Nel cuore dell’Appennino troneggia un grande castello bianco a cui la nebbia talvolta fa da corona. Dal mondo dei boschi al regno delle altezze, un viaggio per immagini tra freddo, gelo e solitudine.
Incantesimo d’inverno al Gran Sasso
di Paolo Abbate e Luca Grazzini
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 127, marzo 1991)
Vale la pena andare in montagna nei mesi invernali, quando la neve ricopre i sentieri, cancella le tracce e gioca sulle pareti e sugli alberi.
Il Gran Sasso non è diverso dalle Alpi, ma il candido manto che modella le creste a nord viene inghiottito dai boschi, e oltre quelli poche lingue ne escono e si smarriscono tutt’intorno in un vasto piano verde scuro.
Dal Mare Adriatico, il Gran Sasso è un castello bianco a cui la nebbia talvolta forma una corona. Questo intreccio di spigoli e scudi rocciosi, dirupi di più di mille metri, si fonde a vasti, quasi incredibili, altipiani nevosi. Nessun luogo assomiglia ad un altro, anzi ognuno fa mostra di una storia diversa. Le contorsioni del terreno ingannano la prospettiva e le distanze sembrano dilatate da un orizzonte che, nelle giornate limpide, cattura la Jugoslavia e il Mar Tirreno.
La montagna invernale è questo e altro. Le parole non possono stare dietro agli scherzi della luce, della neve e delle nuvole, vorrebbero però suggerire immagini, impressioni o magari qualcosa di più.

I boschi: la chiave d’accesso
Il bosco ha perso le foglie con i venti d’autunno. Ora l’intrico degli alberi ricorda un paravento frantumato attraverso il quale puoi scrutare a mezz’aria fino alla prossima nebbia. Dopo le prime perturbazioni, in quota come anche nel bosco, appare la neve. Gli alberi diventano l’anticamera di un nuovo mondo scorto più in alto. Penetrare nel bosco è varcare la soglia. Il bosco è una terra di frontiera metà viva e metà immobile: più oltre, l’incantesimo è completo.

Spazi innevati: palcoscenico stagionale
D’inverno la montagna si trasforma. Secondo un rituale sperimentato, neve e ghiaccio ne rimodellano lo spazio e la fisionomia; davanti a questa magia pare che ogni cosa trattenga il respiro. All’improvviso, tutto ciò che sentivamo familiare diventa quasi estraneo, si ergono barriere invisibili tra noi e le cose; superate queste barriere, è come entrare in un mondo immobile, con ritmi impensati, dettati dalle strane orbite di sole e Terra, da costellazioni ciclopiche e solitarie in cieli lontanissimi, da silenzi gelati e azzurrognoli, da luci diurne accecanti, trasparenze nell’aria, colori spesso così nitidi da non poter essere catturati.
Pareti gelate: fredda immobilità invernale
In quota regnano silenzio e solitudine come in nessun altro momento dell’anno. Il freddo ristagna nelle crepe della roccia e sta in agguato, pronto a scatenarsi non appena cala il sole, giungendo sul vento di nord: correnti che rotolano lungo immaginari corridoi barometrici e si infrangono sulle pareti. Tutto quanto era liquido ora è neve e ghiaccio; quest’ultimo cementa la roccia e livella le sue screpolature. È difficile immaginare un luogo più inospitale e attraente al tempo stesso. A guardarle da sotto, le pareti, confermano l’imperturbabilità soprannaturale della montagna davanti ai cicli della natura.

Uomini: un’idea di movimento
«Sette paia di scarpe ho consumato… », quanta fatica ho durato, e quanti timori ho dovuto vincere. Mi sono inoltrato nel bosco di confine tracciando solchi profondi nella neve; superato il ponte levatoio, sono entrato in questo castello addormentato, ne ho percorso gli immensi saloni vuoti trasalendo ad ogni passo, ad ogni minimo scricchiolio che potesse tradire un’altra presenza oltre la mia; quindi ne ho intuito i passaggi segreti per volteggiare stupito di torre in torre. Infine sono giunto quassù dove si uniscono tutte le linee verticali per affermare un principio di movimento che è proprio dell’uomo.

Albe, tramonti, lune: il tempo sfugge all’incantesimo
Se tutto è silenzio, se tutto è freddo, se tutto è solitudine, se tutto respinge ed è così diverso da sempre, se anche la nostra idea di movimento è durata la brevità di un giorno lasciando la montagna impassibile al nostro passaggio, se tutto è ancora di nuovo immobile, allora solo l’incedere immutabile del tempo, più forte di ogni sortilegio, riesce a domare questa stagione selvaggia, a imporre tramite astri lontani i suoi ritmi scanditi da albe, tramonti e pleniluni inarrestabili ed eterni.

Gran Sasso: dove d’inverno
Possiamo immaginare un sistema cartesiano atipico; sull’asse delle ascisse, i diversi modi di andare: a piedi, con gli sci, con le ali… ; sull’asse delle ordinate, i luoghi: le valli, i circhi, le creste, i canali, le pareti… A noi la scelta di farli incontrare e come.
Chiaramente non si può prescindere dalle condizioni dell’innevamento, variabili e imprevedibili; sempre in funzione di quando ha nevicato, quanto, come, e di tutti gli elementi che fanno e disfano: ossia il vento, la temperatura, il sole e, forse, la luna.
Le condizioni della neve, si sa, possono rendere più o meno piacevole, più o meno pericoloso il movimento.
Catena orientale: montagne grandi, massicce, dislivelli himalayani e un isolamento che cede il passo solo in primavera inoltrata. L’accesso è proibitivo e pericoloso da nord, problematico da sud, quando Campo Imperatore è una tavola bianca e indistinta e la strada è chiusa. Quando questa si apre, Brancastello, Prena e Camicia vengono via via frequentati, in particolar modo con gli sci.

Massiccio del Corno Grande: magico e solido castello, inciso lungo il suo versante meridionale da profondi corridoi, inaccessibile da est. L’ascensione della Vetta Occidentale, la più alta dell’Appennino, per la Direttissima, e la relativa discesa per il Canale Bissolati, ambedue a sud, costituiscono un classico giro invernale.
Di accesso relativamente facile e sicura anche la Vetta Orientale. Tuttavia si tratta sempre di percorsi esposti su cui è pericoloso “scivolare”. Grandiose le arrampicate a nord-est.
Massiccio del Corno Piccolo: è scolpito con la grazia ispirata di una miniatura, è frutto di mistico fervore. Ogni recesso sembra carico di significato e di luce. Salirvi d’inverno è un’esperienza quasi religiosa, sia che avvenga lungo uno dei canali del versante nord (l’accesso più facile e più immediato in questa stagione), oppure per una delle tante facce o specchi che le pareti rivolgono in tutto tondo. Sotto la cima, sulla cresta ovest, se lo strato di neve è sottile, si possono trovare facili ponti sopra crepacci rocciosi rivestiti di ghiaccio.
Massiccio d’Intermesoli: le sue radici sono robuste e la cima offre d’inverno un panorama fantastico, indescrivibile, forse il più bello del gruppo. Si raggiunge da Campo Imperatore con percorso di cresta non elementare ma relativamente sicuro. Il versante est, invece, è definito da imponenti e labirintici pilastri rocciosi, e da profondi canali: salvo il Canale Jacobucci, che è un collettore, gli altri sono piuttosto sicuri, specialmente la Spaccatura d’Armi, l’Herron-Franchetti e il Canale del Pulcino.

Massiccio del Corvo: ritorna il grande isolamento, quasi solitudine, fra boschi, pianori, giganteschi speroni. Il movimento avviene prevalentemente con gli sci. Nella zona sono stati percorsi svariati canali, tutti confluenti nel Vallone Crivellaro.
Catena meridionale: boschi stupendi e poi zone completamente spoglie, senza ombre. L’ingresso può pretendere gli sci. Sul versante nord-ovest di Pizzo di Camarda sono stati tracciati numerosi itinerari invernali.
Nota: le possibilità invernali del gruppo del Gran Sasso sono quindi innumerevoli: dalla salita su roccia alla scalata di canali e canaloni, dalle lunghe traversate scialpinistiche all’escursionismo più estremo. E poi ancora l’esplorazione… Zone obliate e praticamente sconosciute, anche se magari sotto gli occhi di tutti, possono offrire in inverno possibilità inattese. È il caso del Primo Scrimone del Corno Grande, una sorta di enorme cresta che sorregge il versante meridionale della montagna, lungo il quale una lunga e paziente opera di ricerca ha prodotto una discreta serie di salite. Salite che, emblematicamente, suggeriamo in questa scheda tecnica particolareggiata.

