Sci estroso – 3
di Marileno Dianda
(pubblicato da CDA nel 2001)
(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/sci-estroso-2/)
Parte quarta
Nella stagione ’86, all’inizio di maggio, non avevamo ancora combinato granché. Erano state compiute, è vero, due nuove discese, anche se brevi: versante est-sud-est del Monte La Nuda (io e Sandro) e Canalino nord-est, chiamato delle Gocce di Vetro, al Grondilice (io e il Prode) ma il bilancio, fino a quel momento, non poteva considerarsi positivo.
Quell’anno ci eravamo fatti coinvolgere più che in passato dal corso di scialpinismo organizzato dalla “Scuola La Focolaccia”. Si erano iscritti tanti allievi, e la presenza di diverse ragazze favorì – diciamo – la nostra disponibilità.
Allora una sola presenza femminile era sufficiente a stemperare quell’atmosfera di caserma che si respirava dovunque si parlasse di montagna. È il comune destino degli uomini. Basta che in certi posti compaia una donna – talvolta neppure di superlativa bellezza – che si è attratti da una forza superiore a quella che trattiene sulla Terra.
Per l’appunto il Prode era direttore del corso e noi ne rispettammo fino in fondo le decisioni. Ci sorbimmo le conferenze sui metamorfismi della neve e le valanghe e, nei fine settimana, c’intruppammo in lunghe file indiane invece di archiviare qualcosa di quanto ci restava da fare. Almeno per quella stagione la ricerca di canali e di pendii mai scesi passò in secondo piano per lasciare spazio a vagheggiamenti d’altra natura.
E sì che era nevicato parecchio. Per tutto aprile s’erano avute precipitazioni consistenti. A inizio maggio, la Tambura si stendeva ancora come una tovaglia e i valloni della Pania debordavano di neve prima di perdersi tra i faggi. Quelli rivolti a levante e a settentrione, bianchi sopra la foschia, continuavano a renderla simile a una signora diademata nel cielo.
In quel mese, però, proprio sulla Pania della Croce, riuscimmo a compiere una delle nostre discese più significative. Le condizioni erano uniche e bisognava approfittarne.
La Pania è considerata la regina delle Apuane ed è la montagna più frequentata dell’intera catena. Separata da tutte le altre, ormai costituisce un simbolo. Aspra e dolce, è davvero una cima per tutti e per nessuno. Poeti e letterati ne hanno cantato la bellezza sovrana, immaginandovi anche il degradare di gironi infernali. Alta sopra il mare, sovrasta la Garfagnana con terrazzate e incassati valloni dove la neve s’acquatta dopo aver ghiacciato i picchi più elevati. D’inverno, è soprattutto da questo lato che signoreggia: quando gli invasi si trasformano in candide conche e le creste in esili fili d’argento. Specialmente in certi mattini, nell’aria limpida dopo le nevicate, traspare gloriosa e fa pensare a un’isola di zucchero o a una sposa ornata per la festa.
La vetta principale, presa a sé, somiglia a un cono, solcato a est e precipite altrove con gigantesche coste d’erba e di pietre. Con le sue punte minori, la Pania Secca e il Pizzo delle Saette, s’impenna invece con spigoli arditi e scarpate verticali. Sul versante nord-est della Spalla settentrionale, lungo la costiera congiungente la vetta massima col Pizzo, sono state aperte diverse vie di ghiaccio e di misto con caratteri tipicamente apuani: itinerari tra le rocce, per scivoli sospesi, su terreno e neve imprevedibili. Tra queste, la Amoretti-Di Vestea è ritenuta una classica e ancora oggi è valutata AD.
“Versante nord-est della Spalla settentrionale
Erto versante di rocce miste a erba, alto dai 250 ai 300 metri, dominante la testata della Borra di Canala. Ha interesse alpinistico prevalentemente invernale contando numerose vie e varianti di notevole impegno.
La salita più classica e meno ardua è quella aperta da Giovanni Vittorio Amoretti e Donato Di Vestea il 29 marzo 1931…
Dalla Focetta del Puntone 1611 m si inizia a costeggiare le rocce basali verso la Pianiza e, oltrepassata una visibile voragine a pozzo, si attacca al di là di uno sperone. La via è circa al centro del versante e si dirige verso il lato destro del Colle della Lettera, seguendo una specie di canale; pur offrendo buoni punti di sosta, è sempre assai ripida, specie in un canalino della parte superiore e termina con un ampio imbuto (15).
Si incontra, quindi, un aperto canale che costituisce la direttrice della salita e che è rivolto con percorso evidente ad un colletto nevoso (Colle della Lettera) sulla sponda dell’Anticima nord, in prossimità della “via normale” dal Vallone dell’Inferno.
Si segue il pendio svasato, ripido ma non difficile nel primo tratto (45/50°), e si accede infine al colletto con maggiore difficoltà per la presenza nello scivolo finale di roccette affioranti sopra le quali il manto nevoso è generalmente meno consistente, per cui in alcuni casi è necessaria particolare attenzione nelle manovre di sicurezza (16)”.
Noi decidemmo di scendere da lì. Ci sentivamo in forma e, visto lo stato della montagna, pensavamo di farcela.
Quel giorno, oltre a me e a Sandro Costi, fu della partita anche Marco Borzi, viareggino spirito bizzarro, capace di grandi generosità e collere da libeccio. Era noto per le ricerche erotico-gastronomiche, nelle quali aveva modo di esaltare le sue doti d’inventore. In macchina o la sera nelle cuccette dei rifugi, le sue spiegazioni tecniche e i racconti di certe prodezze – nemmeno il Prode avrebbe potuto immaginare tanto – erano esilaranti. Se a qualche gita partecipavano anche i più bacchettoni, raddoppiava nella coloritura dei resoconti, finendo quasi sempre col prendersela contro il democristianismo e la tirchieria dei lucchesi.
Sugli sci Marco è un pennellatore, un vero e proprio “pitturino”, pur se non gli piacciono troppo le croste che l’escursione termica forma di frequente sulle nostre montagne. Non fa che predicare prudenza, ma quando si tratta d’imbarcarsi per qualcosa fuori dalla norma è raro si tiri indietro. Fiancheggiatore del Gruppo La Focolaccia, già allora non ne condivideva più nulla, criticando il rinnegamento dello spirito libertario, trovato dopo la fondazione, oltre alla furbizia e ai giochetti politici di molti suoi componenti.
La notte prima dell’Amoretti-Di Vestea, pernottammo al rifugio Rossi per scendere il giorno dopo di buon’ora. Di prima mattina, giunse lassù anche il Prode, insieme a Lorenzo Lucarini (il Mago) con moglie. Nonostante i nostri inviti, non si capì bene cosa volesse fare. Non commentò il nostro progetto. Apparentemente se ne disinteressò. Fece lo gnorri e si aggirò a lungo tra le doline come in cerca di risposte ai suoi interrogativi di geologo pignolo. Quasi sicuramente era convinto che la discesa non fosse fattibile e aspettava lo sviluppo degli eventi. Tuttavia, doveva essere combattuto interiormente; perché, se da un lato considerava irresponsabile la nostra idea, dall’altro lo tormentava che venisse realizzata ancora una prima senza di lui. Noi non ce ne curammo e lo lasciammo a rovistare tra le pietre.
Raggiunta la vetta, scendemmo facilmente l’invaso iniziale fino al traverso di rocce, affioranti anche d’inverno, dove fu necessario togliere gli sci. La vista della Borra Canala, di lassù era impressionante. Anche la Vetricia si stendeva sotto, ravvicinata, come un ghiacciaio pietrificato. Sembrava che, cadendo, si potesse arrivare sui tavolati con un solo salto e senza sbatacchiare da nessuna parte.
Noi ci muovemmo con cautela su quel terreno repellente. Piano e a passettini. Traversammo quatti quatti, come ringobbiti, appoggiandoci con una mano e gli sci nell’altra, finché non apparve il canale di neve grigia e dura. Era stato bulinato dai sassi e scendeva ripidissimo a una strettoia, tra appicchi di roccia verticale. Senza sci, ci si sarebbe dovuti calare in corda doppia e autoassicurati.
Guardando nella strozzatura dove il solco s’imbottigliava, interrotto da una crepa, ebbi la sensazione che stesse per inghiottirmi un pescecane. Le scarpate di calcare facevano pensare alle mascelle di una bocca spalancata.
Mi tremavano le gambe calzando gli sci, ma cercai di respirare profondamente per controllare l’ansia. Fissavo solamente le spatole davanti. Non volevo sbirciare le piccole onde, rapprese col loro chiaroscuro, sullo scoscendimento indurito. Tutto in allerta, sapevo di dover partire.
Quando m’infilai sul pendio, sentii un vuoto allo stomaco e il rumore delle lamine sulla neve gelata. Alla prima curva, gli sci grattarono una cascatella di cristalli. Poi, ne feci un’altra e altre ancora, per fermarmi sugli spigoli, defilato dalla linea di discesa degli altri due. Prima scese il Borzi, e poi Sandro. Il canale scrosciava per il rotolio del pulviscolo di vetro.
“È un itinerario estremamente impegnativo, reso allora ancor più difficoltoso da una neve che, superficialmente simile a chicchi di sale grosso, nascondeva un sottostante strato compatto e duro.
Una eventuale caduta si sarebbe trasformata in una vertiginosa scivolata, resa particolarmente pericolosa da incombenti pareti di roccia (17)”.
Continuammo così, una curva dopo l’altra. Quando staccavamo gli sci per girarli era sempre la stessa impressione di mancanza del respiro. Ogni volta era come se una scarica elettrica ci venisse addosso. Sandro, in una fase di chiusura, parve non riuscire a controllare la presa delle lamine; ma recuperò subito, anche se i muscoli della gamba a valle gli vibrarono in maniera spaventosa. Fermandomi, potevo vedere i compagni alti sopra di me, e un paio di volte mi rifiutai di guardare.
Vicini alla spaccatura togliemmo gli sci per raggiungere in qualche maniera il labbro sottostante. Non ce la sentimmo di superare quell’ostacolo con un salto sci ai piedi. La crepa era troppo larga e passare di sotto ci costrinse a strani saggi di progressione. Ci calammo dentro e, sfruttando le rocce laterali, risalimmo di là.
Soltanto dopo, s’allentò la tensione. Sul cono basale, col custode del rifugio che ci riprendeva al teleobiettivo, sciammo finalmente in scioltezza, senza peso, su neve primaverile. La meraviglia di quest’ultimo pendio, la bellezza delle montagne intorno e l’amore e i ricordi che legavano ad esse, ci fecero vivere momenti incredibili di felicità. Fino al fondo della Borra godemmo della nostra tecnica e di una neve che s’increspava appena in superficie.
Da lì a due o tre ore scese anche il Prode, dopo aver lasciato ammorbidire la neve. Le condizioni più favorevoli, tuttavia, non dovettero rassicurarlo troppo, dato che affrontò la parte più ripida del canale con la piccozza in mano, ancorandosi in qualche maniera, scalettando e derapando. Soltanto in basso eseguì qualche curva.
Quando ci ritrovammo tutti al rifugio, seduti al sole sulla panchetta, venne fuori una disputa. Il problema era se la discesa del Prode doveva considerarsi una prima (in fondo, anche se non era sceso insieme a noi, l’aveva pur fatta nella stessa giornata) o se era opportuno ritenerla, invece, una prima ripetizione o una prima solitaria – sebbene quest’ultima classificazione non fosse di uso corrente nelle discese con gli sci; oppure bisognava giudicarla priva dei requisiti per essere omologata, visto il modo poco sciistico con cui era stata compiuta.
Il Prode cercò di mantenere l’argomentazione su piani a lui più favorevoli. Quando si metteva a discutere era quasi impossibile stringerlo alle corde. Riusciva a ritorcere ogni affermazione degli avversari. Ricorreva a tutti gli espedienti e a tutti i sofismi per ottenere ragione. Il suo arsenale, al riguardo, non mancava di nulla. Quel giorno, anche se usò altre espressioni, disse in sostanza che, da quasi un secolo, in fisica si aveva una verità senza fondamenti e che ogni valutazione, pertanto, doveva possedere margini di tolleranza. Occorreva tenerne conto pure nel mondo delle medie dimensioni. Il tempo era relativo e, anche nello sci ripido, bisognava considerarlo una fugace immagine dell’eternità.
Il succo del discorso era che gli doveva essere attribuita la prima sciistica dell’Amoretti-Di Vestea senza alcun’altra determinazione. Io fui più rigorista; sostenendo che, anche se la verità non esisteva e nessun Dio poteva salvarci, non tutto era lecito e ci si doveva accollare fino in fondo la responsabilità delle nostre azioni.
Da che parte stesse Sandro Costi non si capì bene in quella circostanza. Stranamente; perché non perdeva mai occasione di dare contro al Prode. Di solito, lo criticava prendendolo in giro. Con lui non adoperava la consueta cautela nel formulare giudizi. Al pari di me, non poteva soffrirne l’enfatizzazione di ciò che faceva e permettere che fosse sempre pronto a rosicchiare quel che facevano gli altri accaparrandosi, senza ritegno, meriti non suoi.
Per Marco Borzi, al contrario, era evidente che il Prode andava impalato e fritto. Forse pensava che, se qualche anno avanti Paolo Pellicci avesse sentito rivendicazioni del genere, senz’altro l’avrebbe incenerito.
Alle quattro del pomeriggio, col Mago e la moglie scendemmo nuovamente in Borra Canala con neve mantenutasi eccellente. Il vallone era sciabile fino alla Porta, sotto la Torre Oliva. Il sole batteva alto e sulle cenge faceva scintillare le macchie che fondevano. Di là dalle creste venivano odori d’erba e di mare. Soltanto l’Amoretti-Di Vestea era di nuovo nell’ombra. Guardando dalla parte del rifugio, tra lo sgabuzzino di lato e i panni ad asciugare, si staccava il profilo del Prode. Chissà se aspettava qualcuno per non insistere a perorare la sua causa tutto solo.
Eccettuati marginali episodi, dopo l’Amoretti-Di Vestea, Marco Borzi non tornò più sul ripido. L’anno successivo, però, cominciarono a praticare quest’attività due sciatori foltissimi: Marco Castellani e Riccardo Simoncini. Entrambi avevano una decina d’anni meno di me e di Sandro. Simoncini era di Barga. Castellani, invece, dopo aver abitato diversi anni nel nord, era stato trasferito all’Istituto Magistrale di Barga dove pure io insegnavo.
Specialmente l’arrivo di Marco Castellani turbò nel Gruppo La Focolaccia i fragili equilibri che untuosità e diplomazie cardinalizie avevano col tempo faticosamente costruito. Dopo la morte di Paolo Pellicci, la ragnatela di alcuni onnipresenti tessitori e l’operosità apparente di diverse formichine erano riuscite a coprire il vuoto di potere e ad elaborare nuove e instabili gerarchie. Per costoro, attaccare Marco fu anche un espediente per squalificare qualche altra presenza ingombrante ed esprimere risentimento nei confronti della nostra maniera di andare in montagna. Io ero stato, insieme a Paolo Pellicci, il fondatore del gruppo e uno degli iniziali istruttori della scuola, e Sandro era pur sempre un iscritto degli anni eroici. Tutti e due avevamo vissuto la fase rivoluzionaria ed eravamo stati protagonisti nel diffondere lo scialpinismo nella nostra zona. Non potevamo, pertanto, essere facilmente fatti fuori.
Oggi, dopo che – nell’ordine – Marco, Riccardo ed io siamo usciti dalla Focolaccia e dalla scuola, l’ambiente si è finalmente normalizzato. Soltanto Sandro, abile nell’arte di mimetizzarsi, è rimasto nel gruppo, anche se ha dovuto subire l’onta di essere depennato dall’organico didattico. È rimasto campo libero, così, per coloro che insegnano ciò che non si sono mai sognati né si sogneranno di fare. Finalmente a qualcuno di loro è stata data l’opportunità di spiegare come sotto dettatura dello Spirito Santo e, ormai senza più ostacoli, di gabellare per insegnamento l’imprigionare se stesso e i propri allievi. La storia si ripete: dove sono state create molte ricchezze ci sono molti che le dilapidano.
Col tempo, però, mentre io e Marco ci siamo accorti come debba ritenersi un merito l’ostilità di simili persone, abbiamo anche capito quanto corrisponda al vero la metafora che paragona l’insegnamento a un atto di amore. Perfino qualche pedagogista lo afferma. Non rendendosi, magari, pienamente conto dell’esattezza di quelle parole. Perché insegnare è dare il piacere del proprio piacere; così come imparare è ricevere piacere dal piacere altrui. Ma com’è raro e così difficile da raggiungere questo reciproco godimento nei postriboli! Sia in quelli diretti dai Presidi che in altri, istituiti dal Club Alpino, dove in misura maggiore che nei primi trasmettere un sapere vuol dire esercitare un potere. Se maestri e professori spesso condannano le anime alla stitichezza, molti istruttori paralizzano anche i corpi con terrorismi di vario tipo ed eccessiva volontà di analisi.
Nei confronti di Marco, comunque, non mancavano pretesti per criticarlo. Vestito in maniera sempre accurata e sportiva, per i modi aristocratici e il tono altezzoso della voce, di primo acchito indisponeva chiunque; e continuava a farlo con chi si fermava alle apparenze. Di lui colpivano la perentorietà e la lucidità del pensiero, esternato con frasi nette e taglienti. Spesso aveva già inteso quello che parecchi si limitavano ancora a soppesare. Con poche parole andava all’essenza della questione. Com’è giusto, però, parlava solamente con chi se lo meritava.
Anche più di me – almeno allora – comunicava quanto non provasse piacere dalla compagnia degli altri, pareggiando abbondantemente ciò che gli altri mostravano per lui. Gli mancava sempre il tempo per i suoi progetti e diventava insofferente se doveva occuparsi di compiti giudicati adatti a individui più comuni. Gli sembrava che ogni giornata fosse troppo breve, nonostante se le riservasse tutte. In certi momenti dava anche l’idea di ritenere che, per come si considerava, l’ammirazione nei suoi confronti dovesse essere naturale e dovuta. Era un meccanismo di compensazione, paragonabile all’irruenza di Sandro davanti al pericolo. Un modo per esorcizzare l’ansia cagionatagli dal bisogno di impiegare intensivamente le ore e di dimenticare l’inevitabilità della morte.
Il fatto, poi, che Marco ed io avessimo fama di seduttori fu un ulteriore motivo di acredine. Per la verità, tale fama era venuta a crearsi di là dalle nostre intenzioni, quantunque a Marco non mancasse certo il fisico del ruolo. Un fisico meno possente di quello di Sandro che, mentre sciava, lo faceva somigliare a una ruspa, ma più atletico del mio (senz’altro il più mingherlino dei tre).
Altro motivo di ostilità era costituito dalla vocazione filosofica che sconfinava oltre il nostro ruolo di insegnanti di filosofia. Propensione non attribuibile a Sandro. Quest’ultimo, infatti, insieme a un carattere più incline al compromesso, poteva vantare il merito di essere un bancario e, si sa, chi lavora in banca è in genere una persona perbene. Meglio, molto meglio dei filosofi che ne conoscono una più del diavolo e, tra le altre colpe, hanno anche quella di corrompere la gioventù. Sia io che Marco, d’altronde, ci sentivamo proprio dei filosofi e non impiegati statali del pensiero, ritenendo non si potessero servire contemporaneamente il Ministero della Pubblica Istruzione e la verità. Era il nostro principale reato. Per questo rappresentavamo una minaccia agli occhi di chi si riteneva, al contrario, un accreditato maestro di costumi e possedeva lo spirito dei preti e di chi è loro più vicino: gli sbirri, i giudici e i carnefici.
Sandro, invece, mostrava disinteresse per le meditazioni profonde e le metafisiche. Sebbene d’indole ansiosa, lo strapotere dei suoi mezzi fisici gli garantiva in diversi frangenti la superiorità che viene dalla saggezza originaria del corpo, consentendogli di non anticipare paure molto spesso inutili. Poteva, così, affrontare al meglio certe notti di vigilia, addormentandosi subito e russando. Tutti, allora, non lo volevano nelle vicinanze per cercare di evitare un’importuna e prolungata veglia in armi.
Ciononostante, sul luogo di lavoro gli piaceva posare a intellettuale, sia per il suo impegno di sindacalista, che nell’abbigliamento o nel modo in cui fumava la pipa. E della pipa, oltre che della foga sugli sci, si serviva per nascondere forme d’insicurezza che, al pari di me e di Marco, gli creavano difficoltà nelle relazioni umane. Diversamente da me, però, che reagivo e mi sentivo indifeso di fronte a certi attacchi, cercava di eclissarsi e, se c’era da esporsi, manteneva sempre agganciati due moschettoni. Benché tradisse irritazione per le critiche, non scendeva quasi mai in campo aperto. Tanto era spericolato e impetuoso in montagna, così si mostrava prudente nei rapporti con gli altri. Specialmente se doveva esprimere opinioni personali. Di frequente, dava l’impressione che tra come pensava e come viveva ci fosse una distanza.
Allora così mi pareva. Forse era il mio integralismo a farmi valutare in tale maniera; senza dubbio i residui della mia educazione giovanile cattolica a portarmi ad essere troppo severo con gli altri e intollerante con me stesso. Anche se unicamente col raziocinio, anno dopo anno, ho invece capito quanto Sandro vedesse giusto nel lasciar esaurire le spinte avverse ritenendo meglio essere precipitosi in montagna che nel parlare.
Che Sandro non polemizzasse in maniera esplicita con l’apparato, non bastò a diminuire l’invidia nei nostri confronti e quel rancore che si manifesta sempre, anche verso meriti non trascendentali. Tutti e tre, del resto, ci trovavamo nella situazione meno favorevole: non eravamo fuoriclasse, questo no, ma semplicemente con più motivazioni e con un bagaglio tecnico superiore al loro. Non troppo in alto perché non scattassero paragoni, né sullo stesso piano per farci fagocitare dalle comuni rinunce, o su uno inferiore per essere benvoluti, cercati e compatiti. Stavamo nel Gruppo ma ne eravamo fuori. E, senza rendercene conto o con impudenza (io e Marco), lo facevamo notare.
Ma non si trattava del problema principale perché qualunque cosa facessimo non andava bene. Chi, invece, professava modestia e la logica del rimandare a data più propizia, o teorizzava la cooperazione e un lavoro di gruppo, basato – all’atto pratico – sulla regola del “tu porti la pastasciutta e io la mangio”, trovava sempre consensi tra la mala erba che soffoca le spighe. Tenendo a mente, magari, il detto secondo cui se qualcuno eccelle tra noi, se ne vada a eccellere altrove.
Marco Castellani, stilisticamente, sciava meglio di me e di Sandro. Era anche più preparato a livello alpinistico; pur se con gli sci ai piedi non aveva la nostra esperienza e il nostro muso sul ripido. Per Riccardo Simoncini, invece, tale disciplina costituiva qualcosa di nuovo. Impiegato alle Poste, aveva giocato fino a pochi anni prima a calcio nel ruolo di stopper. È una persona sincera e altruista; uno di quelli che – puoi stare sicuro – non ti abbandonano nelle difficoltà. L’attenzione prestata a ciò che faceva, un certo culto per l’attrezzatura e gli ultimi ritrovati della tecnologia, non gli derivavano da ansie sotterranee e risultavano subito quello che erano: il naturale complemento di un carattere preciso e saldo, lontano mille miglia dall’irresponsabilità dei faciloni o dei mistici in cerca di azzardi. Di lui colpivano le enormi risorse fisiche e tecniche, e il fatto che imparasse tutto in maniera intuitiva.
Erano molti i trucchi che occorreva conoscere. Noi li avevamo appresi sul campo e, almeno fino ad allora, ci avevano tirato fuori dai guai. Anche se non sempre l’abbiamo fatto, la salita dei pendii da scendere è molto utile per rendersi direttamente conto delle condizioni della neve. Una via di roccia non muta, mentre un pendio o un canalone innevato può cambiare nel giro di pochi minuti. Ecco perché questi itinerari, anche se sono gli stessi, non saranno mai uguali. La neve è uno degli elementi più mutevoli e passarvi per primi è un po’ passarvi per la prima volta.
Nei casi maggiormente impegnativi, l’interiorizzazione e l’abituarsi all’idea è importante si affianchino alla preparazione tecnico-atletica. Come nell’arrampicata solitaria, si dipende totalmente da se stessi ed è bene non commettere errori. Non esiste nello sci ripido il rapporto di dipendenza che, nell’alpinismo, quasi sempre deriva dalla corda. Anche scendendo insieme ad altri, ognuno è solo con i suoi sci. La sicurezza viene data dall’intuizione di quanto si è in grado di fare e da quella visione interna che qualcuno ha definito “istinto della neve”. È un apprendere immediato in conoscenze precedenti, che si esprime appieno quando queste spariscono e resta solo la passione.
Allo stesso modo delle parole, non si tratta di rifiutarne l’efficacia ma di recuperare lo stato che le anticipa. Nella curva “saltata”, le code vanno richiamate senza, però, staccarle molto dal terreno. La prima curva è la più difficile. Toglie l’ansia e riesce a “far capire”. Consente di adattarsi alla pendenza e al tipo d’innevamento. Nei canali, meglio scendere al centro, senza spostarsi troppo verso le rocce laterali. In molti casi, i bordi hanno diversa qualità di neve. Nei solchi particolarmente incassati, le rigole delle valanghe possono causare problemi. Talvolta, vi si forma un colatoio che si deve traversare, curva dopo curva. Spesso, invece, partono smottamenti e bisogna tenerne conto, specialmente se non si scende da soli. Prima di una strozzatura, fare in modo di avere gli sci nella direzione migliore per l’uscita. Se l’itinerario è interrotto da balze rocciose, toglierseli e rimetterseli risulta molto delicato. È buona norma autoassicurarsi in qualche maniera. Per scendere i salti di roccia, in alcune occasioni si deve ricorrere alla corda doppia. Sempre consigliabile l’uso del casco per la frequente eventualità di caduta di pietre.
Occorre affrontare gradatamente i livelli di difficoltà. Dopo un po’ d’abitudine si familiarizza con l’esposizione e il senso di libertà e d’armonia è difficile da descrivere. Fondamentale, oltre alla preparazione fisica e alpinistica, anche un’attenta considerazione dell’attrezzatura pur, se più di tutto, occorre riuscire a valutare correttamente se stessi.
L’attrezzatura era quella normale da scialpinismo. Eccetto un bastoncino con un corto becco di piccozza, saldato all’altezza della manopola. L’aveva ideato il geniaccio di Marco Borzi. L’aveva regalato a ognuno di noi, dopo la sua decisione di smetterla con certe discese. Non avrebbe arrestato una caduta, ma era utile per poggiarsi contro il pendio quando ci si doveva riposare o aspettare i compagni. Specialmente con neve dura quel piccolo ancoraggio dava sicurezza e consentiva maggiore possibilità di recupero. Io, comunque, ho sempre utilizzato anche in pista sci della medesima lunghezza. In certe occasioni, devono essere parte dello sciatore e, anche psicologicamente, fondersi il più possibile con lui. Le loro dimensioni vanno assimilate e rese istintive, percependole come viene avvertito il proprio corpo nello spazio.
“L’esperienza acquisita ci ha indotto a fare un parallelo con l’arrampicata “libera” in cordata a comando alternato. Infatti anche noi abbiamo adottato questo metodo per “esplorare” il pendio sottostante, scendendo alternativamente in sosta in zone più riparate. A volte occorre fare scorrere la neve smossa prima di riprendere la “danza”. Occorre una buona determinazione e condizioni fisiche ottimali… La concentrazione sui movimenti da fare è basilare e così la scelta del punto più adatto dove effettuare la curva… (18)”.
Con l’arrivo di Marco Castellani e Riccardo Simoncini, nel 1987 la nostra attività fu particolarmente intensa. Venne discesa la Diretta del versante nord-ovest del Monte Cella (40°/48°/45° – Costi, Castellani, Dianda); il canale ovest (o dell’Ombra Corta) tra il Monte Cella e il Monte Vecchio (45°/40°, poi facile – Dianda, Castellani, Costi, Simoncini); il canalino sud-ovest (o del Meriggio) al Monte Vecchio (45°/50°/48° – Dianda, Castellani, il Prode). Il canale avrebbe dovuto chiamarsi diversamente perché sceso verso le 15 – Pomeriggio sarebbe stato il nome adatto. Ma a noi parve più animoso, più “nietzschiano”, il nome di Meriggio.
Maggiormente impegnativa risultò la discesa di un breve canale, strettissimo – la strozzatura inferiore non è più larga di due metri – e ripido (52°/47°/40° – Dianda, Simoncini, Castellani) che incide il versante ovest del Giovo. Venne chiamato Canalino di Bacoleta e, visto dal davanti, ha più che altro l’aspetto di un camino. L’imbocco è sulla cresta sommitale, poco lontano dalla croce, a picco sui sottostanti Piani dell’Altaretto.
Marco Castellani, nel frattempo, aveva effettuato quella che può dirsi la prima, vera ripetizione dell’Amoretti-Di Vestea.
In quella stagione, comunque, la discesa più significativa fu il Canale Centrale del Pizzo delle Saette, effettuata da me e Marco Castellani. Pur non essendo particolarmente difficile, ancora oggi non se ne conoscono ripetizioni.
Il Pizzo delle Saette è il poderoso avancorpo settentrionale della Pania della Croce. Tra le cime del gruppo è quella più scabra e appuntita. Ha una morfologia complicata e s’impenna con bastionate e torrioni rocciosi tra cui salgono tortuosi canali, quasi tutti senza sbocco. Da nord appare simile a una prua erosa e tagliente, venuta fuori, se l’avvolgono le nebbie, come dai flutti di un mare travagliato. È soprattutto dalla valle della Turrite Secca, infatti, che si presenta svettante in gigantesche fiancate, contro la più massiccia ma defilata struttura della Pania.
“Il maggiore interesse nelle ascensioni invernali su questa montagna è dato dall’aspetto ambientale: canali e invasi innevati si sviluppano fra salienze rocciose e costoni che fanno assumere alla montagna un aspetto severo e inaccessibile. Per la complessità del terreno e per il relativo isolamento, le ascensioni invernali su questa cima non sono mai da sottovalutare e richiedono prudenza più di quanto le difficoltà strettamente tecniche non suggeriscano (19)”.
Per un alpinista esperto, tuttavia, la risalita del Canale Centrale non presenta eccessive difficoltà.
“È la via più facile e rapida… in inverno è da risalire con bella ramponata la parte bassa. Andando verso l’alto è caratterizzato da fasce di lastroni… Si raggiunge la cresta sommitale al colletto tra la Quota 1750 m e il Pizzo (20)”.
“Dislivello: 600 m… Difficoltà: PD … dopo alcune ampie curve, in cui si possono incontrare tratti scoperti, il canale diviene più incassato, racchiuso a sinistra dalla Cresta del Serpente e a destra dalla costola nord-ovest della Quota 1750 m. Si giunge a un risalto roccioso di pochi metri (generalmente poco innevato) che richiede qualche impegno e lo si supera sulla sinistra. Più in alto, il canale si allarga nuovamente a imbuto aumentando leggermente la pendenza; occorre superare un’altra fascia rocciosa tenendosi sulla sinistra per cenge, quindi per il pendio finale si raggiunge il colle… (21)”.
Io e Marco, sci sullo zaino e scarponi ai piedi, partimmo da Isola Santa 550 m e, con ramponi e piccozza, risalimmo tutto il canale. Qualche contorsionismo fu necessario per superare le fasce calcaree. Una, in particolare ci dette problemi. Sia per la roccia bagnata, che per gli scarponi rigidi e la stanchezza dovuta al carico degli sci. Nel venirne a capo perdemmo tempo e, soprattutto, pazienza. Almeno per noi non fu proprio semplice aver ragione di quella muraglia sdrucciolosa e rigata di ghiaccio. Comunque, ci arrabattammo con un passamano degli zaini e l’aiuto della corda, e in stile non proprio irreprensibile riuscimmo a superare l’ostacolo.
Oltre quelle scomodità, c’introducemmo nella parte alta del canale, livido sotto il cielo nuvoloso. A destra, s’alzava la variante Nerli-Sarperi alla Quota 1750 m. Tutti e due convenimmo che sarebbe stato molto interessante scendere da lì, che avremmo potuto tranquillamente esserne in grado, pur se i condizionali stavano a significare che nessuno dei due aveva davvero intenzione di farlo.
Prima di calzare gli sci, sbocconcellammo qualcosa, anche se la sfacchinata e il pensiero di curvare sul pendio sottostante ci avevano chiuso l’appetito. Le tacche fatte salendo, colpo dopo colpo coi piedi, formavano una lunga fila rendendo ancora più fotografico l’ambiente, ma non erano riuscite a chiarire ogni dubbio sul tipo di neve che avremmo incontrato. L’invaso si apriva tra creste in rovina e impercorribili scivoli a lastroni, solamente qua e là imbrattati di bianco. Nella solitudine della montagna, all’intorno non si vedeva nessuno; né sul Cerchia, né sulla Pania della Croce, né sulla Secca – meditabondi sopra una piccola piazzola inospitale, dovevamo sembrare due fantocci, abbandonati lassù a disturbare i gracchi.
La discesa, invece (primo tratto a 45°, poi 40° e pendenza via via decrescente), fu più tranquilla del previsto. Gli unici problemi furono dati dalla neve gelata – in alto – e da quell’indisponente salto di roccia, vinto in corda doppia, che, fin dopo il suo valicamento, non ci consentì di sciare rilassati.
Alla base del canale, iniziò il lungo ritorno verso Isola Santa, capitombolando per la stanchezza e il terreno viscido, tra alberi divelti e il fogliame. Mentre, sci sullo zaino e fiaccandoci di nuovo la schiena, cercavamo di scivolare ancora su una poltiglia di fango, muschio e ricci di castagne, con qualche preoccupazione per il toro che si aggirava tra le case abbandonate e i poggi di Col di Favilla, raggiungemmo due escursionisti provenienti da Mosceta. Ci chiesero dove avessimo portato gli sci. Alla nostra risposta, lì per lì, credettero li prendessimo in giro.
Note
(15) Euro Montagna, Angelo Nerli, Attilio Sabbadini, Alpi Apuane, Guida dei monti d’Italia, CAI-TCI 1979, p. 368.
(16) Giorgio Perna e Fabrizio Girolami, Apuane – Salite invernali, Pezzini, Viareggio 1997, p. 33.
(17) Alessandro Costi, Vent’anni sul ripido, cit., p. 48.
(18) Sergio Rinaldi, Saltare per canali, cit., pp. 25-26.
(19) Giorgio Perna, Fabrizio Girolami, Apuane – Salite invernali, cit., p. 37.
(20) Euro Montagna, Angelo Nerli, Attilio Sabbadini, Alpi Apuane, cit., p. 373.
(21) Giorgio Perna. Fabrizio Girolami, Apuane – Salite invernali, cit., p. 42.
(continua in https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/sci-estroso-4/)




