Genovesi in montagna – 02

(cronache di mezzo secolo di alpinismo)
di Gianni Pàstine
(pubblicato nel 2003 da Feguagiskia’ Studios)

Il gigante solitario – Cervino 4478 m
L‘immagine del Cervino è tutt’uno con l’immagine ideale di una montagna. Se fate disegnare un monte ad un bambino, vi disegnerà qualcosa di simile al Cervino; quindi, un alpinista che sia tale, desidera, prima o poi, raggiungerne la cima. La prima occasione mi si presentò nell’agosto 1952, quando Oliviero Cirin Frachey me lo propose con la solita determinazione.

Lasciammo Champoluc con la sua moto, cosa che si rivelò ben presto problematica: se il nostro era abile guida in montagna, tale non era nella condotta di un mezzo motorizzato. Tutto andò bene finché non imboccammo la Valtournenche dove, alla prima curva, si fermò sul suo ciglio esterno, giusto prima di precipitare nel Marmore. Sotto Antey, nell’abbordare una curva, finimmo contro mano, muso contro muso, con un camioncino; infine, al Gouffre des Bousserailles, incocciammo una Fiat 1100 a sei posti in modo che io, con il ginocchio sinistro, ne piegassi la targa; evidentemente, a prova di bomba erano le mie ossa, tonificate da circa un centinaio di endovene di calcio quando, sei anni prima, ero stato gravemente ammalato ai polmoni; di latta era la targa, residuo della non dimenticata autarchia mussoliniana; di tolla era la faccia di Cirin che se la prese con alcuni pacifici turisti, intenti ad ammirare il Gouffre, rei di non averci avvertito del sopraggiungere dell’auto… Con un senso di liberazione, vidi apparire il Breuil ed il Cervino, piuttosto incipriato di neve fresca. Ci imbattemmo subito nello sguardo inquisitore di Achille Compagnoni che, rivolto a me, sentenziò: “se corre bene, non vi saranno problemi”. Dormimmo all’Oriondé.

Cirin non sentì la sveglia e, poco dopo le cinque, fra un “cribbio” ed un “porco bestia”, mi fece preparare in un quarto d’ora. Andammo via con passo indiavolato tanto che, alle sette, eravamo già alla capanna del Cervino dove tre Lecchesi stavano accingendosi a partire. Li precedemmo subito e filammo, sempre con lo stesso ritmo, fin sopra la gran corda, assente dopo la rottura che era costata la vita alla guida svizzera Otto Furrer; ma neve fresca e vetrato ci costrinsero a ripiegare. Oziavamo fuori dalla capanna, al sole, quando, poco dopo le undici,, giunse Jean, con un cliente di Imperia che, solo parecchi anni dopo avrei riconosciuto in Giorgio Dominoni, con il quale avrei condiviso interessanti esperienze extraeuropee. Jean era il “Signore del Cervino” e decise di andare a vedere il suo giusto: noi dietro, due Lecchesi dietro. Il ritmo si fece subito sostenuto perché Valtournenche gareggiava con Champoluc e tutte due contro Lecco. Vi è ancora chi fa retorica sulla non competitività dell’alpinismo…La neve, lavorata dal sole, era appena più consistente e, intorno alle quattordici, toccammo la sospirata cima: giù subito! “Non farteli venire in mezzo!”, sussurrò Jean a Cirin. I Lecchesi serrarono comunque sotto fin quando, presso la spalla, il capocordata scivolò sulla neve senza che il secondo fosse ancorato; ma la corda si impigliò in un sasso salvandoli da una, diversamente, inevitabile caduta lungo la parete ovest. Con loro la competizione era finita. Intorno alle sedici, rientravamo in capanna dove Jean trovò un altro ingaggio con due Veneziani che non se la sentivano di proseguire da soli: sotto la testa del Leone, una scarica di sassi era passata nel loro intervallo di corda lasciandoli piuttosto intimoriti. Giorgio si legò allora con noi che scendevamo ancora all’Oriondé, dove ci separammo. Ci fermavamo in quel rifugio in attesa di ripartire per Zermatt ed il Weisshorn. Giorgio avrebbe invece continuato fino al Breuil dove sarebbe giunto nell’oscurità: una bella impresa perché ne era partito al mattino con la prima funivia per Plan Maison.

Il mio successivo ritorno a Champoluc sarebbe avvenuto però a piedi, per le Cime Bianche. Cirin doveva correre da una prossima cliente ed ero ben lieto di risparmiarmi un supplemento di gimcana motociclistica.

Volevo però tornarvi conducendo io la cordata. Due volte il tempo ci respinse: nel 1956, con Sandro, ci ritirammo dalla capanna Duca degli Abruzzi dopo una notte tempestosa, su rocce divenute insidiosissime per il vetrato; nel 1957, con Enzo, ed altri Torinesi come lui, ripiegammo dalla capanna Solvay, dove ci sorprese una nevicata di stile natalizio. In quella occasione, impiegammo ben sei ore per rientrare all’Hörnli, una lunghezza di corda dopo l’altra, con i ramponi ai piedi.

Nell’estate 1958 ero alla ascensione conclusiva di una fortunata campagna. Con Renato, capitammo da don Giulio a Valtournenche, reduci dal gruppo del Bianco. Dopo pranzo, l’amico ebbe l’idea di fare la doccia, fredda per giunta. Le mie rimostranze, circa la sua inopportunità durante la digestione, furono tacitate ricordando il domicilio a Priaruggia ed i vicini bagni di mare frequentati, senza inconvenienti, anche dopo mangiato.

Alle 17, salivamo al Furggen con l’ultima funivia. Contavo di poter attraversare sotto una parete est ormai in ombra da ore; invece scampammo per un pelo al fattaccio: un seracco si staccò sopra di noi frantumandosi tosto in una miriade di blocchi di ghiaccio. Renato, steso a terra con il sacco sulla testa, bloccò la corda, sordo alle mie richieste di darmene per portarmi fuori tiro. Non mi restò che chinare la testa per far passare un primo blocco di ghiaccio ed alzare una gamba per farne passare un successivo. Senza gradinare, senza assicurarci, attraversammo di corsa un pendio di ghiaccio nero fino al sospirato rifugio Hörnli dove tre alpinisti italiani, che avevano assistito al nostro scampato pericolo, ci accolsero con le parole “siete vivi!” Non sarei mai più ripassato sotto la parete est: accantonammo anche l’idea della cresta di Zmutt, quell’anno in ottime condizioni, per non attraversare sotto la parete nord. Oggi, la cresta di Zmutt è stata al centro di pretestuose polemiche per via di un rifugio che evita accessi troppo lunghi e pericolosi, oltre a qualche attrezzo fisso, di sicurezza, sistemato lungo il percorso. Si tratta di polemiche sollevate da chi, solo con oltre mezzo secolo di ritardo, si accorge della esistenza storica dell’alpinismo eroico, oltre che da chi sia uso praticare l’alpinismo più nei convegni e nelle tavole rotonde che in montagna. Se, ormai, non me lo avessero proibito i medici…

La sera, a tavola, le occhiate assassine di una bionda spagnola mi rincuorarono: solo per il Cervino… All’alba, attaccammo la cresta dell’Hörnli e mi trovai quasi sui tacchi della fascinosa iberica, deciso a non mollarli; ma, all’altezza dei resti della vecchia capanna, Renato emise un mugolio lamentoso: sosta e addio spagnola! L’amico mi informava, con voce rotta dall’emozione, sulla consistenza di quanto riuscisse a liberarsi: altro che bagno a Priaruggia!

Dopo la capanna Solvay, apparve rinfrancato. Passò in testa, si fece fotografare, si agganciò ad un grosso chiodo fisso, mi fece salire fin sotto di lui, mi agganciò allo stesso chiodo e… calò urgentemente i calzoni. Non potei evitare spruzzi organici almeno non paragonabili con i proiettili del Cervino scansati la sera precedente. Ripreso il comando, sul pendio ghiacciato sommitale incrociai la spagnola, già in discesa, che mi lanciò una occhiata compassionevole. Passammo alla vetta italiana per discendere la cresta del Leone. Doveva essere un momento trionfale: fu invece un trionfo di banalità come spesso può succedere. L’amico aveva conservato, per la cima, una monumentale scatola di birra; ma, al primo colpo di martello da ghiaccio, utile solo a tale scopo, il suo contenuto volò in alto come un soffione boracifero. Non ci restava che una cannuccia di plastica con cui succhiare l’acqua di fusione sotto i nevai.

Tre Rifugi 1955. L’autore e Sandro Cevasco verso Porta Sestrera

In Baiarda, nel famigliare Appennino, ove ci recavamo spesso ad allenarci, Renato andava ben più forte di me che, solo una volta, piantando quattro chiodi e suscitando, già allora (!!!), grande scandalo, avevo superato il famoso diedro Gozzini. Ora, non v’era scelta: toccava a me scendere per ultimo. Alla scala Jordan, mi avvidi che il compagno si era filato tutti i trenta metri della corda doppia che ci univa. Mi appariva tanto in basso, sopra tanto vuoto! Non mi persi d’animo rimediando un artigianale e prematuro autobloccante fregando tutti: Cervino, compagno, paura e purezza di stile (quest’ultima poi…). Sotto la gran corda le cose andarono ancora peggio: Renato lamentava dolori allo stomaco e ad un ginocchio. Non mi ritirava più neppure la corda. Eco cosa vuol dire il crollo soprattutto morale di un pur bravo alpinista sul quale contavo perché oggettivamente più forte. Ma ero ormai padrone di me stesso e del campo finendo per calarlo quasi di peso lungo la corda della sveglia, mentre Jean e Daniel mi davano i metri mancanti. Giunto in fondo, Renato si slegò e guadagnò il rifugio senza attendere la mia discesa: Anche tale fatto non mi turbò più di tanto: feci entrare in azione il collaudato autobloccante personale e tutto apparve più semplice. Anche la vista di quei due Signori della Montagna, quali Jean e Daniel, mi aveva rincuorato ed esaltato ad un tempo.

Due tazze di tè rimisero in forze l’amico. V’erano ancora ore di luce sufficienti per guadagnare almeno l’Oriondé, data la piena ferragostana del rifugio Duca degli Abruzzi. Imbruniva quando un sasso sibilò un metro sopra la mia testa mentre il mio sguardo si posava sulla lapide commemorativa di Agostino Pellissier e Liana Steiner: scarica di sassi! Poco avanti, incontravo quella di Alberto Bich: sasso pure lui! “Renato sbrigati! Non voglio bivaccare qui! Fammi imboccare il Grand Escalier prima di buio! ”Niente! Temeva per il menisco! Passai allora ad un vocabolario più persuasivo e tutto andò di stretta misura: lo sciolsi solo al laghetto dell’Oriondé, nella oscurità totale, dove potemmo stringerci la mano: Al rifugio, mi addormentai sulla cena.

Stazione di Torino Porta Nuova: poco avanti a me, Euro e Silvano scendono dalla stessa automotrice Prè Saint Didier –Torino: calzano scarpe di pezza valsesiane, i famosi “scoufoun”, causa un principio di congelamento, come saprò. “Da dove vieni?””Dal Cervino, e voi?” “Abbiamo fatto la Peutérey al Bianco!” Euro ricorda ancora oggi la mia espressione stupefatta e incredula. Sul treno per Genova, una donna ascolta sconsolata i nostri discorsi e commenta: ”povere le vostre mamme!”

Note tecniche
Agosto 1952. Compagno: Oliviero Frachey, guida
Agosto 1958. Compagno: Renato Ansaldi

Cresta del Leone. Il rifugio Oriondé è oggi raggiungibile lungo una rotabile in sterrato agibile, a traffico limitato, noleggiando un mezzo fuori strada con autista; in alternativa, salire a Plan Maison con la funivia e raggiungerlo lungo un comodo sentiero che attraversa terreno morenico. Ore 1.

Proseguire sulla sinistra incontrando un laghetto. Continuare lungo un sentiero più ripido fino alla base delle prime rocce dove una Croce ricorda la morte di Jean-Antoine Carrel, primo salitore dell’itinerario, qui deceduto per sfinimento dopo aver portato in salvo il proprio cliente nel corso di una grande bufera scatenatasi sulla montagna. Salire ancora fino ad imboccare un canale roccioso, a gradini, sulla sinistra: il Grand Escalier. Sbucare su un gran pendio sassoso ove si scorge, più in alto, un pluviometro. Il pendio è esposto alla caduta di sassi. Giunti ai piedi di un grande masso, ove è possibile sostare al riparo, traversare a destra per cenge e nevai fino a guadagnare il colle del Leone (con molta neve, è possibile giungervi direttamente dal basso lungo un canale). Salire un facile pendio sassoso fino a superare una lastronata (le placche Seiler), quindi una cornice verso destra che conduce ad un camino diedro munito di corda fissa (la Cheminée). Salirlo e sbucare nei pressi della nuova capanna Carrel (la vecchia, Duca degli Abruzzi, è conservata poco sopra). Ore 3.

Superata la vecchia capanna, salire direttamente superando due corti strapiombi utilizzando una corda fissa (la corda della Sveglia). Andare poi a destra, sotto cresta, fino ad un canale, spesso vetrato, munito di corda fissa (il couloir des glaçons). Attraversare, sempre a destra, una stretta ed esposta cornice (il Mauvais Pas) e continuare, sempre a destra, fino ad incontrare un nevaio pensile (il Linceul). Attraversarlo lungo il bordo superiore e pervenire ai piedi di una parete di trenta metri, quasi verticale, provvista di corda fissa (la Gran Corda). Superarla (abbastanza faticoso) e sbucare sulla cresta ora meno ripida. Le difficoltà variano con le condizioni: il tratto che scavalca il Pic Tyndall fino alla testa è quasi elementare senza neve, mentre diventa problematico diversamente. Giunti sotto la testa, superato un breve intaglio con una spaccata (l’enjambèe), un pendio, spesso in neve, conduce alle rocce superiori, quasi verticali. Superare due corde fisse, quindi una scala in corda e legno (la scala Jordan-faticoso). Una corda fissa su terreno meno ripido conduce nei pressi della vetta. Ore 3/5. AD.

La discesa non pone maggiori problemi per la presenza delle corda fisse alle quali è però utile assicurarsi con un nodo autobloccante. Sotto la gran corda, è vivamente tenersi in alto, sotto cresta, senza lasciarsi attrarre da terreno apparentemente più facile, più in basso. L’intervallo di corda necessario è di trenta metri. La piccozza ed i ramponi al seguito sono utili se non necessari.

Cresta dell’Hörnli. Da Zermatt, salire a Schwarzsee mediante funivia, quindi, per comodo sentiero, al rifugio Hörnli. Ore 2 circa.
Provenendo dal Breuil, salire al Plateau con la funivia e scendere fino all’ultimo impianto che conduce a Schwarzsee, lungo il ghiacciaio del Teodulo. Ore 1 circa, quindi, come sopra.

Attaccare la cresta sulla destra, lungo una ripida paretina dominata da uno strapiombo. Uscirne a sinistra. Facili rocce, con tracce di sentiero, si susseguono, sotto cresta, fin sotto una roccia a tetto ove si trovano i resti della vecchia capanna. Salire ancora sulla sinistra, sotto cresta, fin sotto la ben visibile capanna Solvay, pervenendovi per più ripida parete (III). Spostarsi appena a sinistra per superare altra parete (III) e continuare su terreno misto fino alla spalla (neve e ghiaccio). Segue un tratto più ripido ed esposto, protetto e facilitato da corde fisse (faticoso). Uscirne a destra su terreno meno ripido, raggiungendo la vetta per neve e terreno misto. Ore 5/6. AD inf.

In discesa, sono utili due calate a corda doppia, di circa venti metri l’una, sopra e sotto la capanna Solvay(ancoraggi in posto): La piccozza ed i ramponi al seguito, sono di rigore.

Nota importante. Il Cervino è una montagna, una montagna simbolo. Chi si avvicini a lui solo per arrampicare ne resterà deluso: la sua ascensione, su rocce non sempre salde, non è quasi mai divertente. Occorre essere ben allenati ed acclimatati perché necessitano sforzi fisici ad alta quota.

Il Cervino è montagna riservata all’alpinista, buon conoscitore del tipo di ambiente e in grado di apprezzarne il valore al di là del suo significato sportivo.

Oberland Bernese – Ewigschneefeld (campo di neve eterna)
Nella primavera del 1981 eravamo saliti alla comoda Mönchsjochhütte. Non ero in buona forma; ma l’aria frizzante ed il bel tempo mi avevano messo in piedi; inoltre, si partiva in discesa. Infatti, lungo l’Ewigschneefeld, calammo facilmente per un buon tratto. Piegammo quindi ad est e salimmo, prima in sci, poi a piedi, in cordata, il ripido pendio che immette sulla Fieschersattel. Di qui, alla vetta del Gross Fiescherhorn, fu solo una piacevole e facile arrampicata sulle rocce innevate della cresta sud. Ne eravamo discesi abbastanza rapidamente. Tuttavia, la strada del ritorno ripercorreva quell’Ewigschneefeld il cui nome appariva troppo appropriato. Con l’altezza ed il freddo crescenti, la mia condizione, già precaria, peggiorava. Nico, mio compagno di cordata, era un robusto montagnino ligure di Rossiglione, la cui forza fisica era pari ad una innata generosità e bontà d’animo. Mi scaricò del sacco. Indossai quanto possibile per alleggerirlo; restavano tuttavia sempre ramponi, piccozza e qualcos’altro. Potei più facilmente riguadagnare l’ospitale rifugio dove, nel maltempo immancabilmente sopraggiunto, attendemmo quasi due giorni prima di riprendere il vicino trenino e rientrare.

Da allora, non passò molto tempo a quando Nico fu aggredito da un male irreparabile. Soffrì molto perché il suo forte fisico combatté a lungo; ma tutto fu inutile. In un freddo e sereno giorno invernale, mi ritrovai nel municipio di Rossiglione dove la sua bara era esposta e vegliata con un rituale wagneriano, molto suggestivo. Nico non era credente, ma quelle esequie irreligiose mi commossero ugualmente anche perché egli aveva ottemperato più di troppi al Comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”. Lo immaginai lassù, davanti a me, con il mio sacco sul suo, sull’eterno campo di neve che ora assumeva davvero significato infinito.

L’Oberland Bernese è il massiccio più settentrionale delle Alpi. Ciò favorisce la pratica dello scialpinismo che, infatti, il tedesco Paulcke vi iniziò, verso la fine del diciannovesimo secolo, con la traversata dal Grimselpass al Loetschberg. L’alpinismo non è da meno. Alcune pareti del versante settentrionale della catena sono rinomate per la loro altezza, per la loro difficoltà ed il rischio obiettivo: prima fra tutte quella nord dell’Eiger che, nella fase della sua conquista, come nelle ripetizioni successive, richiese un così alto tributo in vite umane.

Vi sono poi splendide montagne come Schreckhorn, Lauteraarhorn, Bietschorn, Wetterhorn e Finsteraarhorn, la più elevata, che non ho potuto salire, che non salirò più.

Sfortunatamente, l’Oberland rappresenta anche il primo importante massiccio contro cui vadano ad infrangersi le correnti perturbate, provenienti da nord ovest. Il bel tempo vi regna di rado e quasi mai a lungo. Se poi pensiamo all’elevato costo del trenino dello Jungfraujoch o alla lunghezza faticosa di altri possibili accessi, vistosi limiti sono imposti alla sua frequenza.

Nella prima estate del 1970, vi eravamo giunti in buona compagnia. Salito, e sceso, il Mönch al passaggio, eravamo pervenuti alla Konkordiahütte. Da qui provammo il Gross Grunhorn. Dopo un breve ghiacciaio, abbastanza tormentato e ripido, in cordata con Tito, attaccai una facile cresta rocciosa stimando al cosa ormai fatta. Avevo sbagliato ancora una volta i conti. Infatti, il cielo si era oscurato e del tuono brontolava dalla parte del Finsteraarhorn, scomparso in un nembo. Dovemmo rinunciare. Giunti sul piano del ghiacciaio dell’Aletsch, si scatenò l’inferno: i fulmini piovevano diritti dal cielo come palle di fuoco infrangendosi sul piano del ghiacciaio, mentre la grandine ci bersagliava. Fortunatamente indossavamo ancora il casco. Trovammo posto in un provvidenziale crepaccio chiuso dove ci accoccolammo in trincea, dopo aver steso su di noi le mantelline impermeabili ed allontanato il metallo. Mario, già superstite ufficiale della divisione paracadutisti Folgore, sul fronte di El Alamein, nella seconda guerra mondiale, paragonò quel temporale al fuoco di preparazione della artiglieria inglese, con il risultato di incoraggiarci. La presenza di un uomo come lui ci apparve come una sorta di garanzia. Anni dopo, trasferitosi nella riviera di Levante, passò ad attività nautiche. Nel pieno di una notte, al largo della Gorgonia, andò in panne il motore della sua imbarcazione. Drizzò la vela e, senza un metro di deriva, guadagnò il porto di Lavagna dopo quattro ore: quando gli attributi non sono un’utopia!

Finì quella buriana e rientrammo alla Konkordia dove un intero giorno trascorse, ancora meteorologicamente incerto, nel far asciugare l’asciugabile. Ormai al termine del soggiorno, risalimmo alla Jungfrau che superammo bene, grati a chi aveva sistemato quei provvidenziali paletti di sicurezza nel tratto sommitale.

Nei primi giorni del maggio 1987, di ritorno da una incredibile, assurda, quanto fortunosa avventura in un tentativo al Monte Ararat, volli prendermi una rivincita. Qui non erano e non sono, almeno ancora (!!), necessari permessi di sorta. L’unico ad accordarli è quindi sempre e solo il Padreterno che lo accordò di stretta misura.

Con Margherita, Ubaldo, Roberto, Livio e Giovanni, salimmo l’interminabile ramo dell’Aletschgletscher che conduce all’omonimo bivacco fisso, ampio e comodo, ma, in quella occasione, molto frequentato. Nella notte, grazie alle mie purtroppo necessarie uscite, rimediai una curiosa scenetta. Rischiai seriamente di infrangere gli occhiali del mio vicino di branda che mi apostrofò malamente nel suo idioma; quindi, piombai sulla testa di Livio che svegliò l’intero rifugio credendosi assalito da un marziano.

La salita all’Aletschorn ebbe poco di sciistico, almeno per noi. Alcuni Svizzeri, fra cui quello degli occhiali, dalla tecnica incredibilmente approssimativa, ferma a rigidi spazzaneve con il peso completamente sbagliato, salirono e scesero in sci, ad esclusione della rocciosa piramide sommitale, dove noi, non solo eravamo passati in ramponi, ma ci eravamo mossi uno alla volta, assicurandoci su chiodi da ghiaccio. San Bernardo pregò anche in quella occasione e fu ascoltato.

Dal bivacco, tutto per noi nella notte successiva, calammo in tempo per valicare il Sempione sotto una tardiva bufera di neve. Non scorderò facilmente quelle nove, ripeto nove ore di salita necessarie per raggiungere il bivacco.

Due anni dopo, risalii alla Mönchsjochhütte. Con Giorgio, Angelo ed altri, tornai alla vicina cima del Mönch e, successivamente, mi spinsi fino al Gruneggjoch dove la neve fresca era decisamente troppa. Tornò il maltempo e rientrammo. Proprio in quell’innocuo tratto che separa il rifugio dalla ferrovia, una grave imprudenza non mi costò cara per strettissimo margine. Fiducioso nella presenza della pista battuta dal gatto delle nevi, non indossai l’imbrago; ma, con pessima visibilità, mi trovai, quasi senza accorgermene, su un ripido pendio del tutto imprevisto: forse ero già su per il Mönch! Qui, il terreno franò sotto i miei sci ed atterrai sul labbro inferiore di una crepaccia terminale, con uno sci dentro e l’altro fuori, in piedi! Bilanciandomi sullo sci esterno, mi tolsi dalla incomoda e pericolosa posizione. Solo allora, avvertii, a gran voce, del pericolo: erano tutti paralizzati dal terrore ed a debita distanza…

Vi tornai ancora con Mario e Loredana, ma il tempo incerto e la neve abbondante ci permisero solo l’Ebnefluh e la lunga discesa della Loetschental. Un po’ poco per franchi svizzeri tendenti a volatilizzarsi sempre più rapidamente.

Bagni di Vinadio, Coppa Figari 1952. Da sinistra, Bartolomeo Figari, Riccardo Plattner, Rosemary Pertusio e Giovanni Guderzo

Note tecniche
Gross Fiescherhorn 4048 m, scialpinismo.

Aprile 1981. In cordata: Nico Oddone

Dalla Mönchsjochhütte discendere l’Ewigschneefeld fin sotto la verticale della Fieschersattel. Pervenirvi per pendii via via più ripidi. La cresta sommitale, rocciosa, è facile e divertente. Ore 5. BSA.

Mönch 4099 m
Luglio 1970. compagni: Margherita Solari, Tina Volpi, Giancarlo Berninsone.

Aprile 1989 compagni: Giorgio Primmer e Angelo Proasi.

Dalla Mönchsjochhütte, guadagnare tosto la cresta SE, seguendola fedelmente, prima rocciosa e facile, poi nevosa e corniciata, fino in vetta. Ore 2 PD.

Jungfrau 4158 m
Luglio 1970. Compagni: Margherita Solari, Tina Volpi e Giancarlo Berninsone

Dalla stazione Jungfraujoch, puntare verso ovest fino a salire il ripido pendio che conduce alla Rottal Sattel. Prendere la ripida cresta sud, in terreno misto che, ogni 15 metri circa, presenta paletti metallici ove ci si possa assicurare. Ore 3. PD.

Aletschorn 4195 m, scialpinismo.
Maggio 1987. In cordata, Margherita Solari; Ubaldo Lemucchi, Livio Giberti, Giovanni Testa, Roberto Peraldo.

Dalla stazione superiore della funivia della Bettmeralp, raggiungere il ghiacciaio dell’Aletsch, quindi risalire il Mittelaletschgletscher fino ad un bivacco fisso. Ore 9.

Salire ripidi pendii fino alla cresta est. Seguirla per un tratto per spostarsi a sinistra con lunga traversata sopra un seracco pensile. Riprendere una comoda conca glaciale che conduce alla base della rocciosa e facile cresta nord ovest. Seguirla fino in vetta. Ore 5. BSA. In sci fino alla base della cresta nord ovest OSA.

Oltre i Quattromila alpini, esperienza extraeuropea
Avevo sempre considerato l’alpinismo extraeuropeo come un qualcosa di irraggiungibile, di fascinoso, di riservato a pochi eletti.

Dopo il famoso e famigerato miracolo economico, le possibilità di accedervi cambiarono radicalmente e, nell’estate del 1968, partecipai ad una spedizione che il CAI UGET di Torino organizzava per i “cinquemila” messicani.

Qualche perplessità si fece strada subito, nelle cosiddette uscite preparatorie, dove constati la presenza di troppe persone che, almeno sulle Alpi, avrebbero dovuto fare ancora molta strada prima di affacciarsi a quote superiori, in terre lontane.

Per la verità, la cosa risultò assai addomesticata. Salii per la prima volta su un aereo, all’aeroporto della Malpensa e, via Francoforte – Colonia – Montreal, la numerosa compagnia di cui facevo parte approdò a Città del Messico, dopo circa dodici ore effettive di volo, sotto un temporale. Ricevemmo la entusiastica accoglienza degli alpinisti messicani che, però, ci avrebbero anche seguiti, passo dopo passo, in quanto che, nel loro paese, la pratica alpinistica era oggetto di limitanti regolamentazioni.

Restammo in quella metropoli, e dintorni, per un periodo di acclimatazione di quattro giorni, cosa che si rivelò molto razionale ed utile. Urtammo però anche nella evidente disorganizzazione locale nonché… nella nostra. Fortunatamente, individuato in Luciano Ghigo, quello della est del Capucin con Bonatti, l’elemento base della compagnia, concordai con lui che avrei condotto la cordata genovese con Margherita ed Ettore, un solido camminatore sampierdarenese, già esperto di alte quote in Africa.

Appena in cammino, pur senza strafare, ci trovammo in testa al gruppo e, per macereti e nevati, come direbbe Sabbadini nella sua guida delle Alpi Marittime, raggiungemmo un bivacco fisso, a quota 4900, su un costone del vulcano Ixtaccíhuatl che, in indio, significa donna addormentata: una scatola di lamiera come i nostri che, però, all’interno, presentava solo tavolati coperti, irregolarmente, di ghiaccio. Li gradinai e spianai a dovere con la piccozza ricavandone discreti giacigli. Più tardi, giunsero tre Torinesi nelle persone di “Marsian”, “Maggi” e “Geba” con i quali intavolammo il problema cena. Erano gli unici possessori di un fornelletto a meta ed a poterci fornire un poco di prezioso liquido caldo; infatti, non potendo trasportare in aereo i fornelletti a gas, avevamo sperato di trovare qualcosa di simile sul posto: invano. Con Ghigo, girai tutta Messico dove, a sentire i locali, esisteva tutto, per poi congedarti con un mesto sorriso ed un ancor più mesto “no tenemos nada”.

Maggi optò per “‘na mnoustra ch’ ‘n da ‘dla soustansa”. Ne ricavò un pastone denso e salatissimo che gli avrei messo volentieri per cappello. Finimmo per razionare una grossa scatola di pesche sciroppate.

Fummo in piedi presto, in una frizzante mattina dagli orizzonti infiniti. La neve dura si lasciava ramponare con un piacere apprezzato una volta di più, mentre i buoni accompagnatori sorveglianti messicani, alpinisti non disprezzabili e carissimi compagni di ascensione, disseminavano il terreno di bandierine di segnalazione. Sapevano che, in quella stagione, di pomeriggio, sarebbe sopraggiunta la nebbia e che, per evitare il temporale serale, assai probabile, non bisognava perdere tempo. Strideva però la atmosfera da scampagnata dominante causa la presenza di troppa gente che, vista anche la modesta difficoltà del percorso, con l’alpinismo avesse poco da spartire: un autentico clima vissuto in diverse gite sociali del CAI constatando che la nostra spedizione era tale a tutti gli effetti. Mi resi anche conto che l’impartire consigli tecnici era come lavar la testa all’asino. Tirai dritto con la mia cordata, insieme ai Messicani. Superata una prima elevazione, proseguimmo in aereo e facile saliscendi fino alla sommità dove giunsi sinceramente entusiasta senza dimenticare un ricordo della nostra città lontana.

La discesa non ebbe storia. Giunse la nebbia, funzionarono le bandierine; gli automezzi messicani giunsero con tre ore di ritardo, tempo nel quale mi reidratai e feci abbondante provvista d’acqua in una sorgente sita a circa mezz’ora di cammino dal nostro luogo di attesa degli automezzi.

Ci adattammo alfine nella grande spelonca di Tlamacas, chiamata rifugio. Persino le nostre ancora incustodite semitopaie delle Alpi Marittime uscivano riabilitate dal confronto.

Due giorni dopo, salivamo al Popocatepetl che ci sovrastava e toccammo una quota di cento metri più elevata della precedente.

Lunga era stata la salita nella notte lunare, su sabbia rassodata dal gelo. El senor Palmeros declamava poesie al sorgere dell’alba, ma era incerto sulla via da seguire invero piuttosto evidente. Benito ammoniva Lino in piemontese, autentica lingua ufficiale della nostra spedizione: “Lino! Lasslou perde choul picciou lì!”

Ricomponemmo la formazione sul gran pendio nevoso del cono sommitale. Luciano guidava con più autorità. Sua moglie che, fino ad allora, era parsa quasi sul punto di dover essere portata in rianimazione, ritrovò, in montagna, per incanto, insospettate forze. Poco prima dell’orlo sommitale del cratere, un partecipante, in cordata con il solidissimo Benito, si accasciò improvvisamente nella neve. Teresa, già ostetrica condotta nelle valli di Lanzo, ed ora semipensionata in un ambulatorio FIAT, lo rianimò con sberle rischiose per l’integrità della colonna cervicale: il trionfo della scienza volgare ma anche la volgarizzazione dell’alpinismo perché il nostro ammalato, in precedenza, era salito solo al Plateau Rosà con la funivia. Oggi, ci scandalizziamo per il contenuto del libro Aria Sottile, compendio tragico delle attuali spedizioni commerciali all’Everest, mentre dimentichiamo come si partì da lontano con estremizzazioni di tale tipo delle classiche ed abbastanza opinabili gite sociali, tali almeno per come erano e sono, troppo spesso concepite, organizzate e condotte.

Giorgio Noli (a sinistra) e Gino Dellacasa sulle Torri di Sella

Un breve, facile passaggio roccioso, che provai a superare di slancio, mi richiamò alla realtà dei cinquemila metri mentre, dal formidabile cratere, salivano vapori di zolfo non troppo ossigenanti. Il vulcano si sarebbe perentoriamente svegliato quasi trent’anni dopo…

La sera, a Puebla, la disorganizzazione tutta nostrana mise in mostra le sue più rinomate qualità e solo il buon senso messicano mi permise, alla fine, un letto ed una quanto mai necessaria quanto gradita doccia. Ci eravamo, infatti, ampiamente insabbiati scendendo, con passi da dieci metri l’uno, lungo i pendii saliti, prima dell’alba, nella poesia.

Ci spostammo quindi sotto il Pico de Orizaba. A Santa Cruz de Malachilla riuscimmo a metterci in cammino solo a pomeriggio inoltrato. La notte, data la latitudine, giunse presto e, con gli zaini chissà dove, su asini e muli partiti a trotto, mi trovai a guidare un gruppo a lume di naso; ma non ero sui famigliari monti Antola e Figne… Provvidenzialmente, un ragazzino scalzo, tremante dal freddo perché coperto solo con una maglietta stracciata, mi raggiunse diretto al nostro campo, presso suo padre, addetto ai trasporti dei nostri carichi. Lo coprii con una giacca a vento e lo ricompensai con un più che meritato “peso” per le funzioni di guida.

Decisamente più comica fu l’avventura di un cardiologo bresciano che faceva parte della comitiva con alcuni altri suoi concittadini, tutti esperti alpinisti già conosciuti, qualche anno prima, durante il Ralle scialpinistico dell’Adamello. Egli riuscì ad attaccarsi alla coda di un mulo. L’inconveniente maggiore era però rappresentato dalle periodiche, improvvise raffiche emesse dall’animale simili, nella rapidissima sequenza dei colpi a quelle della nota mitragliera MG 42. Tutto il mondo è paese perché anche il nostro compianto Michelangelo Dolcino, autore di un celebre dizionario genovese – italiano, ricorda analoghe abitudini degli ormai storici muli di Montoggio. Il traino del collega bresciano costò anche cinque pesos, la moneta locale.

Piantammo le tende al buio, alla meglio, per non concludere nulla. Con il nuovo giorno, scoppiò una furiosa bufera di neve e sabbia. Quando Margherita uscì dalla tenda, questa si posizionò a quarantacinque gradi; quando uscii io, dovetti rituffarmi sulla stessa per impedirle di prendere il volo per destinazione ignota.

Un più riposante turismo, avventuroso per inefficienze sempre rinnovate, si concluse a New Yorck dove, con i bresciani, mi recai a cena in un ristorante cinese mentre, per strada, sfrecciavano auto della polizia come in uno sceneggiato televisivo. Appena entrato, mi trovai, faccia a faccia, con un docente della facoltà di medicina della Università di Genova cui venne naturale esclamare: “il mondo è proprio piccolo!” Avessi voluto farmene una di “sfrozo”, sarei stato sevito anche in Australia!

Nell’agosto 1970, Ettore combinò con il più celebre zio, quel Giovanni Balletto autore di Fuga sul Kenya e di Kilimanjaro montagna dello splendore, per un’ascensione su quest’ultima montagna lungo un versante inusuale. Giovanni Balletto era partito, come tanti, nel 1935, per l’Africa Orientale, in odore di avventura. Dopo la seconda guerra mondiale, caduta la sovranità italiana in Africa, non aveva saputo più reinserirsi in patria. Si era così rivolto, offrendo la sua capacità professionale di medico, prima all’ex nemico inglese, ancora sovrano in territori africani, quindi al governo della neo indipendente Tanzania. Campava in malcelata, triste solitudine, fra un ambulatorio sotto gli alberi, presso la roulotte dove abitava, in quel di Marangu, ed un altro più in alto, nelle montagne, ai piedi del Kilimanjaro, presso una missione di Padri Francescani francesi e svizzeri. Tutti gli volevano bene; ma qualcosa gli mancava, e si vedeva!

Gli accompagnatori, organizzatori italiani cambiarono dialetto: erano bergamaschi; ma la sostanza organizzativa non cambiò gran che.

Partimmo da Roma a mezzanotte, atterrammo a Nairobi dopo sei ore di volo. Ci accomodammo in tre pulmini Volkswagen dove sperimentammo, per la prima volta, la frenetica tecnica di guida locale che avrebbe consigliato l’indossare una tenuta da football americano. Filammo per cinquecento chilometri fino a Marangu. Il nostro mezzo aveva un portellone mal chiuso per cui, fra uno scossone e l’altro, imbarcavamo sabbia fin nelle più celate mucose. Nella località di arrivo trovammo alloggio in un vecchio quanto dignitoso albergo di stile guglielmino, dove la colonizzazione tedesca, per quanto ormai lontana, aveva lasciato il segno. Ci lavammo e ristorammo a dovere anche se un lungo brivido di freddo mi colse quasi fosse un segno ammonitore. Mi riscaldai accanto ad un simpatico camino dove cantammo le nostre non dimenticate canzoni di montagna. Giovanni Balletto partecipava accorato…

L’indomani fu necessario ripartire subito.. Percorremmo altre centinaia di chilometri, per lo più su piste sabbiose. Mi venne spontaneo mormorare le parole della canzone dei carristi tedeschi: “gestaubt sind die Gesichter” (impolverati sono i nostri volti)…quando il nostro conducente, tedesco, altro tipo alla Balletto, come non è raro incontrare in quei luoghi, lo intonò a gola spiegata facendolo seguire dall’inno dell’Afrika Korp cui aveva appartenuto: “Panzer rollen in Africa Korp… “

A notte, ci attendammo sull’altopiano dello Shira, ad oltre tremila metri. Si ripartiva a piedi per raggiungere, a fine giornata, una capanna di lamiera, a circa cinquemila metri di quota, ai piedi dei ghiacciai occidentali del Kibo. Crollai. Un feroce mal di testa, un vomito incoercibile, un penoso affanno respiratorio mi perseguitarono fino all’alba. Fui costretto a lasciar partire gli altri, rientrando a Marangu con Giovanni Balletto ed un portatore locale. Fu una lunga e penosa marcia, punteggiata da vomiti ora anche sanguinolenti. Sulla sospirata Land Rover mi colse una forte sete e, nella roulotte di Balletto, potei mangiare qualcosa e, soprattutto, bere una graditissima birra. L’indomani tornai a Marangu, all’albergo. Avevo quaranta pulsazioni al minuto e dormii per trentasei ore filate. Fuori dalla porta della camera, un cartello ammoniva, in lingua Swaili, “Usinisumbwe”, vale a dire “non disturbare”: non ve n’era affatto bisogno.

Rientrati i più fortunati scalatori del Kibo e del Mawenzi, concludemmo la permanenza in Africa fra parchi ed animali. Il leone fo…derava la leonessa, forse eccitato dalle cineprese puntate mentre una zebra, ovviamente maschio, dava a vedere di essere silenziosamente in calore, ma senza compagnia visibile: un evidente peccato di pensiero… Ilarità boccaccesche a parte, non potevo dimenticare come, in quella notte gelida e sofferta, a cinquemila metri di altitudine, non restandomi altra distrazione possibile all’in fuori di guardare il cielo stellato, vi avessi cercato invano la stella polare. L’effetto quota mi aveva fatto dimenticare di trovarmi già nell’altro emisfero…

Settembre 1971. Il Boeing 707 Ecbatana dell’Iran Air vola verso oriente. Più che ad un modernissimo mezzo di trasporto, assomiglia alla versione aerea di un caravanserraglio orientale. Mi divertono gli avvisi del comandante, in una lingua per me incomprensibile; infatti, il bello verrà quando, ravvisando in me somiglianza infallibile con la loro razza, gli Iraniani si rivolgeranno spesso a me, direttamente, nella loro lingua; con l’eccezione di chi ci attende all’aeroporto di Teheran, nel cuore della notte: con due occhi furbi, mi fissa, pronuncia il mio nome e tutto fila incredibilmente liscio.

Quattro aerei, provenienti dall’Europa, hanno scaricato, quasi contemporaneamente, diverse centinaia di persone; ma sotto lo sguardo incitatore delle effigi dello Scià, della regina Farah e del principe ereditario Ciro, tutti lavorano come formiche operose, pur privi di automazione; e servono tutti a puntino. Forse, anche da noi, quando passata effige incombeva con il suo sguardo magnetico, succedeva la stessa cosa…..

Nel ritrovato entusiasmo, in albergo, rischio di far capire di pagare una birra con una banconota da venti dollari, sottintendendo il resto come mancia. Si riderà così a lungo su tale ennesima dimostrazione della mia negazione economico matematica.

Ci trasferiamo a Rhine, tranquillo villaggio di montagna dove alloggiamo in un rifugio alpino che non sfigurerebbe in Svizzera. Vi conversiamo, fino a tarda sera, a gesti, con accompagnatori iraniani che rivelano una puntualità ed una efficienza davvero mitteleuropee.

La salita al rifugio del Damavand è tranquilla, idilliaca, pastorale. Joe ed io procediamo scarichi; Margherita e Tina addirittura a dorso di mulo. Sostiamo in una grotta, residenza di pastori, dove ci viene offerto un tradizionale tè. In terra sono stesi tappeti ed abbiamo dovuto lasciare fuori le scarpe. Il rifugio, a 4100 metri di altezza, è una grande mezza botte metallica che ricorda il vecchio rifugio Remondino, nelle Alpi Marittime; tuttavia, l’arredamento è assente. Due alpinisti iraniani hanno ravvisato una mia somiglianza con Bonatti. Capisco che la parola pronunciata come Deru, voglia dire Dru. Vogliono che superi, in arrampicata, il muro di sostegno del rifugio; non posso deluderli e, dopo avercela messa tutta, passo facendoli felici.

In piena notte ci mettiamo in cammino. Dopo un’ora, manco a dirlo, sono in preda ad un conato di vomito che un iraniano seda facendomi trangugiare un limone con annessa scorza. La salita è lunga e facilissima. Tocchiamo la sospirata cima nel gelo e fra non ossigenanti vapori di zolfo; perché, anche qui, siamo alle prese con un vulcano. In discesa, compio un macroscopico errore di orientamento e va già bene se non dirigo verso il vicino mar Caspio, solo nascosto da fredde nubi; così, dopo una lunga traversata su detriti e nevai a penitentes, ritroviamo la via di salita ed il rifugio dove piombo in un sonno comatoso per risvegliarmi, nel cuore della notte, in preda ad un forte mal di testa: non mi resta che attendere il giorno e mister Amse Solemani, il mulattiere, che decoro con il distintivo della nostra scuola di scialpinismo, cosa di cui si dimostra fierissimo.

Alla grotta dei pastori cessa ogni malessere: tè, pane, formaggio appaiono particolarmente graditi. Lascio loro una giacca tirolese in lana ed una camicia in terital, ormai più che tradizionali. Ci salutiamo come vecchie conoscenze e caliamo a Rhine dove un ufficiale dell’esercito imperiale ci offre una graditissima anguria. Anch’egli conosce la disidratazione da alte quote.

Ci concediamo quindi un pacifico turismo nella fantastica, irreale Isfahan ed a Shiraz, fra le glorie dell’antico impero persiano.

A Teheran, prima di ripartire, compero un disco con su incisa la preghiera del muezzin, suscitando la meraviglia di una bella signora bionda, dalla sobria eleganza europea che, in perfetto italiano, mi osserva: “noi, quando lo sentiamo, vorremmo metterci i tappi nelle orecchie; lei, si porta a casa il disco!”

A Roma, lasciamo l’aereo iraniano salutando con devozione l’effige di quello che è, ormai, anche per noi, il nostro Scià, sua maestà imperiale, come l’avevano sentito definire con tanto entusiasmo… Avevamo visto un paese in evidente ascesa, desideroso di colmare secolari distacchi, pur attento nel rispetto delle tradizioni. Tutto sarebbe stato spazzato via di lì a poco. Avremmo visto, in televisione, lo Scià lasciare Teheran ai comandi del Boeing “Aquila Imperiale”, dopo un ultimo, struggente, sorvolo della città. Avremmo appreso della sua morte, in esilio, presso l’amico Sadat, in Egitto, causa un cancro la cui origine psicosomatica appariva, una volta di più, tutt’altro che casuale. E la sorte di quella bella signora con i tappi nelle orecchie all’ora della preghiera? E quella della guida di Isfahan che non mancava di farci spesso rimarcare quanto fosse bello il suo Scià, sua maestà imperiale?! Gente troppo fiera e dignitosa per aver voltato bandiera, per essersi convertita, per aver fatto autocritica…

Nel luglio 1973 la meta fu ambiziosa: il Nevado Huascáran, principale vetta della Cordillera Blanca, in Perù.
Qualcosa, tuttavia, scricchiolò subito. Non si trattò solo di un raffreddore non del tutto guarito. Eravamo alla solita ingiustificabile fretta per cui pernottammo a Lima, proseguimmo per Huaraz, in ben quattordici ore filate di corriera, attraverso l’alto valico di Gonococha; di qui continuammo per Manco, Mucho e, alla sera, giungemmo al campo base, a quattromila metri d’altezza, quasi si trattasse di salire dal Gias delle Mosche al rifugio Boxano, nelle Alpi Marittime! Cenammo nella tenda mensa, già montata, mal protetti dalle sole giacche a vento, essendo i nostri bagagli ancora da arrivare. La schiena bagnata gelò tosto; giunsero quindi i bagagli e… buona notte.

L’indomani salimmo al campo 1, a cinquemila metri. I primi passi, sulla fronte del ghiacciaio, mi videro già dibattere con un’alpinista svizzera, assegnata alla mia cordata, dall’attrezzatura da film storico, incapace di eseguire qualsiasi manovra di corda, timorosa nel saltare un crepaccio. Passò solo quando minacciai di tirare, senza pietà, la corda. Al campo 1, tutto parve andare bene fino a notte dove fui costretto ad accontentarmi di un angolo troppo basso della tenda, già soffocante di per sé. Salimmo poi ancora al campo 2, a cinquemila cinquecento metri, dove notai un primo stordimento. Ridiscendemmo al campo base dove tornai in apparente normalità sdraiandomi nel sacco piuma in piacevole riposo. Ricordo solo che fui tosto preso da tosse frequente; quindi, la memoria si offuscò. Capii che mi trasportavano a valle con una pertica; quindi, in auto, a Huaraz. Stavo male ed avevo la febbre alta tutte le sere. Intanto, erano rientrati tutti. Erano giunti al colle fra le due cime principali, ma il cattivo tempo li aveva ricacciati e Margherita poteva attutire un comprensibile disappunto. Ostilio, medico condotto all’antica, tendente al pessimismo, mi convinse a sottopormi ad un esame radiografico nel locale ospedale, attendendo il mio turno fra una miriade di tubercolotici che sputavano dappertutto. La vita media di quella disgraziata popolazione era di quarant’anni, mentre la mortalità infantile si aggirava attorno all’ottanta per cento; perciò, visti anche miei antichi precedenti morbosi, quando mi accorsi dei solo segni radiologici di una bronchite, tirai un sospiro di sollievo. Sceso a Lima, la febbre se ne andò. Andai quindi a Cuzco e Machu Picchu che, per la verità, mi lasciarono abbastanza indifferente: non avevo varcato l’oceano per un turismo qualsiasi. Rientrai alfine a Genova amareggiato ed indebolito, sceso a soli 55 chili di peso. Non era proprio possibile far di meglio?

Il rischio corso mi tenne lontano dalle alte quote extraeuropee per parecchio tempo. Nel 1984, cambiai servizio ospedaliero; non avanzai in carriera, ma, cosa non indifferente, mi liberai da tutele di superiori diretti. Mi trovai subito più rilassato mentre esami di laboratorio riguardanti il veicolo del colesterolo, sceso a livelli di rischio–infarto, si normalizzarono automaticamente!

Ritentai in Kenya. Dal punto di vista fisico andò tutto bene. Raggiunsi i quasi cinquemila metri della Punta Lenana in piena forma; ma la vetta principale del massiccio appariva troppo indaginosa, con tutta la neve ed il ghiaccio che vi stazionavano. Era agibile solo il ripidissimo canale Dyamond, per il quale non eravamo preparati. La stagione propizia per il Kenya è notoriamente il nostro inverno, dato che avremmo dovuto conoscere in anticipo; ma che nessuno fra i nostri organizzatori ci rammentò. Intascò la quota dovuta e basta. Solo Margherita rimediò una bell’arrampicata sulla Punta John, più basse a meglio esposta. Dovevo accontentarmi di essere tornato in alto senza alcun problema: forse, era già molto.

L’autore, Monte Disgrazia, 1967

Nel 1987, feci un pensiero al Nevado Alpamayo, in Perù, che programmi stampati davano per fattibile in addirittura dieci giorni! Quindici avrebbero dovuto essere sufficienti e mi preparai a dovere.

Scelsi l’Ararat, nella Turchia Orientale, come collaudo, in primavera, in sci. Per la verità, l’avevo già tentato tre anni prima; ma la trafila dei permessi si era rivelata troppo tortuosa e gli organizzatori locali ci avevano deviato, per consolazione, sul banalissimo Suphan Dagi, spacciato per un’altezza di quattromila cinquecento metri quando, in realtà, supera di poco i quattromila. Riuscirono anche a farci sfiorare una disgrazia nell’unico punto pericoloso possibile in tutti i trecentosessanta gradi disponibili. Elevando il genovese del porto a lingua internazionale, mi ero appropriato del comando senza più chiedere permesso a nessuno ed evitato il peggio.

Ma feci ancora male i conti con la burocrazia locale. A Milano, l’ente organizzatore mi aveva aggregato ad un gruppo di forti e simpatici alpinisti modenesi; ma il mio permesso era sfalsato di un giorno, come venni a sapere, praticamente, a cose fatte: con la differenza che, da quelle parti, ove si vedevano guerre e sommosse ad ogni stormir di vento, dove erano visibili le più numerose forze militari dalla fine della seconda guerra mondiale, un fatto di per sé insignificante come un ritardo di ventiquattr’ore (o un anticipo), assumesse dimensioni strategiche.

Poliziotti in borghese, o, più precisamente, una masnada di straccioni armati fino ai denti, circondarono le nostre tende. Per farci capire come quelle armi, in mano a loro, non fossero giocattoli, rafficarono sulle rocce vicine. Io e la guida turca che ci accompagnava, principale responsabile ultimo delle irregolarità, fummo tradotti nella caserma della gendarmeria di Dogubayazid dove fummo trattati alla stregua di delinquenti comuni e condotti in tribunale, processati per direttissima, dove la fortuna ci venne incontro; un giovane magistrato di buon senso ci liberò per non luogo a procedere mentre gli albergatori locali, che si erano trasformati in avvocati difensori, stanchi di tutti gli impedimenti di cui erano le prime vittime, nel loro lavoro, finirono per offrirmi ospitalità gratuita. Voglio ricordarli con affetto, costretti a vivere in un regime poliziesco; tuttavia, non trovai pace fin quando, ricongiunto ai modenesi, che avevano, nel frattempo, raggiunto la cima, non potei salire sull’aereo che riconduceva a Monaco e a Milano.

Fu una esperienza sconvolgente che, ancor oggi, mi fa meditare. Da qualche tempo, per ragioni ufficialmente ecologiche, si farnetica di divieti e numeri chiusi in montagna. Da noi, dopo una lunga tradizione di inefficiente bellicosità quanto di cruenta repressione interna, tale ben oltre al fine della seconda guerra mondiale, non si provano le armi contro una roccia, ma si riuscirebbe, con collaudata professionalità, a rovinare la vita di tanta gente che chiede solo di vivere, lavorare e divertirsi onestamente. E poco importa che, delinquenti di ogni risma la facciano ordinariamente franca.

La prima ascensione al Pilastro Sud-est della Pania Secca non è del 1967, bensì del 1963 (7 luglio)

Partimmo per l’Alpamayo nella prima metà di luglio del 1987. Ritornai in una Lima non molto cambiata mentre cambiata era la compagnia: Sergio, Daniele, Ubaldo, Camillo, Nando, Ivano, Roberto, Margherita, Carla, Barbara: l’ossatura della scuola di Alpinismo Figari di Genova che Sergio dirigeva mentre Daniele rappresentava l’unico professionista presente, peraltro “en amateur”. Era soprattutto un bel gruppo di amici che tali sarebbero rimasti, cosa non sempre riscontrabile al termine di una spedizione extra europea.

Nel viaggio Lima–Huaraz incontrammo strada asfaltata lungo tutto il percorso non impiegando più di otto ore. Me ne rallegrai soprattutto pensando a chi dovesse vivervi anche se Ubaldo, maliziosamente, si domandava se, da quelle parti, non esistessero, per caso, piloti di formula uno, vista la disinvoltura competitiva nel guida i pullman. Infatti, gli autisti delle varie ditte per autotrasporti gareggiavano spesso fra loro con grande spasso dei trasportati…

Giunti a Huaraz, convinsi tutti a fermarci tre giorni per acclimatarci, passando il tempo ad occuparci delle necessità più varie, che non mancavano. Quindi, presi i dovuti accordi con i locali, partimmo per Cachapampa, un primitivo villaggio ai piedi della parte nordoccidentale della Cordillera Blanca. Prima di iniziare la salita, lungo la Quebrada Santa Cruz, dovetti esibirmi in un primo intervento chirurgico in quanto un ragazzino presentava una mano inverosimilmente gonfia, causa una infezione. La incisi senza complimenti, con Ubaldo e Nando improvvisati infermieri, la bendai e consegnai al ragazzo una scatoletta di capsule antibiotiche spiegandogliene l’uso al meglio.

In due comode giornate di cammino giungemmo nella località scelta come campo base dove ci attendammo presso un ruscello, fra gli ultimi alberi. Non avevamo trascurato il procurarci piccole comodità sempre confortevoli. I nostri uomini di punta fecero una prima ricognizione al fine di sistemare il campo alto, tornando con qualche perplessità circa la effettuazione della via di salita in quell’anno non ancora percorsa. Fu poi il nostro turno per una presa di contatto con l’altitudine e per trasportare materiali. Salii con insolita disinvoltura. Tornato al campo base, dovetti esibirmi nell’intervento chirurgico più impensato: il nostro arriero capo, Juventino Albino Caldua, il cui nome non aveva nulla a che vedere con una celebre squadra di calcio torinese, mi fece sapere che un loro asino era stato castrato male e soffriva. In effetti, la povera bestia era stata solo barbaramente sfregiata. Aiutato da Daniele, ricercatore veterinario nella Università di Torino, facendo uso dell’attrezzatura da chirurgia plastica facciale, cioè dell’unica che avessi con me e che sapessi usare, lo suturai a dovere mentre due corde gli immobilizzavano le zampe e Roberto, psichiatra, ne reggeva la coda. Due volte mi ritirai a tempo sfuggendo a più che giustificate convulsioni del malcapitato animale. A cose fatte, iniettai due potenti antibiotici, a dosi letteralmente equine.

via Fehrmann al Campanile Basso, 1 settembre 1963. Euro Montagna, Gino della Casa e Vittorio Luci Pescia.

L’atmosfera era particolarmente serena in ogni senso. Ci rendevamo conto che non sarebbe stato facile condurre a termine l’impresa; ma il morale ha la sua importanza. Ci sentivamo in buona forma spirituale e fisica. Alla sera, intorno al fuoco, fiorivano anche le storielle più allegre e pepate, già germogliate a Carasco come verso Rivoli, in Corso Francia; sulle banchine portuali come sulle pensiline ferroviarie. Eravamo pronti.

Andò prima la squadra di punta la quale fece tutto così bene da far sì che una esplorazione si trasformasse nell’ascensione con la posa delle corde fisse necessarie per noi, di coda: alla faccia di chi si scandalizza per le corde fisse…

Sergio e Daniele risalirono in vetta, nel giorno successivo, con Margherita, Roberto e me. Avremmo recuperato anche tutte le corde fissate in posto. La crepaccia terminale rappresentò un osso duro anche con la corda. Nel giorno precedente, solo Daniele l’aveva superata in posizione di capocordata. In seguito, ognuno aveva fatto la sua parte in testa al fine di ridurre i rischi al minimo. Cose sulle quali non si dovrebbe proprio eccepire nulla. Sappiamo benissimo come il rischio faccia parte del gioco: come il suo dominio!

Il resto dell’ascensione si svolse con regolarità cronometrica. Peccato solo per la nebbia che ci tolse ogni panorama, abissi compresi: non v’era da preoccuparsi perché si trattava solo di un sottile velo che ci avvolse ostinatamente fino a sera. Poco prima della vetta, Sergio si tirò da parte e mi lasciò la precedenza quasi fossi il Duca degli Abruzzi sul Ruwenzori o sul Sant’Elia. Non è retorica affermare che provai una emozione indimenticabile. Affetti, amici, maestri nella vita e nella montagna, scomparsi come non più in grado di accompagnarmi erano percepiti presenti, vicinissimi. Nella momentanea solitudine della vetta, avvertita solo perché non si saliva più, pronunciai, a mezza voce, un “Domine non sum dignus” in un latino per me mai così sacro ed universale.

Settembre 1960, la traversata della via Campia al Corno Stella

In discesa, la nebbia nascose il vuoto. Il fissaggio di un mio rampone volle darmi qualche noia, ma giungemmo sotto la crepaccia terminale con rapidità incredibile. Restai al campo alto solo con Roberto e Margherita. Gli altri si affrettavano, ben meritatamente, a rientrare al campo base nella sera ormai incombente. Disteso a pancia in giù nel sacco piuma, all’ingresso della tenda, cucinavo gli intrugli scientificamente più idonei ad integrare le nostre forze; confezioni che, lassù, apparivano quasi gradevoli. Ancora una volta lodavo il piacere della sera nel cuore della montagna, con l’ascensione e la vetta in tasca.

Ci svegliò un sole superbo mentre altrettanto superba appariva la nostra fantastica montagna. Penai un poco a rimettermi in cammino; ma Juventino mi corse incontro fino al limite della morena, alleggerendomi del sacco. Al campo base, dopo gradite abluzioni nel vicino ruscello, festeggiammo con le ultime latte di birra e due galline cui Daniele tirò non troppo scientificamente il collo mentre nessuno voleva guardare…

Mentre stavamo ripulendo accuratamente il terreno, in modo da non lasciare sgradite tracce, ci diedero il cambio tre Italiani, fra cui un Ghigo cuneese e Marco, genovese, che notò come avessi l’aria dell’uomo più felice del mondo. Rientravano con noi anche due Bresciani, una coppia dall’aria determinata e simpatica, che Sergio conosceva. Avevano salito, molto rapidamente, la nostra montagna per itinerario di maggiore impegno. Così, in una terra che, da tempo, non ha più segreti, incontravamo gente d’ogni provenienza, né la cosa ci faceva dispiacere.

Nella Quebrada di Santa Cruz, Ubaldo sfoderò anche doti di pescatore procurandoci e cucinandoci due trote che nessun miracolo potè moltiplicare: anche il pane era agli sgoccioli. Evidentemente, nonostante tutto, la necessaria Fede non appariva poi troppa…

Fummo così a Cachapampa. Nell’osteria del paese, nonostante la poco appetitosa vicinanza di una stalla per maiali, ci sfamammo a dovere con “uevos, papas fritas y bebiendo cerveza”. Ero atteso. Le mie fortune chirurgiche mi avevano affibiato una fama spropositata. Aiutato da Roberto e Carla, vigilatrice d’infanzia che si procurò subito consistente ed apposito lavoro, cercai di curare e medicare di tutto. Il mio “castellano” imparato in treno o nella radio dell’auto, nei percorsi di andata e ritorno dall’Ospedale di Chiavari, assomigliava, nella circostanza, a quel bel genovese dei monti che parlo con i miei paesani che, da tanti anni, cercavo di assistere soprattutto con affetto. Sfoderai anche quei ritmi di lavoro così ben noti a chi se ne dovesse servire, così volutamente ignorati da chi avrebbe dovuto trarne tanto utili conseguenze. Smisi con il tramonto e ripresi all’alba. Non esisteva luce elettrica. Salii sul pulmino che doveva ricondurci a Huaraz dopo un’ultima iniezione di antibiotico ad una bambina: tante mani ci salutavo al termine di un’opera che aveva avuto l’intensità e la passione dell’amore di un giorno: come se sapessi poi cosa sia… Passai davanti alla statua del Cristo di Yungai che, con le braccia al cielo, invoca pietà per le decine di migliaia di vittime della catastrofe del 1970 quando, in seguito ad un fortissimo terremoto, addirittura un pezzo di Huascáran si staccò precipitando a valle distruggendo e seppellendo quanto incontrava. Ora, qui, morti e vivi sono già con Lui.

In piedi a sinistra è l’autore, Gianni Pàstine

All’aeroporto della Malpensa, Gino, da vero amico, ci fece trovare un pullman del Comune di Genova ad attenderci per ricondurci a casa. La nostra città, mai dimenticata, ci veniva incontro. Purtroppo apprendevamo anche della morte recente, sulla Marmolada, di due scalatori ben noti. Riccardo, uno fra loro, quasi per caso, si era trovato a passare preso l’abitazione di Sergio, a Pra, dove ci eravamo radunati in partenza. Ci eravamo salutati come sempre. Era il richiamo alla realtà che ripassò vicinissimo nella estate successiva quando un masso colpì Margherita durante l’ascensione dello sperone Zippert al Piz Palù: ci sfiorò tutti, la mia testa per ultima. Margherita se la cavò bene per la prontezza dei soccorsi, non ultima la incredibile discesa solitaria di Ubaldo, in soli quarantacinque minuti, fino al ghiacciaio, per la tempestività e la qualità delle cure prestate. Ancora una volta dovevo ammirare la razionalità dell’ospedale svizzero e chiedermi come mai, da noi, certe cose fossero così difficili da ottenere.

Nel luglio 1988 tornai ancora in Sud America. Ripassai per l’aeroporto di Lima e terminai il viaggio a La Paz, a quattromila metri di altezza. Eravamo partiti da Milano nel sole con trenta gradi sopra zero; arrivavamo in piena notte, a quota elevata, con sei gradi sotto zero. Oramai ammaestrati da esperienze precedenti, sfruttammo dieci giorni di turismo come acclimatazione. Vidi località incredibili per la disperante e disperata miseria dei loro abitanti, cosa che non può lasciare indifferenti. Chi di dovere ha a disposizione ricchezze di suolo e sottosuolo che, anche nella nostra male amministrata patria, ci renderebbero il popolo più ricco e potente del mondo. Sarebbe solo questione di volere. Tutte queste esperienze non mi rendono affatto filo terzomondista. In tutta questa parte di umanità che, in qualche modo si è affrancata dalla colonizzazione, non esiste stato di diritto. Esiste spesso, per modo di dire, dalle nostre parti, figuriamoci qui. Sono fortunati quei popoli che sono dominati da un sovrano illuminato; ma se finisce come in Iran si torna al medioevo. Il più sovente dominano tirannie ispirate al capitalismo più egoista o al comunismo più povero; tutte fanno a gara in chi opprime di più. Ora va di moda la cancellazione dei debiti accumulati da amministrazioni senza scrupoli; ma la cosa non favorirebbe affatto i miserabili popoli quanto i loro spregiudicati dominatori. Senza contare degrado, sporcizia ed inquinamento. Dalle nostre parti gli ecologisti sono anche filoterzomondisti. Potrebbero meglio applicare le loro teorie in quelle predilette contrade. Certo, le prospettive della umanità intera, che vede la sua crescita maggiore proprio in tali popoli, non sono allegre e qualcosa le nazioni più sviluppate dovranno ben fare prima che sia troppo tardi; perché quando la pelle della gente costa poco è più facile mettere a repentaglio quella di tutti. Senza contare un fatto: che le nazioni sottosviluppate posseggono, come già osservato, risorse naturali enormi, solo in parte sfruttate: con le possibili conseguenze che è facile immaginare.

Tornati a La Paz ci volgemmo allo Huayna Potosì, vicino alla città, simile ad un’ascensione da fine settimana. È bello, come tutte le montagne andine, con difficoltà classiche glaciali. Si lasciò domare bene. Iesus, nostra guida locale, dimostrò di saperci fare e rientrammo a La Paz per un ben meritato, temporaneo riposo: avevo in tasca il primo seimila

D’inverno sulla cresta nord della Pania Secca (Alpi Apuane)

All’Illimani la musica cambiò. Cambiò la guida, Edoardo, altrettanto capace ma facilone. Dopo avermi assegnato la stessa corda con cui aveva legato i bagagli sul tetto del fuoristrada, mi affibbiò Germano, il portatore, che non conosceva affatto l’uso dei ramponi. Se ne accorse Margherita, con orrore, mentre salivamo, in piena notte, di conserva. Così, a metà percorso, facemmo unica cordata. Superammo una ostica crepaccia terminale dove Edoardo sfoggiò qualità professionali alpine: come tutti i suoi compaesani, era stato istruito in Germania. Mi trascinai quindi sfinito fino in vetta aiutato soprattutto da mia moglie, come al solito perfettamente a suo agio. Ero sulla più alta cima della mia vita; ma, sollievo per la fine delle fatiche della salita a parte, avvertivo un fine senso di disagio: non era finita. Circa a metà discesa, Germano pensò bene di scivolare. Le corde non erano al posto dovuto e vidi strappar via Nadia, Sergio ed Edoardo. Non mi restava molto. Saltai oltre una gobba nevosa, mi affondai nella neve provvidenzialmente morbida e fonda e ressi uno strappo probabilmente già attutito da una frenata. Avevo comunque tenuto: un miracolo da ex voto in qualche santuario. Sdoppiammo le cordate. Restai con Germano ed Edoardo. Margherita prese Sergio e Nadia piuttosto scossi. Guadagnammo il campo, al Nido de Condores, dove ci attendeva una triste conferma: sei Cileni che, la sera precedente, avevo notato in discesa poco sotto la vetta, dove erano giunti tardi per essere partiti troppo tardi, non erano rientrati. Edoardo aveva scorto, proprio dove avrebbe potuto andar male anche a noi, inequivocabili resti di una tragedia. Non aveva voluto dircelo; ma ora tutto era evidente con quelle tende vuote solo leggermente mosse dal vento. Scendemmo al mattino successivo e, al primo villaggio, la tragedia apparve in tutta la sua impietosa realtà. Una donna, che vi aveva perso il marito e tre figli, chiedeva disperatamente notizie. Partirono le ricerche; ma la ”Armada Boliviana”, ad onta della sua minuziosa ed opprimente presenza sul territorio, non possedeva un solo elicottero. Furono poi trovati morti tutti s sei.

Ripartii con un ultimo sguardo all’Illimani dove sei ignoti amici, che avevo seguito fino a sera nella loro ascensione, che avrei atteso almeno il giorno dopo per il solito amichevole scambio di esperienza, erano caduti vittime di una fatale fretta, di una fatale sottovalutazione. Perché l’Illimani, manco a dirlo, è presentato con purtroppo ben nota e collaudata faciloneria al limite del criminale: la solita mala pianta declassificatrice così difficile da estirpare, così frequentemente esecrabile!

Con noi, erano saliti, fino al Nido de Condores, quattro austriaci, di Innsbruck, non più giovanissimi, dai modi distinti. Due di loro erano saliti in vetta con noi ma movendosi più rapidamente. Ci avevano anche preceduto nella discesa senza accorgersi del nostro sfiorato dramma. A valle, parteciparono accorati alla tragedia dei Cileni. Uno di loro si sfilò gli scarponi consegnandoli a Germano: “para subir las montanas”. Il giovane indio aveva appena ricevuto da me un gilet di piumino, in verità un po’ stinto. La gioia dipinta sul suo volto ci confortò perché non era colpa sua se era maldestro sui ramponi e se un probabile aiuto soprannaturale ci aveva evitato la sorte dei Cileni.

Tuttavia mi domando ancora perché ci eravamo fidati troppo di gente buona e cordiale, abituata però a far tutto “mas o menos”. Le nostre corde, i nostri chiodi da ghiaccio, un attrezzo da progressione in più e anche qualcosaltro fra cui più diffidenza verso una descrizione facilona sarebbero stati necessari. Era colpa mia. Sapevo. Avevo trovato comodo fidarmi di chi non dovevo fidarmi.

Da sinistra, Carlo Mauri, Silvio Saglio, Riccardo Cassin e l’allora presidente del CAI, Giobanni Ardenti Morini

Prima di rientrare in Italia, avevamo ancora speso una settimana in un turismo pregevole, di per sé, quanto, per me, ormai privo di significato. Ero troppo segnato dai drammatici fatti recenti, dai rischi corsi in maniera sconsiderata. Nell’ultimo giorno di permanenza in Bolivia, a La Paz, al mattino, tutto solo, entrai nella Cattedrale ed ascoltai la Messa. Era domenica; l’avevo quasi dimenticato. Anche se preferisco tuttora il rito tridentino, scambiai veramente di cuore un segno di pace con alcuni giovani troppo simili a quei Cileni che avevo intravisto partire da La Paz, senza ritorno. Uscii per la città. Avrei voluto veder giocare al calcio, a quella quota dove, probabilmente, anche con la dovuta acclimatazione, si sarebbe giocato senza pressing, senza squadre corte, senza tattica del fuorigioco o raddoppi di marcatura; lasciando spazio al gioco ed ai talenti veri. Una indisposizione di mia moglie fece vincere la pigrizia. Mi accontentai di unos schermo televisivo e del Brasile che sommergeva di goals il Venezuela nella Coppa America. Avevo tanta voglia di normalità, di banalità.

Tornato finalmente a Genova, feci ancora in tempo a chiudere gli occhi ad un vero affetto famigliare. Prima che partissi, già segnata dal male, mi domandò quanto stessi via: “quattro settimane”: “Troppe!” mi rispose e non aggiunse altro…

Epilogo
Oggi, le alte quote extra europee appartengono, per me, senza ritorno, al passato. La legge del tempo, la legge dei suoi primi fisiologici acciacchi mi allontana anche dalla GRAN COURSES alpine. In compenso, ho preso a conoscere meglio e ad amare le Dolomiti: Le tanto disprezzate (ma da chi?!) vie ferrate, l’amichevolmente seria professionalità di Marcello mi hanno consentito ancora prestazioni quasi impensabili. A fondo valle, le “aufmarcsch im Wald”, i “Platzkonzert” delle bande musicali tirolesi mi allietano con armonie già entusiasmanti in un lontano passato.

Sono ancora tornato nel gruppo del Bianco con l’indistruttibile Enrico. Fu memorabile quella Ottoz alla Piramide compiuta dalla stessa cordata qualcosa come quarantunanni dopo. L’elegante e signorile professionalità di Gianni ha ancora permesso inimagginabili ritorni. Anche al vecchio Bozano, ho ri-respirato l’aria magica e romantica di un tempo. Sono risalito due volte sul Corno; ho condotto, incredibilmente, una Sud della Ghigo con un Costa come quarantadue anni prima. Ora, occhieggiava qualche parsimonioso spit; ma perché mi dovrebbe essere, per causa sua, proibito di godere queste gioie?!In nome di che cosa?! Quando Emilio Comici piantava chiodi era accusato di profanazione da chi non era capace di passare dove passava lui. Riccardo Cassin non ha avuto nulla da ridire circa la riattrezzatura della SUA Nord-est del Badile. Chi è veramente grande vola più alto di certe piccolezze da lasciare a quelli che Vittorio Messori chiama sacerdoti integralisti di una religione neopagana: definizione azzeccata per chi ama più le tavole rotonde della pratica alpinistica….

Da sinistra, ignoto, Elvezio Bozzoli Parasacchi, Petrusio(?), Bartolomeo Figari, Giuseppe Oberto, Carlo Mauri, GiovanniArdenti Morini, Riccardo Cassin, Bepi De Francesch, Toni Gobbi, Donato Zeni.

Nei miei anni ruggenti, mi esalta il sincero ultimo romanticismo di Hermann Buhl: ma poteva ben vivere un po’ di più; tornare dalla sua Generl, dalle sue figlie una delle quali lo ha poi prematuramente raggiunto.

Così, ho preso ad apprezzare maggiormente Gaston Rébuffat. Ho sorvolato bonariamente su certe “blaguèes” delle Cent plus belles courses du massif du Mont Blanc: i suoi scritti, i suoi film fanno venir voglia di andare in montagna, a differenza di quelli di altri, coma ha scritto chi è ben più autorevole di me. Rébuffat, dopo la spedizione all’Annapurna del 1950, quella che conquistò il primo ottomila, non si mosse più dalle Alpi. Una ragione c’è. Per me, l’Alpamayo è stato bellissimo anche perché bellissima era la compagnia in cui mi trovavo; ma la Peutérey al Bianco non ha paragoni, anche seguendo Attilio; anche il Lyskamm, le Rocce Nere, dove ho condotto con tanto margine di sicurezza. È poi tutto qui! Come diceva Ernesto.

Prima di morire in un ospedale parigino, Rébuffat ha affermato di non sentirsi più grande del suo vicino di letto per aver praticato l’Alpinismo: ha solo avuto in dono, in più, di amare le cose belle.

In un giorno ormai non lontano, rimarranno solo le montagne verdi fiorite del mio Appennino; le sue più scarse, variabili nevi arabescate dalla galaverna; i suoi struggenti colori dell’autunno in Val Trebbia, in Val’d’Aveto, in Valbrevenna, in Val Borbera, di fianco alle strade di Fausto e Serse… Sono, saranno bellissimi.

Qui termina la prima versione del lavoro di Gianni Pàstine (27 novembre 2001). Di seguito ciò che lui stesso aggiunse.

Fatti e detti memorabili dell’alpinismo e dello sci genovese
Agosto 1958. Stazione di Torino Porta Nuova. Dallo stesso mio treno, l’automotrice Pré Saint-Didier-Torino, discendono Euro e Silvano. Li saluto.

Euro: “da dove vieni?”
Io: “dal Cervino. E voi?” (con lo sguardo fisso su Silvano, ancora piuttosto poco noto, come su un paio di scarpe di pezza valsesiane che calzano)
Euro: ”Abbiamo fatto la Peutérey al Bianco!”

Sono allibito. Euro era ancora claudicante per un abbastanza recente infortunio. E poi, quel Silvano… Euro ricorda ancora la mia espressione incredula e meravigliata.

Erano partiti da Bolzaneto con un accelerato notturno. Altrimenti la cosa era troppo poco avventurosa. Giunti a Courmayeur, avevano proseguito per l’allora capanna Gamba con l’intenzione di trasferirsi per qualche giorno al bivacco Craveri e scalare alcune delle Dames Anglaises; un vecchio pallino di Euro cui piacevano i monti a punta. “Ti sèè. Se no ti te i levi, da vegio, te punsan in ta schenna!”

Soffermiamoci sull’attrezzatura: piccozza, ramponi, corda da quaranta metri in perlon, fornelletto, viveri abbastanza misurati; giacca vento, maglione, braghe di velluto, scarponcini da arrampicata, guanti, berretto e poco altro. Euro non ama quelle che definisce le comodità dei Sibariti, anche perché, fin’ora, ha potuto permettersene ben poche.

Veniamo ai due. Euro aveva fatto una brutta caduta in Baiarda nella primavera del 1957. Si era fratturato la rotula sinistra ed aveva un chiodo nel ginocchio che gli permetteva un piegamento limitato. Aveva ripreso di recente ad andare in montagna ed anche ad arrampicare grazie alla sua volontà, alla sua forza ed alla sua tecnica. Mentre gli altri amici di Bolzaneto gli davano ormai poco credito, dopo l’infortunio, aveva incontrato Silvano, poco più che escursionista. Erano tornati in Baiarda ed avevano effettuato alcune lunghe escursioni sulle Apuane.

Settembre 1958. Gabbe alle prese con gli strapiombi della via Rabbi alla parete nord del Corno Stella

Entrano ora nella capanna Gamba dove tira aria da “Grandes Courses”. Vi sono Carlo Alberto e Carlo, quattro noti alpinisti romani, oltre a tre anonimi tedeschi tutti diretti al Bianco per la Peutérey. Euro si sente stimolato. Non pensa neppure un attimo alla sua attrezzatura poco più che dolomitica, né ad un compagno tutt’altro che collaudato: “Cosa ne dici Silvano, andiamo anche noi?“ “Va bene”. Euro dirà poi che Silvano non sapeva neppure se la Peutérey fosse la via normale del Bianco o qualcos’altro. Per la verità, Carlo, che li conosce, nutre qualche dubbio. Ma non è questione…

L’indomani, partenza alle cinque: un po’ tardi. Ma un bivacco al Col Peutérey è scontato. Il tempo non è al massimo e già dal mattino lascia trapelare segni eloquenti. Colle dell’Innominata, traversata del ghiacciaio del Frêney, cengia Schneider; ormai il bivacco Craveri è sotto di loro. Avanti anche se ormai siamo nella nebbia. Passano la Gugliermina e nevica. È sera. Gli altri hanno tutti tendina e duvet. Euro e Silvano si infilano in un anfratto. Euro, con stoicismo si toglie la giacca a vento e la stende a tetto. Scalda qualcosa, ma la faccenda è seria. Silvano, in fondo all’anfratto non risponde neppure più: “Silvano, come stai?!” “Male!” “Non dirmelo che ti senti male!” ” Allora, se sai come mi sento, non chiedermelo neppure!” E ricade nel suo semiabbandono.

Continua il racconto di Euro: “Ti sèè ch’o paiva a maschera de Frankestein… ”.

Al mattino, non nevica più, ma sono sempre avvolti nella nebbia. Non resta che proseguire lungo le creste della Blanche che non sono affatto uno scherzo. Vi sono le peste degli altri. Raggiungono i tedeschi a cui si uniscono per calarsi sul col Peutérey. È già sera quando vi arrivano. Una previdente pala è piantata davanti all’igloo scavato dai Romani e i nostri si danno da fare anche per scaldarsi. Per lo meno stanno al coperto.

È l’alba del terzo giorno. È bello. Si parte per la cima. La fatica si fa sentire e dove la cresta si impenna definitivamente per raggiungere il Bianco di Courmayeur affiora il ghiaccio.

Euro: “Silvano, te la senti di fare una puntata di conserva! “ Segue un grugnito di approvazione… Grazie anche ai gradini tagliati da un Carlo capace ed in ottima forma, Euro raggiunge le cordate dei Romani. Volano parole concitate e poco complimentose, in genovese come in romanesco. Alla fine, Euro la spunta: “se il mio compagno parte, andiamo tutti a fare un bel bivacchino laggiù sul Frêney”. I Romani, con ulteriori “alli mortacci tuoi” cedono. Si legano tutti assieme. Vanno in vetta e alla Vallot che è quella che è ma che fa ancora una volta la sua funzione. I nostri due hanno un principio di congelamento ai piedi…

Ma, al mattino dopo, è ancora bello e possono scendere al Gonella e a La Visaille. La corriera li porta a Courmayeur dove comprano le scarpe di pezza al mercato. Vanno al treno per Torino.

Su quello per Genova, una donna ascolta i nostri discorsi crollando più volte la testa: “povere vostre mamme!” Quella di Euro era, da tempo, paralizzata su una seggiola, ma viveva con una serenità sorprendente. Elencava anche tutte le creste del Monte Bianco, in bell’ordine, senza sgarrarne una!

Giugno 1955. Euro Montagna sulla vetta del Corno Stella.

Qualche anno prima
Sono di scena Giò e Gabbe. Ormai sono diventati alpinisti anche secondo una recentissima ed accreditata teoria di quel caposcuola che ha voluto diventare ed è diventato Luci, che recita: “alpinismo non significa sesto grado. Andate in montagna ed arrampicate da primi. Quando sarà la vostra mano a toccare il primo appiglio e la vostra piccozza a tagliare il primo gradino, allora Sì, che sarete dei veri alpinisti!” Così concludeva un celebre audiovisivo dove gli attori erano il più spesso Luci, Giò e Gin di cui avremo modo di riparlare. Il motivo dominante dell’audio era un pezzo classicheggiante dal curioso titolo “marcia funebre per una marionetta”.

I nostri due, dopo un severo apprendistato in escursioni appenniniche, alla Pria Grande e in Baiarda, sono maturi per la grande montagna. Varcano la frontiera, vanno in Svizzera anche se, oltre all’Italiano, conoscono solo il genovese. Scelgono l’alpinismo classico. Arrampicano tutti e due molto bene, ma a differenza del loro amico e conterraneo bolzanetese Euro, ci vanno con prudenza. Scelgono il Weisshorn che è un signor quattromila. Non vi sono passaggi come il colonnino della Pria Grande o la “grattenna” dello spigolo rosso, in Baiarda; ma è poi un quattromila, come diceva Ernesto Frachey sulla piazza di Champoluc.

Salgono alla omonima capanna che è incustodita. C’ è tutto, anche la cassetta per i franchi con cui pagare, ma bisogna farsi tutto. Una guida svizzera, lì con il suo cliente, li precede nel mettere la minestra sul fornello.

Gabbe: “Mia, n’ poo! Se no l’ea pe quello sacco de merda gh’aviescimo za a minestra a o foego!”

Giò non fa a tempo a rispondere. Una ruvida mano si posa sulla spalla di Gabbe ed una voce dall’inequivocabile accento svizzero tedesco fa: ”capito!”

Gabbe: ”Cosa, capito?! “Ha capito fin troppo bene, ma non se l’aspettava proprio, anche perché quello incalza: “sacco di merda detto a me!” Gabbe indica Giò che vorrebbe sparire, ma, lungo com’è, proprio non ce la può fare: “no, io a lui!” “No, no, no, detto a me! Sacco di merda detto a me!” Finisce lì quando poteva finire peggio. Fanno il Weisshorn con autorità e non poteva essere diversamente. “O l’ea anche ‘na brava personna… ” commenta Giò con lenta cadenza e scrollando la testa.

Estate 1959. Giò e Luci sono partiti per il Bianco. Sono commercianti e non hanno vacanze lunghe. Arrivano a Courmayeur, salgono al Torino in funivia e proseguono per il bivacco della Fourche. La meta è d’impegno: lo sperone della Brenva. Il tempo è bello e non fanno troppo caso al ghiaccio vivo che occhieggia da più parti. Su quell’elemento ci sanno fare da maestri tutti e due. Anzi, tirerà Luci. Tanto per completare l’opera, si spalanca la porta del bivacco e chi entra? Nientemeno che Bonatti e Oggioni. “Oua semmo a posto!” fa Giò con lenta e sottile ironia. Luci è più pratico. È curioso di vedere cosa mangiano. Si aspetta chissà quali diavolerie scientifiche. Invece… “Walter, abbiamo le banane e le pere; mangiamo stasera le banane e domani le pere” “No Andrea forse l’ è meglio stasera le pere” E in un rotondo brianzolo la discussione alimentare va avanti fra pere, banane, banane e pere. Il ritmo sempre più veloce del racconto con cui Luci scandisce i due alimenti evidenzia banalità e delusione. Erano grandi, ma semplici, umani! Intanto sono arrivati due tedeschi. Uno dei due sa solo una parola di italiano: “andiamo!” E l’indomani, dopo la solita partenza notturna, se li trovano davanti sul gran pendio. Il tedesco è davvero un grande alpinista e regala ai nostri una superba scalinata. Luci comincia a sentire l’altezza e si ferma a soffiare: “Andiamo?!” Ripartono e la scena si ripete più volte. In sole tre ore escono dai seracchi sopra al Mur de la Côte. Ora possono lasciarlo… andare. Il tempo è sempre bello. Tirano fuori dal sacco il fornelletto e si scaldano un tè. Sono molto stanchi. Ora, con il crollo della tensione dovuto alla fine delle difficoltà, non si accorgono neppure di una colossale merda vicinissima al fornelletto nel quale scioglie lentamente la neve raccattata nelle vicinanze. Non hanno la volontà di spostarsi. Hanno impiegato solo tre ore a salire lo sperone. Ne impiegheranno ancora quattro per raggiungere la vetta del Bianco…

Punni esercitava il mestiere di macellaio a Pedemonte di Serra Riccò. Amava nutrire bene i suoi clienti ma, evidentemente, anche se stesso; infatti, il suo peso superava abbondantemente il quintale. Era anch’egli appassionato di montagna ed iscritto al CAI a Bolzaneto dove aveva legato in amicizia anche con gli elementi di punta. Restava quel quintale e passa di peso che mal si conciliava con un’attività dove forza, agilità e leggerezza dovrebbero andare d’accordo. Ma a Bolzaneto l’amicizia non era vuota retorica. Così, Giò e Luci se lo portarono appresso nella scalata del Sigaro, in Grigna, non precisamente facile. Il passaggio più impegnativo è una traversata delicata e terribilmente esposta: un “quinto” della scala Welzenbach di tutto rispetto, per giunta, corredato dagli sparagnini e vetusti chiodi lasciati in posto allora. E piantarne altri, oltre che problematico, come spesso accade su roccia calcarea, appariva, soprattutto agli occhi dei…fanatici locali, come una sorta di reato punibile a termini di legge…

Giò saliva con la classe ormai riconosciuta. Si muoveva armonico, senza tradire alcuno sforzo, un arto alla volta, sempre con lo stesso ritmo, prescindendo dalle difficoltà. Effettuò, senza problemi, il traverso e fece salire Luci. Anche Luci, specie su Dolomia, saliva bene. È alto, ha le braccia lunghe e forti ed ama questo genere di roccia dove, parole sue, “ti cacci ‘na man e ti troevi ‘na maneggia”. Con la sua statura, ci arrivava prima degli altri. Magnificava un’arrampicata delle Dolomiti di Brenta, da lui effettuata con l’amico Gin, la via Videsott alla Cima Margherita, che presentava tali caratteristiche in modo particolare.. Giò fece venire Luci e proeseguì verticalmente per la lunghezza di corda successiva fermandosi saldamente sopra. Ora toccava a Punni. Peso e tecnica non andavano troppo d’accordo e fece vedere chiaramente di essere subito a mal partito. Luci capì come gli toccasse l’ingrato compito di tenere, a spalla (!!), perché, allora, certe diavolerie tecniche erano di là da venire, quel quintale e passa in pendolo. E poi?! “Giò! O Punni o sxioaaa!!!” L’urlo lacerante rimbomba nel vicino canalone Porta. Ma Giò è sopra ben piazzato; Luci è forte e tutto si risolve in un po’ di spavento. Anche il buon Punni è, in fin dei conti, un coraggioso.

Così, decidono di partire per il Cervino. Le condizioni sono ottime e optano per la cresta di Zmutt. Non si tratta di un’ascensione estrema, quanto lunga e complicata; tuttavia, per Giò e Luci, alpinisti più che collaudati, il problema non dovrebbe essere complicato più di tanto. Sanno che quel diavolo di Enrico, in cordata con Gian, aspirante guida, è salito in cinque ore e sceso in un’ora e mezzo per la cresta dell’Hörnli! Le polemiche e le competizioni stuzzicano Luci che si esibiva spesso nelle discussioni più colorite, specie nella sede del CAI di Bolzaneto. E quelle con Enrico erano frequenti in una frenetica alternanza di battute ironiche e d’insulti dialettali da stadio Ferraris. Per inciso, Luci, sampdoriano di ferro, durante un Derby, era venuto alle mani sugli spalti dello stadio, dopo una troppo accesa discussione, con un tifoso genoano. Apriamo un momento una parentesi calcistica. Non confondiamo quanto, allora, accaduto a Luci con l’odierno teppismo da ultras. Non vi erano cori ebeti, slogans scanditi ed atti di teppismo fini a se stessi. Si poteva assistere alla partita tranquillamente frammischiati fra tifosi della squadra avversaria. Ovviamente fioccavano insulti e, in qualche caso, botte. Gli animi si sono sempre scaldati. Gli epiteti erano più coloriti tipo “figlio di diciottomila bagasce” per Galeati di Bologna in un Genoa – Juventus, “merda vestito di nero” a Pizzato di Mestre in Genoa –Bologna, “segnalinee figlio di Degasperi” in un Sampdoria – Juventus che, recentemente, mi ispirò un “figlio di Scalfaro” all’indirizzo di un automobilista novarese. La perla resta sempre quello rivolto al centravanti sampdoriano Galicio, scritto come si pronuncia, che ciabattò malamente solo davanti a Franzosi in un Sampdoria- Inter: “vanni a mangiaa merda co o cuggiarin!” Dopo che il suo nome aveva fatto rima con quel che potete immaginare…

Ma torniamo al Cervino
La cordata di due, e che cordata (!!), Giò e Luci, sarebbe di rigore, per dirla con il severo Toni Gobbi. Ma, a Bolzaneto, come ripeto, l’amicizia non è retorica: così viene anche Punni il cui peso, nel frattempo, non è affatto diminuito.

Si va, un po’ lentamente. Nessuno crede di poter emulare certe guide che salgono e scendono con il cliente a guinzaglio come un pastore tedesco. E la faccenda si fa lunga, anche se senza preoccupazioni. È quasi sera quando raggiungono la sospirata cima. Il tempo è cambiato. Bisogna scendere subito; guadagnare l’agognata Solvay, cinquecento metri più sotto, sulla cresta dell’Hörnli. Lì, almeno, si sta al riparo e anche al caldo. Ma la notte incombe. Nevica. Tutto diventa bianco, scivoloso, ostile. La capanna non si vede; è ancora sotto. È buio: bisogna bivaccare. Indossano quello che hanno, come possono, e non si tratta d’attrezzatura di prim’ordine. I costi sono ancora elevati, i materiali non sono ancora così efficienti mentre, in ascensioni di tale calibro, anche il peso sulle spalle ha la sua importanza. Punni si è seduto. Stavolta, il quintale e passa è dalla sua. Immobile, apparentemente senza preoccupazioni, sta imbiancandosi come una enorme statua. Giò mette in pratica la sua collaudata filosofia della pazienza: ha qualche punto di contatto con i frati francescani mentre Luci, invece, vede subito le cose al peggio. Si agita, si dimena, strofina freneticamente braccia e mani su tutto il corpo; scuote Punni: “frettite! frettite!”… Anche quella notte ha termine e, lentamente, i nostri divallano dal Cervino innevato.

È inverno, forse febbraio. Luci ha combinato una forte squadra per salire la via Boga alla Corna di Medale. C’è Gianluigi, che farà cordata con lui, poi Euro e Piergiorgio. La salita è lunga e difficile. Quando arrivano sotto l’ultimo tiro di corda è sera; quella sera che, in inverno, arriva presto. Piergiorgio ed Euro, che sono avanti, passano, ma, quando è il turno dei secondi attacca a nevicare e fa buio. Più niente da fare. Devono bivaccare mentre gli altri guadagnano un ospitale rifugio. Gianluigi è, come al solito, calmissimo, Luci un po’ meno, ma pieno di risorse. Ha roba da mangiare infilata un po’ dappertutto e la cosa aiuta. Infine, ecco il jolly pescato dal mazzo: Luci fuma. Un tempo, gli alpinisti fumatori non erano una cosa di cui scandalizzarsi. Non esisteva il parossistico delirio salutistico attuale. Le pipe di Toni Gobbi e di Jean Pellissier erano storiche! Lo diventarono anche i “bricchetti” di Luci. Vicino a loro c’era un albero. Gli diedero fuoco e passarono la notte relativamente al caldo. L’indomani, arrivò una provvidenziale corda calata dall’alto dagli amici.

Accadde forse in quella occasione. Il racconto è di Gianluigi. Per raggiungere la Grigna non esistevano le tangenziali di Milano. Dal casello di Binasco, sulla Genova – Milano, bisognava fare un giro per Melegnano, Agrate e via dicendo. Luci pilotava una sontuosa Vauxall inglese che aveva un difetto: la retromarcia vicinissima alla prima. Al casello di Binasco si fermano, pagano e fanno per ripartire. Luci armeggia fra prima e retromarcia. Il casellante assiste divertito e prorompe, in purissimo padano: “veh! Per partii se mett la prima!” Luci ha, nel frattempo, già risolto il problema; ma quell’ironia non gli va a genio. Si ferma, abbassa il finestrino: “senta lei, scemo del belino! Lo sa che ci cresce come l’acqua nel vino?” Chiude il finestrino e riparte.

Andarono alla Torre Castello per scalare la “Castiglioni Sud”. Luci v’era, per la verità già stato, con Nico e Gabbe; ma, alla Chiappera, si era accorto di aver lasciato le scarpe a casa…

Così, gli amici, una cordata davvero forte, erano saliti ad una velocità incredibile. Ora era lì con Euro e Giò. Alla Chiappera, gli era capitato anche un fatto curioso: una vacca, credendola un carro di fieno, aveva incornato una portiera della sua Appia verde… con buffo seguito assicurativo. Per giunta, una donna anziana, con voce gutturale, l’aveva apostrofato così: “tutti quelli che vanno sulla Rocca muoiono!” Tanto per fargli coraggio. Questa volta, la potente formazione arriva all’attacco dell’espostissimo spigolo. Euro “sente” la salita e supplica. “Ti me lasci fa da primmo?!” Giò non ha nulla in contrario, tantomeno Luci.

Euro va e la cosa si fa subito spessa. Sono ormai per aria a cordata distesa. Luci è in mezzo e tocca a lui il non facile e gradito compito di assicurare il capocordata, a spalla e su chiodi da roccia. L’attuale super trapanatore Michele non riuscirebbe nemmeno a immaginare la cosa… Euro è ormai sopra la sosta di diversi metri e i chiodi non sono molti; oltretutto, sulla quarzite della Castello non è che se ne possano piantare facilmente: “Luci, son a l’estremo!!” Euro ha sempre un debole per le scene drammatiche ma stavolta la cosa non è, obiettivamente, così semplice: ”Mi cose fasso!” Poi tutto va, lento. Sono in vetta a pomeriggio inoltrato e alla Chiappera in serata. In successiva occasione, in una concitata uscita della scuola di alpinismo, condita da immancabile temporale ed un masso che fa a pezzi una corda senza fare a pezzi niente altro, “ghea in Xexa o Luci co pregava!!”

Ma, tornando a quella via Castiglioni, Euro, in uno storico “recit de course”, affermò: ”in questi tempi di carenza di capicordata mi lego da primo”. Luci non è del tutto dello stesso avviso.

A parte quella battuta un po’ presuntuosa, Euro era un forte alpinista, dotato soprattutto, oltre che di notevoli qualità fisiche e tecniche, di spirito d’iniziativa, volontà e determinazione. La sua ammissione al Club Alpino Accademico non fu un fatto casuale.

Era ormai autunno inoltrato del 1959 quando maturò in lui l’idea di salire in prima ascensione solitaria la parete nord del Pizzo d’Uccello nelle Alpi Apuane. Partì una mattina da casa. Nel suo sacco l’attrezzatura non abbondava; non aveva con sé neppure la corda. Non era certo il sacco di certi escursionisti che, mancando d’attrezzatura alpinistica, non si riesce a capire cosa abbiano dietro di tanto voluminoso e di tanto pesante. Il viaggio in treno fu regolare fino ad Aulla. Qui, sull’automotrice Aulla – Lucca, piuttosto gremita, data la sua posizione vicino ad una porta il fatto più curioso fu lo strofinare in faccia dei crisantemi che la gente, che saliva e scendeva, aveva con sé, gente che pareva si affrettasse come se i morti dovessero andar chissà dove, fuori dal cimitero (era il 1° novembre) e che, maledicendo le ferrovie dello stato, tirava fuori tutte le colorite espressioni del dialetto toscano, bestemmie comprese. Piuttosto, quel fregare di crisantemi, per una prima solitaria, era di pessimo auspicio.

Sceso finalmente a Equi Terme si avviò per il famoso “solco”, rinserrato fra altissime pareti calcaree e cave di marmo: “un posto dove te pa che deve sciortii o diao!” aveva sentenziato Luci che sulla nord del Pizzo salì ben quattro volte. Euro era intenzionato a pernottare in una vecchia casa per cavatori alla base della parete. Qui giunto, data un’occhiata all’orologio, si accorse che erano solo le tredici.

Pensò bene di attaccare. Il tempo era bello e, alla peggio avrebbe bivaccato: una sorta di rito para sacrificale che accettava quasi con solennità. Fu in vetta in sole tre ore: seicento metri con parecchio quarto e con un tratto facile di un marciume inverosimile, tale da far rimpiangere difficoltà maggiori. Proprio qui, gli franò l’appoggio sotto i piedi, ma si riprese agevolmente. Si fermò anche a consumare la scatoletta di Tonimalt, comperata a Chamonix. Nella parte alta occhieggiava già la neve. Con calma scese a Vinca pensando già di emulare Questa sullo spigolo est del Sagro che salì il giorno successivo, prima di rientrare.

Nella primavera successiva maturò l’idea della via Oppio-Colnaghi e si legò con Sergio. Fu in campo una fra le più forti cordate genovesi di tutti i tempi. Sergio era l’immagine della potenza, Euro metteva qualcosa in più in fatto di intuizione, conoscenza e, in fin dei conti, anche di determinazione. Euro sapeva quel che voleva. Peccato che la loro associazione risultasse piuttosto effimera e saltuaria.

Partirono ancora in treno, da Brignole, dove Rita e Giulianna corsero a salutarli: “onde trarrem gli auspici!” scrisse Euro: un po’ eccessivo perché si trattava di quelle che oggi sarebbero definite come “fans”… Quel che invece era importante era l’appoggio logistico assicurato dal quel meraviglioso uomo che era, sul piano morale, Franco l’allora presidente del CAI di Chiavari. Insieme con un amico, sarebbe salito in vetta per la normale e là li avrebbe attesi con rifornimenti soprattutto idrici, per poi ricondurli a casa con la sua auto che pilotava magistralmente “alla Nuvolari”, in tempi in cui bisognava passare quel Bracco che appariva come un vero confine naturale. Franco, per inciso, percorreva, allora, senza autostrade, Chiavari – Genova centro in cinquantatrè minuti!

La salita, ancora poco frequentata e chiodata, richiese parecchio tempo, ma i nostri non ebbero mai esitazioni: nel pomeriggio furono in vetta, accolti dagli amici e rientrarono.

Nell’estate del 1959, con Euro, ero salito all’Aiguille du Dru. Fu un’ascensione, per molti versi, indimenticabile. Lunga fu la marcia di avvicinamento dal rifugio Torino. Come usava dire Euro, ci levammo un bivacco prima della Charpoua, dopo esserci temporaneamente persi l’un l’altro.

Attaccammo in piena notte. Le cose funzionarono bene per noi, un po’ meno per i nostri compagni. Ci trovammo così a superare, ad una ad una tutte le cordate che erano con noi, ultime due cordate tedesche, una delle quali ci chiese corda poco prima della vetta ove giungemmo alle quattordici e trenta, ad onta delle sei ore e trenta (sic!), indicate dalla guida Vallot.

La discesa fu laboriosa. Due corde si incastrarono e un tedesco si incaricò di risalirle. A sera, eravamo solo alla spalla. Noi saremmo scesi anche di notte approfittando della luna, ma i nostri due amici non se la sentivano. Finimmo per bivaccare divedendo un pacchetto di “marie” ed un limone, uscito fuori chissà come, in due. Noi dovevamo portare i ferri, gli amici mangiare e bere. I ferri avevano egregiamente funzionato mentre mangiare e bere erano già nella loro funzione assimilatoria. Così inaugurai il mio duvet Moncler e mi addormentai. Alle undici e mezzo, Euro, che, con sola giacca a vento e maglione, batteva i denti da un pezzo, mi svegliò: ”Amigo! Ti sèe che, a st’oa chi, un o l’intra in t’e ‘n ostaia e o ghe dixe: mezo litro! Ghe o dan, ghe o dan in scio serio! “Non potei che ridere, ma finì il mio sonno. Il freddo saliva dalle gambe e, come è riferito nelle”sacre scritture”, guardammo l’ora a più riprese con immancabile delusione: era sempre troppo presto. Finalmente sorse una livida alba dietro le Jorasses. Euro, senza ancora calzare gli scarponi, armeggiò slegato per sciogliere i nodi delle corde di sicurezza prima di riprendere la discesa. Un normale richiamo alla prudenza sarebbe stato del tutto inutile: quello alla storia dell’alpinismo avrebbe sortito effetto sicuro tanto più che la Nord delle Jorasses era lì davanti. Nel 1934, durante un tentativo di prima salita su tale parete, l’alpinista tedesco Rudolf Rudi Haringer precipitò, slegato, nel muoversi dove aveva precariamente bivaccato con il suo compagno di cordata. Mi riferisco così a quel fatto storico ben noto ad Euro: “Stai attento, Haringer!” “Cose t’èe dito?!” “Stai attento Haringer!” “Alloa me ligo!” E si mise anche le scarpe. Divallammo. Alla Charpoua, dietro un masso di granito, potemmo anche dar sollievo alle nostre interiora invero semivuote: “Cose ti dixi! Armand Charlet, co i tempi co faxeiva, cos’ o gh’avieh misso, trei segondi!”

A Montenvers giunsi febbricitante. Rita, da buona farmacista, andò a comperare della Aspirine Usine du Rhone, efficacissima. Più efficace ancora, presso quello che doveva essere certo il Gros Bibi di Premier de cordée, un enorme piatto di “steck et frites”innaffiato da “Bordeaux”. Trovai assolutamente naturale levarmi un ultimo bivacco presso la stazione della funivia (nel sacco piuma!)

Nel luglio 1960 decidemmo per lo spigolo nord del Pizzo Badile. Ero divenuto proprietario di una Fiat 600 e passai a prendere Euro a Bolzaneto. Lungo fu il viaggio fino a Chiavenna dove decidemmo di lasciare l’auto senza alcun problema di parcheggio. Il Badile ha la brillante prerogativa di possedere prestigiose vie dal lato svizzero mentre la via normale di discesa dà sull’Italia, sulla Valtellina. Un taxi ci condusse in breve a Bondo, oltre la frontiera ove iniziammo la salita a piedi nel buio inchiostro. Con un bivacchista come Euro, non avevo dimenticato il sacco piuma né il fornello. Al materiale di scalata aveva pensato lui. Trovammo assai presto una bella baita con tanto fieno, pulitissima, alla svizzera. Sass Furà era lontana e ci fermammo. Fu una magnifica dormita ristoratrice nel fieno. Salimmo poi a Sass Furà. Il rifugio era in costruzione e dovemmo accontentarci di una sistemazione di fortuna. Passammo la giornata a chiacchierare con il gestore, tale Reto Giovanoli di Bondo che, fra una pipata e una bevuta (non di acqua!), cominciò a raccontarci, con voluttà, storie di disgrazie che avevano colpito alpinisti che avevano tentato di scalare lo spigolo nord. La cosa mi ha sempre lasciato indifferente. Chi decide di andare in montagna deve essere refrattario a queste storie. Euro affettò indifferenza, sentenziò che la pipa del nostro interlocutore possedeva un carburatore e cominciò a passeggiare nervosamente sul piazzaletto del rifugio dando, di tanto in tanto, pugni in aria come un pugile in allenamento: “son ansioso de piccame coo pisso Badile!” E raddoppiava i pugni.

Alle quattro del mattino successivo fummo in piedi. Tre lunghe ore furono necessarie per attaccare il famoso spigolo superando, alla fine, senza ramponi, un ripido e durissimo nevaio: Faceva freddo ed era buon segno. Da est fummo tosto raggiunti da quattro tedeschi che avevano pernottato al rifugio Sciora, assai più comodo. Apparentemente più freschi ci superarono mentre ci legavamo ma si incrodarono, verso la temuta nord est, quasi subito. Mentre quelli si amministravano affannosamente corda, Euro mise il turbo. Arrivammo presto sotto una grande placca sovrastata da un’altra che spioveva a tetto. Euro salì fino al margine del tetto, guardò in basso quasi volesse sputarvi: “I me intestin lazzu, no!” e passò il tetto con agilità. Si riferiva a particolari macabri che parevano lasciarlo indifferente, che quel tale dalla pipa col carburatore non ci aveva risparmiato. Al mio turno, una robusta tratta mi portò al di sopra del tetto in un baleno. La salita continuava elegante. I quattro tedeschi erano a rispettosa distanza mentre si facevano sotto altri tre: una guida svizzera e due più anziani tedeschi, tutti con l’aria di saperci fare da tempo. Mentre Euro pretendeva di seguire il filo dello spigolo come un articolo di fede, lo svizzero ammonì: “no! lì, sesto grado superiore!” E se ne andò verso destra su terreno più agevole. Euro lo squadrò serio: “Cose ti te creddi?! Scoea de Baiardetta e de Pria Grande!”

“Bene, Bene” “Ti veddi, o a conosce anche lée!” Gli andammo dietro e non lo mollammo più fino in vetta dove giungemmo dopo sole sei ore, dall’attacco. Una vetta storica. Eravamo davvero emozionati e anche, lasciatemelo dire, fieri per un’impresa che, in quel tempo, non era da tutti. Ci buttammo in discesa. Lo svizzero sparì con i suoi clienti verso il basso in un baleno: Ricordavamo solo di dover andare sempre a destra. Non incontrammo quasi difficoltà ed approdammo all’accogliente rifugio Gianetti, tre ore dopo. Giulio, il gestore, fece onore alla propria fama di buona accoglienza. Giunsero i quattro tedeschi che meravigliarono la aiuto gestore perché, dopo la minestra, chiesero la pasta asciutta. Giunsero anche due noti accademici, Giuseppe, triestino e Jean, milanese, che conoscevano Euro, felici di aver evitato il bivacco sul più severo spigolo nord ovest del Cengalo. L’indomani, una lunga pedonata ci portò a Bagni di Masino. In corriera, Euro mi fece osservare un lungo e ripido canalone terroso che solcava la montagna sulla destra. Stava parlando di un conoscente che, evidentemente, stimava assai poco come alpinista: “ti veddi! Besognée mandalo scio de lì, co cappotto, inciastroo de marmellata e e mosche aproevo!” Prendemmo il treno ad Ardenno, cambiammo a Colico e raggiungemmo Chiavenna nel primo pomeriggio. Riprendemmo possesso della seicento ripartendo senza fretta. Prima di Serravalle, in fondo alla pianura, si stagliava l’Appennino: “i giganti! O Toggio, E Figne, O Taccon e o Leco!” Nomi pronunciati un po’ in tono canzonatorio ma con un fondo di grande affetto: i nostri monti, quelli di cui Euro sapeva la quota al metro e guai a sbagliarla! Una volta aveva notato un errore sulla quota del Passo della Bocchetta. Era partito da Bolzaneto, con Duilino, in moto, con bulacco e pennello, ed era salito lassù per pennellare: No! 772! Stessa cosa per il cartello con su scritto “Benvenuti a Crocefieschi metri 800. Stessa procedura e stessa pennellata: ”No! 742!” Il sindaco incassò in silenzio e corresse il cartello. Quando si è capaci, corretti e onesti!

Settembre 1971, vetta del Campanile Basso dopo la salita della via normale. Da sinistra, Nello Tasso, Alessandro Massa, Gianni Pàstine e Alessandro Gogna. Foto: Alessandro Massa.

Un omaggio alla tradizione ci portò a rivalicare i Giovi, fuori autostrada: Busalla, Mignanego, Pontedecimo, San Quirico, Serro, Morigallo, finalmente Bolzaneto, metri 47 sul livello del mare, via Bolzaneto 13 dove Euro abitava. Nessuno aveva telefonato ma tutti erano lì ad attenderci: Giò, Gabbe, Nico, Penna ed altri: l’amicizia dei Bolzanetesi! C’era anche il padre di Euro, un uomo buono e modesto, sempre pronto a vedere il lato buono della vita: mi venne incontro serio: “Alloa! Gh’ea do quarto!”…

A settembre ci ritrovammo al Bozano: Euro, Enrico, “Cicci” ed io; meta: la Campia al Corno. Partimmo per ultimi dal rifugio in una mattinata grigia e fredda. L’attacco è nel punto più basso della parete e non mettemmo molto ad arrivarci. Presto fummo nel punto più alto delle cenge erbose dove la musica cambiava. Breve tratto facile ed Euro è alle prese con un muretto chiodato. Armeggia più circospetto. Non è l’Euro dei Dru e del Badile: anche il passaggio è di quelli “dove ti te senti aronsaa verso o basso!”. Salgo a fatica. Enrico esce con lo sguardo dello strabismo concomitante acuto: “sesto in libera! sesto in libera! “urla arrotando l’ultima erre come se stesse “gargarizzando prie!”. Più calmo, Cicci, ultimo: “sua periodalità!” Un soprannome che si era affibbiato da solo e che lui solo sapeva cosa volesse dire. Il tiro dopo porta Euro a fermarsi su una staffa e su un unico chiodo: ha la pretesa di farmi salire così. Enrico, previo fissaggio di una corda, lo raggiunge e capisce che non ha visto la sosta. Il trapano di Michele è ancora nella mente dello Spirito Santo, ma quella è una sosta. Posso salire mentre Euro traversa fino ad un bello spuntone. Saliamo tutti: Sopra, subito, sembra facile, poi, a poco a poco, senza accorgertene, sei in strapiombo. Altra corda fissa e Enrico va sotto Euro che sale sulle spalle di Enrico ed esce di sopra. Corda per Enrico, corda per me. Ora siamo alla fascia di quarzo: è finita. Una rampa verso sinistra e siamo sulla vetta inferiore. Nevica, fa freddo. Enrico, in camicia, si agita. Abbraccio Euro che è andato davvero oltre ogni aspettativa. Gettiamo la prima corda che il vento tiene orizzontale. Enrico si agita di nuovo perché è sempre seminudo. Ora scendiamo più calmi. Però, quel monsù Campia, titolare di drogheria e coloniali nel centro storico di Cuneo e proprietario del famoso motoside battezzato Norge come il dirigibile, andava proprio forte!

(continua)

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1 Comment

  1. Grandi racconti con uno stile unico!
    Genovesi in montagna è un libro interessantissimo e a tratti esilarante. Gianni l’ha scritto dietro mia insistenza e, tra i molti di cui è stato autore, questo è quello di maggior successo.
    Sono contento di averlo conosciuto e di avere con lui raggiunto tante belle cime.

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