp (Alberto molto meno…) saliamo sul piccolo aereo della Air Dolomiti (un po’ di montagna anche nella compagnia aerea…) che ci riporta a Torino.

Siamo a casa. Prima di tutto sistemiamo i nostri acquisti fatti da Schuster. Le mie scarpette finiscono dentro un sacchetto impilate nell’armadio metallico del terrazzo insieme con tutte le altre calzature da montagna. La Carla deve sistemare il regalino per il collega e utilizza una busta di carta di Schuster uguale come grafica a quella che ospitava i nostri acquisti ma più piccola, retaggio di un regalo che Margherita e Alberto mi avevano fatto nel primo viaggio a Monaco. Mentre guardo il sacchetto che ospiterà il regalino, mi cade l’occhio sulla parola riportata su entrambe le facciate del sacchetto (con caratteri molto più grandi del nome del negozio…). C’è scritto “Servus”. Quanto mi piace la cura nei dettagli dei tedeschi….

Il sacchetto di Schuster con la parola “Servus” che i montagnini tedeschi si scambiano incrociandosi.
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2 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    A dispetto della lunghezza del testo (non facilmente compatibile con i tempi a disposizione per la “lettura di piacere” in una giornata feriale, purtroppo “infestata” dal bombardamento degli impegni di lavoro…), l’articolo a me è piaciuto molto. Bravo!

    Mi è particolarmente piaciuto l’accenno allo spirito intrinseco di Monaco verso le terre alte (“in città capita di incontrare gente con gli sci a spalle”…) e, su questo terreno, il parallelismo con Torino. In effetti ci sono alcune risvolti in comune fra le due città, anche se temo che i lettori “non torinesi” non saranno fisiologicamente portati a coglierli.

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