Rifugiati male, educati peggio
a cura di Marrano

Ad ascoltare i racconti dei gestori di rifugio, in particolare in queste ultime stagioni, c’è da non credere alle proprie orecchie. Si rimane basiti di fronte al racconto delle inesaudibili richieste d’alta quota, combinate a episodi di superlativa arroganza dei nuovi frequentatori della montagna. Male, dunque? Sì, molto male, anzi peggio, perché ad aggravare la scena di questo brutto quadro bisogna aggiungere, con uno sforzo di onestà, che chi è causa del suo mal può ben piangere sé stesso. Cosa? Vuoi vedere adesso che la colpa di certi atteggiamenti è dei rifugisti? Sì, ancora una volta. Magari non del tutto e non di tutti, ma un certo grado di complicità in questo processo degenerativo è proprio da attribuire ai gestori di quelli che sono ormai diventati ex rifugi di montagna, deliberatamente trasformati, poco per volta, in accademie del gusto per facoltosi e oziosi villeggianti. Il fenomeno si osserva in Italia più che altrove. In certi luoghi simbolo della montagna di successo più che in altri, rimasti ai margini di questa commedia grottesca.
I più avveduti fra i gestori, se presi da parte, non hanno difficoltà, infatti, ad ammettere che certi rospi da ingoiare oggi sono la pietanza amara di decisioni inopportune prese ieri, senza valutare gli effetti malefici che avrebbero avuto nel tempo, alimentando con disinvoltura la sub-cultura dell’opulenza. Opulenza, appunto, una parola che è sinonimo di non curanza e di disvalore, uniti a cialtronaggine e arroganza. Infine, maleducazione. Un mix fatale, un brodo velenoso nel quale si trovano immersi oggi molti di quelli che sono stati da sempre gli avamposti della cultura alpina e del vivere con rispetto i valori della montagna. Luoghi in cui parole come fatica, sacrificio, rispetto, consapevolezza sono risuonati per decenni nel silenzio di una serata riscaldata dal calore umano e di una stufa a legna, di fronte a un semplice piatto di minestrone o di salsiccia con la polenta. Ma a qualcuno, a un certo punto, è sembrato troppo poco, troppo modesto e poco seducente. A qualcuno è sembrato che il normale servizio di rifugio e ristoro morigerato fra i monti non esercitasse più quel richiamo che da sempre aveva attratto i puri amanti della montagna. Serviva, dunque, trovare una nuova formula, chiamando in causa qualche testa di marketing cui assegnare il compito di rivoltare come un guanto l’antica tradizione e trasformarla, con malefico ingegno, in una nuova proposta, capace, come si dice in questi casi, di dare vita a una nuova experience, in cui i valori dell’autenticità si fondono con le più raffinate soluzioni innovative. Complimenti, il gioco è fatto: la vecchia camerata diventa un luogo orrido, ricettacolo di svariati miasmi. Via, dunque, conversione in camere doppie o, dove possibile, singole e magari con bagno privato. E su metri cubi di cemento armato con rivestimento di larice! E giù piattaforme per allargare lo spazio del ristorante all’aperto, perché chi arriva in quota vorrà certo prendere il sole e bere numerose birre godendosi il panorama… Il minestrone è la solita minestra riscaldata e allora largo a crostacei, branzini o salmerini alpini, dove ancora si trovano, grigliate miste con carni della Patagonia e formaggi in varianti sconfinate, caseificati di qua e di là delle Alpi. Infine, vino con le bolle, tante bolle, prima di un rosso affinato in barrique servito da un sommelier. Naturalmente in cucina regna lo Chef (con la C maiuscola…), perché il normale cuoco equivale ormai a un vecchio pollo bollito.
L’effetto a caduta di questo progetto diseducativo è, quindi, assicurato e non deve, allora, sorprendere il fatto che l’aspettativa di un nuovo turista della montagna risulti distopica, fino a tradursi in arrogante pretesa di servizio da ristorante stellato, anche in strutture minori, lontane dagli epicentri di questa inopportuna giostra dei sapori e della tracotante opulenza.
Certo, parlare di questo tema in tempi di guerra come quelli che stiamo attraversando può sembrare stupido. Concordo, non è il peggiore dei problemi, ma la questione dovrebbe comunque spingerci a riflettere sul fatto che il tema della maleducazione purtroppo non conosce limiti e diventa il triste denominatore, su scala diversa ovviamente, che mette in comune chi distrugge il pianeta e la vita sul pianeta, con chi trasforma e degrada i valori della montagna e delle sue più sane tradizioni. Gli effetti sono diversi, ma il principio non tanto. Male educati in entrambi i casi.


Male educati = educati male. Addirittura “ineducati”, cioè totalmente privi di educazione fin dall’origine, cioè o emotivamente abbandonati dai genitori o eccessivamente viziati.. E’ il grande problema delle società occidentali dei giorni nostri. In giro si vede troppo benessere diretto (=troppi “sghei”, spesso si tratta di risparmi di padri/nonni o delle loro pensioni…), quindi eccesso di consumismo, e poi troppo welfare che oggi non possiamo più permetterci. A tutto ciò si aggiunge troppa “falsa garanzia di sicurezza” della società che illude su tale tema e quindi deve poi bastonare e mettere (metaforicamente) al rogo chi sbaglia e viola la sicurezza altrui. Tutti questi risvolti (e mille altri ancora, come l’eccesso di dipendenza dalla tecnologia…) sono collegati fra loro : la specifica “mala educazione” verso l’ambinete non è che uno spicchio del totale “malato e patologico”. Bisognerebbe rifondare la società, darle nuove fondamenta, significativamente diverse rispetto a quelle attuali, che sono state impostate in perfetta buona fede, ma in un contesto ormai obsoleto e completamente fuori via (tanto per usare un’immagine alpinistica). Se NON si è disposti a rifondare la società occidentale, perché attaccati con le unghie e con i denti ai parametri storicamente assodati (i famosi “diritti” che non sono altro che l’altra faccia del “consumismo”… cioè “tutti hanno diritto a tutto” e chi non ha la pensione del nonnino cui attingere ottiene lo stesso dallo Stato), la situazione non cambierà mai. Inutile allora lamentarsi. Più che liquida (per dirla alla Bauman) l’attyuale società è frignona e viziata e non si accontenterà mai, vorrà sempre di più e riterrà suo “diritto” pretenderlo. Da questo punto di vista una bella e lunga “austerity” imposta da possibili restrizioni energetiche (oggi non tanto distanti..) farebbe bene a tutti… perché riscopriremmo i “veri” valori della vita.
Fa un po’ ridere abbinare la maleducazione diffusa al trattamento di ristorazione dei gestori .
Non farò nomi , ma negli ultimi 2 rifugi dove ho pernottato , in uno un’allegra compagnia saltava sui letti alle 23 , nell’ altro ignoti hanno rubato un paio di scarponi delle nostre compagne di stanza.
Io per motivi di tempo vado poco in rifugio. Ma quando devo tornarci, voglio sentire odore di minestrone, legno ovunque, e cigolio nei pavimenti.
Concordo con te al 100 x 100
È in gran parte anche colpa dei gestori dei rifugi. Sono molti di loro a voler i servizi a valore aggiunto. Come i crostacei. Sono loro che hanno aperto a questi clienti. E progressivamente saranno gli stessi, che, a chi non si fermerà ad acquistare questi servizi, verrà applicato un ticket come ai turisti di Venezia e ai tanti borghi che hanno iniziato ad applicare il ticket d’ingresso.
Ma ancora li chiamate rifugi!?
Sono i gestori stessi che hanno snaturato il loro ruolo pur di accogliere più gente possibile.
Ora vogliono solo fare cassa, mentre una volta avevano un ruolo ben preciso per chi va in montagna.
E poi si lamentano che la gente è maleducata…