Cerro Torre – 08 – Giorgio Spreafico

Ciò che segue è una serie di estratti dal libro di Giorgio Spreafico Enigma Cerro Torre, CDA&Vivalda, 2006.

L’enigma Cerro Torre secondo Giorgio Spreafico
di Giorgio Spreafico

Lo scontro con Messner
Maestri e Messner, dunque. Personalità troppo forti e troppo diverse per non entrare in clamorosa e anche pubblica rotta di collisione. Basta mettersi lì ad aspettare ed è chiaro che prima o poi saranno scintille. Previsione azzeccata. Il primo match memorabile tra i due è a Chieri, in Piemonte, non lontano da Torino. Maestri è lì per raccontare la sua fresca scalata, una delle tante serate da star in giro per l’Italia. Messner è in zona e non vuole perdere l’occasione per toccare con mano. Sente cose che non gli piacciono, e fuori dal teatro, al termine della conferenza, affronta l’alpinista trentino e lo accusa di non essere andato in cima al Torre, di non avere completato l’ascensione. L’altro scatta come una molla, grida che il suo è un alpinismo umano, e aggiunge che i supererei infallibili non gli sono mai piaciuti. Poi gli scappa una parola di troppo, o forse non gli scappa, ma piuttosto la cerca con cura e la piazza con la precisione di un chiodo ben messo: “Nazista».

Messner, che viene trattenuto per evitare il peggio, chiude il caso con un altro uno-due di accuse: “II tuo è un falso e i falsi distruggono l’alpinismo».

Reperti della spedizione del 1959 recuperati in parete: spezzone di corda, chiodi a pressione, perforatore e mazzetta. Foto: Giorgio Spreafico dall’Archivio di Ermanno Salvaterra.

La resa dei conti è solo rinviata, però, e arriva più in là a Madonna di Campiglio, tutto fuorché in campo neutro dunque. È l’agosto del 1974, la sera di un ‘Incontro-scontro tra Maestri e Messner’ annunciato, attesissimo e a tratti furibondo. Reinhold ha già salito due cime di oltre ottomila metri, è appena tornato dal Makalu senza avere raggiunto la vetta e spiega che l’alpinismo non può rimuovere la rinuncia, il dubbio del successo, perché facendolo rimuoverebbe il senso stesso dell’avventura. Sostiene che con i mezzi artificiali di cui si dispone non ci sarebbe più parete capace di respingere un uomo che volesse salirla. Spiega che la differenza, allora, deve farla appunto l’uomo: rispettando regole, dandosi limiti e confini etici e tecnici. Fa il suo lungo giro, Messner, ma poi arriva dove vuole arrivare: a Maestri, che se nell’arrampicata libera è un anticipatore, dunque davvero un grande, in quella artificiale esce dalle regole. E che se addirittura ricorre al compressore, allora è antisportivo. Di più: è un assassino dell’impossibile, dell’ignoto, dell’avventura appunto.

Toni pacati, ma contestazioni forti, botte frontali. E Maestri naturalmente non ci sta. Reagisce. Torna a parlare dell’idealizzazione di Superman, attacca quella che considera un’inaccettabile filosofia del pericolo, va e va finché scomoda Nietzsche e poi disegna ancora una volta, proprio come quella sera a Chieri, scenari nazisti in agguato: in alpinismo meglio la libertà – dice – anzi meglio l’anarchia, meglio comportamenti presi da spezzoni di vita di tutti i giorni. Siamo già in pieno strapiombo, lo vedete. Il gioco dialettico è estremo, l’equilibrio precario, il vuoto alle spalle abissale. È chiaro: chi cade qui si fracassa. Maestri non vuoi cadere: il compressore sul Torre – riprende tra qualche fischio – è stato qualcosa di nuovo. Neppure Messner vuole cadere, e anche lui sfida i fischi: al Torre non hai fatto storia dell’alpinismo, hai fatto il compressorista. Poi, sferzante: la prossima volta prova con l’elicottero, è pur sempre un mezzo nuovo. E via così, in un crescendo di accuse da lite di pianerottolo: bisogna rispettare la tradizione, e chi sei tu per dettare le regole, non hai avuto stile, io uso tecniche moderne, sei fuori dall’alpinismo, no sei tu che ti estranei dal mondo, il nostro è uno sport e deve avere regole, e invece io ti dico che…

Ken Wilson
Forse di ceppi ce ne vorranno due, anzi magari anche tre o quattro… Lo capisco persino stando davanti a un camino a mille e più chilometri di distanza. Lo capisco, lo sento da certe vibrazioni nell’aria che – come onde radio ben modulate – mi arrivano in diretta dalla vecchia Inghilterra, più eccitanti di un buon pezzo rock. Un segnale così forte e chiaro che quasi mi pare di averlo davanti, Wilson: per rispondermi, deve essersi messo comodo e aver rispolverato quel lampo degli occhi che in tanti – negli anni delle sue battaglie di prima linea – hanno conosciuto bene, conosciuto e spesso anche un po’ temuto. Forse ha indugiato tra scaffali e armadi, Ken. Ha frugato andando a colpo sicuro e poi è tornato alla sua scrivania con un plico di carte, lettere, riviste, fotocopie, cartellette, fotografie. Un dossier. Che adesso mi pare quasi di vedere impilato in bell’ordine, a portata di mano, perché tutto quel che c’è da dire potrebbe avere bisogno di pezze di appoggio e allora, allora è meglio portarsi avanti.

Sta tutto lì, quel che resta da capire? Rassicurante. O forse no, perché rassicurante non è proprio la parola giusta. In fondo Wilson ha passato un bel pezzo di vita a raccontarci che, sognando e salendo con il pensiero il Cerro Torre, abbiamo sempre seguito le tracce sbagliate, abbiamo dato retta a voci in realtà da prendere con pinze e contropinze, a dirci che insomma ci siamo costruiti un castello di idee non solo da realtà virtuale, ma anche distorta. Una fortezza, dunque, da tirar giù sparando a mitraglia e a palle incatenate. Che c’è di rassicurante, appunto, in un crollo di certezze? Niente. Eppure almeno un punto fermo c’è, ed è già anche un punto d’appoggio: grazie al mio computer e alla posta elettronica sono proprio davanti alla persona giusta, all’uomo che può spiegarmi molte della ragioni per le quali siamo arrivati al punto in cui siamo.

7 febbraio 1958: Cesare Maestri (a sinistra) incontra Walter Bonatti, che con Carlo Mauri l’ha appena preceduto sulla vetta del Cerro Adela Sur. Archivio Folco Doro Altan, cortesia Rolando Garibotti.

“Vedi» mi dice dunque Wilson “il Cerro Torre è una cosa speciale anche per me. È una vetta magnifica, stupefacente. Ma un giorno è arrivato Maestri, e ciò che lui ha fatto, ciò che lui ha detto, ha rovinato per sempre la storia di quella montagna. È questo che non può essere accettato, ed è proprio quel che io ho fatto, in fondo: non l’ho accettato, no e poi no. Non perché ce l’avessi con Maestri, ci mancherebbe. Ma per un dovere in primo luogo professionale. Bisogna capirsi. Bisogna comprendere fino in fondo, per cominciare, qual è la responsabilità dell’editore di una rivista internazionale di alpinismo. Se stai seduto su quella sedia non è che puoi berti qualunque cosa venga raccontata in giro. Lo so, c’è chi dice che ci sarebbe una certa tradizione secondo la quale ciò che gli alpinisti dicono di aver fatto, bene, va preso per buono. Sai come la penso io, su questa cosa? Penso che sia un ingenuo nonsenso. Perché, soprattutto durante la mia stagione di lavoro a capo di Mountain, in realtà ho dovuto occuparmi di un gran numero di dichiarazioni fasulle fatte da alpinisti. Il mio compito, insomma, era chiaramente anche questo: essere garante della veridicità di ciò che pubblicavo. È quanto mi ha insegnato Toni Hiebeler, del resto, perché il mio maestro è stato lui”.

Hiebeler, vi dice qualcosa questo nome? Ve lo dice sì. L’uomo della grandiosa prima invernale del 1961 alla Nord dell’Eiger con Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt e Walter Almberger. L’uomo della prima invernale, due anni dopo, alla Solleder in Civetta con Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli. Insomma, un alpinista formidabile, ma anche un eccellente giornalista di montagna, guidato da un rigore e da una competenza tecnica con pochi uguali.

Toni Egger. Archivio Eduard Müller

Per portarmi alle sorgenti della sua formazione investigativa applicata ai territori verticali delle scalate, Wilson mi racconta: “Toni era responsabile di Alpinismus negli anni sessanta e dovette occuparsi di un paio di falsi annunci di scalata del Linceul alle Grandes Jorasses, al tempo uno dei maggiori ‘ultimi problemi’ delle Alpi. Immagino che avesse informatori attenti e fidati, amici che gli fecero rapporto da Chamonix. Ma quel che conta, credo, fu che inseguì quegli alpinisti disinvolti con i suoi avvertimenti finché non fu loro chiaro che, nel loro stesso interesse, non avrebbero potuto continuare a raccontare balle. Una lezione, per me e per il mio lavoro. Così, quando ho incrociato la storia del Torre, io non ho avuto troppi dubbi su cosa dovessi fare: ero sicuro che la mia fosse un’inchiesta ragionevole, necessaria, e che soprattutto fosse nell’interesse del mondo alpinistico. Per questo, in fondo, non mi sono mai sentito solo nell’affrontare quella specie di battaglia».

“Non che ce l’avessi con Maestri» sottolinea Ken. E come per confermarmelo, per condurmi all’inizio di tutto, mi ricorda che fu proprio lui a dare voce all’alpinista italiano al di là della Manica: “Sono stato il primo a pubblicare Maestri in Inghilterra, e questo è accaduto con la traduzione di quel suo articolo del 1960 apparso su La Montagne, un testo che riproposi nell’autunno del ’68 su Mountain Craft. Da allora ho dato alle stampe alcuni altri suoi interventi apparsi in Italia, e sotto la mia direzione Mountain ha fatto ogni sforzo per far conoscere le sue testimonianze, in particolare quelle contenute nei primi racconti della scalata. È pur vero che i libri di Maestri in Inghilterra non sono stati editi, ma non si può dire insomma che noi si sia stati a digiuno di informazioni di prima mano sul Torre. E se è accaduto, ci ho messo del mio».

II problema, che è poi lo scontro arrivato a segnare un’intera epoca dei dibattiti alpinistici internazionali, è venuto dopo, strada facendo.

Se pensate che Maestri e Wilson a proposito del Torre non siano d’accordo su nulla, però, vi sbagliate. In realtà c’è qualcosa su cui in qualche modo convergono, ed è il fatto che l’epicentro del terremoto che sarebbe venuto bisogna rintracciarlo nel 1968, risalendo su su fino alla spedizione di Haston e compagni sulla cresta sud-est. Ricordate? Maestri dice che gli inglesi erano così sicuri di sé, così abbagliati e così convinti della loro forza e tecnica, che non poterono accettare la sconfitta. E che – semplificando – gli si rivoltarono contro una volta ritrovatisi accusati di incapacità.

Wilson ammette che sì, che tutto – consapevoli o no che se ne fosse al momento – cominciò proprio allora, proprio da lì, ma a distanza di quasi quarant’anni rilegge i fatti in modo diverso: “Gli inglesi erano stati ispirati dal racconto di Maestri su La Montagne e, dopo i successi che i nostri alpinisti avevano ottenuto in Patagonia alla Poincenot e alla Torre Centrale del Paine, una nuova via al Cerro Torre era del resto un obiettivo ovvio, logico. Quello del ’68 era un team formidabile: Crew e Boysen avevano alle spalle anche le salite del Phillip-Flamm, Burke era uno specialista di grandi scalate invernali, Haston aveva risolto addirittura la Diretta dell’Eiger, Fonrouge era l’uomo della Supercanaleta al Fitz Roy. Insomma, erano una squadra molto, molto forte. Toccò con mano la vera natura del Torre, quella che ha sempre sconcertato e spesso sconfitto gli alpinisti che fino ai nostri giorni l’hanno sperimentata, a meno che non si siano mossi sulla via del Compressore. Avevo degli amici, in quel gruppo: sapevo di potermi fidare dei loro giudizi. Nel gennaio del 1969, sul primo numero di Mountain, io però pubblicai un elenco delle salite più importanti nella storia dell’alpinismo. E in quell’elenco alcune ascensioni erano evidenziate in grassetto, per richiamare ulteriormente l’attenzione sul loro significato, cioè sulla loro decisiva rilevanza. Bene, in questa seconda lista più ristretta inserii anche il Cerro Torre del 1959. Un errore, con il senno di poi, e non il solo tra l’altro, visto che non riservai il cambio di carattere di stampa, dunque la sottolineatura che invece l’impresa avrebbe meritato, all’ascensione del Broad Peak del 1958. Un errore che dice però come al tempo non avessi ancora maturato un serio dubbio che le cose potessero essere andate diversamente da come ci era stato raccontato. E ciò nonostante Crew e compagni avessero detto la loro e dunque mi avessero messo sull’avviso: ehi, stacci attento, quella storia forse andrebbe riverificata. Come dire? Quella sollecitazione per me è rimasta quasi un retropensiero, allora: tutto sommato, le cose mi parevano abbastanza convincenti.

1970: reduce dalla Via del Compressore sul Cerro Torre, Maestri dona la sua piccozza all’onorevole trentino Flaminio Piccoli. Archivio quotidiano L’Adige.

Così, in realtà, è stato quando Carlo Mauri ha scritto quel che ha scritto, dopo il suo tentativo a vuoto del 1970 sulla parete ovest, che i campanelli d’allarme hanno cominciato a suonarmi in testa in modo assordante. Ripensandoci, a quel punto ho messo a fuoco il dubbio che, gli inglesi prima e il lecchese poi, forse avevano conosciuto il vero Cerro Torre, mentre Maestri e Fava no. Le perplessità e le convinzioni degli scalatori respinti divennero insomma buon materiale per il mio lavoro. Loro suggerivano che la salita di Egger e Maestri, se davvero c’era stata, doveva essere considerata qualcosa di eccezionale, che indicava all’alpinismo mondiale una strada molto, molto più avanzata. Troppo. Invitavano più o meno esplicitamente a trattare con grande scetticismo tutto quanto riguardava l’ascensione del ’59. E a quel punto, cioè una volta verificate e riverificate sul campo le vere difficoltà della montagna, quel racconto ormai vecchio di una dozzina d’anni appariva decisamente futuristico anche a me, e in modo persino ridicolo».

Ridicolo? Maestri salterebbe sulla poltrona. Mostrerebbe denti e artigli come e più di quel giorno del 1972 a Madonna di Campiglio. Lancerebbe di nuovo la sua sfida paradossale perché improponibile a quell’inglese dissacratore: vediamocela tra noi, là fuori, vediamocela in parete. Vecchie ruggini, coltivate con puntiglio a distanza, appena scartavetrate – e neanche in modo convinto – nei rari incontri faccia a faccia. Che sono stati tre. Il primo nel cuore del Brenta, appunto, quando la chiacchierata tra il giornalista esperto di montagna e il grande alpinista è stata per un po’ sospesa tra buonumore e un che di altezzosità, restando però sempre ben ancorata agli argomenti, finché non ha finito con il toccare il fatidico tasto del 1959. Due anni dopo, il meeting del British Mountain Council a Buxton: sorrisi, cortesia e buona ospitalità, come raccontano le immagini ricordo. A fine anni novanta, poi, l’appuntamento al convegno di Male sul Torre: un incontro a rispettosa distanza fatto di silenzi incrociati e di frasi caute, di foto riprese lavorando di zoom tra platea e palco, di domande trattenute forse per non turbare quella che comunque era stata pensata come una festa.

Chissà che accadrebbe, oggi, se Wilson e Maestri dovessero ritrovarsi faccia a faccia senza vincoli e remore, senza forme da rispettare né buona educazione cui attingere, lontani da testimoni indiscreti. Nella stessa stanza: loro, soli. Sistemati uno in un angolo, l’altro all’estremo opposto. Occhiate di traverso, un annusarsi ostile. Dopo di che, di sicuro, ma proprio di sicuro, un duello di sguardi dritti e taglienti, silenziosi e loquaci: spiacente, nulla da ritrattare, nulla di cui pentirmi. Ma poi, poi forse Wilson cercherebbe di non perdere l’occasione della vita offertagli dalla macchina del tempo. Forse cercherebbe di riprendere l’intervista burrascosa di Madonna di Campiglio là dove era stata interrotta, per scavare e ancora scavare. Chissà che ne uscirebbe, oggi.

1972: Maestri a Madonna di Campiglio durante l’intervista di Ken Wilson, direttore di Mountain. Archivio Ken Wilson.

Wilson probabilmente sorride, davanti al suo computer. Non gli va di fantasticare: non è un gioco che lo affascini, che lo tenti. Quando gli chiedo di immaginarsi anziano davanti a un camino, circondato da ragazzini curiosi, quando gli chiedo come racconterebbe loro la favola del Torre, non ci prova nemmeno a darmi corda. “Silly question. No comment» taglia corto.

Già, domanda futile. Forse di più: sciocca. Nella sua risposta in fondo c’è una specie di marchio di fabbrica: datemi un fatto, vi solleverò il mondo. Cosa dicono i fatti, Ken?

“Dicono che per lo più le risposte di Maestri a proposito del Torre sono state iperboliche, eccessive. Per me è un segnale chiaro: è quel che mi aspetto da chi stia cercando di evitare domande scomode, che lo indagherebbero troppo in profondità mettendolo a nudo.

Lui ha spesso ripetuto che il Torre ha distrutto la sua vita, che vorrebbe cancellarlo dalla faccia della terra. Beh, lo capisco. Immagino che convivere con una bugia per così tanto tempo sia un peso molto grande e molto difficile da sopportare”.

E se fosse solo confuso, Maestri? Se non ricordasse? Potrebbe forse aggiungere qualcosa oggi, a distanza di tanto tempo?

“È vero, è passato molto tempo. Ma io immagino che se lui avesse davvero fatto quella scalata, sarebbe in grado di offrircene un ragionevole e convincente racconto. Non conosco nessun altro alpinista di punta nel mondo, dico nessuno, che non riesca a ricordare i principali dettagli delle sue più grandi ascensioni e che non sia in condizione di riferirne con una buona affidabilità. Semplicemente, credo che Maestri questo non possa farlo. È Fava che potrebbe aiutarci, la chiave di tutto potrebbe essere lui”.

Cesarino Fava, il terzo uomo del Torre. Altro incontro dai risvolti tempestosi, per Wilson. Fava che – scopro – è anche un rimpianto, forse l’unico, nella storia che lega per sempre il giornalista inglese alla montagna più bella e difficile del mondo e anche, probabilmente anzi persino di più, ai suoi controversi protagonisti.

1974: al meeting del British Mountain Council di Buxton. Wilson mostra a Maestri l’ultimo numero di Mountain. Foto: Kurt Diemberger.

Che mi ha detto Ken proprio all’inizio di questa nostra chiacchierata? Mi ha detto di essere stato convinto fin dal primo momento che la sua inchiesta fosse ragionevole e condotta nell’interesse stesso dell’alpinismo mondiale. Ed è questo il rammarico che lui sembra portarsi dentro: quello di essersi giocato la sola occasione che avrebbe potuto consentirgli di arrivare all’ultima stoccata del suo duello in nome della verità. Era Fava, quell’occasione. Era l’incontro a casa sua, a Male nel 1994, per un’apparente pacificazione dopo le scintille a distanza di cui abbiamo parlato, le scintille diventate parole pesanti e maleodoranti messe nero su bianco, affidate a una lettera rimasta agli atti e ora sepolta a metà pila nel dossier che Wilson forse ha accanto a sé sulla scrivania.

Quando gli domando se rifarebbe ogni cosa e ogni mossa, nel duello del Torre, Ken mi risponde con un sì. Ma aggiunge anche che, soprattutto, ritenterebbe di parlare con Fava. E lo aggiunge rifacendosi proprio al faccia a faccia dal quale sulle prime uscì piuttosto convinto che Cesarino, almeno lui, dicesse la verità sulla sua salita fino al Colle della Conquista.

“La mia intervista di allora in realtà fu troppo veloce e superficiale» ammette oggi Wilson, che giustifica la tardiva resa dei conti con il vecchio compagno di Maestri con la cessione della rivista Mountain e dunque, in qualche modo, con una sua inevitabile uscita di scena dal fronte della polemica più ribollente e più sistematicamente alimentata. “Avevamo tutti e due poco tempo, e come se non bastasse l’interprete era stata rintracciata frettolosamente e non si intendeva per niente di alpinismo. Fava è un tipo molto simpatico e inizialmente, è vero, l’ho trovato convincente. Mi avevano ben impressionato il suo comportamento in generale e la sua prontezza di risposta, e poi il fatto che avesse appesa a una parete una foto molto bella del colle, ripresa da un piano sopra una calotta di ghiaccio. Tutto questo era esattamente ciò che mi aspettavo da qualcuno che avesse effettivamente fatto ciò che andava raccontando”.

Un avverbio: inizialmente. E poi tempi dei verbi virati al passato. Se quella attorno al Torre è un’inchiesta, questi non sono solo due dettagli ma piuttosto due indizi. E quel che fanno sospettare è un cambio di atteggiamento, un ritorno sui propri passi frutto di valutazioni più meditate. È così? È così.

Wilson da anche un nome e cognome, a questo suo percorso a ritroso: Ermanno Salvaterra. Cita l’alpinista trentino come l’interlocutore delle riflessioni sul nuovo materiale raccolto a Male. Lo cita come socio di cordata in questa fase della sua salita investigativa, a tavolino, lungo i fianchi del Grido di Pietra.

“Dopo l’incontro con Fava mi resi conto che avevo bisogno di risposte dettagliate a domande precise circa la sua discesa solitaria di una grande parete come quella che sta tra il colle e la base del Torre. Seguendo passo passo proprio il filo delle mie domande, non credevo più che quella fosse la verità. Chiesi a Ermanno di acquisire per me le informazioni. Dovevo escludere Cesarino dalla mia inchiesta e in realtà non avevo tutti gli elementi per farlo. Già nel ’77, in quella sua lettera, Fava mi aveva praticamente detto di levarmi dai piedi, anche se più avanti mi aveva fatto poi capire che era stato solo per la sua rabbia legata alla faccenda del compressore.

A sinistra, Michael Bearzi. Foto: J. Heilprin. A destra, Alan Kearney. Archivio Kearney.

La teoria del fallimento della spedizione del ’59 già nella parte bassa della parete, cioè la teoria abbracciata dai cosiddetti superscettici, a quel punto era ormai nata, perché c’era stata la spedizione di Bragg, Donini e Wilson alla Torre Egger. Ma fino a quel momento, fino alla lettera di Fava, pensavo che il gruppo avesse raggiunto il colle e che i dubbi fossero relativi solo a quanto era accaduto più sopra: ritenevo improbabile che ci fosse stata addirittura una cospirazione, cioè un accordo nella menzogna. Invece, dopo quella lettera di Cesarino, dopo l’intervista in definitiva insoddisfacente con lui e dopo i chiarimenti di Ermanno, quel secondo scenario mi appariva molto, molto più probabile”.

Un’ipotesi, forse una convinzione, non un fatto incontrovertibile però. Ed è proprio questo il rammarico che Wilson si porta dietro: non essere riuscito a muovere un altro passo in direzione della verità.

“Fava, Fava, Fava. È lui la possibile chiave, oggi. Sono convinto che se fosse interrogato in modo serio e sistematico, allora l’intera storia della sua discesa dal Colle della Conquista collasserebbe, e questo automaticamente dimostrerebbe la falsità delle dichiarazioni di Maestri. Quel che tutti stiamo cercando di fare, in fondo, è comprendere cosa esattamente accadde lassù e perché Fava e Maestri si siano accordati così strettamente per sostenere la loro storia”.

Chi saprebbe raccontarcelo, oltre a loro? Toni Egger, solo Toni Egger. Lui non c’è più, ma siamo autorizzati per questo a non parlarne? Come prescindere dal suo valore di alpinista girando e rigirando attorno a quella che alla fine potrebbe essere stata la sua più grande e straordinaria impresa? Non credo, non sarebbe giusto. Perché ci sono dei fatti che parlano per Egger. E tra questi, per esempio, c’è lo Jirishanca. Giusto Ken? Giusto, riconosce lui. “Lo Jirishanca, sì. Ho verificato, e il racconto di quella scalata ha retto all’esame. Una bella salita, davvero. Egger doveva essere un grande specialista del ghiaccio, anche se a mio avviso non straordinario, diversamente da come lo dipinse Hiebeler su Alpinismus. In ogni caso possiamo convenire sul valore tecnico di Toni.

Quel che conta però è un’altra cosa, oggi. Molti fortissimi ghiacciatori, e con a disposizione il materiale migliore e più moderno, sono ormai stati sul Cerro Torre. E se dovessimo dare credito a quella prima scalata, dovremmo anche accettare che nessuno sia mai più stato all’altezza della performance del ’59. Mi sembra un po’ troppo, francamente. Così io penso che il valore di Egger sia stato in realtà amplificato da Maestri per dare l’impressione che Toni fosse in qualche modo eccezionale, il che invece a me sembra molto improbabile”.

Wilson dunque mi fa capire che anche questa presunta mistificazione (presunta per me, beninteso, certa per lui) andrebbe messa sul conto del Ragno delle Dolomiti al momento di una sorta di giudizio universale alpinistico che arrivasse, un giorno, a separare il grano dalla pula. Ma se sullo scranne della pubblica accusa ci fosse lui, Ken, avrebbe molto altro da aggiungere al capo d’imputazione. E la via del Compressore sarebbe un punto centrale delle sue contestazioni a Maestri.

“Quella scalata sulla cresta sud-est è stata uno dei più grandi oltraggi della storia dell’alpinismo. Come posso dire? È stato il furto impudente di una delle più belle montagne del mondo. La stranezza è che se Maestri oggi ammettesse che quella prima volta sulla Nord le cose non andarono come ce le ha sempre raccontate, se lo facesse, il suo tentativo del ’59 meriterebbe comunque un po’ di applausi, anche se magari non proprio un’ovazione. La via del Compressore invece, quella mostruosità nata quasi per vendetta, dovrebbe essere del tutto cancellata dalla faccia della terra. Perché finalmente ci sarebbe stato detto dal suo stesso autore che, in realtà, non c’era ragione di vendicare nulla, non c’era motivo per tutto quell’astio che si materializzò in un progetto alpinistico senza senso”.

A sinistra, Dave Carman; a destra, Carlos Comesaña. Foto: Daniele Chiappa.

Non stiamo esagerando, Ken? D’accordo lo sconcerto e la contestazione dei contemporanei. Ma se ci guardiamo attorno oggi, in parete – beninteso quando di mezzo c’è l’apertura di una nuova via – non facciamo altro che vedere piccoli trapani, non facciamo altro che sentire il ronzio del loro motore elettrico, il sibilo delle loro punte di metallo speciale che forano la roccia. Non è che in fondo potremmo liquidarla così, la faccenda? Con una provocazione che potrebbe magari nascondere anche una piccola verità, dico: il compressore come anticipazione di quel che sarebbe venuto poi.

Wilson un ragionamento così proprio non lo può accettare.

“Insomma, Maestri come una sorta geniale precursore? Ma per piacere, per piacere. Non ci sono stati errori di giudizio, nel valutare quella sua scalata meccanizzata, dunque non ci sono revisioni critiche alle quali applicarsi. La via del Compressore è stata semplicemente una sventura. Punto. E se proprio vogliamo fare quel parallelo, collegando la follia del ’70 al Torre ai comportamenti dei nostri giorni, allora dobbiamo semplicemente dire che sventura ha figliato sventura. Perché molti scalatori moderni hanno fatto un uso altrettanto cattivo dei loro piccoli trapani a batteria. Quei maledetti aggeggi ormai sono una sorta di coltello puntato alla gola di ogni parete alla quale un alpinista si avvicini”.

Lo sguardo che dall’Inghilterra si spinge verso il Cerro Torre è dunque uno sguardo non solo febbrile e indagatore, ma anche carico di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, cioè per un testa a testa che sulla cresta sud-est si sarebbe dovuto affrontare con un’etica rispettosa, con uno stile completamente diverso. E quando quello sguardo si posa sulla fatidica Nord, quasi ripassa convinzioni cullate da sempre.

“Ricordiamoci che, in base al racconto fatto da Maestri a proposito di quella parete, la rampa che sale verso il colle sarebbe dovuta essere molto impegnativa e che invece molti alpinisti ormai l’hanno salita trovandola facile. Ricordiamo che ci sono frammenti di corda ritrovati in un canale, elementi certi che suggeriscono eventi o disgrazie accaduti proprio lì. Ricordiamo che da un certo punto in avanti, un punto ancora molto basso sulla montagna, non sono state rinvenute tracce della prima asserita scalata e che non c’è una sola logica e credibile spiegazione di questo fatto, una sola, che possa confermare la realtà di quell’ascensione. La Nord è un osso duro, durissimo. È una formidabile parete di granito compatto, coperta di ghiaccio e come non bastasse difesa anche da una estrema variabilità meteorologica. Ma non ho dubbi: quando sarà stata scalata e riscalata, sarà molto importante guardare con occhi diversi anche alla cresta sud-est, salendola finalmente con mezzi leali per verificare se davvero – come ha sostenuto Maestri – è più facile rispetto al versante settentrionale. Se così fosse allora la via del Compressore dovrebbe essere semplicemente smantellata. Solo in questo modo la montagna potrebbe essere vista in tutto il suo splendore e anche sfidata per quello che davvero è, non più come un relitto devastato e insultato, ma come una cima orgogliosa che soltanto i migliori possono sperare di scalare”.

Ci sono stati i Ragni, tra quei migliori. E non è un segreto che Wilson sia stato, da sempre, un grande ammiratore della loro scalata sulla Ovest. Lo conferma pure oggi, e lo fa anche se di quell’impresa gli chiedo un giudizio spietato, ricordandogli il mese di assedio pesante dei lecchesi contro i ‘tre giorni tre’ spesi nove anni prima sulla Supercanaleta del Fitz Roy dalla leggerissima cordata di Fonrouge e Comesaña.

“Come la penso, lo si sa. Credo che la scalata dei Ragni dovrebbe davvero essere non solo accreditata, ma anche acclamata come la prima ascensione del Cerro Torre. Chiaramente quella della Supercanaleta è stata un’ascensione favolosa, che ha indicato la via del futuro, ma ciò che conosciamo del Grido di Pietra ci consente di dire che questa montagna non può essere scalata a passo di corsa come il Fitz Roy. Quel che si può aggiungere è anche che i protagonisti di quei due exploit fecero del loro meglio secondo l’etica prevalente dei loro giorni.

Nel ’74 la prima salita del Cerro Torre era l’obiettivo fondamentale, era il risultato che oscurava ogni altro risultato, e l’approccio dei lecchesi può ben essere stato un po’ distorto sul piano dello stile da quanto era accaduto in precedenza, dunque proprio dalle spedizioni di Maestri. Con tutto ciò, prima che fosse disponibile materiale tecnico più evoluto, quella dei Ragni fu ugualmente una splendida vittoria. Splendida”.

Mai dubitato di quell’impresa?

“Quattro alpinisti sono sbucati in cima e tutti hanno fornito solidi racconti, corredati da foto di scalata sul Fungo. Un’ulteriore prova è data poi dal fatto che la via è stata ripetuta senza troppe difficoltà quando la si è trovata nelle migliori condizioni.

Non è difficile, in fondo, valutare una scalata, voglio dire decidere se darle credito o meno. Di solito è sufficiente un racconto credibile supportato da altre solide testimonianze, un racconto che quadri con quanto riscontrato in occasione di ripetizioni della stessa via. Una complessiva immagine di veridicità non deve mancare, ecco, e se poi ci troviamo davanti anche a delle immagini, tanto meglio. Tutto questo si è puntualmente verifica to, per la salita dei Ragni”.

Un modo per farmi capire che a suo tempo, nel ’74, Wilson si è comportato con l’ascensione dei lecchesi così come con ogni altra impresa alpinistica di cui si è dovuto occupare per ragioni professionali: attenta verifica degli elementi a disposizione prima del ‘visto si stampi’ diventato anche una certificazione di autenticità. Insiste, l’ex direttore di Mountain: questa è una responsabilità alla quale chi fa informazione applicata al mondo della montagna non si può sottrarre.

“Alle scalate fatte o non fatte si lega il prestigio dì un alpinista, e oggi naturalmente anche la sua possibilità di ottenere sponsorizzazioni commerciali. Tutto ciò fa sì che il rischio di falsi, un rischio che pure troppi ancora sottovalutano, sia destinato in realtà a essere sempre maggiore. Per questo occorre alzare la guardia. Per questo va aumentato il livello di sorveglianza. Giornalisti ed editori hanno il dovere di chiedere e il diritto di ottenere resoconti credibili, e se ciò non accade non devono per forza di cose concludere che l’alpinista che hanno di fronte sia un bugiardo, no. Devono semplicemente aggiungere ai loro articoli una postilla: ‘Un attendibile e credibile elemento a supporto di quanto dichiarato al momento non è ancora disponibile’. È così difficile”?

No che non lo è. Ma il Torre di Maestri, Egger e Fava appartiene al passato, per quanto sia ancora così presente nel dibattito alpinistico internazionale. Come è possibile oggi guidarlo fuori dal vicolo cieco imboccato decine di anni fa? Tenetevi forte: con un processo.

È questo che mi suggerisce Wilson, è questo anzi che mi propone, che reclama. Un giudizio? Un tribunale? Sì, è proprio quel che chiede oggi l’uomo che per primo e che più di ogni altro ha scosso dalle fondamenta l’epopea del Torre. Niente magistrati togati, s’intende. Un giurì d’onore, piuttosto, qualcosa che potremmo definire un ‘giudizio dei pari’: pochi e selezionati scalatori o esperti di mountaineering che tutti insieme, tutti profondi conoscitori del Cerro Torre e tutti radunati nello stesso luogo e nello stesso giorno, interroghino le parti. Che non si accontentino di risposte evasive (e anzi le considerino alla stregua di tentativi di nascondere la verità), che soppesino le risultanze, e poi valutino a uno a uno e tutti insieme gli elementi per giungere infine al verdetto.

Wilson ci si appassiona, parlandone, ma si chiama fuori dalla tentazione di far parte di quella corte e mi conferma che le sue domande, se può interessarmi, sarebbero in ogni caso quelle scomode di sempre.

“Sì, quasi un processo, quasi un tribunale. E credo che il giudizio dovrebbe vedere mobilitati come protagonisti anzitutto gli italiani. Perché non può lasciare indifferenti il rischio che le nuove generazioni di alpinisti italiani, in primo luogo loro, non abbiano alcuna idea dei dubbi che circondano quella che è stata definita la più grande scalata di ogni tempo, la scalata che proprio un loro connazionale dice di avere compiuto. Quando Silvia Metzeltin e Gino Buscaini stavano preparando il loro libro sulla Patagonia, io ho mandato loro tutto il mio materiale sperando che volessero risolvere la questione. Scelsero di non farlo. Nel capitolo sul Cerro Torre, diversamente da quanto avviene nella loro trattazione delle altre montagne, non ci sono schizzi con dettagliate annotazioni: il loro racconto della scalata del ’59 manca di ogni serio particolare ed è niente più di una rielaborazione di quando era già apparso in precedenza. Io considero questa scelta molto triste, proprio perché per il resto quel libro è straordinariamente autorevole. Silvia e Gino hanno rifiutato di guardare in faccia le domande che pendono sul Cerro Torre e le hanno semplicemente scansate. Eppure c’è un contrasto tra il racconto di quella prima salita e la maggior parte della convincente documentazione offerta a proposito delle altre ascensioni. E se questo contrasto esiste, suppongo che ciò ci metta necessariamente di fronte a un problema, dunque a qualcosa di sbagliato. Ecco perché il libro di Metzeltin e Buscaini è così importante in questa faccenda. Ecco perché ogni sua futura edizione dovrebbe essere corredata di quella sorta di clausola condizionale a proposito della spedizione al Torre del ’59: ‘Un attendibile elemento a supporto di quanto dichiarato non è disponibile’. Lo stesso tracciato della via andrebbe cancellato dallo schizzo della parete nord. Oggi abbiamo abbastanza elementi, credo, per dire che Maestri e Fava non hanno fornito un resoconto credibile”.

E dunque, insiste l’ex direttore di Mountain, abbiamo anche buone ragioni per istruire quel benedetto processo che ci potrebbe forse spalancare una via d’uscita nel fondo buio del nostro vicolo cieco. È una richiesta formale, certo che lo è. Con tanto di indicazione per la composizione del collegio: “Silvia Metzeltin, Ermanno Salvaterra, Elio Orlandi, Daniele Chiappa, Maurizio Giarolli. E poi Toni Ponholzer e almeno un altro alpinista austriaco di spicco, e naturalmente Rolando Garibotti, l’italo-argentino che ultimamente più di tutti ha sviscerato la questione del Torre».

Una richiesta formale. Ma anche un sogno, un’utopia, un’ipotesi senza futuro perché è fin troppo chiaro che quel processo non si farà. Gli imputati non verranno in aula non riconoscendo gli avvisi di reato, non potranno essere giudicati in contumacia né lo saranno, perché mancheranno anche i giudici al di là dello scranno. E il Cerro Torre se la riderà da lontano, dall’alto, da quel suo altrove magico e misterioso dove tutto si conosce e dove tutto è gelosamente e silenziosamente custodito.

Michel Bearzi e Alan Kearney
Ma c’è anche chi si è detto convinto che Maestri non fosse poi così confuso, ed è stato l’americano Michael Bearzi – purtroppo morto nel 2002 mentre affrontava l’inviolata parete nord-est del Gyachung Kang, una cima himalayana di 7952 metri – che del Torre poteva parlare con cognizione di causa, avendolo salito nel 1986, in tre giorni lungo la parete ovest, con Erick Winkelmann.

Che diceva Bearzi? Diceva, e lo faceva nel ’94 scrivendo su Mountain Rewiew, che chi sostiene di non avere trovato i canaloni a cinquanta e sessanta gradi che Maestri dichiara di aver seguito nella parte alta della sua via, vicino alla cima, semplicemente si sbaglia. Vale a dire? Vale a dire che non ha guardato nella direzione giusta.

“Qualsiasi deviazione Maestri ed Egger abbiano preso nella parte superiore della cresta nord, alla fine avrebbero dovuto trovarsi nello stesso punto, cioè proprio sulla sommità della cresta, sopra la parete settentrionale. Poiché io ci sono stato, posso dirvi che lì ci sono canaloni di sessanta gradi che si snodano attraverso i funghi di ghiaccio”.

Chi non ne ha parlato, chi non li ha visti – ecco la tesi dell’alpinista americano – evidentemente si è ritrovato su linee che non incrociano quella indicata da Maestri.

Bearzi non aveva certezze sulla scalata del ’59 – non ha mai affermato che venne sicuramente portata a termine – e non aveva elementi di prova da esibire né testimonianze di fede in Maestri nelle quali esibirsi. Nondimeno, la sua rivisitazione del giallo è particolarmente stimolante. Perché offre elementi di prima mano a sostegno della possibilità che l’impresa sia stata effettivamente compiuta.

Argomento numero uno: la velocità di scalata. È vero che la cordata di Mike si mosse sul Torre quasi trent’anni dopo quella italo-austriaca godendo dei vantaggi offerti dai progressi di tecniche e materiali, ma non per questo gli elementi di valutazione offerti da Bearzi non possono essere tenuti nel dovuto conto. Riferendosi sempre alla salita compiuta con Winkelmann sulla Ovest, annotava: “Nel nostro secondo giorno di arrampicata sopra il bivacco sulla sommità dell’Elmo noi abbiamo salito un tiro corto sulla stessa cima, uno sotto l’altra parte di una sella dove l’Elmo confina con la torre principale, quindi a sinistra un passaggio trasversale ascendente che entra nel gran diedro un tempo chiamato couloir ovest, il couloir più impossibile che io abbia mai visto, posto quasi allo stesso livello dell’Elmo. Di lì alla spalla, cinque tiri considerevoli, soprattutto su ghiaccio in quelle condizioni: una distanza verticale di poco meno della metà rispetto a quella dal colle allo stesso punto. I primi tre tiri non sono stati certo più facili di quelli che Maestri ed Egger possono aver incontrato, e gli ultimi due, specialmente quello sulla parete finale strapiombante che Eric ha affrontato da primo, sono stati ragionevolmente molto, molto più duri. Noi abbiamo superato quei tiri in appena sette ore: quel giorno, siamo giunti alla cima in dodici ore. Non portavamo materiale da bivacco come Maestri ed Egger, ma potreste facilmente raddoppiare il nostro tempo di salita e applicarlo alla cordata del ’59, e quanto dice Maestri resterebbe ancora credibile».

Argomento numero due: la difficoltà del fungo sommitale del Torre, circa la cui scalata il racconto dell’alpinista trentino è a dir poco vago. Può essere stato salito, all’epoca, quel gigantesco ammasso di ghiaccio infido e strapiombante? Fortissime cordate che hanno dovuto rinunciare proprio a quegli ultimi passaggi hanno espresso dubbi, avvalorati anche dalla laboriosità e precarietà della fase finale dell’ascensione così come è stata descritta per esempio dai lecchesi – con quel gran tiro delicatissimo e trasversale guidato da Casimiro Ferrari – dopo la loro memorabile vittoria del ’74.

E un fatto comunemente accettato che la forma della gigantesca massa glaciale che costituisce la cuspide della vetta del Torre non sia mai uguale a se stessa, soggetta com’è a crolli parziali ma sempre rovinosi e spettacolari, a rigenerazioni senza regole se non quelle dettate volta per volta dal gioco dei venti e dal lavoro del gelo su una base che cambia costantemente la sua intelaiatura d’appoggio. E allora, se le cose stanno così, non può sorprendere che il Fungo offra o neghi le possibilità di salita volta a volta, in base ai suoi umori mutevoli. Dunque, nulla è possibile dire con sicurezza circa la situazione che Maestri ed Egger incontrarono se davvero arrivarono fin lassù. Ed è proprio questo che Michael Bearzi ha sottolineato legandoci alla sua corda e accompagnandoci negli ultimi metri della sua scalata del 1986: “Eric e io non abbiamo incontrato passaggi insormontabili o comunque cornici o funghi particolarmente difficili mentre procedevamo lungo la nostra via verso la sommità della cresta, con tre tiri lunghi e uno corto. A volte ci siamo trovati di fronte a piccole protuberanze di brina che, per quanto fossero bizzarre, abbiamo superato con estrema velocità. La manovra di aggiramento fortunatamente non è stata necessaria, perché la via diretta per la cima era davanti a noi. Solo Eric è arrivato in vetta: era tardi, la bufera stava montando in modo pauroso, e io ho deciso di non salire i sessanta piedi di quell’ultimo tiro. La nostra esperienza del terreno è stata molto simile a quella raccontata da Maestri».

Lo vedete: non esiste solo il vociare dei contestatori assiepati alla base del Torre. C’è anche chi, prendendo nota delle perplessità che fanno il giro del mondo, raccoglie e offre elementi di valutazione che vanno esattamente nella direzione opposta, e tira le somme senza coltivare certezze ma infilando comunque qualche bel cuneo (e dunque la lama del dubbio) nelle convinzioni altrui.

Un altro americano cammina su queste tracce: si chiama Alan Kearney. Sull’alpinismo patagonico ha scritto un bel libro nei primi anni novanta e lo ha messo in cantiere perché anche lui conosce bene quella regione e le sue montagne. Ha scalato il Fitz Roy e anche il Cerro Torre: nel 1985, con lo svizzero Seda Fuster. Ha toccato con mano, insomma, e la sua è stata la sesta ascensione di sempre lungo la cresta sud-est, lungo la via del Compressore. Anche Kearney dunque può a buon titolo dirci qualcosa sull’enigma e quel che ci racconta, quel che ci spiega è in primo luogo la ragione di tutto questo accapigliarsi attorno alla montagna impossibile: “Forse, se non fosse altro che una massa di neve, ghiaccio e roccia poco attraente e appena verticale non ci sarebbe stato tutto questo fervore né attorno al nome del primo salitore né all’autenticazione della salita. Ma ha ragione Mountain: quella piccola ma formidabile cima è diventata l’archetipo del picco ghiacciato irraggiungibile, è arrivata a incarnare nella sua pienezza lo spirito del superalpinismo».

E dunque? Kearney da credito alla possibilità che il Torre ci abbia messo del suo, nel ’59. Che cioè con un eccezionale manto di ghiaccio abbia reso possibile una rapida salita. Ricorda che lo scalatore americano Charlie Fowler ha incontrato Cesarino Fava nel ’78 in Patagonia e che nelle foto della montagna che proprio Fava gli ha mostrato, foto del ’59, ha visto molto più ghiaccio di quanto non ne avesse mai avuto sotto gli occhi prima.

Scrive Kearney: “Ricordare i dettagli esatti di ogni ascensione non è facile. Forse Maestri non è salito lungo la stessa via poi tentata da altri o ha veramente ricordato come difficile la scalata là dove era stata facile e facile dove invece era stata dura. Ma una leggera deviazione o un errore di linea su una montagna come il Cerro Torre mettono di fronte a un problema con difficoltà estreme, se non impossibili, anche solo dopo pochi movimenti. E sarebbe illuminante interrogare tutti gli scalatori che hanno compiuto ascensioni incredibili senza poterne esibire prove sostanziali. Quanto reggono i loro racconti quando sono ormai trascorsi molti anni? Saprebbero descrivere passo passo la loro via e le sue difficoltà”?.

Certo i tempi di salita sono un bel punto di domanda: possono essere riusciti Maestri ed Egger a salire e scendere la montagna in sei giorni, pur dopo il lungo lavoro preliminare?

Giusto sei giorni sono stati necessari a Donini e compagni, una squadra formidabile entrata in scena diciassette anni dopo, solo per rimontare il Colle della Conquista durante la prima salita della Torre Egger. Come la mettiamo, Alan? La mettiamo così: la cordata del ’76 dovette alternare sezioni in arrampicata artificiale ad altre in arrampicata libera e fu costretta a piazzare corde fisse per tutta la via portando altre corde e molto materiale con sé. La sua, in questa porzione di via, non fu un’ascensione in stile alpino. Inoltre, se nel ’59 la montagna fosse stata completamente ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio e neve, una progressione veloce sarebbe stata possibile. Insomma, la scalata di Maestri ed Egger dipenderebbe tutta dalle condizioni in cui loro due trovarono la montagna.

Poi naturalmente bisogna fare i conti con le tracce di quella prima salita che non sono state ritrovate al di là del nevaio pensile triangolare. E anche qui Kearney mette in discussione le certezze altrui: “Ho visto con i miei occhi ciò che le cadute di ghiaccio e roccia fanno alle placche dei chiodi a pressione: a volte le strappano completamente e lasciano un foro ruvido di sei millimetri che si fatica persino a distinguere. Mi chiedo se non possa essere successo questo, sul Cerro Torre».

Questo dubbio Kearney l’ha girato a Tom Bauman, un americano che nel ’79 con Don Peterson ha tentato di ripetere la via del ’59 e in parete ha trovato a sua volta solo tracce della scalata americana del ’76.

“Che dici Tom, tu che dici? Le valanghe possono avere sradicato i chiodi a pressione di Maestri”?
“Certo che sì, possono» gli ha risposto l’amico.
“Ma proprio tutti? Non pensi che almeno qualcuno dovrebbe essersi salvato”?

Quesiti, ancora quesiti. Tutta questa storia è appesa ai punti interrogativi, che in fondo sono dei ganci rovesciati comodi per l’uso. Neanche l’autore di Mountaineering in Patagonia ha risposte definitive da offrire. Piuttosto, considerazioni. Sottolineature. Come questa: “Se ancora oggi il Torre è considerato un premio irresistibile, immaginate come doveva apparire agli scalatori alla fine degli anni cinquanta».

Una notazione con dentro anche un secondo possibile piano di lettura: pur di mettere le mani su qualcosa di irresistibile qualcuno potrebbe essere disposto a fare davvero di tutto. Anche a mentire, vi state chiedendo? Bella domanda, ma è solo un’altra domanda. Come quella, stavolta apertamente maliziosa, provocatoria, polemica, che l’alpinista-scrittore americano appiccica all’ascensione dei Ragni sulla parete ovest, compiuta nel ’74 con lo stile con cui si sarebbe affrontato “un colosso himalayano»: “Ora il Torre è stato finalmente scalato fino alla sommità del fungo di vetta,» dice Kearney strizzando l’occhio a Maestri e ripensando alle immagini della sua scalata scomparse per sempre insieme a Egger, dunque adombrando l’entrata in scena di due pesi e due misure “ma dove è la prova? I lecchesi hanno fotografato la vetta nel whiteout e nulla in quelle foto è visibile, se non neve e nebbia. Nonostante la mancanza di un riscontro fotografico, la loro salita è stata riconosciuta dalla maggioranza degli alpinisti».

Thomas Ulrich
Le valanghe, davvero un tormentone nella storia di questa montagna. È stata proprio una scarica di ghiaccio a mettere in fuga dal Torre nel 2001 Thomas Ulrich. Anche lui, alpinista della Svizzera tedesca, è stato uno degli uomini della prima invernale sulla Ovest nel ’99 e anzi proprio a lui – grande fotografo – si devono alcune delle più belle immagini mai viste di quella meravigliosa parete di ghiaccio. Così come sue, inserite in Non la vogliono capire… – firmato anche da Christine Kopp e Christoph Frutiger e giustamente premiato in più di un festival specializzato – sono alcune delle sequenze cinematografiche più fantastiche in circolazione sulla montagna simbolo della Patagonia. Impresa sorprendente davvero, quella riuscita a Ulrich, che ha tratto da un fallimento alpinistico, e in soprappiù da poche sequenze di scalata, un film di montagna bellissimo, dedicato a Casimiro Ferrari e percorso in più sequenze dallo sguardo indomabile ma ormai stanco del grande alpinista lecchese, a poche settimane dalla sua morte.

Quella valanga che nel 2001 l’ha messa in fuga, la squadra svizzera l’ha incrociata proprio mentre tentava di ripetere la leggendaria via del ’59. Me ne ha già parlato Stephan Siegrist, ma ciò che ancora resta da raccontare è un diverso e importante punto di vista sull’enigma Maestri, tanto più interessante perché giunge da un altro membro della stessa affiatatissima cordata. Da Ulrich, appunto, che raggiungo con le mie domande nei primi mesi del 2005.

“Per me la faccenda non è poi così importante» mi spiega Thomas, che proprio in vista della realizzazione di quel suo film ha trascorso molte ore con l’alpinista trentino a Madonna di Campiglio. “Se Maestri dice che è stato in cima, che lo dica. Finché lo ribadisce, io gli credo. È lui che deve riuscire a convivere con la sua storia. E se è vero che noi abbiamo tentato di ripetere la sua via, è anche vero che per quanto mi riguarda avrei preferito provare che lui è stato in cima piuttosto che provare che non ci è stato”.

È già una bella differenza, questa, è già più di una sfumatura. E suggerisce di porre la domanda di sempre da una prospettiva diversa. Questa: per te, dunque, quella parete è stata davvero scalata?

“Quel che penso è che la via non è impossibile per una ragione di tipo tecnico. È semplicemente pericolosa: molto, anzi moltissimo, anzi troppo. Noi avremmo forse anche potuto ripeterla nel 2001, ma abbiamo rinunciato. E abbiamo rinunciato proprio perché i pericoli obiettivi erano troppo alti. Ma se qualcuno ignora questi pericoli, se non se ne cura, può scalare la via già domani. Il problema è un altro: chi è disposto a tanto? Io no. Su quella linea micidiale non ci torno di sicuro, non ci torno più. Caso chiuso. L’abbiamo provata in inverno perché pensavamo che con le temperature basse ci fosse meno possibilità di caduta di ghiaccio, invece quella grande valanga è arrivata lo stesso: è arrivata anche su di noi, esattamente come era piombata su Egger e Maestri. Se sono vivo è solo questione di fortuna”.

Vuoi dire che per te il giallo si riduce a questo? “Sì. I due del ’59 hanno rischiato molto, moltissimo. Non so come e perché, ma so che se ne fregavano di quel che poteva succedere. È questa la ragione per cui penso che quella salita per loro sia stata possibile”.

Maestri dice che è stata dura in basso, ma che in alto si è rivelata una delle più facili della sua vita: folle, questo sì, ma facile.

“La verità è che sul piano squisitamente tecnico non posso dirne molto. Prima che arrivasse quella valanga a farci cambiare idea, in fondo io ero stato solo un giorno in parete. Da quello che hanno detto Stephan e Michal, però, la parte inferiore della via non dev’essere stata impossibile negli anni cinquanta”.

Forse posso andare qualche altro passo avanti. Forse a Ulrich posso chiedere se quella linea, per come la vede lui, sia meglio tentarla con molta o con poca neve, molto o poco carica di ghiaccio.

“Andare a provare quella salita nell’estate patagonica è comunque una roulette russa, anche per gli alpinisti di oggi. L’inverno sicuramente è meglio per i minori pericoli oggettivi, anche se poi le cose possono finire come abbiamo toccato con mano noi. Molta neve non va bene, no, ma molto ghiaccio sì. Specialmente dal Colle della Conquista in su. Il versante ovest, con lo spigolo dove Maestri ed Egger potrebbero essere saliti nella seconda parte della via, quello l’ho visto un po’ in tutte le salse. Quando abbiamo fatto l’invernale della via dei Ragni, ho arrampicato nel reifeis, il ghiaccio fragile a cavolfiore, e posso dire che la descrizione che Maestri da di quel tipo di situazione e di arrampicata nel suo libro è corretta. Se lui non avesse raggiunto neppure il Colle della Conquista come qualcuno addirittura ipotizza, come avrebbe fatto a descrivere in modo così preciso condizioni tanto particolari? E quel che posso aggiungere è che sulla via dei Ragni, in quel ghiaccio così ‘cattivo’, le piccozze moderne da piolet-traction in realtà non servono a niente: quando l’ho scalata avrei preferito avere un vecchio attrezzo di legno di allora, roba degli anni settanta”.

E dei chiodi cosa dici, Thomas? I chiodi di Maestri e di Egger non si trovano…
“Dico che le condizioni di quella parete cambiano continuamente, che alcuni di quei chiodi potrebbero essere sotto il ghiaccio. Ma forse, d’altra parte, loro non hanno neanche utilizzato tante protezioni intermedie. Parlo della parte inferiore, naturalmente. Quanto alla superiore, in realtà ancora nessuno fino a oggi è stato veramente sulla via di Maestri. E quand’anche qualcuno passasse di lì..”. Quand’anche?

“Anche se qualcuno ripercorrerà la via, questo non ci darà la prova che Maestri ed Egger l’abbiano fatta o meno. Rassegniamoci: rimarrà per sempre un mistero. Il tema delle prove, però, quello penso sia giusto introdurlo almeno nell’alpinismo moderno. Perché davvero vengono raccontate troppe bugie, e credo si debba fare qualcosa per evitarlo. Non è poi così difficile dire la verità. Quando siamo stati in cima al Torre nel ’99 dalla Ovest, noi in realtà avremmo potuto salire ancora di dieci metri. Ma non aveva senso: eravamo già sulla cima, eravamo sul plateau. Però di quei dieci metri non saliti abbiamo parlato lo stesso ai milioni di lettori di National Geographic. Per me è questo che conta: la comunicazione onesta. Credo che il problema stia tutto nell’esigenza di commercializzare le salite, ma credo anche che le cose potrebbero coesistere: le salite, dico, la loro legittima commercializzazione e la verità”.

Silvo Karo
Questioni di etica, in fondo. Mi accorgo di trovarmi in cammino su un sentiero stretto, dove devo stare ben attento a muovere ogni passo. E dove forse è il caso che mi domandi se valga davvero la pena di continuare, di insistere, insomma di cercare ancora più su la chiave del mistero. Poi però, proprio lungo questo sentiero, nell’ottobre del 2005, incrocio lo sloveno Silvo Karo, un grande delle pareti, e provo a fare un pezzo di strada con lui.

«Ci sono salite che rappresentano pietre miliari della storia dell’alpinismo» mi dice quando gli chiedo se abbia senso insistere. «Sono imprese che rappresentano qualcosa di troppo importante perché si possa accettare il dubbio. La prima del Torre è una di queste».

Karo non solo è uno dei maggiori conoscitori delle montagne della Patagonia (sulle quali ha firmato decine di ascensioni, a partire da quella sul Diedro del Diavolo alla Est del Fitz Roy nel 1983), ma è anche uno dei giganti del Cerro Torre. Sul Grido di Pietra, Silvo con una spedizione di connazionali tre anni dopo ha compiuto un’altra ascensione “infernale” come la Direttissima del Diavolo sulla parete est e nel 1988 ha lasciato ancora il segno aprendo una seconda via grandiosa, questa volta sulla parete sud e con un solo compagno: Janez Jeglič. Poi il clamoroso ritorno nel 2005: una sorta di reinvenzione della salita di Maestri sulla cresta sud-est con attacco addirittura dalla Torre della Media Luna, l’ultimo sperone verso nord della cresta tra il Cerro Torre e il Mocho. Qui, Karo e il connazionale Andrej Grmovšek hanno affrontato il pilastro sud-est sbucando poi in cresta e continuando su terreno vergine proprio verso il Mocho, per superare quelle che hanno battezzato le Tre Torri Sorelle e puntare al Colle della Pazienza (e dunque al normale attacco della via del Compressore, tra brevi calate e dure risalite) sfilando alla base della Torre Pereyra per poi andare in vetta lungo la via Maestri.

Risultato: la Slovenian Start for Cerro Torre, insomma una partenza slovena alla classicissima del Grido di Pietra, una variante che porta a tremila i metri di sviluppo della salita. Soluzione geniale, innovatrice, di grande modernità per l’approccio leggerissimo. Una linea la cui possibilità ed eleganza Karo aveva colto osservando la montagna da lontano: dal Fitz Roy, dall’Aguja Poincenot, dalla Saint Exupéry.

Uno che ha fatto cose così – e che è passato attraverso molte stagioni del moderno alpinismo patagonico di punta, da quella delle corde fisse e delle spedizioni di relativa pesantezza all’ultima, appunto, dello stile alpino a due – bisogna starlo ad ascoltare anche se non è di molte parole. Anzi, proprio per questa asciuttezza forse le sue affermazioni diventano più pesanti, più nette, taglienti come colpi d’ascia. Così lo capisco subito che lungo questo sentiero stretto e ripido Karo sbarra il passo alla verità di Cesare Maestri. Mi basta accennare al giallo della Nord per vederlo scuotere il capo. E la domanda che temevo potesse essere la più complicata da far accettare, quella me la suggerisce proprio lui con il suo atteggiamento: Silvo, ci credi o no alla via del ’59?

«No, non ci credo. C’è un mucchio grande così di elementi che dicono il contrario e che sono già stati abbondantemente documentati da altri. Perciò no, non ci credo».

Dice «altri», lo scalatore sloveno, ma il fatto che sia stato compagno di cordata di Garibotti mi fa subito pensare che il riferimento sia all’alpinista italo-argentino con il quale si è legato in cordata su grandi vie, per esempio su Ensueño al pilastro nord-est del Fitz Roy nel febbraio del ’99. Non mi sbaglio.

«Rolo ha assolutamente ragione» riprende Karo, confermando subito la mia impressione. «La vedo esattamente come lui. Penso anch’io che i Ragni di Lecco siano stati i primi ad andare in vetta al Torre, e penso che l’analisi di Garibotti sia chiara come il sole. Per me, del resto, lui oggi non è solo un ottimo scalatore, ma è senza dubbio il migliore conoscitore della storia alpinistica della Patagonia. Quando parla, sa quello che dice».

Perentorio, Silvo: i suoi sono davvero colpi d’ascia. E uno in qualche modo lo riserva anche a me, quando – con un’uscita che deve suonargli infelice, vista la sua convinzione – gli chiedo cosa abbia impedito per tanto tempo di ripetere la via del ’59, e poi mi correggo domandandogli per quale ragione dovremmo pensare quella settentrionale del Torre come l’unica parete impossibile del pianeta.

«Qui non si tratta di ripetere qualcosa» picchia duro lo scalatore sloveno. «Qui si tratta di riuscire nella prima, ascensione della Nord. Impossibile? Non penso, anche se i tanti tentativi a vuoto sembrerebbero dire il contrario. Credo che in realtà quella parete sia arrampicabile fino alla vetta. Ma credo anche che, perché questo accada, tante cose debbano andare bene tutte insieme: il meteo, le condizioni e la conoscenza della montagna, la velocità e la tecnica di salita. Il problema principale mai come in questo caso è essere al posto giusto nel momento giusto».

Non si sorprende, Karo, che i chiodi di Maestri non saltino fuori. E non cerca possibili spiegazioni alternative, non le cerca proprio…
«Quella è una dimostrazione in più che fino a oggi là sopra nessuno ha mai arrampicato» taglia corto.

Però ci sono altri chiodi dell’alpinista trentino che anche il grande scalatore sloveno, non ancora nato quando l’epopea del Torre cominciava, ha usato. Quelli della via del Compressore: è per di là che è andato in cima due volte, non riuscendo a trovare il bandolo per un’uscita diversa e originale delle sue nuove linee di salita. Si capisce che un po’ gli secca, ma Silvo ha una sua spiegazione del perché le cose siano andate in quel modo: «Basta guardare la montagna: è come una bottiglia, che nella parte alta diventa più sottile. Insomma, lì le possibilità teoriche di sbucare in cima non sono davvero molte, e vista la morfologia del Torre e quel suo collo finale è normale che sia così».

Si intuisce però anche che lui la via Maestri sulla cresta sud-est non la ama, per quanto al dunque sia stata quella ad avergli consentito di guardarsi attorno dall’alto di uno dei luoghi più inaccessibili e sognati della Terra.

«Quella salita è stata rubata al futuro» sferza Karo «Maestri ha cercato di arrivare in cima a tutti i costi, non ha certo badato ai mezzi né alla logica della linea. Sì, proprio una salita rubata al futuro. Senza quella sequenza di chiodi a pressione, la storia di questa montagna meravigliosa sarebbe stata un’altra. Sono sempre più convinto che in alpinismo il “come” sia più importante del “cosa”: come hai scalato, dunque, è più importante di cosa hai scalato. E non ho dubbi: i migliori sono coloro che lasciano dietro di sé meno tracce». Un punto di vista frutto, indubbiamente, anche di un’evoluzione personale, visto che lo stesso modo di andare in parete di Silvo è cambiato con lo scorrere del tempo, facendosi via via più leggero. In ogni caso, l’opinione radicata di un uomo che in ogni stagione della sua ormai lunga carriera verticale è stato un riferimento preciso per stile, motivazioni, coraggio, spinta innovatrice.

Elio Orlandi
Scuotono la testa in molti, se parlate della Nord del Torre, se chiedete della Egger-Maestri, e del come e del perché. Ma c’è modo e modo anche di scuotere la testa, e quello di Elio Orlandi non ha dentro niente, ma proprio niente, che non sia stupore e apertura al possibile. Diciamola tutta: tifa per quell’impresa, Orlandi. E non lo nasconde: lo capisci da cento cose, da mille sfumature. Non che lui abbia una verità in tasca, questo no. Il suo atteggiamento è piuttosto una faccenda di approccio mentale, di modo di affrontare la vita, dunque di scelte di fondo che è lo stesso Elio, quando entro in argomento, a spiegarmi frugandosi lento la barba ben curata: “In generale, cerco di lasciare sempre spazio a una possibile diversa verità. È una regola semplice semplice, della quale non mi sono mai pentito. Dice così: evita valutazioni a priori, non condannare senza avere una certezza in mano, non accontentarti delle supposizioni, ma rintraccia sempre elementi concreti, cercali e ancora cercali». Per sentire Orlandi parlare in questo modo, ci sono soprattutto due possibilità: salire in Trentino, nella sua San Lorenzo in Banale, o corrergli appresso mentre lui sta all’altro capo del mondo a inseguire una nuova montagna con stile pulito e leggero, quello che ai primi del 2005 gli è valso anche una candidatura al Piolet d’Or per Linea di eleganza, la via aperta con Luca Fava (sorpresa: uno dei figli di Cesarino) e Horacio Godo (altra sorpresa: il genero dello stesso vecchio compagno di Maestri ed Egger) sulla parete nord-est del Fitz Roy. Patagonia, sempre lì. Più di venti spedizioni ormai per Elio sulle montagne di quel pezzo di mondo alla fine del mondo, e forse basterebbe questo per chiarire perché con le nostre domande siamo arrivati al faccia a faccia con questo solido alpinista dal sorriso quieto. Ma c’è di più: c’è che Orlandi è anche un veterano del Torre, uno che già nel lontano 1984, con Livio Rigoni, ha firmato la quinta ripetizione della via del Compressore. E c’è che lui ha fatto suo anche il sogno di Maestri ed Egger, tentando e ritentando la loro stessa fantastica parete settentrionale. Perché scuote la testa, Elio? Perché è convinto che un’altra verità ‘certa’ su questo giallo appassionante non sia stata trovata, e dunque crede anche che nessuno possa permettersi di saltare alle conclusioni, vendendo al mondo Maestri come fosse il grande bugiardo, l’anima nera di una macchinazione disgustosa. E perché – non crediate che vi sia contraddizione tra una cosa e l’altra – vorrebbe capirlo anche lui, Orlandi, come accidenti hanno potuto farcela quei due nel ’59. La sua è, come dire?, un’ammirata incredulità. Di quelle che ti prendono quando sei di fronte a un capolavoro circondato da un’aura di leggenda, tanto straordinario da non sembrarti vero.

Incontro fortunato, questo mio con Orlandi ai primi del 2005. Fortunato e particolare, dal momento che offre un punto di vista diverso, possibilista e, quel che più conta, risultato di una verifica di prima mano fatta non a tavolino, ma proprio lassù, sulla montagna. Insomma, se molti sono andati a sbattere su quella parete finendo con il rinunciare e con il convincersi che ha caratteristiche e difficoltà tali da non poter essere stata salita, figuriamoci, alla fine degli anni cinquanta, Elio – che ha ripiegato non una, ma due volte – se n’è invece tornato a casa cullando il suo “Perché no”?.

“È andata proprio così, proprio così» mi dice cogliendo al volo la mia sorpresa. “Fino a quando non ci ho messo su le mani, finché non ho potuto constatare con i miei occhi osservando sia da ovest che da nord le caratteristiche morfologiche del ghiaccio e del granito del Torre, insomma fino a quando non ho gironzolato fisicamente in quei paraggi incredibili, anch’io ho fatto parte degli scettici”.

Che diavolo ha visto di diverso rispetto ai tanti che hanno invano implorato un’illuminazione? Ha visto lo spigolo nord-ovest e l’ha visto davvero da vicino. Ci stava proprio sopra, ecco. Anzi, ne ha anche salito un pezzo. Facciamocelo raccontare da lui.

“Ero con Maurizio Giarolli, nel 1994. Avevamo attaccato la parete ovest ed eravamo arrivati molto in alto con la nostra via, che poi abbiamo battezzato Cristalli nel vento. In realtà non pensavamo alla Egger-Maestri, allora, ma a fare la salita che avevamo progettato: bellissima, entusiasmante. L’idea era di uscire direttamente dai diedri della Ovest, tirando su il più possibile dritti fino in vetta. Ma nel tratto sommitale abbiamo trovato tutte le linee sbarrate da enormi placche ghiacciate, impossibili da superare perché pronte a crollarci addosso e a portarci letteralmente via. Toglierci di lì è diventata una scelta obbligata, di sopravvivenza. Così abbiamo deciso di spostarci appunto verso lo spigolo nord-ovest, che a noi sembrava più accessibile. È stato lì, salendo la dozzina di metri di ghiaccio verticale per uscirea dalla parete sullo spigolo, che è cambiato tutto. È stato lì, osservando da vicino non solo la peculiarità delle incrostazioni di ghiaccio che erano sopra e sotto di noi, ma anche la morfologia ‘mossa’ della roccia in quel settore, è stato lì che quella salita leggendaria mi è parsa possibile. Certo, in condizioni particolari che in quel momento per noi non c’erano, tanto che, infatti, siamo stati obbligati a fermarci. Ma se le avessimo trovate, quelle condizioni? E se invece quel colpo di fortuna fosse capitato davvero ad Egger e Maestri, come entrambi vanno dicendo dal primo momento? Forse per di qui potevano farcela davvero, forse anzi l’hanno proprio fatta così la loro via. Perché no? Perché no”?

Guardo Orlandi, lo sento parlare e gli vedo gli occhi guizzare a destra e a sinistra come stessero perlustrando febbrilmente un passaggio da affrontare. E mi pare proprio che lui sia tornato lassù, appunto a guardarsi attorno come un animale in caccia, a ricontrollare meglio, a implorare a sua volta un’illuminazione.

“La Nord, a chiamarla con il suo nome, è di una bellezza orrenda» mi dice. “È una cosa che ti mette addosso una paura fisica. Più il tempo è buono quando la attacchi, più pericoli corri, perché dall’alto ti arriva addosso di tutto. Se invece il meteo vira al brutto, allora quel che sai di sicuro è che ti troverai in un guaio. Come vuoi che se ne esca, da una cosa del genere? Solo in quel modo, nel modo che ti ho detto. Noi non abbiamo trovato la chiave che ci apriva la strada verso l’alto, ma la chiave che tutti cercano mi è parso di scorgerla proprio su quel pilastro, sullo spigolo di cui Maestri in fondo ha sempre parlato”.

La domanda che viene dopo è semplice semplice e anche maledettamente complicata: come è possibile riuscire ad attaccare da quel lato e salire su dritti?

“Standosene lì e poi standosene ancora lì, ad aspettare le condizioni perfette» mi risponde Orlandi sorridendo, consapevole di enunciare un paradosso nel momento stesso in cui pronuncia una verità. “C’è un problema, naturalmente: non si può sapere se il giorno giusto potrà davvero arrivare in questa stagione o nella prossima o nell’altra ancora. Forse c’è già stato, magari anche più di una volta: nessuno era giù a raccontarcelo. Dovremmo mettere un uomo di guardia, ecco, da quelle parti. Solo che il suo turno di vedetta potrebbe durare chissà quanto, e tra l’altro non è neppure detto che darebbe frutti. È chiaro che nessuno se la può permettere, una cosa così. E allora possiamo solo sperare che prima o poi qualcuno abbia abbastanza talento, abbastanza coraggio e abbastanza fortuna per trovarsi lì nel momento giusto, per cogliere l’attimo in cui l’impossibile diventerà possibile. Di nuovo possibile, forse”.

Anche Orlandi ha sperato di essere quel fortunato. Lo ha sperato due volte. Nel ’98 e nel ’99, sempre con Maurizio Giarolli, sempre appeso a quella parete bellissima e orrenda. Nella seconda occasione ha completato la parte inferiore della via – ancora sul versante est – con una variante di circa cinquecento metri, quattrocento del tutto nuovi, gli altri invece in comune con la salita americana del ’76. È arrivato a congiungersi con la linea indicata da Maestri poco prima del gran traverso, e quel traverso lo ha poi percorso per circa centocinquanta metri. Da lì ha puntato dritto al centro della parete nord superiore, salendo altri tre tiri di corda in condizioni difficili ed estremamente rischiose. Se lo ricorda bene, Elio, forse anche troppo. Quando gli domando se ci riproverà, dondola piano la testa e sorride facendo una smorfia piccola ma eloquente.

John Bragg. Foto: Jim Donini, archivio Bragg.

“No, grazie. Troppo pericolosa, davvero troppo. Neanche morto, ecco. Abbiamo rinunciato due volte proprio per quello: perché abbiamo scelto di vivere. C’era un meteo impossibile, ed eravamo continuamente investiti da un micidiale bombardamento di pezzi di ghiaccio. Di solito ci stiamo attenti, alla pulizia della parete. Quella volta, invece, abbiamo lasciato stese tre corde: speravamo di poter riattaccare il giorno dopo e invece l’indomani c’era un tempo così spaventoso che non se n’è potuto fare nulla. Ma non è che stessimo proprio cercando di ripetere la via del ’59, Giarolli e io. Anche quella nostra salita l’avevamo concepita come una linea nuova, autonoma. La parte bassa l’abbiamo battezzata Nord, ancora Nord, quella alta Un sogno interrotto. E quel sogno due mesi dopo l’hanno portato un po’ più in alto gli austriaci Ponholzer e Steiger, che usando le nostre corde hanno proseguito di tre tiri, in realtà forse cinque, ma più corti dei nostri”.

Dal Torre, Orlandi e Giarolli sono scesi anche con un vecchio chiodo e uno spezzone di corda d’epoca. È stato un momento molto eccitante, quello, per gli appassionati del giallo del ’59. Forse erano davvero degli altri reperti di quella controversa scalata…

Vi siete illusi che così potesse essere, Elio?
“Durante i nostri sei o sette bivacchi vicino alla base del Diedro degli Inglesi abbiamo trovato due matasse di corde chiaramente d’altri tempi. Sbucavano dalla neve, la più vecchia sembrava di quelle in perlon anni cinquanta o sessanta. Proprio di questa abbiamo prelevato uno spezzone e lo abbiamo portato a Fava per capire se potesse essere del tipo di quella trovata con i resti di Egger. In realtà né io né Maurizio abbiamo mai pensato neanche per un momento né tantomeno abbiamo mai detto che eravamo certi di avere in mano una prova importante relativa alla salita di Maestri. Eravamo curiosi, questo sì. Nessuna verità in tasca, nessuna certezza. E lo stesso è accaduto anche con quel vecchio chiodo che abbiamo riportato giù dalla parete: appena lo abbiamo mostrato a Cesarino, lui ci ha detto che non apparteneva a loro. Caso chiuso, per quanto mi riguarda. Se poi altri ci hanno ricamato su, che posso dirti? Affare loro: hanno totalmente frainteso le nostre intenzioni”.

Chiodi, corde. Gli uni e le altre riportano dritti a una delle domande chiave che pendono sulla scalata del ’59: come la mettiamo con quelle benedette tracce di passaggio che non si trovano e che anzi si perdono nella parte bassa della via?

Thomas Ulrich. Foto: Michal Pitelka.

“Non ci posso credere che siamo ancora arenati a questo punto, non ci posso proprio credere”.

Adesso Orlandi sta proprio scuotendo la testa e dentro il suo gesto colgo la delusione, per la prima volta anzi vedo affiorare anche un filo di rabbia.

“Ma la conosciamo o no la Patagonia? La Patagonia fa quel che vuole, non ha logica, non ha comportamenti univoci: ha elementi naturali di una violenza devastante ai quali tutto è possibile. Potrei raccontarti della via che ho aperto sul Fitz Roy nel 2004, di una certa sosta ben riparata che avevo attrezzato con uno spit collegato per sicurezza a due chiodi laterali. Quando ci sono ripassato in discesa dopo due giorni, dico due giorni soltanto, quello spit al quale avevo ancorato la corda fissa era già fuori dalla roccia: penzolante, beffardo.

Oppure potrei dirti della via che abbiamo appena aperto sulla Nord dell’Aguja Poincenot, delle corde trovate distrutte non più di mezza giornata dopo averle fissate in parete. Può starci semplicemente di tutto, l’ho detto, in Patagonia. Può capitare questo e anche l’esatto contrario. Ad esempio che il compressore di Maestri se ne stia su tranquillo dal 1970 ancorato alla sua paretina finale, godendo del corridoio di tranquillità che la montagna magicamente gli riserva. O che sul Fitz le corde dei giapponesi siano ancora oggi intatte, giusto solo un po’ scolorite ma niente più, là dove sono state piazzate nel 1981. Sai quanto è lontano l’81? Un sacco di tempo. Eppure le corde sono lì, sane sane. E la giacca di Paolo Grippa ritrovata appesa a un chiodo da Andrea Sarchi e Maurizio Giarolli sulla Torre Egger? Quel ragazzo lecchese era morto due anni prima, precipitando dalla Ovest con la sua compagna di cordata Eliana De Zordo, eppure il suo materiale era ancora agganciato in bell’ordine alla parete. Come se fosse stato lasciato poche ore prima. Ha senso che una cosa così accada, in Patagonia? Non ce l’ha, teoricamente. E invece sì, perché l’ho detto e lo ripeto: in Patagonia è possibile proprio tutto e il contrario di tutto. O si capisce e si accetta questo, o è inutile persino stare a parlarne. E poi, se vogliamo dirla tutta, nessuno dei tanti tentativi andati a vuoto ha di sicuro mai ripercorso, dico metro per metro, la linea che Maestri ha raccontato di avere seguito. Forse qualcuno ha pensato di farlo, o ha sperato di poterlo fare. Ma la montagna al dunque ha costretto tutti a girare al largo. È così, la Nord: non la trovi mai come ti servirebbe. O manca ghiaccio, o s’interrompe sul più bello dopo averti illuso, o ce ne è troppo, o è così spugnoso o marcio che non ci puoi fare affidamento. Eppure..”. Eppure, Elio?

“Ho ‘sta cosa che mi gira in testa, che va e torna. Noi, dico Maurizio Giarolli e io, l’abbiamo pur dimostrato che salire alla maniera di Maestri ed Egger sarebbe possibile, sul filo del pilastro, e l’abbiamo fatto alzandoci per quella dozzina di metri. Quel che so è che non lo rifarei, neanche morto, perché è stata proprio una cosa bestiale, da capelli bianchi. Però ci siamo riusciti. Solo per un piccolo tratto, ma ci siamo riusciti. E allora, perché intestardirsi a dire che mai e poi mai potrebbero avercela fatta Egger e Maestri”?

Quella del pilastro, dello spigolo, è stata anche la volta in cui Orlandi si è calato lungo la parete nord, attraversandola a pendolo per circa quaranta metri verso i diedri, in cerca di un punto d’uscita verso l’alto. Una manovra diventata anche un’esplorazione del vecchio giallo, in fondo.

“Non ho trovato nulla,» mi conferma “non ho visto niente di niente: nessuna traccia di passaggio. Ma stava anche arrivando il brutto tempo, non è che ho potuto fare le cose con calma come avrei voluto: soffiava un gran vento, si stava per scatenare la bufera, anche la visibilità era scarsa, insomma bisognava scappare il più presto possibile. Sempre così. Il Torre ti tocca prenderlo com’è, ha una complessità ambientale che se non ci sei stato fatichi a comprenderla, è una montagna quasi viva che cambia in continuazione e sulla quale non puoi mai avere certezze. Mai”.

Qualcosa di unico, appunto. Qualcosa per cui si possono fare anche delle follie. E Orlandi la sua l’ha fatta, altroché se l’ha fatta. Diversa da ogni altra. Stupefacente. Roba da scoprire trattenendo il fiato, perché quando ti si para davanti è proprio quello che il Cerro Torre fa: ti toglie il fiato. E se c’è qualcuno che è riuscito a spiegarlo meglio di ogni altro, quel qualcuno è stato Elio. Con un plastico gigante della montagna che ha la precisione della mappa tridimensionale e la bellezza di una scultura. L’hanno ammirata nel 1999 a Male nel giorno del raduno dei primi salitori di tutte le vie della montagna, quella riproduzione: alta quasi quattro metri e montata su una base con piccole ruote, capace di svelare i segreti di ogni versante spostandosi docile docile di qua e di là, come per sfoggiare il campionario. Poi l’hanno voluta ad Altemark in Austria, alla grande mostra internazionale dell’alpinismo dove è rimasta esposta due anni. E ancora l’hanno chiesta nell’ottobre del 2004 a Lecco, per il trentesimo della salita dei Ragni. E il plastico tornerà a rubare gli sguardi ancora a Male in una mostra permanente, se davvero andrà in porto il progetto congiunto di Comune e Parco Adamello-Brenta di allestire una retrospettiva storica dedicata al Grido di Pietra. Come è nata quell’idea, Orlandi? “È nata nella grotta di ghiaccio esattamente alla base del Cerro Torre e duranti i bivacchi in parete, in occasione del tentativo di via nuova al centro della parete nord. Durante quelle lunghe giornate di attesa, Maurizio Giarolli mi ha parlato del progetto del Comitato di Male di organizzare la Settimana della Montagna dedicata ai quarant’anni della prima salita. Sarebbe stato bello avere una riproduzione tridimensionale della montagna, per consentire alle varie cordate di tracciarvi le loro vie. Dai che lo facciamo, dai che lo facciamo davvero. Beh, l’ho fatto. Io fortunatamente ho innata una certa vena artistica,» racconta Elio, e basta aver visto un suo schizzo di via trasfigurato quasi in dipinto, dunque in dichiarazione d’amore per la montagna, per non avere dubbi “mi piace ogni espressione d’arte, ecco. Disegno e dipingo, e in più ho lavorato per quasi dieci anni in vari studi tecnici, il che mi ha dato un discreto controllo delle grandi dimensioni. Insemina, se serviva un modello del Torre forse potevo provarci. E poi per me sarebbe stato un modo per mettere ancora le mani sopra quella montagna che anche per ragioni estetiche mi affascina forse più di qualsiasi altra. È stato un grande impegno, soprattutto ridurre una struttura bizzarra come quella in scala 1:500 e poi dipingerla in tutte le sue particolarità. È stato come concentrare tre arti in una: geometria, scultura e pittura. Il corpo centrale l’ho realizzato in materiale poliespanso, modellando le caratteristiche morfologiche salienti della montagna. Poi l’ho indurito con più mani di polvere di quarzo e resine, fino a fargli assumere una solidità accettabile. Infine ho dipinto tutto con colori acrilici, riportando per quanto possibile ogni dettaglio, dalla venatura della roccia ai riflessi del ghiaccio. Ci ho lavorato per più di tre mesi. Quando me lo riguardo, dico che ne è valsa la pena”.

Elio Orlandi in vetta al Fitz Roy dopo aver aperto la via Linea d’Eleganza. Davanti a lui il versante orientale del gruppo del Torre. Archivio Orlandi)

Lo pensano in tanti, ma naturalmente Orlandi ha una fortuna in più e la deve tutta a se stesso: quando gli prende la nostalgia, il Torre se lo va a rivedere sotto casa. Lo accarezza, lo ripassa centimetro per centimetro, diedro per diedro, parete per parete, nevaio per nevaio. Ecco sotto le sue mani la cresta sud-est…

“La via del Compressore. Gran bella impresa se non fosse stata solo il frutto di una reazione umana confusa, rabbiosa, contraddittoria, dopo la valanga di polemiche e provocazioni seguita alla salita del ’59”.

Ecco la parete ovest…
“La via dei Ragni, una scalata da sogno in un ambiente da favola”.

Elio il suo Torre non si stanca mai di guardarlo. Ne gusta le ruvide linee mozzafiato, facendovi scorrere sopra le dita va in cerca di pezzetti di verità su per la Nord, che anche così, in una scala che fa diventare rutto miracolosamente a portata di mano, mette sull’attenti tanto è bella e brutale nel suo impennarsi vertiginoso verso il Fungo.

“Eh, la Egger-Maestri..”. sospira l’alpinista diventato scultore. “La via più bella di tutte, se non fosse rovinata dal dubbio e dalle polemiche”.

Persino ricostruito dalla prospettiva di un modello ridotto, l’enigma non perde un centimetro della sua statura: riesce a raccontarsi e a spiegarsi, a intrigare, a mettere in fila le sue cento domande in attesa di risposta. Orlandi sta fermo lì, davanti alla sua opera d’arte, e quelle domande se le riannota mentalmente tutte. Scuote un’altra volta la testa quando gli chiedo se arriveremo mai all’ultima casella del vertiginoso gioco dell’oca che sale e scende in continuazione la montagna più bella e difficile del mondo.

“No, credo proprio di no» mi confessa. “Anche quando la Nord venisse finalmente salita, come prima o poi dovrà pur capitare, non credo avremo una risposta certa su ciò che è stato. A meno che, naturalmente, in alto non si ritrovi il materiale di Maestri e di Egger. Ma realisticamente è improbabile che questo avvenga, in un contesto di quella complessità ambientale, con quei continui e repentini cambiamenti di temperatura, di copertura nevosa, di clima, e con rutti i pericoli che ci sono da affrontare lassù. Oggi non abbiamo prove per dire che la salita del ’59 non è stata portata a termine, e ritengo che non le avremo neanche domani. Certo, anch’io ho dei dubbi, per quanto già il solo immaginare che quei due possano avercela davvero fatta mi metta di buon umore. Forse sono un illuso, ma la mia conoscenza della montagna lascia aperta la porta: ho intravisto quella possibilità di cui ti ho detto, sul pilastro nord-ovest, e ho il dovere di pensare che nel ’59 possa davvero essere stata colta. E poi..”.

E poi?
“E poi penso che prima d’ogni cosa venga la fiducia. E che fino a prova contraria debba esserci il rispetto per le persone e per le loro parole. Non posso approvare certi accanimenti feroci, certi pregiudizi, certi verdetti già scritti al termine di processi imbastiti non su prove, su riscontri oggettivi, ma solo su congetture, su ipotesi”.

Da tifoso che spera di non restare deluso, niente da rimproverare a Maestri?
“Credo che lui abbia commesso lo stesso errore di altri grandi, per i quali l’alpinismo è la cosa più importante della vita e finisce con l’essere usato solo come mezzo per raggiungere il successo, per farsi parlare addosso a ogni costo. Penso che se solo Cesare non avesse cercato di concentrare su di sé i meriti e la gloria di questa straordinaria salita, e avesse invece provato con umiltà a convincere media e detrattori a riconoscere anche i meriti di Toni Egger, se avesse fatto parlare di più del suo compagno, della sua forza e delle sue eccezionali capacità su ghiaccio, probabilmente con lo squallido fluire delle polemiche e dei veleni sarebbe andata in modo diverso. Almeno per rispetto della memoria di Egger”.

Maurizio Giarolli. A sinistra, sullo spigolo nord-ovest del Cerro Torre e, a destra, in vetta alla Torre Egger con, sullo sfondo, il tratto finale della parete nord del Torre. Foto: Elio Orlandi.

John Bragg
Cesare Maestri, già. Arriviamo sempre lì, inevitabilmente, indagando l’enigma della montagna più bella e difficile del mondo. E la domanda che torna, gira e rigira, è la stessa: cosa potrebbe dirci oggi l’uomo del Torre per chiudere una volta per tutte il caso che porta anche il suo nome?

“Potrebbe confessare di avere mentito”. La frase è secca e improvvisa come un colpo di frusta, e lascia anche lo stesso segno – un livido – sulla pelle. Ma quella frase me la dice John Bragg, un mito dell’alpinismo americano, e allora non ci possono essere dubbi che le cinque parole cinque siano meditate, e siano da ascoltare con la massima attenzione, chiedendo magari un po’ di silenzio tutt’intorno.

“Sì, Maestri per chiudere il caso potrebbe solo confessare di avere mentito» mi chiarisce John nel febbraio del 2005. “Perché null’altro di ciò che oggi lui potrebbe dire sarebbe in condizione di provarci che la sua salita del Cerro Torre nel ’59 c’è stata, null’altro potrebbe cancellare tutti i dubbi che circondano quell’impresa”.

Non siamo arrivati per caso dall’altra parte dell’oceano, seguendo le tracce del nostro giallo, aprendo una dopo l’altra le scatole cinesi che nascondono i frammenti del mosaico da ricomporre. Bragg non è stato solo uno dei giganti della rivoluzione del free climbing che ha scosso dalle fondamenta il mondo dell’alpinismo, muovendo negli anni settanta da pareti di roccia poi entrate nell’immaginario collettivo: Yosemite Valley, Eldorado Canyon, Shawangunks. Lui ha messo le mani sopra le prime leggendarie vie quotate 5.12 sulle big wall americane, e dunque ci sono le sue impronte su uno dei punti di svolta dell’arrampicata mondiale. Ma Bragg è stato anche altro. È stato uno dei protagonisti della stagione magica della Patagonia, insomma ha portato il suo talento extra large tra le montagne alle quali è incardinata tutta questa nostra storia. Ha firmato la prima salita della Torre Egger con Jim Donini e Jay Wilson nel 1976, e facendolo è diventato il primo uomo ad avere ripercorso le tracce di Maestri, Egger e Fava lungo il settore destro della parete est del Cerro Torre, quella che rimonta il fatidico Colle della Conquista. E poi, undici mesi dopo, si è aggiudicato la clamorosa prima ripetizione della via dei Ragni alla Ovest del Grido di Pietra, clamorosa perché compiuta in stile alpino e in soli tre giorni. Sì, John le conosce bene, le pareti lungo le quali si arrampica l’enigma che sto investigando. E allora sarà davvero il caso di starlo ad ascoltare. E di continuare ad approfondire con lui, come ho già cominciato a fare con Dave Carman, il discorso sul vertiginoso progresso dei materiali e delle tecniche di scalata che ha consentito (e dopo solo tre anni) un radicale cambio di approccio al fantastico versante occidentale del Torre, quello che secondo alcuni ha visto la prima vera salita integrale della montagna nel 1974.

Toni Ponholzer verso il nevaio triangolare della via Egger-Maestri. Archivio Ponholzer.

“La differenza più grande» mi dice Bragg a proposito del suo exploit del ’77 “è certamente consistita nella diversa concezione dell’arrampicata su ghiaccio. Per due o tre anni, prima delle mie spedizioni alla Egger e al Torre, avevo contribuito a sviluppare le nuove tecniche di progressione sulle cascate gelate nel New Hampshire, e quelle tecniche avevano reso possibile superare muri di ghiaccio verticali molto più velocemente di quanto accadesse in precedenza. Tutto grazie anche allo sviluppo dei materiali, naturalmente, ramponi rigidi e piccozze con lame ricurve”.

D’accordo. Però tre giorni, per ripetere una parete la cui prima ascensione solo tre anni prima aveva richiesto oltre un mese di assedio, restano tre giorni: un niente. Viene da pensare alla Supercanaleta al Fitz Roy: settantadue ore soltanto anche lì per risolvere il problema in stile alpino, ed era addirittura il 1965. Di questo passo, a qualcuno potrebbe venire persino il dubbio che la leggendaria impresa dei Ragni non sia stata poi chissà che.

“Quel qualcuno sbaglierebbe» replica Bragg. “I Ragni mi sembra fossero molto influenzati dal modo in cui le grandi vette venivano scalate in Himalaya. Il loro stile forse era in ritardo sui tempi, ma allora molti gruppi scalavano in Patagonia in questo modo. E poi la Ovest del Torre e la Supercanaleta sono troppo diverse per poter essere paragonate: certo Comesaña e Fonrouge hanno fatto qualcosa di incredibilmente audace e anticipatore, ma la parete di ghiaccio del Torre è molto più difficile e anche molto più remota, più complicata da raggiungere, più isolata. Quando finalmente nel 1999 ho visto il film della scalata dei Ragni, sono rimasto molto sorpreso dal fatto che loro gradinassero per salire settori che noi invece avevamo attaccato senza problemi in modo frontale. Ma mi hanno enormemente impressionato anche i loro sforzi, il loro coraggio, la fatica che hanno fatto per portare i carichi e tutto il resto, per non parlare di quanto a lungo hanno dovuto resistere in condizioni meteo proibitive. Niente di tutto questo, per noi. Alla Egger avevamo dovuto lavorare molto più duro, per via delle corde fisse che ci avevano richiesto una gran quantità di tempo. Al Torre invece le cose sono andate diversamente. Abbiamo dovuto essere più audaci, questo sì: abbiamo accettato più rischi. Ma eravamo veloci e leggeri, la nostra ascensione non ha avuto niente a che fare con la sofferenza che invece era stata inevitabile per i Ragni nel ’74”.

La prima ascensione del Cerro Torre: qualcuno ha salutato così – perentoriamente, dando un colpo di spugna all’impresa del ’59 – la vittoria dei lecchesi. La prima ascensione del Cerro Torre: lo si è ripetuto in tempi più recenti, in particolare dal 2004, dopo la nuova bordata di contestazioni mosse al racconto di Cesare Maestri. Ma nel mezzo non è mancato neppure chi, come Alan Kearney, ha buttato lì la sua provocazione: scusate, ma le prove del successo dei lecchesi dove sarebbero? Ecco, Bragg: voi quelle prove le avete trovate?

“Abbiamo visto tracce della loro scalata fino a circa cento metri dalla vetta: brandelli di corde fisse, scalette metalliche rotte. Nessun segno di un precedente passaggio, invece, sulla cima. Ma questo per me non è stato sorprendente: la vetta del Torre è tutta neve e ghiaccio, e qualunque cosa fosse stata lasciata lassù da Casimiro Ferrari e compagni, poteva facilmente essere finita sepolta o, al contrario, poteva essere stata strappata via dal vento. No, non ho mai dubitato del successo dei lecchesi: anche il loro racconto coincideva perfettamente con i nostri riscontri diretti”.

Eccoci, siamo già in cammino sulle fragili cornici di neve del dubbio. E proprio lì, a metà del ponte candido che supera il crepaccio spalancato e che minaccia di precipitarci di sotto, proprio lì sento anche più preoccupante nello zaino il peso delle domande che mi porto dietro dal primo momento. Bisognerà che un drago delle pareti come Bragg mi aiuti ad arrivare dall’altra parte. E allora glielo lancio, il capo della mia corda alla quale ho legato un luccicante punto interrogativo. John, ma tu la salita del ’59 la dai per buona?

Bragg sembra indicarmi una certa direzione, sulle prime: “Trovo sia difficile credere che qualcuno possa mentire su una cosa di questa importanza, e per così tanto tempo», mi dice. Poi, però, all’improvviso fa un passo di lato, e il suo è uno scarto netto: “Trovo però altrettanto difficile» aggiunge “credere che Maestri ed Egger abbiano davvero scalato quella parete, dal momento che molti eccellenti alpinisti non ce l’hanno fatta, anche ai nostri giorni, anche in quelli che possiamo ben definire tempi moderni rispetto alla stagione lontana degli anni cinquanta».

Rolando Garibotti sul terzo tiro delle placche tra il nevaio triangolare della parete est e il Colle della Conquista. Dietro di lui, sgombra di ghiaccio, la goulotte verticale che Maestri e Fava hanno dichiarato salita nel 1959. Foto: Ermanno Salvaterra.

Dunque ritieni che sia tutto un imbroglio?
“La verità? La verità è che non so cosa pensare. Prima di salire la Torre Egger, non avevo un’idea precisa in proposito. Dopo, ho cominciato a nutrire un certo scetticismo, ma sono rimasto possibilista. Oggi sono più perplesso che mai, perché sono passati altri trent’anni e nessuno ha ancora scalato quel benedetto versante. Ma no, non posso affermare e tanto meno provare che l’ascensione del ’59 non è mai stata fatta”.

Jim Donini invece la pensa diversamente, e ha cambiato opinione proprio da quando ha salito la Torre Egger.

“Lui è tornato da quella montagna convinto che Maestri e compagni non abbiano raggiunto neppure il colle. Non ero e non sono del tutto d’accordo con lui, ma l’ho detto: non ho prove che le cose siano andate così”.

Eppure siete stati i primi, a tornare sulla parete affrontata da Maestri e compagni. Siete stati i primi a evidenziare elementi morfologici che non coincidevano con quelli descritti in precedenza…

“C’era una sola rampa che era ovvio attaccare per puntare verso il colle» mi spiega Bragg. “Una rampa che era evidente una volta raggiunta la sua base, ma che non lo era per niente guardando invece dal ghiacciaio sottostante. In ogni caso, quella era l’unica via logica per portarsi al colle dal piccolo nevaio all’uscita dal canale ghiacciato. Salire era piuttosto facile, salvo un ultimo brevissimo tratto. E questo davvero non coincideva con la descrizione di diciassette anni prima. Non abbiamo trovato chiodi né segni di un precedente passaggio, in quel punto. Maestri aveva detto però che lì loro non avevano fissato corde e dunque il materiale che avevano utilizzato poteva ben essere stato rimosso per essere usato più sopra. Ciò che pensavo di vedere di sicuro, tuttavia, era qualche traccia degli ancoraggi per le calate di Cesarino Fava durante la discesa dal Colle della Conquista. Niente di niente, invece”.

Il Torre potrebbe essersi scrollato di dosso tutto? Ci sono spiegazioni ragionevoli al fatto che i segni del passaggio della cordata del ’59 da un certo punto in poi non sono mai saltati fuori?

“Ci sono, potrebbero esserci» sostiene John. “Maestri ha detto di aver scalato lo stretto canale di ghiaccio che punta verso l’alto salendo dal nevaio triangolare, mentre noi quel canale l’abbiamo trovato in condizioni pericolose: faceva piuttosto caldo, ci arrivava addosso di tutto, era troppo rischioso. Così abbiamo traversato verso destra e proseguito su roccia. Sopra il colle, poi, stando al racconto di Maestri c’era molto più ghiaccio di quanto non ce ne sia oggi: loro avrebbero scalato la maggior parte della via su una corazza glaciale e dunque potrebbero non avere lasciato tracce”.

Condizioni che nessuno ha mai trovato, dicono i contestatori di quell’impresa che sarebbe senza uguali.

“Neppure io ho mai visto niente di simile” mi conferma il grande scalatore americano. “E quel che mi pare curioso è anche il fatto che nelle poche immagini che nel ’59 sono state scattate nella parte bassa della via, voglio dire nel grande diedro che sale verso il nevaio triangolare, non si vede assolutamente ghiaccio, non ce n’è proprio, non ce n’è quasi del tutto. Molto meno di quanto noi stessi ne incontrammo, in effetti. Ciò nonostante, Maestri dichiara che la parte alta della montagna era completamente ricoperta da quella sorta di spessa buccia candida. Davvero curioso”.

L’avremo mai una risposta definitiva?
“Credo che non conosceremo mai la verità, ecco quel che credo. Questa storia resterà per sempre un mistero» confessa Bragg, che se ha un innamoramento speciale per il Fitz Roy – per il suo passato, per la sua bellezza, per le difficoltà tecniche che oppone, per i ricordi delle avventure che vi ha vissuto in gioventù – riconosce però che il Cerro Torre è persino qualcosa di più, è qualcosa di speciale, di magico e di unico.

“Oggi» sottolinea “non esiste una montagna che abbia la stessa aura di mistero e di inaccessibilità che aveva il Torre negli anni cinquanta e sessanta. Per quante vette siano state scalate, per quante vie incredibilmente dure siano state tracciate, non esistè una cima che ecciti altrettanto la fantasia. E soprattutto non esiste ai giorni nostri una montagna inviolata che abbia la bellezza, la difficoltà, la fama leggendaria e in definitiva l’unicità del Torre nella stagione in cui furono concepiti i primi tentativi”.

1999: Cesarino Fava (a sinistra) e Cesare Maestri sulla cima del Campanil Basso (Brenta) nel centenario della prima ascensione. Foto: Marco Benedetti.

Cos’è, se non una dichiarazione d’amore racchiusa dentro un autorevole giudizio storico? Sono parole che dovremo ricordare, proseguendo lungo il nostro cammino. E ricorderò di sicuro anche altre parole, quelle tenere, toccanti, con le quali John mi racconta di Egger, del ritrovamento dei suoi poveri resti sul ghiacciaio, dell’emozione provata salendo per la prima volta la guglia dedicata allo sventurato compagno di Maestri. Ascoltiamolo: “Sono stati Jim Donini, Ben Campbell-Kelly e Brian Wyvill a individuarli. Me li hanno mostrati qualche giorno dopo, mentre ripassavamo da quel punto: poche ossa, uno scarpone, brandelli di vestiti, una piccozza rotta, alcuni metri di corda, un moschettone. Era il ’75, eravamo sul ghiacciaio a circa un un chilometro e mezzo dal Cerro Torre. Ci è parso evidente che si trattasse di Egger. E ci siamo imbattuti nelle tracce della sua tragedia anche l’anno dopo, mentre scalavamo al di sopra del nevaio triangolare del versante est salendo verso il Colle della Conquista per tentare proprio la Torre Egger. Avvolta a un grosso blocco, trovammo una corda tranciata, uguale a quella scoperta sul ghiacciaio dodici mesi prima».

Il punto esatto in cui si compì la tragedia del ’59? Chissà, forse sì, anzi probabilmente sì. E oggi il grande alpinista americano mi confessa di aver quasi avvertito al proprio fianco la presenza dello scalatore austriaco mentre saliva la cima ribattezzata con il suo nome. Quel freddo giorno di fine febbraio del ’76 la piccola squadra riuscita nell’impresa aveva con sé un moschettone in più, proprio quello appartenuto a Egger e raccolto sul ghiacciaio l’anno precedente: “Una volta in cima abbiamo provato una straordinaria felicità, ma anche un enorme sollievo per tutto quello che ci eravamo messi alle spalle», mi racconta John Bragg. “Nel frattempo si era scatenata la bufera, il ghiaccio aveva cominciato a ricoprire tutto, così non abbiamo potuto indugiare a lungo. Ma prima di iniziare la discesa c’era qualcosa che dovevamo fare e che ci stava a cuore: seppellire il moschettone di Toni, lasciarlo lassù per sempre. Lo ricordo come fosse ora: ricordo d’essermi sentito grato allo spirito di Egger per averci aiutato e protetto durante l’ascensione, per aver voluto che fossimo proprio noi a scalare quella montagna. Noi che potevamo consegnarle quel prezioso omaggio che parlava di lui”.

1999: al meeting di Malé, Maestri indica la sua via del 1959 sul plastico del Cerro Torre realizzato da Elio Orlandi. Foto: Ken Wilson.

Toni Ponholzer
Bragg non è il solo ad averla pensata, una cosa così. Non è il solo, intendo, a essersi portato dietro, appiglio dopo appiglio, un senso profondo di ammirata gratitudine per chi l’aveva preceduto su quelle stesse pareti. Di più: non è il solo ad avere quasi sentito al suo fianco una presenza invisibile, immateriale e allo stesso tempo forte, mentre scalava e scalava con negli occhi il Cerro Torre e nel cuore il suo sogno di pietra e di roccia. E ancora, e meglio, non è il solo ad avere pensato di essere stato non soltanto accompagnato ma anche aiutato durante la sua salita proprio dall’uomo che, non essendo mai tornato da quella montagna, doveva per forza essere rimasto lì. Nascosto da qualche parte, felice e giovane per sempre, più leggero che mai perché liberato dal peso del corpo. Toni Egger, proprio lui.

Me ne parla anche Toni Ponholzer, di una sensazione così. Me ne parla esplicitamente questo grande alpinista austriaco che proprio per il fatto di venire dalla stessa terra dello sventurato compagno di Cesare Maestri, proprio per questo è cresciuto prima respirandone e poi coltivandone il mito, finendo con il diventare probabilmente il più cocciuto, il più appassionato, il più coraggioso tra quanti hanno tentato di seguirne le orme sulla parete impossibile.

“Toni Egger ha certamente spiegato le sue ali per proteggere le nostre vite» mi racconta Ponholzer nel maggio del 2005 tornando con il pensiero al giorno in cui, non troppe settimane prima, sul Torre ha corso il suo rischio più grande, inseguito e infine inspiegabilmente graziato da una scarica di ghiaccio forse proprio come quella che travolse – nel lontano ’59 – l’uomo della leggenda, della via inscalabile, dunque del mistero. Un angelo? Un angelo: chi altri dispiega mai le ali per correre in tuo aiuto? Lo si può immaginare in questo modo, un alpinista caduto, solo se ci si sente vicini a lui come a un amico con il quale si sono condivisi giorni felici, come a un fratello o a un padre, a un compagno di giochi meravigliosi e rimpianti, forse a un maestro di vita seguito con devozione, a un magico e inesauribile ispiratore di sogni. Ed è proprio così, lo capisco subito, che Ponholzer vede Egger. Ci è cresciuto, con questa ammirazione sconfinata per l’eroe sventurato della vetta che la Patagonia ha eletto a suo simbolo. “Fin da quando avevo sei anni ho questa idea fissa: salire il Cerro Torre per la Egger» mi confida Ponholzer, e davvero a questo punto non posso avere dubbi che il suo sia il legame più lungo, forte e tenace con il quale mi debba confrontare girando intorno all’enigma che sto investigando. A sei anni quasi non si è ancora incominciato a vivere, eppure a quell’età straordinaria tutto sembra possibile. Proprio allora, immaginandosi finalmente ‘grandi’ accade di pensarsi ruspisti e astronauti, calciatori e rockstar, attori e falegnami, toreri e sommozzatori, ingegneri e poeti, preti e pizzaioli. Lo si dice, e lo si dice serissimamente facendo spuntare sorrisi – un gioco tenero di contrasti – sulle labbra di chi ascolta. Poi la vita naturalmente prende altre pieghe, imbocca altre strade, perché è questo il fatto: che tutto cambia, che a sei anni si ha davanti il tempo che si vuole per cambiare ogni cosa. Bene, la sua vita Toni Ponholzer l’ha impiegata invece per inseguire il suo sogno di bambino: salire il Cerro Torre lungo la via Egger, che lui non a caso chiama solo così – Egger – e non Egger-Maestri come fanno tutti gli altri.

Come è possibile? È possibile, o almeno lo diventa, se si imboccano i sentieri che percorrono le montagne d’Austria dove i due Toni sono cresciuti.

“Egger elesse a sua patria Nussdorf-Debant, dove io stesso vivo» mi spiega Ponholzer. “Specialmente qui, nel Tirolo orientale, lui è un eroe, un uomo e un alpinista senza pari. Senza dubbio di gran lunga un precursore dei tempi. È per questo che io ho deciso quel che ho deciso. E mi ricordo bene anche come è cominciato tutto: fu determinante una messa in suffragio di Egger celebrata nelle Dolomiti di Lienz, una messa alla quale presi parte da ragazzo. Avevo sei anni, già. Da quel momento in poi la storia di Toni e del Cerro Torre ha forgiato e forgia la mia vita. Lo sai? Non c’è giorno in cui io non pensi a Egger e alla cima della sua ultima scalata”.

Silvo Karo. Foto: Andrej Grmovšek, archivio Karo.

“Non c’è giorno», ecco: semplice semplice. E allora non c’è neppure bisogno di spiegare, di chiedersi, perché questo alpinista abbia tentato di ripetere più di ogni altro la magica scalata o non-scalata sulla Nord del Grido di Pietra.

“Nel 1987 con Hannes Wallensteiner, di Fribach, ho scalato la via del Compressore» mi ricorda Toni, svelandomi che per inseguire il suo sogno ha preso quel po’ di rincorsa, di misure, alle quali un debuttante non poteva certo rinunciare allungando le mani sul Torre. “Negli anni seguenti, poi, mi sono concentrato sulla via Egger. In Patagonia sono stato in tutto sei volte per realizzare quel progetto. I miei compagni di cordata sono stati Georg Schörghofer, Tommy Bonapace, Gerold Dünser, Franz Niederegger e per ultimo Markus Bucher. Con loro appunto dal 1987 a oggi ho salito fino al Colle della Conquista tutte le linee logiche possibili nella parte inferiore della parete. Per due volte sono arrivato oltre il colle. Una con Tommy e Gerold, lungo la Nord-ovest, salendola per quattro-cinque lunghezze di corda. Un’altra con Franz, lungo la Nord. Il punto più alto l’ho raggiunto proprio in questa seconda occasione: circa duecento metri sotto la sommità del Fungo. E in tutti questi tentativi ho potuto mettere assieme esperienze di grande valore per una futura salita fino alla cima”.

Ci crede, Ponholzer, nella vetta. Ci spera. E davvero se qualcuno può permettersi di farlo, se qualcuno in questo momento può guardare la muraglia impossibile pensandola invece scalabile, questo è lui. Nel ’99, Toni ha avuto la faccia tosta, il fegato e la forza di attaccare il Torre il mattino e di affacciarsi al colle alle tre del pomeriggio, tutto già il primo giorno. Nessuno era mai riuscito a tanto, nessuno su quel versante si era mai arrampicato così velocemente. O meglio, Ponholzer in quella occasione ha registrato un tempo di salita pressoché identico a quello dichiarato da Maestri nel ’59 e non a caso guardato con sospetto da molti per la sua eccezionalità, enfatizzata dal confronto con le performance cronometriche dell’epoca su altre cime patagoniche.

Ecco, quando Toni parla di esperienze di grande valore compiute fino a oggi sul Torre, parla di cose così. Era con Niederegger, nel ’99. La loro, quella volta, è stata un’ascensione quasi record, eppure Ponholzer – me lo ripeto giusto per non dimenticare chi ho di fronte – è riuscito a fare persino meglio: nell’ultima occasione, con Bucher, al fatidico colle ci è arrivato addirittura un’ora e rotti prima, cioè all’una e mezzo del pomeriggio. Un missile, semplicemente. È stato quel giorno che Toni Egger è entrato in scena. È lì che la presenza invisibile di cui parlavo si è come materializzata.

“Una gigantesca scarica di ghiaccio per poco non ci ha ammazzati» riesce a sorriderne Ponholzer. “Faceva piuttosto caldo, in quel momento. Troppo per una parete del genere. In quelle condizioni, salire la Nord del Torre significa arrivare al limite del suicidio. E te l’ho detto: Toni Egger ha certamente spiegato le sue ali per proteggere le nostre vite, la mia e quella di Markus”.

Se non basta neppure essere velocissimi, i più veloci nella storia della Nord, come si può fare, allora, per avere la meglio?

“Occorre salire con temperature piuttosto basse» mi dice Toni a poche settimane dal sesto attacco a vuoto. “E tenendo conto della corsa contro il tempo e del meteo particolare del Torre, se si vuole parlare di successo non si può che affrontare l’ascensione in stile alpino. Inutile dirlo: tutti i miei tentativi sono stati realizzati in quel modo”.

L’ho imparato, l’ho capito: Ponholzer non sceglie a caso le parole, ma piuttosto le cerca con cura dentro lo zaino. Così è chiaro che quella sua sottolineatura – quel “se si vuole parlare di successo» – lega alla stessa corda un giudizio tecnico e una valutazione storica, una scelta di metodo e un impegno inderogabile, un sogno e un’istruzione per l’uso, insomma è un chiodo fisso battuto con il martello di un’etica alpinistica rigorosa.

“Di una cosa sono assolutamente certo» mi conferma. “Se avessi utilizzato corde fisse sarei arrivato in cima già da un bel pezzo. Ma il Cerro Torre è un monolito di granito non particolarmente alto, non è certo un ottomila. E dunque merita di essere salito in modo pulito e leggero, non in un’altra maniera”.

Lo merita sì. In Austria – una terra che ama profondamente la montagna e nella quale non a caso lo sci è sport nazionale – cose così non vanno neppure spiegate. Si sanno, semplicemente. Di più: se si è alpinisti, fanno parte del patrimonio genetico e della cultura collettiva. Con idee del genere, me l’ha svelato proprio Toni, talvolta ci si cresce fin da bambini. Eppure qualcosa che si può spiegare, che forse anzi si deve almeno un po’ spiegare, c’è: è lo sguardo particolare che gli austriaci rivolgono al Cerro Torre, lo sguardo che precede e insieme racconta il loro approccio a quella montagna. È il coinvolgimento emotivo speciale che si può toccare con mano da queste parti. Che mi ha detto Ponholzer? Che per la gente del Tirolo orientale, soprattutto per quella, Egger è “un eroe, un uomo e un alpinista senza pari». Non per niente i suoi connazionali gli hanno dedicato monumenti e, nel tempo, tante iniziative che hanno gettato ponti anche tra passato e presente non tralasciando di coinvolgere i più giovani, persino i giovanissimi. Insomma, la memoria dello sventurato compagno di Maestri e Fava loro la coltivano con affetto, orgoglio e ammirazione.

Un vecchio amico di Toni Egger che si chiama Eduard Müller, che vive a Lienz e che si è fatto una posizione commercializzando prodotti petroliferi, più volte ha messo mano al portafoglio per sostenere le spedizioni austriache al Torre. E lo ha fatto perché la parete nord fosse (nuovamente?) salita. In definitiva, perché l’impresa del ’59 fosse verificata e liberata dalle ombre del dubbio. E sempre lui ha portato in Patagonia – a Chalten, il paese più vicino al Grido di Pietra e al Fitz Roy – operai, materiali e perciò anche un bel po’ di quattrini per costruire una cappella dedicata a chi tra quelle montagne è morto, in primo luogo dunque proprio all’indimenticabile Toni.

Non è un segreto che tanti, nella terra dello scalatore caduto, non hanno visto troppo di buon occhio le chiacchiere fiorite attorno al Torre – le chiacchiere e il loro puntuale contorno di contestazioni. Una reazione istintiva, dettata dalla difesa dell’ultima possibile impresa dell’eroe di casa, uno scalatore formidabile giudicato all’altezza anche della parete più inaccessibile della più repulsiva tra le montagne. Una reazione che inevitabilmente porta a pensare alle parole di Maestri, a quel suo interrogativo scorato, al suo rancoroso tirar di somme e presentar di conto alla comunità alpinistica internazionale: “Che sarebbe accaduto se a non tornare, quella volta, fossi stato io”?.

Già, che sarebbe accaduto? Che avrebbe raccontato Egger? E cosa avrebbe aggiunto Fava? E gli italiani come avrebbero raffigurato l’alpinista trentino? Come un eroe, anche loro? E allo scalatore austriaco sarebbe toccata, oppure no, la tortura mediatica alla quale è stato condannato Maestri?

Quante domande sospese nel ciclo blu del Torre, lì a rincorrersi come nuvole mai stanche nel gioco infinito del vento. E com’è nitida l’eco delle accuse, dei dubbi, delle polemiche, com’è forte l’odore dei veleni che hanno formato pozzanghere nelle pieghe della spedizione di mezzo secolo fa e che alla fine hanno lasciato il segno anche in Austria. Un segno profondo, se – sull’onda dei tanti fallimenti delle spedizioni lanciatesi negli anni sulle tracce di Egger – proprio Eduard Müller è arrivato a concludere che no, la leggendaria prima salita del ’59 “non è mai stata realizzata». E a scolpire parole deluse, durissime, sferzanti: “Con questa sua storia Maestri dovrà fare i conti per tutta la vita».

Il versante est del gruppo del CVerro Torre.
Sono indicate in modo approssimativo le linea di salita (1) e di discesa (2) come descritte da Cesare Maestri dopo la spedizione del 1959. Sempre secondo le indicazioni dell’alpinista sono segnalati anche: (a) il deposito di materiale e il termine delle corde fisse – nessuna traccia di passaggio di quella cordata è stata mai ritrovata sopra questo punto; (b) il primo bivacco al Colle della Conquista; (e) il secondo bivacco, a quota 2720; (d) il terzo e il quarto bivacco; (f) il sesto bivacco e il luogo della morte di Egger.
Foto e tracciati Rotando Garibotti, The American Alpine Journal, 2004.

E Ponholzer come la pensa?
“In genere non mi pronuncio a proposito della ‘via Egger’, di Toni e del Cerro Torre» mi ha detto proprio all’inizio del nostro scambio di opinioni, facendo però poi un generoso strappo alla regola quando gli ho messo in fila tutte le mie domande. “Sono state montate troppe speculazioni e ci sono state troppe false interpretazioni”.

Così, Toni non ha neppure bisogno di dirmi in modo esplicito se crede o no alla controversa ascensione che ha ispirato il suo andirivieni dalla Patagonia.

“Il mio desiderio è di riuscire finalmente a salire quella via, per dimostrare ai critici che la parete non è indomabile» mi spiega, dandomi in modo indiretto la risposta che cerco, perché è evidente che se una parete non è indomabile, allora può essere già stata domata. Al Torre, lì, del resto Ponholzer ci è sempre andato non solo con il sogno di spuntarla prima o poi, ma anche con un’altra speranza: “Trovare un segno di Egger in prossimità della cima» mi confessa confermandomi le sue motivazioni speciali, offrendomi parola dopo parola gli indizi della sua convinzione che l’impresa del ’59 possa davvero esserci stata. “È vero che fino al nevaio triangolare, nella parte inferiore della parete, sono state individuate tracce di Toni e Maestri, e che al di sopra di quel punto neppure io sono riuscito a scovare nulla. Dunque, che loro abbiano davvero salito la via, purtroppo non posso ancora provarlo. Sono in ogni caso dell’idea che occorra arrivare fino al punto più alto, sulla sommità del Fungo. Solo allora, solo in cima, si potrà parlare di successo. E soltanto allora si potranno anche mettere in sequenza dei fatti precisi, verificati sul campo”.

È un taglio netto, è il rifiuto forte e chiaro di ogni salto a conclusioni affrettate, per quanto questa parola – affrettate – susciti un sorriso, pronunciata com’è sullo sfondo di attese che si protraggono da mezzo secolo. Eppure, mi suggerisce Ponholzer, per quanto suoni strano è davvero ancora presto perché qualcuno possa dire una parola definitiva sul più grande giallo dell’alpinismo mondiale. Neanche un dubbio? Neanche uno? Mai?

“Maestri ed Egger sono per me personalità grandiose» mi risponde Toni, senza l’ombra di un cenno polemico nei confronti dello scalatore trentino. “Se mai un giorno dovessi essere il primo a completare la salita sulla Nord del Torre e mi rendessi conto che nel ’59 non è stata portata a termine, sarei comunque onorato di poter cogliere per quegli straordinari alpinisti l’obiettivo che si erano prefissati: la loro via”.

Ermanno Salvaterra
Ma c’era Egger con lui: un demonio, così è stato dipinto.

“Egger era forte davvero, almeno quanto Cesare su roccia» ammette Ermanno, mentre anche il suo gatto è arrivato a dare un’occhiata alle foto sul computer, dopo avere annusato la lattina di té ancora mezza piena sul tavolo “e molto, molto di più con piccozza e ramponi. Due anni prima aveva fatto lo Jirishanca, che allora era stato indicato come il punto di riferimento per le difficoltà in questo tipo di scalata: insomma, era il limite. Ma se vai a guardare lo Jirishanca, ti accorgi che le sue pendenze non sono nemmeno paragonabili a quelle della parete nord del Torre. Ci devi aggiungere dieci, in alcuni punti forse persino venti gradi. E non è che nel frattempo ci siano stati salti in avanti delle tecniche, dei materiali. Eppure la scalata nel ’59 non solo la si fa, ma la si fa su quel ghiaccio bastardo, su quei muri, con tutti quei metri da salire e con quella velocità mostruosa. Ah, lasciami almeno dubitare. E poi..”.

E poi? Pare promettente, l’espressione di Salvaterra. E c’è un silenzioso segnale in più, fatto di dettagli che ho imparato a mettere a fuoco: un’altra sigaretta accesa, un’altra boccata di quelle lunghe, godute, e poi quello sguardo acuto che mi punta dritto. Se ne è accorto anche il rane di casa, forse, che siamo a un passaggio chiave: pure lui vuole dare un’occhiata al tavolo, mi piazza in grembo le sue zampe e si rassegna a rinunciare alla scalata solo dopo un po’ di coccole.

E poi, Ermanno? E poi?
“E poi a me Cesare una volta l’ha persino detto”.

Detto cosa? Un nuvolone di fumo, l’atmosfera giusta per una confidenza capace di lasciare il segno.

“Che in cima forse non ci è andato”.
Ci vuole una bella pausa, dopo una sorpresa così. Ci vuole anche un’altra penna, perché quella che ho in mano deve essersi emozionata e l’inchiostro blu ha preso all’improvviso ad allargare chiazze sui fogli.

Su Ermanno, su, racconta.
“Sì, me l’ha detto. Forse non siamo proprio arrivati in cima al Torre, mi ha detto così”.

E tu?
“E io sono rimasto secco. Come te adesso. Non ci potevo credere, ecco. Eppure me l’ha detto, a me l’ha detto. Che forse non erano proprio andati in cima, che insomma in pratica c’erano ma magari non del tutto, che l’avevano lì, subito sopra, o che ci stavano appena sotto per quel che potevano vedere e capire, perché lassù in parole povere era un gran casino. Io ero così incredulo e spiazzato che ho buttato lì: ma dai, Cesare, ma dai… E ho ripensato che quella cosa non l’avevo mai letta nei suoi libri e che una verità del genere invece nei libri avrebbe dovuto essere scritta a lettere maiuscole, forse anche in grassetto e poi persino sottolineata. A me piacerebbe credere, a quel che dicono e scrivono gli alpinisti. Anche se so cosa si dice in giro».

Che si dice?
“Che i loro racconti tanto sono sempre romanzati, insomma che gli scalatori somigliano ai pescatori i cui pesci, guarda un po’, sono ogni volta dei fratellini di Moby Dick: enormi, ecco. Ma una cosa è se parli di una bufera che non c’è stata, se mi racconti di emozioni che non hai mai provato e che hai costruito dopo a tavolino, se ti inventi una valanga che ti ha schivato. Se lo scopro non sono contento, chiaro, perché mi hai preso in giro. Di solito però non lo scopro, insomma non lo so con precisione, fa scena e non cambia troppo le cose: parliamo di faccende di contorno, in fondo. Un’altra cosa invece sono gli aspetti tecnici. Quelli devi lasciarli stare, quelli devi rispettarli: se la parete strapiombante è di dieci metri non può diventare di cinquanta, se la difficoltà è di quarto grado non può diventare di sesto, se la placca è solcata da una bella fessura non può diventare liscia. E anche gli zaini con cui arrampichi non possono diventare di venticinque chili se non lo sono. Io uno capace di arrampicare sul duro con un peso così sulle spalle non l’ho mai trovato. E ne ho visti forse un paio, non di più, in grado di risalire le fisse con le maniglie jumar portando un carico simile. Erano tutte schiappe, quelli con cui ho arrampicato”?

È possibile che quella volta Maestri si sia preso gioco di Salvaterra, con la rivelazione-choc? Chissà. Lo stesso Ermanno mi confida che parole del genere Cesare non gliele ha mai più ripetute. Che anzi, nelle altre occasioni in cui tra loro si è parlato del Torre, Maestri è stato perentorio e anche molto convinto e convincente: quando siamo andati in cima, quando io e Toni eravamo in cima, su in cima, e in cima poi, siamo scappati dalla cima, le bandierine in cima e tutto il resto, sempre e comunque ben ancorato a quella cosa precisa, sognata e magica: la cima. E aggiunge un’altra sottolineatura ancora, Salvaterra: che quella specie di confessione-lampo lui l’ha raccolta nei giorni in cui in realtà credeva all’impresa, e ci credeva senza un’ombra di dubbio. E dunque mi spiega che – pur dopo la grande sorpresa iniziale – allora aveva avvolto quelle parole nel velluto morbido della sua convinzione, con un ragionamento grosso modo di questo genere: vabbè, se in pratica c’erano, in vetta, alla fine vuol dire che c’erano.

Le conclusioni di Spreafico
Cosa resta, allora, anche dopo l’ultimo (e vano) duello in terra francese per il candido scalpo di ghiaccio del Grido di Pietra? Resta la consapevolezza che nessun’altra storia più di questa, tra le mille e mille del grande romanzo della montagna, sa appartenere insieme al passato e al presente, dunque anche al futuro. E resta – in vasti settori della comunità alpinistica internazionale, così come tra una meno specializzata opinione pubblica – l’interrogativo di sempre, vale a dire l’attesa di un definitivo accertamento dei fatti e nel contempo il dubbio scomodo che questa attesa in realtà forse pretenda troppo da se stessa.

L’ho cercata anch’io, quella verità sfuggente. E l’ho cercata senza preconcetti, senza partiti presi. Ho raccolto in uno zaino le mie domande e me ne sono andato in giro per il mondo: un viaggio faticoso, ma appassionante, indimenticabile. Ho ascoltato ogni voce come fosse la prima, la sola, ma l’ho ascoltata anche non dimenticando le altre voci che avevo già raccolto. Da ciascuna ho imparato qualcosa. E ho imparato qualcosa, anzi molto, proprio dall’incrocio e dal confronto delle cento e cento risposte, opinioni, testimonianze. Perché, presi a sé, i frammenti di soggettiva verità che tutte contenevano potevano essere di volta in volta ragionevoli, convincenti, persino eccitanti, in qualche caso addirittura clamorosi e spiazzanti. Poi, però, dovevano fare i conti con altri incontri e con altre valutazioni, con ulteriori analisi non meno attendibili e autorevoli, ma soprattutto capaci di indicarmi vie d’uscita diverse.

Così ho capito che l’enigma del Cerro Torre è straordinario anche per i suoi tanti e mutevoli volti, per le sue imprevedibili sfaccettature. Perché non solo la stessa parete del mistero ha suggerito conclusioni differenti e talvolta addirittura opposte ai tanti protagonisti di primo piano del mondo alpinistico internazionale che ho incontrato, ma perché persino all’interno dei due grandi schieramenti – i possibilisti da una parte, gli increduli dall’altra – ho visto emergere posizioni dalle molte sfumature. Al punto che compagni di cordata affiatati, scalatori amici e formidabili ritrovatisi esattamente nello stesso luogo e nello stesso momento, persino loro sulla vetta simbolo della Patagonia sono riusciti a vedere cose diverse. O da situazioni identiche hanno tratto suggestioni e indicazioni tecniche discordanti.

Ho capito però anche che gli atteggiamenti di chi guarda al mistero del Torre possono modificarsi nel tempo, in un senso o nell’altro. E che in questa storia sbagliata c’è davvero un prima e un dopo, marcato nitidamente dalla salita della Nord compiuta da Salvaterra, Garibotti e Beltrami. Perché le tracce di Maestri ed Egger non ritrovate nella parte alta della parete finalmente percorsa o ripercorsa, quelle tracce o meglio quelle non-tracce (e tutte le argomentazioni che vi sono ancorate, specie la denunciata non rispondenza dei luoghi alle descrizioni che ne sono state fatte mezzo secolo prima) lasciano un segno profondo nell’infinita controversia. In qualche modo, parlano. Di più: gridano. Afferrano i dubbi e i giudizi sospesi di molti sull’impresa del 1959 e li trascinano verso una convinta e definitiva incredulità.

Tra quei molti c’è anche gente che alla tentazione di accettare una verità diversa ha resistito cocciutamente fino all’ultimo, persino mettendo da parte le personali convenienze. Gente come Daniele Chiappa, per esempio, insomma gente che ha un posto nella storia del Grido di Pietra. Perché ai primi del 2006 è proprio lui, il Ciapin della cordata lecchese del ’74, a confessarmi di avere mosso l’ultimo passo di un faticoso cammino durato oltre trent’anni. “La salita di Ermanno e compagni cambia rutto» mi dice ormai al di là del guado. “Offre elementi che prima non avevamo a disposizione, e con quegli elementi chiude finalmente il cerchio portandosi via anche i miei ultimi dubbi. Oggi, così, credo anch’io che le cose non siano andate come Maestri ci ha raccontato. Mi spiace davvero, ma per me lui non è arrivato in cima”.

Dubbi, convinzioni, domande, ripensamenti. E poi daccapo: dubbi, convinzioni, domande, ripensamenti. La mia inchiesta ha scalato più volte anche questa montagna. Ma adesso che ho passato in rassegna tutti i testimoni, che ho seguito tutte le tracce e analizzato tutti i reperti che sono stato in condizione di rintracciare, adesso nella rilettura del giallo mi toccherebbe una conclusione. Ne ho una? Ce l’ho, certo che ce l’ho. Prima però voglio farmi aiutare ancora una volta da Ken Wilson, o meglio dal giurì che lui ha invocato e composto, e che io – dopo avere sentito i ‘giudici’ uno per uno, mescolati alla folla dei miei ideali compagni di cordata – posso permettermi di convocare virtualmente per un responso finale. Ricordate? Eccolo, il ‘tribunale dei pari’ scelto dal giornalista inglese: Silvia Metzeltin, Daniele Chiappa, Rolando Garibotti, Maurizio Giarolli, Elio Orlandi, Toni Ponholzer, Ermanno Salvaterra.

Ken in realtà avrebbe voluto nella corte anche un altro austriaco. Io invece in nome dell’internazionalità mi prendo la libertà di metterci uno sloveno: Silvo Karo.

Ecco, adesso agli otto saggi chiedo un verdetto. E il verdetto – sorpresa – è spaccato a metà, preciso preciso, come tagliato da una lama ben affilata. Faccio e rifaccio i conti per stendere il mio verbale: quattro favorevoli a Maestri o almeno possibilisti, quattro contrari. È proprio una sorpresa? Non per me, per quanto in questo mio lungo cammino ai piedi del Cerro Torre – me ne rendo ben conto – io abbia incontrato più portatori di dubbi che di convinzioni a favore della leggendaria scalata del ’59. Non per me, perché gli argomenti in rotta di collisione li ho toccati con mano uno a uno e non ho solo registrato parole, ma ho anche visto volti, incrociato sguardi, memorizzato gesti, e dunque ho colto emozioni nello stesso momento in cui ho raccolto pareri. Proprio per questa ragione, però, ho anche un ostinato retropensiero per ciascuno di quegli argomenti contrapposti. Ho un maledetto ostacolo che all’ultimo momento sbarra la mia strada verso conclusioni univoche nell’una o nell’altra direzione, insomma ho sempre un “e se invece fosse”? che mi saltella impertinente davanti. E poi, lo confesso senza imbarazzo, mi porto dietro appiccicato alla pelle il giuramento che Maestri mi ha fatto a proposito della sua coscienza pulita, un giuramento spontaneo e dolente che per me ha un grande significato perché il custode dell’enigma lo ha pronunciato anche su un compagno morto, su Toni Egger.

Si giura pure nelle aule di giustizia, prima di rendere testimonianza. E in tribunale questo sarebbe un processo indiziario. Ne ho raccontati tanti, di quei dibattimenti, nella mia altra vita di cronista spesa lontano dalle pareti. E so bene che non sempre e neppure lì, tra toghe e codici, gli indizi – per quanto numerosi – assurgono a dignità di prove. Succede, è previsto, è accettato. E allora, dopo essermi arrampicato fin qui, mi fermo. Mi sfilo lo zaino, rifiato con calma e spazio sul panorama vertiginoso che mi si spalanca davanti. Cosa vedo? In qualche modo mi scopro tornato al punto di partenza. Anche se da quel punto mi separa in realtà una distanza grande, perché adesso so che di tessere per il mio mosaico non potrei trovarne altre: non oggi, non qui.

La verità è che sono arrivato a un passo dal convincermi che la scalata impossibile possa esserci davvero stata, ma poi – strano e vertiginoso pendolo – sono anche quasi arrivato a persuadermi dell’esatto contrario. Il problema è sempre stato quel passo, l’ultimo. È stato il margine di dubbio che mi è comunque rimasto. Ed è in nome di quel margine ed è per il fucile puntato di quel dubbio, irremovibile nel pretendere una resa alla quale non vorrei rassegnarmi, che sperimento sulla mia pelle e infine accetto l’“indecidibile» di cui mi ha parlato Silvia Metzeltin. Certo: sento addosso tutto il peso delle diverse convinzioni di altri, di ogni atto di fede in Maestri come di ogni serrato argomentare che lo contrasta. Ma è con me stesso che devo fare i conti: con la miscela di razionalità e di emotività, di fatti e di sensazioni, che questa storia incredibile mi ha lasciato dentro.

Quel che non avverto è il peso di un fallimento, perché credo che questa lunga e appassionante scalata un senso l’abbia avuto: dentro di me, ha comunque aggiunto e anche cambiato molte cose. Mi ha consentito di raccogliere tanti frammenti di verità sconosciuti e nascosti, mi ha portato a esplorare la montagna più bella e difficile del mondo così da vicino che ne ho potuto avvertire il respiro. Quei frammenti adesso sono lì: riportati a valle, a disposizione di chi vorrà riaccostarli. Ciascuno, se crede di poterlo fare, trarrà la sua conclusione. E sarà ciò che per lui avrà davvero un significato, perché conterà molto più di ogni soluzione servita pronta, preconfezionata.

Quanto a me non sono deluso perché, se potevo augurarmi qualcosa dopo un’investigazione senza preconcetti, forse era proprio di scoprire che l’enigma continuerà a farmi compagnia e a lasciarmi fantasticare, a inseguirmi con le sue infinite domande. Perché la sua forza e il suo fascino senza uguali stanno tutti lì, nella capacità di resistere al tempo. E perché se è certo che mi fionderei all’istante in capo al mondo per un’intervista esclusiva allo yeti, è anche probabile che alla fine della corsa, nel momento dei bilanci, sarei dispiaciuto di avere barattato il mio scoop con un mito, insomma di avere estirpato un sogno dall’universo fantastico di tanta gente.

No che non sono deluso. E sul mio sentiero ormai in discesa mi mette allegria incrociare il sorriso quieto di Franco Michieli, alpinista ed esploratore instancabile che ha attraversato a piedi le grandi catene montuose europee e che – camminando camminando, anche in Patagonia – ha messo a fuoco riflessioni insieme morbide e aguzze che sembrano tagliate su misura, e lo sono, per il giallo che ho indagato.

“Forse è più un sogno che una proposta realizzabile,» mi dice Franco “ma sarebbe bello che anche tra vette e pareti le due dimensioni, dico da una parte il mistero e dall’altra la cronaca o la storia, potessero almeno convivere, avere entrambe dignità”.

Allora non sono il solo ad avvertire questo fascino strano. Non sono il solo – pur dopo aver messo in fila tanti punti interrogativi, insomma dopo avere cercato risposte e concretezza, fatti in qualche modo toccabili con mano, opinioni argomentate – a essere felice che il dubbio continui a camminarmi accanto, né sono il solo a sentire il bisogno di una boccata fresca di idee, di impalpabile pensiero.

Michieli mi viene incontro: “II passo indispensabile» sostiene, e il suo è proprio un ribaltamento di approccio, è il dispiegarsi di una filosofia controcorrente “sarebbe togliersi dal petto la medaglia della conquista. Basterebbe farlo e considerare davvero le avventure vissute sulle montagne come un concatenamento di eventi pazzeschi, del tutto estranei alla quotidianità civile, intimamente nostri, e perciò non giudicabili ma neanche convalidabili secondo quei criteri. Perché del Torre si deve dire e spiegare tutto? A me sembra che l’incredulità sia un premio, non un danno: è il premio che Dio ha scelto per sé. Credo che restare nel mistero sia un risultato più grande che finire nella classifica statica delle prime salite, che sono tutte storie morte per sempre. Un racconto lascia un segno eterno se dice e non dice, se lascia credere e non credere. Fino in fondo però. L’Amleto di Shakespeare farebbe ridere, col suo fantasma, se fosse un testo storico. È più eterno di tutti i testi sulla storia di Danimarca, invece, e lo è perché crea il mistero dell’uomo, non lo spiega. Ecco, il Cerro Torre si merita un Amleto, non una bella agiografia con l’elenco delle salite».

Ci mediterò su, e lo farò senza dimenticare che spesso – nel loro paese delle meraviglie tutto guglie scintillanti – gli alpinisti estremi di ogni stagione storica hanno dato ragione ad Alice e alla Regina di Lewis Carrol, dimostrando che credere alle cose impossibili è davvero soltanto una questione di allenamento. Perché hanno buttato il cuore anche oltre i limiti dei materiali a loro disposizione, e facendolo ci hanno ricordato che la tecnologia non sempre spiega tutto, che sognare è un altro modo di guardare, che la prima e fondamentale spinta all’evoluzione sta dentro e non fuori di noi.

Già, ma le persone che la montagna più bella e difficile del mondo ha infilato nel suo tritacarne? Se penso a loro, penso a uomini che, comunque sia andata, hanno lanciato una sfida stupefacente, non a caso ritenuta da altro pianeta persino a distanza di mezzo secolo. Ripenso con rimpianto a Maestri e alla sua decisione di chiamarsi fuori, di lasciare senza risposta le cento domande già pronte per lui sul mio taccuino. Chissà se sarei riuscito a convincerlo che lo scetticismo di quanti non credono alla sua salita affonda le radici non in una generica diffidenza o, peggio, in un’antipatia o in una congiura, ma piuttosto in precisi argomenti tecnici, e dunque può essere rintuzzato – sì, persino a distanza di mezzo secolo – soltanto con altri precisi argomenti tecnici. Chissà se insieme avremmo potuto almeno provarci, a metterli a fuoco e in fila.

E mi chiedo inevitabilmente se e quanto sarebbe cambiato l’impatto di questa storia sbagliata qualora le scelte dell’alpinista di Madonna di Campiglio fossero state diverse anche nel 1970. Se avesse scalato il Torre fino all’ultimo metro, se lo avesse scalato fino alla sommità del fungo di ghiaccio di vetta dove nessun’altro era mai arrivato, e dove quella volta invece lui ha deliberatamente rinunciato ad arrivare. E soprattutto se lo avesse fatto senza utilizzare il compressore che gli ha scatenato contro le critiche e le accuse di mezzo mondo alpinistico, creando le migliori condizioni per una più complessiva contestazione del suo testa a testa con il Grido di Pietra. Sono scelte che Maestri da uomo libero e da personaggio controcorrente ha sempre difeso con orgoglio, certo, ma sono anche le scelte che hanno reso ancora più difficile la sua posizione e ancora più feroce il contraddittorio che gli si è rivoltato contro.

Così, se guardo al tritacarne instancabile del Torre, provo un rammarico al quale forse non ho neppure diritto. Poi però penso con gioia e ammirazione agli alpinisti che in tutti questi anni si sono sguinzagliati sulle piste verticali del mistero, penso alle loro ragioni spesso rimaste buone anche quando hanno imboccato rotte di fragorosa collisione.

Se devo semplificare, da una parte metto di sicuro Ermanno Salvaterra, ultimo re di questa montagna leggendaria. Lui che ne ha scalato persino il versante proibito e che – pur dicendo a voce alta di non credere all’impresa del 1959, anzi di essere certo che non sia mai stata portata a termine – ha onestamente ammesso di non poter esibire le prove di quella non-salita, ma con Rolando Garibotti ha anche elencato puntigliosamente una gran quantità di indizi verificati sul campo, dai quali è convinto sia possibile spremere una sola conclusione.

All’estremo opposto colloco Toni Ponholzer, soprattutto lui e quel suo approccio diverso e inequivocabile, fatto di ammirazione sconfinata per Egger e dunque anche di gratitudine per il sogno che l’alpinista caduto e i suoi compagni hanno indicato al mondo.

Quella dello scalatore austriaco è la dichiarazione d’amore per un eroe romantico. È una lettura in positivo del giallo che non ha verità da difendere, perché le affermazioni messe in discussione non sono di Egger. Ma Ponholzer non pare accettare neppure, come dire?, l’inversione dell’onere della prova.

Ricordate? Jeff Lowe, parlando del Grido di Pietra e di Maestri, un giorno ha detto: “Non è possibile togliere a un uomo una cosa del genere senza avere prove concrete». Toni mi ha fatto capire di pensarla come lui. È partito dal presupposto che la scalata controversa ci sia stata e ha fatto del tentativo di ripeterla – non del tentativo di aprire una via Ponholzer – il progetto alpinistico centrale della sua vita. E con quel tornare e ritornare a confrontarsi con il mistero ci ha suggerito che forse dobbiamo ancora cercare, decifrare, battendo fino all’ultimo ragionevole metro ogni settore della parete. Un approccio che rinuncia ai toni da processo, ma che non chiude gli occhi di fronte a valutazioni diametralmente opposte e che non si preclude la scoperta di una verità diversa da quella fin qui consegnata alla storia. Un approccio che – se fosse condiviso almeno in parte e al tempo stesso in modo più esteso ed esplicito – potrebbe aiutare a svelenire l’aria ormai diventata irrespirabile attorno all’enigma.

Per rendere tutto più accettabile, per togliere la corteccia urticante dall’impalcatura del dubbio che sale da nord verso la vetta del Cerro Torre, in ogni domanda ancora in cerca di risposta forse allora dovremmo solo poter e saper leggere il desiderio di raggiungere la convinzione che quella di mezzo secolo fa sia stata davvero una delle più straordinarie imprese alpinistiche di sempre. Una convinzione che dopo tanto tempo si vorrebbe semplicemente accompagnata da tutti i come e da tutti i perché.

Se fosse così, se l’incredulità rivelasse in filigrana almeno un po’ di ammirazione per i protagonisti di quei giorni grandi e tragici, persino Maestri – che oggi sogna solo “la morte del Torre, del maledetto Torre demolito da un terremoto, ridotto a un ghiaione, cancellato dalla faccia della Terra» – persino lui forse potrebbe tollerarla. E dopo il tormento che ha percorso e cambiato la sua vita, ai piedi della montagna più bella e difficile del mondo l’uomo del più intricato giallo della storia dell’alpinismo potrebbe essere finalmente risarcito con un po’ di pace. La pace la cui bandiera multicolore ha tentato invano di portare nel 2002, scalatore ormai vecchio ma non ancora in disarmo, in vetta allo Shisha Pangma, il suo primo ottomila. La pace che ha implorato un giorno d’agosto del 1999 a Male, proprio al magico raduno di tutti i primi salitori delle vie del Grido di Pietra: “Non vi dico di credermi. Vi dico: ostia ragazzi, basta. Mi avete ucciso».

Comunicato ufficiale di Cesare Maestri
riguardante la via ‘Egger-Maestri’ dell’anno 1959, trasmesso agli organizzatori e alla giuria del Piolet d’Or.

Io sottoscritto Cesare Maestri, preso atto della valanga di polemiche, dubbi, calunnie, incertezze e accuse, mi vedo – mio malgrado – obbligato a ribadire quello che più volte ho già detto, scritto e riscritto, per l’ennesima e spero ultima volta, nel modo più conciso possibile, circa la spedizione con Toni Egger e Cesarino Fava.

Tralasciando tutte le vicissitudini preliminari di quella indimenticabile ascensione e ricordando che sono ormai trascorsi 47 anni dalla conquista del Cerro Torre (le imprecisioni e le umane dimenticanze che negli ultimi anni hanno fomentato polemiche e dubbi non tengono conto di questo particolare non certo insignificante)

dichiaro e torno a ribadire

di avere salito il Cerro Torre con Toni Egger, percorrendo la parete Est fino al Colle della Conquista anche con Cesarino Fava, il quale ci ha fornito fino a qui il suo prezioso appoggio logistico; dal Colle siamo proseguiti in due, Toni Egger ed io, seguendo a tratti lo spigolo innevato di Nord-ovest e la parete nord fino a giungere sulla cresta dei funghi sommitali e da questo punto, seguendo le conformazioni ghiacciate, siamo arrivati in vetta al Cerro Torre il 31 gennaio 1959.

Ritengo pertanto ingiusto, e provocatoriamente scorretto, che la recente ascensione effettuata dalla cordata Salvaterra-Garibotti-Beltrami venga proposta e considerata una prima salita, quando in realtà ripercorre per gran parte la linea e le pareti da me salite con Toni Egger; insomma, a quanto è dato di capire, la cordata in questione ha effettuato una parziale ripetizione della nostra via del 1959, collegandola con una breve variante nella parte bassa e ripetendo alcune lunghezze di un’altra via esistente sulla parete ovest.

Non è più ammissibile che il mio silenzio, dovuto alla memoria della tragica scomparsa del mio compagno di cordata e a ragioni che ho spiegato mille volte, venga ancora una volta interpretato con scetticismo e addirittura inteso come conferma alle tesi denigratorie succedutesi nel tempo.

Rivendico ancora una volta il diritto ad essere rispettato e, quanto alle dichiarazioni tendenziose e lesive verso la mia persona, denigratorie della mia immagine di alpinista e offensive della memoria di Toni Egger, colgo l’occasione per diffidare chiunque cerchi di screditare la mia parola e, speculando per opportunismo o per motivi di interesse, diffonda intenzionalmente falsità, calunnie e versione difformi da quanto da me detto, ribadito e scritto più volte.

La storia dell’alpinismo è e deve rimanere ‘pulita’ in tutti i sensi, primo fra tutti quello di attribuire la buona fede a chiunque: altrimenti il rischio di ‘sporcare’ qualsiasi impresa diviene inevitabile, con la conseguenza che viene posta in dubbio tutta la storia dell’alpinismo.

Cesare Maestri, guida alpina, socio onorario del Club Alpino Italiano, membro del GHM francese.
Madonna di Campiglio, 30 gennaio 2006

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