Grandi imprese sul Cervino – 1

Grandi imprese sul Cervino – 1
di Giuseppe Mazzotti
(da Grandi imprese sul Cervino, Tascabili, Centro Documentazione Alpina)

Prefazione
di Mirella Tenderini

Horace Bénédict de Saussure, che lo aveva descritto nel suo Voyages dans les Alpes e ne aveva effettuato la prima misurazione trigonometrica nel 1792, lo aveva giudicato inaccessibile. Parliamo del “Picco Inaccessibile” per eccellenza: il Cervino, “cima esemplare” per la bellezza delle sue forme e l’isolamento che dà loro risalto; la montagna più a lungo corteggiata prima che un essere umano riuscisse a posare i piedi sulla sua vetta. La fama di inaccessibilità aveva attizzato il desiderio di scalarla, ma le pareti ripidissime apparivano remote e inattaccabili; incutevano soggezione e non vi furono tentativi seri per salire la montagna prima della seconda metà del secolo successivo.

Come si sa, la prima ascensione del Cervino venne compiuta il 14 luglio 1865 dal londinese Edward Whymper con tre connazionali e tre guide. Vittoria funestata dall’incidente sopravvenuto durante la discesa, che provocò la morte della guida Michel-Auguste Croz e dei tre compagni di Whymper. Ma la montagna finalmente era stata scalata, un mito era caduto. Chi non aveva mai creduto all’inviolabilità del Cervino era stato Jean-Antoine Carrel, la guida del Breuil che aveva accompagnato Whymper nei tentativi più importanti di scalata alla montagna. Carrel conosceva il Cervino come nessun altro: era cresciuto ai suoi piedi, aveva percorso i suoi pendii a caccia di camosci e aveva partecipato anche a uno dei primissimi tentativi di ascensione nel 1858, con Jean-Jacques Carrel e Amé Gorret.

Se c’era un uomo che poteva accampare qualche diritto ad arrivare in cima per primo era proprio lui, il Bersagliere. Ma non ebbe fortuna e arrivò tre giorni dopo l’inglese. Per un’altra via, sul versante opposto. Avrebbe potuto salire sulla vetta con lui: Whymper gli aveva chiesto di accompagnarlo, contava su di lui: “con lui avevo qualche speranza — diceva — senza di lui nessuna“.

Rimase deluso dalla sua defezione quando Carrel decise di scalare la montagna con compagni italiani. L’alpinismo, come e forse più di altre attività umane apparentemente individuali e indipendenti, ha spesso subito pressioni o condizionamenti di carattere nazionalistico. In quegli anni, il Club Alpino Italiano, fondato nel 1863 da Quintino Sella — deputato e più volte ministro del giovane Regno d’Italia – non vedeva di buon occhio la supremazia britannica nella “conquista” delle Alpi e aveva inviato un portavoce (Felice Giordano) da Carrel per convincerlo a scalare il Cervino — la cima più ambita e prestigiosa in quel momento – con una cordata tutta italiana. Così il Bersagliere non era con Whymper in quella salita decisiva e arrivò secondo sulla cima.

Dopo la prima ascensione, il Cervino continuò a esercitare un’enorme attrazione per gli alpinisti di punta, e tutte le vie aperte sulle sue creste e pareti hanno suscitato interesse e risonanza. Anche nella letteratura di montagna il Cervino occupa un posto rilevante. Il primo e più famoso libro sul Cervino è Scrambles in the Alps, in cui Edward Whymper racconta i tentativi e la gloriosa e tragica prima ascensione. Da Scrambles, Whymper stesso estrapolò la storia del Cervino che pubblicò nel 1880 col titolo Ascent of the Matterborn. Il libro venne tradotto in molte lingue ed ebbe diverse edizioni anche in Italia — l’ultima in ordine di tempo nel 1996, pubblicata dal Centro Documentazione Alpina col titolo La salita del Cervino.

Seguirono numerosi libri. Nessuna montagna, forse, ebbe cantori tanto numerosi e appassionati, dal più fervente, Guido Rey — il “Poeta del Cervino” — a Edmondo De Amicis, Giuseppe Mazzotti – appunto – fino a Charles Gos, Gaston Rébuffat e molti altri. Giuseppe Bepi Mazzotti è considerato l’erede spirituale di Guido Rey, con cui intrattenne una corrispondenza intensa e a cui si ispirò per molti versi. Mazzotti, che aveva iniziato a praticare l’alpinismo sulle Dolomiti, portò la sua esperienza di orientalista sul Cervino, di cui si innamorò e che salì in prima ascensione lungo la parete est nel 1932 con le guide Maurizio Bich e Luciano Carrel.

L’episodio è narrato nella parte V di questo libro. Grandi imprese sul Cervino ripercorre gli episodi salienti che videro come protagonisti la montagna e i primi salitori delle sue vie, fino all’anno della prima pubblicazione, il 1934; Mazzotti aggiunse un’appendice alla seconda edizione, nel 1944, in cui diede conto delle “grandi imprese” compiute nel decennio intercorso tra le due edizioni.

Benché il libro, come avverte lo stesso autore, non sia una guida “né intenda avere carattere informativo, ma puramente letterario”, pubblichiamo in appendice a questa nuova edizione un “aggiornamento” di Pietro Giglio delle ascensioni sul Cervino, perché il lettore che scopra o riscopra il testo di Mazzotti (che pur essendo “puramente letterario” informa egregiamente sulla storia alpinistica della montagna) abbia a disposizione una monografia esauriente, utile oltre che di piacevole lettura.

E poiché di Mazzotti alpinista si è detto molto ma si conosce relativamente poco, e per contro il mondo alpinistico sa poco e nulla delle attività per cui Giuseppe Mazzotti è noto in altri campi, pubblichiamo anche un saggio inedito di Italo Zandonella sulla vita di questo infaticabile, poliedrico personaggio, scelto a inaugurare una collana che nasce nell’intento di approfondire temi di cultura alpina per portarli a conoscenza di un pubblico allargato, ma anche di portare al suo pubblico “naturale”, di appassionati di montagna, temi di maggior respiro, che riguardino la cultura in generale.

Giuseppe Mazzotti ci sembra il padrino ideale: alpinista e scrittore di montagna ma soprattutto uomo di cultura. “Una specie di Robinson” scriveva di lui Orio Vergani, “il quale, non avendo isole deserte a propria disposizione, ogni tanto se ne inventa una dove manda a vivere il suo doppio”. Le sue isole sono state la montagna e la scrittura, ma anche il mondo delle ville venete da salvare, delle arti e delle tradizioni da recuperare, degli studi e delle ricerche da incoraggiare. Un’attività vastissima, la sua (portata avanti dopo la sua scomparsa dalla Fondazione a lui dedicata) che vorremmo prendere a incoraggiamento per uscire dal modello ristretto secondo il quale chi va in montagna legge (a volte soltanto) di montagna e chi non ci va non legge i “libri di montagna”. La montagna è un ambiente che fa parte del patrimonio naturale dell’umanità e l’alpinismo è un’attività che fa parte del suo patrimonio culturale. Che si vorrebbe accessibile a tutti, non necessariamente nella pratica, ma sicuramente nella conoscenza.

Parte prima
La parete nord
I
Scusate, signore: avete mai conosciuto il professore Tyndall? Egli si è ammazzato cadendo dal Cervino”. Il professore Tyndall si ferma, e ascolta il racconto della propria morte: “alle cinque e trenta del 13 luglio, egli era partito da Zermatt con altri tre inglesi per salire il Cervino: tutti e quattro avevano raggiunto la vetta, assieme a Michele Croz e ai Taugwalder che li accompagnavano, ma tre uomini soltanto erano tornati in paese: Tyndall non era fra costoro”. Egli non era nemmeno andato al Cervino. Aveva tentato di salirlo qualche anno prima, e aveva anzi raggiunto quel punto della Cresta del Leone, che dal Breuil appare come un’altra vetta della montagna: il Pic Tyndall; ma in quegli ultimi giorni il professore John Tyndall era andato tranquillamente a spasso per la Svizzera.

Che cosa gli stava raccontando quella guida? Era successo quello che tutti sanno: dopo tanti inutili tentativi, alle ore 13.40 del 14 luglio 1865, Edward Whymper era finalmente riuscito a calpestare la neve intatta sulla cima di quella montagna che quasi tutti credevano inaccessibile. Con Whymper, Croz e i Peter Taugwalder, padre e figlio, erano saliti, per la cresta svizzera dell’Hörnli, Lord Francis Douglas, il reverendo Charles Hudson e Douglas Robert Hadow. Verso le 15, un giovinetto di Zermatt scorgeva una valanga staccarsi dalla vetta del Cervino e abbattersi sul ghiacciaio.

Il giorno dopo, Seiler, l’albergatore, accoglieva Whymper sulla porta dell’albergo: “Che cosa è successo?” “Io sono tornato con i Taugwalder. ” I corpi di Croz e di Hadow giacevano vicini, sul ghiacciaio, sotto la parete nord. A pochi passi era quello del reverendo Hudson: il libro delle preghiere era accanto a lui, sulla neve. Furono seppelliti nel ghiaccio, ai piedi della grande montagna. Qualcuno raccolse il libro, e vi lesse ad alta voce le preghiere per i morti.

Il corpo di Francis Douglas non fu mai più ritrovato. Andando da San Nicola a Zermatt, John Tyndall pensa alla triste fine dei compagni di Whymper. Hadow era scivolato, rovesciando Croz e trascinando gli altri. La corda s’era rotta fra Lord Douglas e Taugwalder il vecchio. Avevano fatto un volo di mille metri. Douglas e Tyndall: quella guida aveva potuto confondere due nomi così diversi? Eppure era successo proprio così. “In simili accidenti non si deve provare nessuna sofferenza”, pensa Tyndall, e intanto guarda due operai che, sulla strada, martellano la roccia. “È probabile che nessuna morte sia meno dolorosa di quella causata da una caduta in montagna: la perdita immediata della conoscenza deve impedire ogni sensazione di dolore“.

Però Lord Douglas è rimasto lassù: ecco una cosa molto dolorosa per qualcuno. Quegli operai lavoravano con una rapidità sorprendente! In mezz’ora un uomo era riuscito a praticare un buco profondo 30 centimetri nel granito durissimo: vi avrebbero fatto brillare la mina. Lord Douglas! Perché non si ricercava il corpo di Lord Douglas? Bastava farsi calare con una corda dal punto dove i quattro infelici erano scivolati: giù giù, cento, duecento, cinquecento metri: si sarebbe dovuto trovarlo in qualche posto fra le rocce. Forse ancora più in basso: sette od ottocento metri: i suoi guanti; la sua cintura e una scarpa, erano arrivati fino in fondo, sul ghiacciaio.

Uno di quegli operai avrebbe potuto fissare in alto, nella roccia, proprio in “quel” punto, degli anelli di ferro: Tyndall si sarebbe lasciato scivolare lungo le corde legate agli anelli, “secondo la linea percorsa dai corpi nella caduta”. Mille metri di corda arrivarono da Ginevra. Furono preparati speciali ferri aguzzi, alcuni martelli e una tenda: ogni cosa fu trasportata alla Cappella del Lago Nero, su cui il Cervino incombe altissimo“.

Ma il tempo non fu in alcun modo favorevole di temporale in temporale, e Tyndall partì per Ginevra: corde e chiodi non salirono oltre la Cappella del Lago Nero.

II
Sono passati 58 anni. Alpinisti di tutto il mondo hanno salito il Cervino per le vie scoperte da Whymper, da Carrel e da Mummery sulle creste dell’Hörnli, del Leone e di Zmutt. Qualcuno è passato ai piedi della parete nord, ne ha risalito un lembo dove è meno ripida e pericolosa. Qualcun altro ha osato pensare di superarla direttamente; ma nessuno ha ancora tentato. La montagna mostra da Staffel Alp il suo fianco nudo e intatto, con il grande sdrucciolo di ghiaccio che sale verso la cresta dell’Hörnli, e con la curva pesante che, dalla cresta di Zmutt, sale alla vetta, per spingersi sul salto pauroso della parete est.

Il ghiaccio lucente respinge l’uomo e la vita: ogni cosa su quella parete è come sospesa: l’aria stessa, e la neve in equilibrio. Valanghe di pietre crollano da secoli a confondersi nei crepacci e nelle morene. Solo quattro uomini v’erano passati una volta, ma cadendo anch’essi, di salto in salto, come quelle pietre. Dopo tanti anni, due uomini tentano di salire per dove quei quattro sono caduti: Alfred Horeschowsky e Franz Piekielko, austriaci.

Alle cinque della mattina del 12 agosto 1923, sono sul piazzaletto del rifugio dell’Hörnli, alla base della cresta svizzera del Cervino. Salgono sul cumulo di rocce verdi, sopra il rifugio; seguono nella neve le peste sudicie delle carovane partite all’alba; si arrampicano sulla cresta, e poi l’abbandonano. Si allontanano sempre più dalla cresta, e sono come in una piccola barca sul mare: la riva si vede appena, ed essi vanno ancora più lontano. Dalla riva si protendono corde e pali, per un certo tratto; poi più niente: mare aperto e cielo. Salgono su rocce coperte di ghiaccio, che bisogna togliere con la piccozza: un passo e un altro passo. La luce è uguale e fredda nell’ombra: sulla parete il suono delle loro parole è la sola cosa viva: rimbalza estraneo, e scivola via, come quelle pietre che spariscono in fondo, nel grande crepaccio spalancato alla base della montagna.

Eccoli sul pendio di ghiaccio uniforme che sale alla cresta dell’Hörnli: in basso è rotto anch’esso dal crepaccio. Attraversano lo sdrucciolo gelato, scavando gradini: i pezzi di ghiaccio, staccati dalla piccozza, scendono elastici come frammenti di vetro: in un momento quei pezzi di ghiaccio, che erano così vicini da poterli toccare, giungono sul ghiacciaio, quattrocento metri più in basso. Alcune rocce nere affiorano dal pendio. Le raggiungono, camminando in equilibrio su quello specchio inclinato. Anche le rocce sono coperte di ghiaccio, e ripidissime. Le superano. Un canale divide la parete a destra della grande “spalla” che sporge sulla cresta dell’Hörnli: si dirigono lentamente verso il canale che conduce in alto ai pendii nevosi della vetta. Una valanga di pietre precipita nel canale e si perde nel vuoto. Altre pietre cadono vicine. Essi sono fermi: poi salgono ancora verso il canale, in cui rovinano nuove valanghe di pietre.

Sono adesso come se fossero in mezzo al mare, e si fermano di nuovo. Pietre crollano da ogni parte: tornare per dove sono saliti non è più possibile: continuare, neanche. Sono giunti dove le rocce, sotto la spalla dell’Hörnli, da verticali diventano strapiombanti: le pietre che cadono, passano, in quel punto, lontano dalla parete. Bisognerebbe che potessero attraversarla per raggiungere di nuovo la cresta dell’Hörnli. Alle 17.30, Horeschowsky e Piekielko riuscivano sulla cresta, presso la capanna Solvay, a 4000 m. Avevano superato il tratto più difficile e pericoloso della parete nord, per un dislivello di 700 m, in 12 ore e mezzo di estenuante fatica.

III
Il cannocchiale rivela sulla parete una linea rossa sotto il Naso di Zmutt: dev’essere una cengia che corre diritta verso la cresta. Le rocce che sporgono sopra la cengia riparano la parte più bassa della parete dalla caduta delle pietre. Si potrebbe salire da quella parte, cercando poi di superare in qualche modo le rocce strapiombanti. Se no, seguendo la cengia, si potrebbe sempre raggiungere la cresta di Zmutt, all’altezza dei “Denti”. Kaspar Mooser e Victor Imboden, guide di Taesch, vogliono andar a vedere se le rocce strapiombanti sono proprio insuperabili. Quando avevano lasciato il rifugio dell’Hörnli, alle cinque della mattina, la vetta del Cervino era avvolta da leggere nebbie. Adesso che hanno attraversato tutto il ghiacciaio, fra i seracchi, e sono sotto la parete, non vedono più nebbie, ma solo ghiaccio, in alto.

Salgono su quel ghiaccio, e vedono un nuovo tratto di parete tutta di rocce rotte e sfaldate. Si arrampicano sulle rocce, afferrandosi a rare scaglie che si muovono. Continuano a salire per tanto tempo: quattro o cinque ore. Più in alto trovano una breve cengia rotta, e poi un’altra, coperta di ghiaccio, e altre ancora, a destra e a sinistra, e rocce infine, sotto la neve. Salgono lentamente, portando i loro sacchi pesanti: dentro vi sono ottanta metri di corda, chiodi, zeppe di legno, lanterne, due lampade elettriche, un sacco da bivacco…

Sulla parete, dove tutto è rivolto al basso, non trovano un posto per riposare un momento. Le rocce sono sovrapposte a lastroni come tegole di un immenso tetto. L’orlo del lastrone più vicino nasconde la parte del pendio che sta sopra: forse vi è lassù un pianerottolo. Più in alto, la parete deve essere meno ripida…

Raggiunto l’orlo, ecco un nuovo tratto ugualmente ripido, e l’orlo di un nuovo lastrone che confina col cielo. Le nebbie, sulla vetta del Cervino, sono diventate oscure. Ormai la cengia che si vedeva dal basso non può essere lontana…: un altro lastrone ancora, cupo e pesante; un altro ancora, uguale a quelli che hanno superato, uguale a quelli nascosti più in alto. Verso sera sono sulla cornice rossastra. Le rocce sporgono sopra di loro, e la cengia non c’è. Quella che pareva una cengia, è soltanto uno strato d’altro colore. Da ogni parte la montagna strapiomba.

Mooser e Imboden non possono più salire, e non possono neanche raggiungere la cresta di Zmutt. In tante ore sono riusciti a salire quattrocento o cinquecento metri. Adesso devono discendere da dove sono saliti: metro per metro. Discendono nel buio. E poi si fermano, in piedi, su sporgenze “più piccole di una fondina per la minestra’’. Piantano un chiodo nella roccia e si legano. La lampada elettrica sfugge dalle mani di Imboden e scivola sui lastroni, restando accesa fino alla base della parete, dove viene ingoiata dal grande crepaccio. Stando afferrati al chiodo, cercano di avvolgersi nel sacco da bivacco: così il freddo, almeno, non li farà morire. Dopo un momento anche il sacco da bivacco sfugge dalle loro mani intirizzite, e segue la lampada, scomparendo nella notte. I vestiti, trascinati per tanto tempo sul ghiaccio e nella neve, sono inzuppati, e cominciano a irrigidirsi: le mani escono dalle maniche dure come cuoio.

La montagna sparisce sotto i piedi delle due guide, che restano immobili, quasi distaccate dalla terra e sospese nella notte. Le nebbie che avvolgevano la vetta si sono abbassate: nascondono tutto il cielo. A mezzanotte un lampo passò nella nebbia. Mooser e Imboden erano sempre in piedi, coi sacchi sulle spalle, appoggiati alla montagna. L’aria era ferma, in attesa del temporale. Alle due e trenta della mattina, cominciarono a discendere nel buio. Imboden, che scendeva per primo, con dello spago e una doppia spilla assicurò ai suoi calzoni l’ultima lampada elettrica. Le lanterne furono agganciate ai vestiti, sul petto. La discesa fu compiuta quasi tutta a corda doppia. In principio, nella notte, procedettero con estrema lentezza. La luce rivelava un tratto di corda, e sfuggiva sui lastroni perdendosi nel buio. La corda, stando spesso nella neve, diventava sempre più rigida. Dovevano scuoterla con le mani gelate, e tirarla con forza con le mani gelate, e tirarla con forza per farla scivolare sul suo appoggio. Infine restò impigliata: due volte dovettero risalire quaranta metri per liberarla. Ad un certo momento non trovarono più sporgenze per fissare la corda. Tre volte Mooser dovette praticare un buco nella roccia, a colpi di martello e di scalpello, per piantarvi delle zeppe di legno. Dopo dieci ore e mezzo, una ultima corda doppia li deponeva sull’orlo inferiore del grande crepaccio alla base della parete.

IV
Anno 1931. Mese di luglio. Sopra Staffel Alp, di fronte alla parete nord, si vede una piccola tenda. L’hanno drizzata due giovani fratelli, venuti in bicicletta da Monaco di Baviera: Toni e Franz Schmid. Toni Schmid aveva visto il Cervino tre anni prima. La neve sfuggiva sotto i legni che la penetravano appena, ogni tanto. Le punte degli sci, come prue di battelli vicini in corsa veloce, sollevavano allora una spuma lucente. Egli si abbassava e si risollevava elastico, tenendo i bastoncini come remi alzati dall’acqua. S’era fermato a un tratto, libero e felice nella solitudine. Davanti a lui il Cervino si alzava dal cupo dei boschi, sopra i ghiacciai, bianco e splendente nel cielo sereno. La parete orientale appariva tutta calda di sole; la parete nord era fredda nell’ombra azzurra. Un rumore di tuono lontano era passato improvvisamente nell’aria, e poi ancora, come un’eco: una valanga sulla parete in ombra. Toni Schmid aveva continuato a guardare il monte altissimo e solo. Adesso è tornato con suo fratello, per salirlo. Da qualche giorno attendono sotto la loro parete, e ormai sanno per dove devono passare: taglieranno tanti scalini in quel grande pendio di ghiaccio che sale verso la cresta dell’Hörnli, supereranno le rocce nere che sporgono dal ghiaccio, percorreranno il canale che divide la parete fin sopra la “Spalla” e saliranno diritti in cima. Non vedono nessun’altra “via”; bisogna proprio passare per quel canale dove finiscono tutte le pietre che cadono. Ma ancora non è possibile salire.

La prima notte era piovuto sulla loro tenda, e alla mattina avevano visto il monte coperto di neve fresca: il vento la portava via dalle creste. Avevano ripiegato la tenda, ed erano saliti fin sotto il ghiaccio: l’avevano drizzata di nuovo dove c’era ancora un po’ d’erba. Il sole al tramonto accendeva la neve sugli orli della montagna. Il giorno dopo erano saliti verso la parete: avevano attraversato il ghiacciaio lucente al sole fra grandi crepacci, ed erano giunti sotto il pendio che sale verso la cresta dell’Hörnli. La neve cadeva in valanghe, assieme a blocchi di roccia e di ghiaccio. Erano sull’orlo dell’ultimo crepaccio e cercavano un ponte di neve per superarlo. L’altro orlo sporgeva in alto, ma in un certo posto il crepaccio si restringeva: adesso sapevano che sarebbero potuti passare di là. Il grande pendio si perdeva in alto, fra rocce oscure.

Erano rimasti un altro giorno davanti alla loro tenda. Avevano preparato ogni cosa: corde, chiodi, ramponi. I sacchi erano pronti. Avevano rammendato i vestiti, restando seduti sull’erba. Grandi nuvole passavano nell’aria, e si fermavano, qua e là, sui fianchi del monte. Il sole era calato dietro quelle nubi. Ed eccoli per l’ultima volta sotto la tenda. Nel buio sentono un rumore sordo: un rumore che sembra venire da dentro la terra: una valanga, forse, in quel canale, o massi crollanti sulle morene. Niente altro.

Alla mezzanotte del 31 luglio, sgusciano dalla tenda nel vento caldo della notte. Sottili strisce di nuvole si allungano nel cielo. L’ombra del Cervino si adagia nella valle tutta chiara di luce fredda. Si muovono in quella grande ombra, e lasciano nella tenda vuota un biglietto con un nome e una data. Camminano nella notte. Franz ha sulle spalle il sacco delle provviste e dei chiodi; Toni due corde di quaranta metri e i ramponi, che tintinnano. La luce della luna rivela le cose come se fossero tutte di una sola sostanza. Alle due della mattina vedono rilucere le finestrelle del rifugio dell’Hörnli: nella piccola casa, in mezzo alle montagne deserte, ci sono altri uomini che saliranno il Cervino per la solita via, su per le corde di canapa. Il custode si mostra curvo davanti al fuoco: cercavano proprio di lui. Dovrà dire agli alpinisti che non facciano cadere pietre sulla parete nord. Camminano di nuovo al chiaro di luna. Sono scesi sul ghiacciaio del Cervino, e passano fra grandi blocchi, rupi nere e torri in equilibrio.

Una strana luce è diffusa dalla terra: trema un poco sulle cime nevose e indefinite, e si perde nello spazio. Rumori cupi salgono dal fondo dei crepacci. Da quando hanno legato alle scarpe i loro ramponi, camminano sicuri, nell’ombra, sul piano gelato, verso la parete ormai tanto vicina da nascondere ogni altra cosa. Ancora pochi passi sulla neve accumulata dalle valanghe, e sono fermi sotto il labbro sporgente dell’ultimo grande crepaccio. La fiamma della candela si riflette sul ghiaccio con una lucentezza viscida come quella delle stalattiti nelle caverne. Oltre quella luce non vedono niente, ma sentono la montagna, enorme, sopra di loro.

Pezzetti di ghiaccio, scivolati nel buio sul pendio, sfuggono in alto dall’orlo del crepaccio e passano nell’aria con brevi fruscii. Devono attendere la luce del giorno, e si legano intanto con le due corde. Nelle tasche hanno i chiodi per il ghiaccio e per la roccia, e i moschettoni: li tastano con piacere. I monti diventano rigidi, in fondo, e si profilano taglienti sul cielo che si rischiara. Tutte le cose, ancora istupidite nella prima luce, si mostrano un poco alla volta nel loro solito aspetto. Il nuovo giorno nasce nel silenzio.

Già Toni ha superato l’orlo del crepaccio e sale sullo sdrucciolo gelato, tutto inciso dai solchi scavati dalle pietre. Le punte dei ramponi mordono il ghiaccio stridendo. Pietruzze e ghiaccioli vengono dal silenzio, fischiano un momento, vicine, si tuffano ancora nel silenzio. Toni avanza finché la corda è tesa: pianta un chiodo nel ghiaccio, vi aggancia un moschettone, vi infila la corda e la ritira un poco alla volta mentre suo fratello sale. Sono sotto la minaccia di qualche cosa che potrebbe crollare e trascinarli nel vuoto: guardano in alto ogni tanto, dove le pietre sono ancora trattenute dal gelo, e salgono in fretta… Basterebbe arrivare sotto quelle rocce sporgenti sul pendio uniforme!

I ramponi costringono le caviglie a piegarsi dolorosamente, ma intanto i due fratelli sono arrivati a quelle rocce che si mostrano lisce sotto un velo di ghiaccio lucente. Il sole è sorto di là dai monti. Fanno saltare a pezzi il ghiaccio, e si arrampicano sulle rocce, dirigendosi verso il canale che comincia in alto, più a destra, e si perde, altissimo, dove la parete è meno ripida; ma per raggiungerlo devono passare sopra un enorme lastrone coperto da una grossa crosta di ghiaccio. Aderiscono alla montagna, restando in equilibrio sugli scalini che incidono uno dopo l’altro in quella crosta; scalini piccoli e poco profondi, ricavati delicatamente, ad ogni passo, per non distaccare di colpo tutta la crosta dal lastrone. Avanzano così, sostenuti dall’acqua gelata su quella pietra. Adesso è Franz che intaglia altri scalini, sotto una parete di rocce a picco, e ancora un poco più in là, fino a un terrazzino dove si fermano.

Ogni cosa nella valle appare tiepida e riposata sotto il sole: i boschi morbidi e oscuri, l’erba gialla sui dossi lontani, le morene, i nevai. Anche le creste dei monti, nel cielo, si addolciscono in curve molli e ondulate. I ghiacciai si mostrano bianchi, distesi e soffici come bende. Vedono la loro tenda laggiù, piccola e sola; e tutti i gradini che hanno scavato nel ghiaccio salendo sul grande pendio, e fra le rocce più in alto. Sono nell’ombra della parete: l’aria che respirano è fredda come tutto quello che toccano; la vita comincia soltanto dove finisce quell’ombra. Un tratto di mondo si è drizzato verso il cielo, e li farà rotolare in fondo alla valle se non riusciranno a raggiungerne l’orlo altissimo. C’è qualcuno che canta: ascoltate. Un coro si spande nell’aria. Un “a solo” lo domina acuto, altissimo; trema, riprende, continua con un trillo in equilibrio: un trillo che fa trattenere il respiro… Si ascolta con grande disagio. Non è possibile che continui ancora: adesso si rompe! Basta, dunque, basta!

Ma il canto sale di nuovo, cade, rimbalza di nota in nota, riprende alto e sicuro. Un mondo di note fragili come vetri soffiati. Guardate quell’operaio che gonfia una borsa di pasta rossa in fondo alla canna. Mentre egli soffia, il vaso prende forma. Lo tornisce svelto, l’apre, ne taglia l’orlo con la forbice. Il vetro si spegne, si raffredda e scricchiola: basta! Un poco ancora, e si frantuma! Ritira un’altra canna dal forno, accosta il vaso alla nuova canna, lo stacca con un colpo preciso: ecco il vaso limpido e leggero. Parlate piano perché non si spezzi: “è proprio un miracolo”.

Salgono nel canale. Le dita scorticate e dolorose frugano nel ghiaccio rotto dalla piccozza, in cerca di una sporgenza: sotto i frammenti di ghiaccio sporco e tagliente trovano qualche sporgenza che si frantuma. Continuano a salire nel canale per tutto il giorno. Grosse pietre passano vibrando nell’aria e sprofondano. Chiunque, stanco di camminare, può sedersi; ma essi non possono nemmeno fermarsi un momento su quella parete… Debbono salire sempre, ripetendo gli stessi movimenti: dopo la roccia il ghiaccio e dopo il ghiaccio la roccia, uguale. Si direbbe che siano fermi, tanto si muovono lentamente. Anche a seguirli così da lontano ci si stanca: si resta sospesi e attenti, col timore di vederli cadere.

Ricordate ancora, nella piazza grande del paese, un equilibrista vestito di bianco come un marinaio: ha lasciato il tetto della chiesa, ed è spuntato dal cornicione sul cielo oscuro. Avanza un poco sulla corda, dondolando la stanga che luccica: è fermo nell’aria in mezzo alla piazza; poi retrocede piano piano, e sparisce in silenzio. Un altro, agile e vivo nella maglia rosa, sospeso con un piede al trapezio, oscilla nella luce del teatro. Anche allora si è trattenuto il respiro. Dopo un momento l’uomo era in piedi sul trapezio, con le mani strette alle corde, e la musica riprendeva trionfante…

Ma non è così: su quelle rocce i due fratelli ripetono da troppo tempo un esercizio pauroso, e nessuno li guarda. Non è più possibile seguirli, poiché il racconto diventerebbe uniforme come i movimenti che compiono e come il muro che stanno salendo. Nessun rumore estraneo rompe il silenzio. Le parole che si scambiano sono sempre le stesse dalla mattina: dieci o venti parole al massimo, e ormai il sole è al tramonto. Adesso superano una colata di ghiaccio rappresa in cascatelle sulla parete. Ripidi canali di altro ghiaccio, oscuro e levigato, conducono alla “Spalla” dell’Hörnli, dove qualche cosa si muove: alpinisti che scendono al rifugio! Li distinguono bene, contro il cielo, due o tre cento metri più in là, ma è come se fossero molto più lontani, perché non possono raggiungerli sulla cresta, dove la via è facile. Li chiamano urlando; quelli si fermano, indecisi. Cosa possono fare? Si muovono uno dopo l’altro; passano dietro piccole torri; li vedono ancora, più in basso. Scendono per la loro strada. Sono spariti uno alla volta dietro la cresta. Alla capanna Solvay quegli alpinisti potranno bere qualche cosa di tiepido: un poco di tè, per esempio. I due fratelli si sentono soli sulla montagna. Così soli non sono mai stati in tutto il giorno, e adesso la notte è vicina. Hanno molta sete, e non hanno più niente da bere. Le loro dita sono rigide. Le corde gelate ricadono dure e pesanti. Il buio colma le valli, e sale a poco a poco sui fianchi dei monti.

Più in alto cominciano i pendii nevosi che conducono alla vetta… L’ombra che vien dalla terra trascina veli di nebbie che nascondono le rupi vicine, e si sciolgono presto nell’aria della sera. Essi salgono ancora più lentamente. Ormai si può dire che non salgano affatto… Ma non possono mica restare così aggrappati alla roccia per tutta la notte! Si vorrebbe vederli fermi su qualche cosa di piano fin che c’è ancora un poco di luce. Potrebbero fermarsi magari su quel piccolo terrazzo, coperto di neve, che si mostra più in là… Ecco: Toni è sopra un masso che sporge, Franz lo precede, spostandosi adagio proprio verso il terrazzo. Egli è in equilibrio su piccole schegge, quando il masso cede sotto i piedi di Toni che precipita, tende le braccia, scivola su una scaglia di pietra, si aggrappa con le dita all’orlo della pietra, e rimane così, sospeso. Suo fratello lo aiuta a risalire.

Si fermano nella notte sul terrazzino, e tolgono la neve che lo copre. Con le dita piagate sciolgono le cinghie dei ramponi indurite dal gelo: le stirano piano piano come se togliessero la fasciatura di una ferita, le appendono con le piccozze e i ramponi a un chiodo: cose inerti sulla pietra. Distesi nel sacco da bivacco, si abbracciano col piacere di sentirsi vivi e vicini; frugano nei loro sacelli, e mangiano quelle povere cose strapazzate che vi trovano: un poco di pane, della frutta secca, del formaggio. Mangiano lentamente perché non hanno altro da fare. E restano fermi.

Osservate quel signore all’angolo della strada. Si vede che attende qualcuno. È in quel luogo da cinque o sei minuti, ed è già passato due volte davanti alla botteguzza del barbiere e a quella del tabaccaio. Vi è entrato per comperare una cosa qualunque: una scatola di cerini, o delle sigarette. Ne ha accesa una, e si ferma a guardare nella vetrina le cartoline lucide…: sempre quelle; le conosce ormai tutte, una per una. “Qui si vende il chinino di Stato”. Un carrellone di lamiera lo invita a bere la birra: un bicchierone di birra acida che si cambia in pane, in mele, inlatte e in altre cose di colore verdastro, nauseante. Batte i piedi: forse per il freddo, forse per l’impazienza. Sprofonda le mani nelle tasche del soprabito, ritira il capo dentro il bavero alto, e riprende a camminare. Si distrae guardando certe orribili cariatidi che sostengono i poggioli della casa di fronte; arriva al secondo portone aperto, guarda nell’atrio e nel cortile vuotato dal freddo, ritorna piano piano verso la bottega del tabaccaio, che ha acceso intanto il lampione sopra la porta. Qualcuno è uscito dalla bottega: il rumore della porta a vetri è stato assorbito dalla nebbiolina della sera, che ha ormai invaso tutta la strada. Una automobile arriva al crocicchio, sobbalza, scantona in fretta, e sparisce elastica: si sente il suono della tromba ansimante lontano.

Dall’altra parte passa un facchino che sospinge un carretto vuoto. Nella vetrina: “sapone per barba al cold cream”; e, sul muro, l’eterno bicchiere: “La birra nutre: mezzo litro equivale a…”. Il signore butta via la cicca, guarda l’orologio: sono passati altri tre minuti. Nove minuti in tutto. Sospesi sul loro terrazzino, senza potersi muovere, senza poter dormire, senza poter far niente per rendere diverso un minuto da un altro, i due fratelli attendono da otto ore la luce del sole. In principio sono rimasti fermi, tremando nei loro vestiti bagnati, mentre il vento faceva palpitare la tela sottile che li copriva. Poi hanno guardato le stelle ferme nel cielo immenso e sereno. Salendo su quella gradinata di roccia che comincia dal terrazzino, sarebbero arrivati presto dove la parete s’inclina, sotto la vetta. E già pensano di esservi giunti: salgono di corsa sulla neve, si distendono felici al sole sulle ultime pietre! Tremano intanto, uno contro l’altro, sul terrazzino. La Dent Blanche e l’Obergabelhorn, queste grandi montagne della Svizzera, si alzano dall’ombra della valle nella luce della luna. Il sacco da bivacco palpita ancora contro la gradinata di roccia che si confonde nel buio, finché il cielo diventa di piombo: allora la rupe si mostra vicina e cupa.

L’alba viene col vento freddo. Quando il sole emerge dalle nebbie lontane, i due fratelli escono dal sacco tutto foderato di ghiaccio. Si rizzano e stendono le braccia nella prima luce, ma la montagna resta fredda anche dove è toccata dal sole. I loro corpi si piegano, a poco a poco, e tornano elastici come i vestiti e le cinghie dei ramponi. Non possono tener le mani sul ghiaccio, ché subito il gelo vien dalle dita ai polsi, e la mano resta senza vita. Eppure bisogna salire.

Toni si innalza per un tratto, poi Franz lo raggiunge e lo precede. Giunto sotto alti lastroni ghiacciati, rompe con forza il ghiaccio a colpi di piccozza. Sale ancora un metro. Picchia precipitosamente facendo volare il ghiaccio in schegge, ma non può reggersi. Ridiscende. Da quella parte non si passa. È aggrappato alla parete, sotto i lastroni che non riuscirà mai a superare! Guarda verso la cresta dell’Hörnli, da dove viene il sole: se potesse raggiungerla! È stanchissimo e fermo. La piccozza gli pende dal polso. Sulla cresta orlata di luce si profila una comitiva. La parete sembra di colpo più ripida. Solo ora vedono che sfugge da ogni parte.

Come hanno fatto a salire fin là? Non possono più muoversi. Pare che non ci sia più niente da poter afferrare: rupi lontane e ferme, in una luce grigia, e il ghiacciaio in fondo. Altri monti lontani. Uno strato sottile di neve e di ghiaccio aderisce a certe rocce rossastre. Toni incita il fratello: si deve passare, si deve! A destra: sulla neve, sopra le rocce, si deve passare! Anche la guida della comitiva lassù, indica quella parte… Franz impugna di nuovo la piccozza, e taglia con decisione qualche gradino nella neve e nel ghiaccio. Non ce nessuna fessura per piantare un chiodo: egli prosegue lo stesso. Se scivola, se la crosta, così sottile, si stacca o si rompe, finiranno tutti e due sul ghiacciaio. Non importa: da quella parte si deve passare. E da quella parte sono passati. Si accorgono che la nebbia li avvolge quando il rumore del tuono rotola sui monti. Nubi di vapore si gonfiano, si dilatano sulle pareti, si stracciano sulle creste. Un canalone si perde nella nebbia: lo risalgono, affondano nella neve molle. Forme oscure si mostrano confuse: il canalone passa sotto i loro piedi, svolgendosi senza fine: davanti, sempre la stessa nebbia, le stesse rupi confuse; e sempre la stessa neve, sotto, in cui affondano fino al ginocchio. Qualche cosa si vede più in alto: la vetta?

Niente affatto: una cornice di rocce, sopra le quali continua la neve. Il vento sfilaccia la nebbia, e porta adesso, a folate, la grandine che colma subito le peste. Il tuono vicino stordisce con colpi improvvisi. La grandine li percuote sul volto mentre salgono pigiando la neve. L’aria è tutta vibrante, e scocca a ogni tuono la folgore. Neve, grandine, pietre possono crollare, ma i due fratelli debbono ancora salire. Debbono salire fino a quelle rupi che vedono più in alto, sulla neve, fino a quelle altre rupi, che sono proprio le ultime, sotto la grande croce diritta nella tempesta.

Il vento si abbatte sulla cresta accesa dallo scoppio dei fulmini, fra il rimbombo del tuono. La grandine rimbalza dal sasso che sporge sulla tela gommata che li ripara, mentre attendono fermi: li protegge la croce portata sulla vetta dalle guide di Valtournenche. Alle 14 del 1° agosto, sotto quella croce, Toni e Franz Schmid si sono stretti la mano, senza dirsi niente. La tempesta durò due giorni. Nel pomeriggio del 3 agosto, dopo aver passato 84 ore sulla montagna, i due fratelli giungevano alla capanna dell’Hörnli. Il 1° agosto, appena calmata la furia del vento, avevano cominciato a discendere dalla vetta lungo le corde, sulla via solita. Ma un nuovo uragano li aveva sorpresi poco più in basso. Neve e grandine precipitavano in torrenti dalle rocce. La corda, gonfiata, si era coperta subito di ghiaccio. Alle 17.30 erano giunti alla capanna Solvay, dove avevano dormito fino a mezzogiorno. Il vento scuoteva ancora la porta della piccola capanna: la neve, intorno, era alta. I loro vestiti, irrigiditi dal ghiaccio, erano rimasti diritti in un angolo, come armature. Erano dovuti restare nella capanna un’altra notte: alla mattina del 3 agosto il sole li aveva risvegliati. Avevano ricominciato a discendere. Alle 14 erano all’Hörnli e, prima di sera, a Zermatt.

Dieci mesi più tardi, nel giorno di Pentecoste, Toni Schmid saliva col suo amico Ernst Krebs sulla parete nord-ovest del Wiesbachhorn, nelle Alpi di Salisburgo. Su quella grande parete di ghiaccio avevano incontrato tre alpinisti di Graz: mentre questi erano discesi, essi avevano continuato a salire. Dal basso, i tre alpinisti li vedevano, ogni tanto, fra spuntoni di ghiaccio e di roccia. Ed ecco un rumore di pietre che cadono: gli alpinisti di Graz guardano in alto, vedono due cappelli nell’aria. Toni Schmid aveva piantato con grande fatica l’ultimo chiodo nel ghiaccio. La vetta era ormai vicina, e il pendio, sotto, ripido e pauroso. Il chiodo si piegava sotto i colpi del martello entrando nel ghiaccio duro e fragile. Pareva saldo. In piedi su un piccolo scalino, Toni aveva provato a scuoterlo. Una scheggia di ghiaccio era saltata via, e il chiodo si era staccato dal monte, scivolandogli dalla mano. Egli aveva voluto afferrarlo ed era precipitato, trascinando il compagno. I tre alpinisti di Graz li avevano visti passare, sibilando nell’aria, a pochi metri. Si erano fermati di colpo in fondo alla valle. Dopo quattro ore, Ernst Krebs venne trovato ancora vivo. Vicino a lui, con la piccozza rotta nel pugno, Toni Schmid giaceva nella neve, morto. Aveva 23 anni.

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