Ripetuta la via di Tasker e Boardman al Changabang

Dopo 46 anni la parete  ovest del Changabang è stata finalmente ripetuta.

Ripetuta la via di Tasker e Boardman al Changabang
di Federico Bernardi
(pubblicato il 13 giugno 2022 su Climbing in forma leggermente ridotta)

L’autore e la Redazione ringraziano in modo particolare Daniel Joll e il New Zealand Alpine Team.
Tutte le foto sono di Daniel Joll.

Nella storia dell’arrampicata in alta quota, alcune scalate sono diventate leggendarie, nel vero senso della parola. Una scalata all’avanguardia, compiuta in buon stile, non basta per diventare leggenda. E’ anche “necessario” che debba essere stata tentata, ancora e ancora : ogni tentativo fallito contribuisce al mito che caratterizza la via.

È il caso dell’immensa parete ovest del Changabang 6864 m, 1600 metri di ripido granito e ghiaccio ed è stata originariamente aperta nel 1976 dagli alpinisti britannici Joe Tasker e Pete Boardman. A differenza delle spedizioni d’assedio su larga scala dell’epoca, il team “leggero” di Tasker e Boardman compì l’avvicinamento di 10 chilometri al campo base avanzato in solitudine e iniziò un’odissea di 21 giorni in parete, trovando difficoltà fino al VI grado  e 90° gradi di ghiaccio. Considerando la zona remota e isolata, il clima brutalmente freddo e la lunga discesa di ritorno al campo base, il viaggio di 40 giorni del duo fu visto come una impresa compiuta… su un altro pianeta.

Il 2 maggio 2022, 46 ​​anni dopo la prima salita, Kim Ladiges e Matthew Scholes dall’Australia e Daniel Joll dalla Nuova Zelanda – componenti del New Zealand Alpine Team – hanno finalmente effettuato la seconda salita della parete ovest. Sebbene abbiano indubbiamente seguito le orme dei leggendari apritori, la loro via si è sviluppata su circa 20 tiri di terreno completamente inviolato, una variazione significativa rispetto alla via originale, proprio nella parte alta della parete.

La parete nord e la cresta ovest del Changabang, viste dal ghiacciaio Bagini.

Il team
“Due più due fa quattro!” mi ha scritto Daniel Joll, per spiegare la sua convinzione che una “squadra altamente funzionante è maggiore della somma individuale dei suoi membri”. Joll ha detto che la forza della squadra risiede nella sua lunga storia di arrampicata in montagna insieme; tra un numero incalcolabile di tentativi e fallimenti, in coppia o in trio, la squadra ha scalato la parete nord del Cholatse, il Cerro Torre, la parete nord delle Grandes Jorasses e il Taulliraju. Queste imprese hanno creato un forte legame, osserva Joll, e hanno permesso al gruppo di “imparare a fallire bene, [il che] ha creato vera fiducia nei tuoi partner”.

Due anni fa il trio ha deciso che il Changabang sarebbe stato il loro prossimo grande obiettivo e ha si è posto l’obiettivo, da perseguire con un “totale impegno”, di mettersi in forma fisica per scalare e nello stesso tempo di sviluppare una chiara comprensione delle maggiori difficoltà del percorso.

Il trio ha scalato e attrezzato i primi 600 metri della via prima di aggiustare le corde e tornare al campo base per due giorni di riposo.

La pianificazione e lo studio
Il team ha proceduto a un esame certosino dei precedenti tentativi sulla parete ovest e si è reso conto che la maggior parte delle squadre fallì soprattutto a causa di errori logistici. Joll, Ladiges e Scholes hanno presto compreso che le difficoltà tecniche della parete occidentale non avevano rappresentato un punto critico nei tentativi : la pianificazione dei tempi, il freddo estremo, la scarsa acclimatazione, una mancanza di motivazione e l’ eccesso di fatica rappresentato dal grande carico che doveva essere trasportato alla base della via erano i fattori che avevano determinato i ripetuti fallimenti.

Con i risultati di questa analisi, il trio ha sviluppato un solido piano sia per la spedizione che per la fase iniziale incentrata sul fitness; ogni membro ha seguito un programma di tre mesi di allenamento cardio, integrato con dosi regolari di arrampicata. Quindi, prima della spedizione, il team ha deciso di trascorrere cinque settimane di intensa scalata e acclimatamento a Chamonix, affinando le tecniche in big wall su granito e le manovre sul massiccio del Monte Bianco.

La scalata
La squadra è arrivata al campo base l’11 aprile e ha iniziato a trasportare quasi 200 kg di attrezzatura attraverso ripide morene fino al loro campo base avanzato, a 10 km di distanza, proprio sotto la parete Ovest. A causa del noioso e problematico terreno morenico, nelle fasi di pianificazione, il team si era preparato a trasportare questi carichi per quasi un paio settimane ; in realtà, dopo soli otto giorni di trasporto il loro Campo Base Avanzato era pronto e il team si è sentito in grado di cominciare la scalata. La decisione presa prima di partire, grazie a un’intuizione di Matthew Scholes, di usare un percorso apparentemente più difficile ma diretto per evitare un lungo zigzag sulla parte iniziale,si è rivelata decisiva ; il trio è riuscito a salire e caricare le grandi sacche di materiale da 5150 metri fino a 5800 metri, fissando un tratto di corde per poi tornare al campo base e recuperare le fatiche del trasporto, prendendosi due giorni di riposo.

Ripartiti il ​​25 aprile con l’intenzione di acclimatarsi mano a mano lungo la scalata – visto che le vette vicine al Changabang non offrivano facili opportunità di acclimatamento, la squadra ha scalato una media di 200-300 metri di dislivello al giorno e, sebbene più lenta di quanto ci si potesse aspettare, Joll nota che questa tattica ha funzionato bene ed evitato a tutti i tipici mal di quota iniziali. 

Il granito dorato a blocchi caratterizza la maggior parte della parete ovest.

Il trio aveva con sé due portaledge e una tenda, un triplo set di friends, un kit completo per l’ artificiale, corde, parecchi chiodi, diversi set di cavi, 15 bombole di gas e dieci giorni di cibo. Senza dubbio ben equipaggiati, il peso del traino è stato evidente sui molti tiri di terreno accidentato e misto. Per fortuna, riferisce Joll, Ladiges e Scholes sono grandi esperti di bigwalls e con la loro tecnica il team ha superato ogni ostacolo senza intoppi.

Nonostante l’enorme parete sopra di loro, i carichi pesanti che trasportavano e la costante possibilità di congelamento, Joll ha affermato che il team si è concentrato solo sul compito giornaliero da svolgere: “Durante la salita non abbiamo mai pensato a cosa sarebbe successo dopo. Ogni fase è stata difficile. Ci siamo concentrati solo sul presente e ci siamo detti [che], finché portiamo l’attrezzatura dove abbiamo pianificato, domani sarà un nuovo giorno… Nessuno di noi ha mai pensato di raggiungere la vetta. Non avremmo mai nemmeno immaginato che potesse essere possibile fino agli ultimi 100 metri. Ogni giorno abbiamo semplicemente fatto i nostri tiri e spostato la nostra attrezzatura, senza mai pensare a quanto dovevamo andare lontano, solo l’obiettivo della giornata”. Questo è stato un altro fattore chiave per affrontare una via di questa portata: “L’enorme quantità di sforzo richiesta su una via come la [parete] Ovest può logorarti se inizi a pensare a tutto ciò che devi ancora affrontare”.

La squadra ha proceduto in modo efficiente, senza mai correre ma sempre in movimento, con un componente primo di cordata, un’altro secondo e il terzo ad aiutare a liberare i sacchi di materiale spesso bloccati. Non c’è stato mai un momento per rilassarsi, essendo occupati dalla mattina “fino al momento in cui la zip del portaledge veniva chiusa e ci addormentavamo sfiniti“. 

In portaledge

Guardandosi indietro, Joll è fermamente convinto che sia stato il freddo intenso, non le difficoltà tecniche, a costituire il punto cruciale della parete ovest. In effetti, VI grado e gradini di ghiaccio verticale possono essere ampiamente “nelle corde” di molti alpinisti esperti, ma farlo con le mani congelate e insensibili e il corpo tremante è un’altra faccenda! Joll ha ricordato: “Salire difficoltà di M5 e ghiaccio a 80 gradi a 6500 metri… Posso dirti che è dannatamente difficile anche quando stai muovendoti lentamente e riposando ogni pochi passi sul tuo Micro Traxion!“.

Nonostante il fatto che, dopo 46 anni, abbiamo completato la prima ripetizione della famosa via Boardman-Tasker, la scalata in realtà è stata piuttosto fluida e non così… impegnativa“, ha affermato Joll. “Sì, ci siamo trovati in temporali quotidiani, uno dei quali è stato molto intenso… Abbiamo avuto altri drammi minori come nel bivacco finale in cui la nostra tenda ha iniziato a scivolare dalla piccola piattaforma che avevamo creato sul bordo di un dislivello di 1000 metri. Inutile dire che non abbiamo davvero dormito quella notte. Nel complesso, però, questa è stata una salita senza intoppi dove il lavoro di squadra e l’impegno hanno dato i loro frutti e alla fine siamo stati ricompensati con una bella mattinata in vetta e un momento di calore e sole proprio mentre arrivavamo agli ultimi tiri della scalata!”

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