Sci estroso – 2
di Marileno Dianda
(pubblicato da CDA nel 2001)
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Parte seconda
Anche se in qualche tratto solamente si toccarono i 40°, fu proprio sull’Appennino che si svolsero le nostre prime, vere discese sul ripido: versante nord-nord-ovest del Monte Vecchio (maggio 1980), versante ovest del Monte Lagoni (febbraio 1981). Dopo averli compiuti, a me piaceva battezzare gli itinerari con un nome che ne rappresentasse a suo modo l’essenza. Nessuno ne propose altri e non ci fu mai da ridire. Il versante nord-nord-ovest del Vecchio venne chiamato Bagola rossa (8) quello del Lagoni Pagina bella. Oggi, questi nomi sono diventati di uso comune.
Soltanto con la discesa della Diretta nord-est al Giovo, però, si superarono i 50°. Il merito va ad Alessandro Costi che, da solo, nel marzo del 1982, realizzò la prima sciistica di quella che attualmente è conosciuta come la Diretta alla Croce. Era una giornata fredda e ventosa. Io e Roberto Cagnacci non ce la sentimmo di andargli dietro e lo vedemmo sparire nell’imbuto innevato. Quando riapparve, molto più in basso, sui pendii della Borra dei Porci, capimmo che ce l’aveva fatta.
“Del tutto solitaria fu la prima discesa del Giovo sul Lago Santo lungo la parete nord-est da me effettuata nel marzo 1982. Si tratta di un percorso incassato che si snoda all’interno di uno stretto e ripido canale… ad un primo pendio ripido ma ampio, segue una strozzatura fortemente inclinata che si allarga su un pendio via via degradante sui piani sottostanti (9)”.
Questa discesa spostò il limite a un livello mai raggiunto sulle nostre montagne e destò nell’ambiente grande impressione.
Sulle Apuane, invece, sapevamo di muoverci su terreni malfidi ed eravamo cauti nei progetti. Del resto, tale catena presenta solamente due montagne adatte ad uno scialpinismo di tipo classico: la Pania e la Tambura. La seconda, con la sua mole regolare e gigantesca, costituisce un’eccezione nel susseguirsi tormentato di cime che le si affiancano. Su due delle tre facce è venata da canali poco evidenti, persi il più delle volte avvicinandosi alla cuspide della piramide. Il terzo versante, quello a nord, più dolce degli altri, è una regione deserta e ultraterrena, chiamata la Carcaraia (da Karra: pietra, nel ligure antico). Si tratta di un vero e proprio dedalo, perforato e in sfacelo, di conche, ondulazioni e fenditure, unico nella sua desolazione.
Sul passo della Focolaccia, dove la Tambura si raccorda al Cavallo, da parecchi anni è stata aperta una cava – più devastante di tutti gli squarci nelle rimanenti fiancate – che ha sfigurato perfino il profilo della cresta sommitale. Solo con la neve e, meglio ancora, nelle notti invernali, viene a nascondersi quell’orribile spettacolo. Quando vi batte sopra la luna, il susseguirsi delle groppe e delle concavità fa davvero pensare che, più grandi le cose, più grandi siano anche le ombre. Specialmente allora la Carcaraia sembra prendersi la rivincita coi suoi fantasmi vendicatori, vaganti a incutere paura.
In primavera la coltre nevosa persiste a lungo sul versante settentrionale, come a voler coprire la montagna profanata. È da questo lato, infatti, che la Tambura si mostra sulla Garfagnana, tutta di neve e più a lungo delle altre, fino a maggio inoltrato. La salita della Carcaraia con gli sci è un’esperienza esaltante anche se alla portata di ogni medio sciatore. Parlandone, questa volta cito me stesso.
“Su questo versante carsico dai connotati lunari, ci si muove in un ambiente ricco di gobbe, anfratti e valloncelli e punteggiato da giganteschi faggi solitari. D’estate, la Carcaraia è un grande labirinto di buchi e di sfasciumi, rovina accidentata e ispiratrice di leggende. Neppure le sciagurate cave del Passo della Focolaccia sono riuscite a eliminarne gli spiriti e l’atmosfera trasognante. D’inverno, la neve non sempre copre gli inghiottitoi delle doline che possono costituire un pericolo durante la discesa. Il percorso della Carcaraia fa venire in mente un ghiacciaio con disposizione imprevedibile dei crepacci (10)”.
Proprio per la Carcaraia, io e Alessandro Costi giungemmo in vetta alla Tambura il 7 aprile 1984. I giorni prima era nevicato copiosamente. In cima decidemmo di scendere il versante sud-est, quello che guarda Arnétola, seguendo l’itinerario di salita invernale aperto da S. Ghiselli e Renzo Lucchesi. Partimmo dalla punta, io per primo e Sandro subito dopo, affrontando l’iniziale e delicato invaso fino al restringimento (50°). Superata la strettoia, la discesa continuò senza difficoltà su terreno stupendo (lunghi tratti a 40°). Noi cercammo la linea migliore raccordandola tra le cintole rocciose.
Qualche problema lo trovammo di nuovo in fondo, alla pesca della via giusta, tra cave e fili elicoidali, carcasse di lamiera e altri marchingegni arrugginiti. Alfine approdammo sulla marmifera fangosa, sepolta in qualche punto da enormi valanghe. Speravamo di trovare in Arnétola un passaggio fino a Vagli. Ma era sabato pomeriggio e, lungo la strada, tra ravaneti e altri macchinari, non incontrammo anima viva.
Noi ce la prendemmo con calma. Seguimmo la traccia sconquassata tra magre praterie dove blocchi di marmo parevano grossi pesci arenati. Prima di arrivare, sci sullo zaino, un passo dopo l’altro, alle case di Arnétola, dirute e con gli occhi cavi, guardammo la grande piramide bianca e, forse, per qualche minuto non sentimmo né pena né felicità.
Si domanderà: ma come facevate a misurare con esattezza l’inclinazione dei pendii? È un quesito che, all’inizio, ci siamo posti anche noi. Al riguardo, esistono vari metodi. Uno consiste nell’adoperare la bussola come goniometro poggiandola sulla neve. Un altro, molto più empirico, si serve dei bastoncini da sci. Mettendone uno verticale sul terreno e l’altro orizzontale (con la sola manopola a toccare il pendio) quando il loro punto di contatto è alla metà del primo, l’inclinazione deve ritenersi di circa 30° (per l’esattezza 27°).
Andrea Bafile, istruttore nazionale e direttore del corso per istruttori di scialpinismo al quale, nel marzo del 1980, partecipammo all’Abetone, aveva messo a punto, invece, una delle sue “bafilate”: un cartoncino con una barretta pendula che, per gravità, dava i gradi di pendenza (Bafile aveva disceso nel giugno 1980 il Canale della Secchia al Libro Aperto).
Noi utilizzammo questi metodi solamente in poche occasioni. Anzi, per la verità, non li usammo quasi mai. Era il pendio che ci diceva su quale inclinazione ci si trovava. Si sentiva a ogni curva “saltata” richiamando le code degli sci, nell’appoggio del bastoncino anticipando a valle, col braccio a monte quando ci si doveva fermare e restare sulle lamine. Soprattutto con neve omogenea e consistente era difficile sbagliare. A ogni passo, salendo, la vicinanza delle ginocchia alla neve definiva già la pendenza.
Certo, le nostre valutazioni potevano essere condizionate da elementi soggettivi. Ognuno sa che pareti e canaloni, visti dall’alto si verticalizzano, mentre da sotto sembrano più brevi e appiattiti. Dall’alto, una cornice, una fascia rocciosa che interrompe la continuità sia pure di pochi metri, tendono a verticalizzare. Per non dire della neve gelata, che fa sembrare l’inclinazione maggiore di quanto non sia in realtà.
D’altronde, è quasi comunemente accettato che tutti i giudizi, anche quelli scientifici, siano approssimazioni e che, nonostante i meriti di Galilei, la pretesa di una descrizione oggettiva della natura non sia più legittima. Noi eravamo forti di questo convincimento. Ritenevamo certe procedure una perdita di tempo. Perché – anche sui pendii ripidi – il conoscere s’identifica col fare e l’unica maniera per misurare veramente qualcosa è averne diretta esperienza.
Comunque, dopo un po’ di pratica, non commettemmo gravi errori; e se lo facemmo fu sempre per difetto. Tendevamo più a togliere che ad aumentare i gradi. Un po’ per la paura di enfatizzare indebitamente le nostre discese e di passare per millantatori nel giudizio dei “teorici-accademici”, un po’ perché non ci sembrava ancora vero di poter superare le pendenze affrontate dai campioni più famosi.
Oggi sorridiamo constatando come in certe relazioni scritte e in altre pubblicazioni, realizzate magari anche da gruppi ed enti ufficiali, i nostri 40° siano diventati 50°, e i nostri 50° abbiano spiccato un salto fino ai 55° quando non addirittura ai 60°.
Parte terza
La “curva saltata” è indispensabile sul ripido e nello stretto. È una “curva di rimbalzo”, ottenuta bloccando lo sci a valle prima di far ruotare entrambi nella direzione opposta. Deve avere un raggio molto corto e richiede scatto e rapidità nell’esecuzione. Va chiusa con gli sci perpendicolari alla linea di massima pendenza per controllare la “derapata” e un pericoloso aumento della velocità. Si esegue con l’appoggio di un solo bastoncino, da piantare a valle con forte “anticipazione” del corpo. Per un attimo, anche se non c’è modo di rendersene conto, le punte degli sci sono dirette verso il vuoto. Si tratta di una frazione di secondo: gli sci sono staccati dal terreno, e ruotano prima di ricadere sulla neve dove si deve dominarne l’impatto.
Nel periodo estivo, per non perdere l’allenamento, andavamo a sciare per qualche giorno nella Schnalstal (Val Senales), in Alto Adige. In quelle occasioni riuscimmo a realizzare alcune belle scialpinistiche sui ghiacciai delle Ötztaler Alpen. Ma, sui monti di casa, che potevamo fare? Bisognava rassegnarsi e aspettare le prime nevicate.
Nell’estate del 1983 ci venne in mente di provare a sciare… senza neve. Era un pregiudizio, in fondo, ritenere che fosse indispensabile. Il Prode aveva già portato gli sci in Africa e, standolo a sentire, potevano essere usati con grande goduria sulle dune del Sahara. Sì, ma un conto era la sabbia e un conto il pietrisco… Se volevamo dislivelli appena decenti, da noi non si trovava altro…
Rimediammo, allora, dei vecchi catenacci con attacco Marker e provammo a curvare sulle pietraie. Dapprima, in un torrido pomeriggio di luglio, sui coni di ghiaino nelle cave del Moriglion di Penna. Poi, visto che la cosa funzionava, su “piste” più lunghe e varie: i calanchi della cava di Cerasomma, i colatoi di pietre a San Cassiano di Controne sotto il Pratofiorito, i ravaneti davanti al rifugio Donegani in Orto di Donna. Specialmente se il pietrisco non era di grosse dimensioni, si poteva scendere anche in serpentina divertendoci meglio che su certe croste invernali delle nostre montagne.
Il Prode fu subito uno tra i più convinti praticanti. Era appena tornato da una missione lavorativa di due o tre anni in Costa d’Avorio dove – a suo dire – aveva rischiato la morte per aver messo incinta la giovane figlia di un capotribù.
Dopo aver scampato simili pericoli, sciare sulle pietre dovette sembrare al Prode un modo per rilassarsi. Pur se battezzò quelle stravaganze “sci ruvido”, anche in tali occasioni non prese mai cautele particolari sciando, al pari nostro, sempre in maglietta e calzoncini corti. Un po’ perché d’estate faceva caldo; un po’ perché, come sul ripido, non si doveva assolutamente cadere.
Tanta determinazione, però, non era fine a se stessa. Eravamo a conoscenza, per averci soggiornato negli anni precedenti, che sull’isola di Stromboli c’era quanto di meglio si potesse trovare in fatto di pendii pietrosi: la Sciara del Fuoco.
La Sciara – almeno tra quelli che ho avuto modo di vedere – è uno dei posti più indicati per chi voglia rompersi l’osso del collo. Si tratta di un colatoio immane di pietre e di lapilli sul versante occidentale del vulcano. Scuro e terrificante, misura più di novecento metri di dislivello ed è largo un paio di chilometri. Battuto dalle bombe delle eruzioni, scende dai crateri sommitali fino in mare. Non vi passa mai nessuno perché troppo pericoloso perfino a piedi. E chissà se, dalla creazione, qualcuno l’ha risalito o percorso interamente prima che venisse adocchiato per lo sci. Guardandolo pare un portento infernale, la fiancata di una fornace ribollente nel fondo delle acque. È una visione che meraviglia e spaventa. Diavoli maledetti sembrano fare la guardia su quella sindone di cenere, nera e insanguinata. Si ha l’impressione che voci e tuoni attraversino l’immenso pendio, insieme al fumo dei sassi rotolanti. Luogo per la fine dei tempi, riservato da Dio a chi non troverà posto nel cielo.
“Salvo una piccola lingua di lava consolidata, la Sciara del Fuoco è formata da un accumulo conoidale di scorie e pomici accumulatesi in seguito all’apertura recente delle due bocche crateriche inferiori. La coesione di questa conoide risulta pressoché nulla, trattandosi di elementi eterogenei come dimensione e natura, spesso accatastati ai limiti dell’angolo di natural riposo (11)”.
La Sciara del Fuoco era già stata scesa in precedenza con gli sci da Angelo Piana, poi da Giorgio Daidola. Seguendone le relazioni, tuttavia, ci parve fossero passati verso il Filo di Baraona, sotto la verticale del cratere meno pericoloso. Al fatto venne dato grande risalto sulle riviste specializzate, quantunque rimanesse sconosciuto agli abitanti dell’isola. Noi decidemmo di effettuare la discesa in gruppo lungo la direttrice del Filo del Fuoco, sotto il cratere più attivo ed esplosivo.
Partimmo per Stromboli in quattro. Oltre al sottoscritto e ad Alessandro Costi c’erano anche il Prode e Alessandro Petroni che, insieme a me e a Sandro, aveva effettuato la prima sciistica della Pagina Bella al Monte Lagoni.
Appena sbarcati, mi accorsi che l’isola era cambiata pochissimo dal 1976, l’ultima volta che c’ero stato. Avevano costruito un piccolo molo di cemento e c’era l’impianto d’illuminazione. Per il resto, tutto come prima: l’approdo sempre problematico, le case di lava calcinate di bianco, i canneti, le spiagge di sabbia nera e di pietre, i sacchi a pelo e gli spinelli.
Forse più di allora, non come numero – vista la fine della stagione – ma come esibizionismo, vi si trovavano nudisti e alternativi di ogni sorta, artisti più a discorsi e nell’abbigliamento che a fatti, improbabili discendenti di pirati, profetesse e indovini.
Il Prode si sentì immediatamente a suo agio. Al pari di Termometro, uno speleologo nostro amico che ci aveva accompagnati e che si ambientò subito circolando per le spiagge e anche per le stradette completamente nudo, eccezion fatta per lo zaino sulle spalle, un cappello mimetico a tese larghe, e le scarpe con un calzino di filanca sì e uno no.
Su tutto e su tutti, comunque, il vulcano (iddu – lui – come viene chiamato) era ancora il monarca dell’isola e manteneva il potere di una divinità che ama e castiga. Se ne sentono gli scoppi periodici (ogni quindici-venti minuti), inquietanti specialmente la notte quando il monte rosseggia con pennacchi di fumo e zampilli di fuoco.
Anticamente veniva usato come faro, anche se le onde che ne orlano la base attirano con misteriosi sortilegi, quasi a voler schiantare il fasciame di navi sconsigliate. Avvistandolo, somiglia a un animale marino, nero e sfiatante, emerso dagli abissi. Nelle tenebre, il paese resta addormentato sulla groppa del mostro, mentre qualche scoppio fa pensare a un’attività eruttiva più intensa, con la lava incandescente a traboccare lungo la “Sciara”. Certi lumi, però, non si spengono mai fino all’alba e restano accesi come anime nel buio. Se ci si ferma, la sera, sul piazzale della chiesa, tra la spiaggia e le prime pendici di canne, vengono in mente gli emigranti d’Australia, tornati per essere sepolti nel cimitero di Ficogrande. Quando lasciarono la loro terra nera, murarono le finestre delle case che ancora si notano sulle pareti di molte costruzioni abbandonate, insieme alle crepe e ai tetti lesionati.
Noi alloggiammo in una pensione tenuta dall’anziano parroco dell’isola, don Antonino Di Mattina, da sua sorella e dal cognato. Specialmente la donna le provò di tutte per distoglierci dalla nostra idea. Disse che si poteva morire e che, per divertirci, c’erano cose meno pericolose: “Si può andari a pescari… C’è il pìnghe pònghe…” Poi, ci chiese se “non tenevamo moglie…”.
Il Prode rispose che, lui, non ce l’aveva. E lei di rimando: “… E, allora, si sposasse…”.
Salimmo (io e il Prode, dopo cena) in cima al vulcano e vi aspettammo l’alba. I crateri si paravano davanti, sotto un argine verticale, mezzi nel fumo e mezzi nel fuoco. Avevamo fatto una sudata nel canneto e lungo il crestone di lava dove, a somiglianza di quanto accade prima dell’alba sui ghiacciai alpini, si scorgevano qua e là le lampadine elettriche di altre comitive. Per tutta la notte si succedettero le esplosioni. La lava rosseggiante veniva espulsa in alto tra i boati, s’apriva in grandi fiori e ricadeva sulla Sciara.
Al mattino, non avemmo occhi per il mare che, allo stesso modo di certe sere dalle vette Apuane, riluceva contro il sole come un sottile foglio d’oro a lungo martellato. Il nostro interesse era rivolto soprattutto alla zona del caratteristico grumo di pomice presso il quale avremmo dovuto attendere l’esplosione per poi traversare di soppiatto vicino ai crateri. In più eravamo occupati con l’attrezzatura e intontiti per il sonno che ci mancava.
“… Lo sbarco a Stromboli è avvenuto, non senza difficoltà per il mare grosso, il 18 settembre; il giorno stesso abbiamo salito il Filo del Fuoco per esaminare soprattutto le gittate delle eruzioni, la loro periodicità, la traiettoria dei proiettili e l’itinerario di discesa conseguentemente più sicuro. L’indomani, dopo una mattina di relax, abbiamo raggiunto la vetta del Pizzo dove abbiamo bivaccato sotto la luce del plenilunio equinoziale.
Verso le nove del giorno 20, esauritosi il parossismo eruttivo dell’alta marea, abbiamo calzato gli sci all’inizio del vallone imbutiforme, aprentesi tra il “Bastimento ” e il caratteristico sperone pomiceo che divide l’impluvio settentrionale della Sciara dalle bocche attive, coperto da un velo di sottilissima cenere silicea. Le prime curve sono state eseguite in scioltezza, nonostante la scarsa pendenza iniziale; ben presto, però, la strozzatura del canale ha lasciato affiorare croste scoriacee alquanto insidiose. Al riparo dello sperone abbiamo atteso per circa 20 minuti il boato dell’esplosione, onde usufruire del massimo intervallo con la seguente per defilarci dalla traiettoria di eventuali proiettili: la strozzatura e il sottostante pendio ghiaioso sono stati scesi in pochi minuti con una stretta sequenza di curve lungo la massima pendenza in formazione serrata. Al termine del colatoio, verso quota 600, tolti gli sci, abbiamo scavalcato i cordoni di lava consolidata per riportarci verso il centro della Sciara sui ghiaioni precedentemente individuati: qui abbiamo tosto constatato trattarsi di pietrisco incoerente adagiato su pendenze prossime ai 45° relativamente facile da discendere per un solo sciatore, “cavalcando” la valanga di pietrame da lui stesso smossa, ma abbastanza pericoloso per gli altri, costretti a sciare su materiale in movimento, con altissimo rischio di staccare grossi blocchi sui compagni sottostanti. È stato perciò deciso di dividerci in due gruppi di due, intervallati di circa 300 metri di dislivello. Tale precauzione non ha impedito, purtroppo, che il primo, impegnato nella discesa del canalino finale, fosse investito da una valanga di pietre, fortunatamente senza conseguenze (12)”.
Il “primo”, investito dalla valanga di pietre, ero io. Insieme ad Alessandro Petroni, nel tratto terminale avevo trovato pietre sempre più grosse, dei veri e propri macigni; e la progressione era stata interrotta da pause faticose. Ormai non sciavamo più. Effettuavamo dei salti sgraziati con gli sci ai piedi, riprendendo fiato ogni volta.
Alessandro Petroni era di lato, poco più alto di me, e fu solo sfiorato dalla scarica. Grazie alle sue grida, mi accorsi di ciò che stava per venirmi addosso. Dalla nuvola formatasi, vidi schizzare blocchi di diverse dimensioni. Rimbalzavano e rotolavano con traiettorie imprevedibili. Per come ero messo non potevo sfuggire. Erano proiettili di ogni calibro. Venivano giù sulle convessità e dentro gli altissimi rigoli, arrugginiti e neri. Allorché i primi sassi furono vicini, mi appiattii contro il terreno. Rimasi lì, sotto quei sibili e quelle bombe volanti, aderendo al pendio più che potevo per proteggermi dalla grandinata, neanche cercassi, steso tra i binari, di lasciar passare un convoglio ferroviario. Sentii dei colpi contro il casco. Poi la gragnòla finì. Quando riaprii gli occhi e si diradò il polverone, lasciando un odore di cartuccia sparata, ero ancora vivo.
Salvatore, il nipote di don Antonino, impaurito, urlava dalla barca. Secondo gli accordi, era venuto a prenderci. Si trovava una cinquantina di metri sotto di noi, beccheggiando davanti alla riva. Le onde s’accavallavano facendo tuffare la piccola imbarcazione a prua e a poppa.
Mi rialzai, con le gambe tremanti, e feci le ultime curve fino alla spiaggia, battuta dalla schiuma e segnata da impronte di gabbiani. Alessandro Costi e il Prode ci misero parecchio a scendere il tratto rimanente e, nell’ultimo centinaio di metri di dislivello, si tolsero gli sci. A noi due non restò che entrare nel mare agitato – dopo un paio di passi si sprofondava fino al torace – con lo zaino sulle spalle e gli scarponi ai piedi, tirare su gli sci, ormai senza soletta, e aggrapparci in cima alla murata affinché Salvatore ci recuperasse alla meno peggio.
Come sia accaduto quell’incidente non è stato mai chiarito. In base a ciò che avevamo deciso, gli altri due avrebbero dovuto aspettare fino a quando non avessimo terminato la discesa. Il Prode sostenne che s’erano mossi perché, ingannati dalla prospettiva, avevano creduto fossimo già sulla spiaggia. Alessandro Costi, invece, disse bruscamente che non ce la facevano più a starsene fermi con gli sci di traverso.
Io provai a replicare, ma capii bene che Sandro era deciso a schivare l’argomento, difendendosi con l’acredine di chi sa di trovarsi nel torto. Allora cercai di non approfondire la questione, dato che le parole servono più a camuffare i pensieri che a rivelarli. In certi casi è controproducente parlare. Bisogna farlo solamente quando possiamo migliorare l’interlocutore o farci migliorare da lui. È bene misurare con questo metro le nostre aspettative e sottrarci a ogni diversa occasione di confronto. Altrimenti “basta parlare e si comincia a sbagliare”. In tal modo riterremo le incomprensioni assolutamente normali e non aumenterà l’indignazione anche nei confronti di chi consideriamo amico. Come già non bastasse quella per la dimensione spirituale e, perciò, fisionomica della stragrande maggioranza degli esseri umani.
Di ritorno all’albergo, don Antonino ci accolse come eroi. Volle un paio di sci per appenderli, insieme a una targhetta con i nostri nomi, nella sala da pranzo. L’avrebbe fatta incidere subito da un conoscente. Poi telefonò a due o tre quotidiani del Sud e fece arrivare la notizia anche al Telegiornale. In paese si cominciò a parlare di “quattro tedeschi” che con gli sci avevano sceso la Sciara del Fuoco.
La sera, cenammo sotto un pergolato. Pigne di pomodoretti pendevano dai muri. C’era odore di fichi e di rosmarino. Del pesce arrostiva sul braciere. Pur se nascosto dagli alberi, il mare tremolava davanti alla luna. Se ne percepiva il respiro intuendo gli spiriti alati scesi a incresparne i riflessi. Non si sentivano più, come la notte del nostro arrivo, i tocchi di una campana, a fare immaginare un incendio in una delle altre isole dell’arcipelago o una nave che affondasse lontana nella nebbia. Un tipo della nostra età, con tutt’e due le gambe amputate, cantava bellissime canzoni. Si accompagnava battendo le mani sul tavolino di marmo.
Nonostante corresse voce che venendo con noi si rischiava l’osso del collo, furono diversi quelli che ci seguirono nelle discese sul ripido. Marco Borzi e Paolo Grazzini erano i più motivati. Quest’ultimo era un ragazzo sui venticinque anni, in possesso di doti atletiche eccezionali. Proprio insieme a Paolo Grazzini, io e Alessandro Costi, nel febbraio del 1985, effettuammo una discesa assai impegnativa, di lato alla Bagola rossa del Monte Vecchio.
Questo rilievo, risalendo per la Val di Spatola, non è soltanto un insignificante satellite nel gruppo del Prado. La Cresta degli Scaloni, ripida e rocciosa, gli assicura un aspetto solitario e severo. Sopra il circo dell’Anfiteatro e in disparte dalle ondulazioni del crinale, sembra uno spirito intrepido ritiratosi lassù per morire in solitudine. Su questo lato, le fiancate sono erte, con stretti canali incisi tra muraglie d’arenaria. D’inverno, solamente nell’invaso nord-nord-ovest, conosciuto come la Bagola rossa, la neve si stende con un gigantesco e uniforme lenzuolo.
Quel giorno decidemmo di scendere a sinistra dell’itinerario aperto nel 1980. La neve era dura. Ma non ce ne importava granché. Avevamo acquistato sicurezza e non ci preoccupammo più di tanto. Da un paio d’anni andava bene quel che passava il convento. Anche se avremmo fatto meglio ad ascoltare chi diceva che “la troppa confidenza fa perdere la reverenza”. Paolo Grazzini sembrava non avesse problemi, e questo, per noi, fu un’ulteriore spinta a partire.
Quando ci trovammo sul pendio, capimmo in che guaio ci eravamo cacciati. L’inclinazione era sicuramente oltre i 50°, almeno fino a due sottostanti isolotti rocciosi. Attaccati con le lamine alla parete, ci sentivamo come insetti sopra uno specchio. Può darsi che le nostre percezioni fossero alterate da quel che l’organismo mette in circolo per difendersi dalla paura, ma anche in seguito abbiamo constatato che la pendenza era così.
Le prime curve avvennero in uno stato di esaltazione, presi da una libertà senza senso. Allontanandosi la cresta da dove eravamo partiti, il cervello ricominciò a funzionare. Non riuscimmo a rimanere a lungo sotto l’effetto di quella droga e, d’un tratto, intuimmo tutto il pericolo. Sotto di noi, placche di ghiaccio affioravano tra altre di neve feltrata. Il vento aveva spazzato la parte alta ammucchiando la neve a strisce nelle zone inferiori. Prima di ogni curva, calcolandone il raggio, controllammo il terreno, cercando la zona migliore per far scivolare o arrestare gli sci. Furono momenti di grande tensione. Con le prese di spigoli sembravamo artigliarci alla scarpata. Solo dopo gli isolotti il pendio si addolciva, anche se continuava a rimanere molto ripido. Ma era il tipo di neve a metterci in difficoltà. È quello l’elemento decisivo. Un pendio a 45°, di neve gelata, richiede l’energia psicofisica di una discesa a 55° con neve al punto giusto e la stessa esposizione.
Proprio sotto gli affioramenti rocciosi, dove le difficoltà si attenuavano, forse per un calo di concentrazione, Sandro perse il controllo degli sci e precipitò. Si capovolse tre o quattro volte. Poi si ribaltò e s’infilò giù a dritto. Noi lo guardammo impietriti. La caduta continuò per un centinaio di metri. Lui parve rannicchiarsi, come chi si affida soltanto alla sorte, fin quando, incredibilmente, una macchia di neve fresca gli rallentò la velocità. Gli consentì di fare attrito in qualche maniera, strusciando sulle mani e il resto del corpo e, pian piano, a braccia e gambe aperte, gli dette la possibilità di fermarsi.
Fu a quel punto che Sandro mostrò tutta la sua determinazione. Come se niente fosse successo, calzò i ramponi e tornò nella zona precisa dov’era caduto. Da lì riprese a scendere fino a ricongiungersi a noi. “Altrimenti, la discesa non potevo dire di averla fatta…” – ci spiegò.
Sandro ha avuto in dote mezzi fisici di là dalla norma e, grazie ad essi, in qualche occasione è riuscito a portare a casa la pelle. Specialmente la muscolatura delle gambe è pari alla grinta con cui scia e che, spesso, pare l’opponga all’ambiente naturale.
La parte finale della discesa non presentò problemi. Già con le ultime curve e poi alla base, urlammo la nostra gioia. Anche se, al pari di altre occasioni, riuscimmo a provarla veramente da lì a qualche ora. In fondo al pendio, con tutta l’adrenalina addosso, stabilimmo di chiamare quella via Melavedonera. Ci sembrò il nome giusto.
“Lungo il versante nord-ovest era stata discesa nel 1980 quella che fu battezzata Bagola rossa… Più tardi, si effettuò una via vicina ma assai più impegnativa, specialmente nella parte alta che è stata giustamente nominata Melavedonera… (13)”.
Nel frattempo, cercai di scordare la faccenda di Stromboli; ma non ne fui capace. Mi riuscì soltanto di darlo ad intendere. L’indifferenza con cui cercavo di pensare all’accaduto non riusciva a rasserenarmi la mente. Forse chi dissimula un’offesa è avveduto, ma la grandezza copre tutti gli sbagli. O se non tutti, almeno quelli delle persone che se lo meritano. Nei confronti di Sandro, invece, non seppi raggiungere il distacco che consente di non giudicare i fatti ma semplicemente di capirli. Né aprirmi a quella leggerezza che, nella dimenticanza, esprime la maniera più nobile di condannare e di perdonare. La vicenda della Sciara mi aveva amareggiato. E da quel giorno seppi che tutto non sarebbe stato più come prima.
Nell’ottobre del 1985, Stromboli occupò di nuovo i nostri pensieri. Un regista della televisione, di passaggio nell’isola, vide gli sci e la targhetta coi nostri nomi nella sala da pranzo dell’albergo di don Antonino. Ci telefonò chiedendoci se volevamo ripetere la discesa in diretta per Domenica In.
Alessandro Petroni disse subito di no. Convinto – e a ragione – che i momenti della vita non siano reversibili e che replicare un’esperienza sia in qualche modo svalutarla. Io, all’inizio, ebbi qualche titubanza (mi ero rotto una clavicola nel mese di giugno giocando a calcio). Ma, presto, mi lasciai convincere.
Apparire in televisione significava per noi dilettanti una pubblicità formidabile. Case famose di articoli sportivi ci regalarono sci, tendine e altra attrezzatura. La stessa Cassa di Risparmio, uno dei principali istituti di credito cittadini, stabilì di patrocinare l’iniziativa, in cambio di un’esplicita citazione da parte del conduttore della trasmissione. La Banca si dichiarò disposta a versare diversi milioni. Quel gruzzolo imprevisto, superiore addirittura di molto alle nostre aspettative, considerando anche la situazione economica di ognuno di noi, non era certo da rifiutare e aumentò la nostra determinazione e il nostro entusiasmo.
All’inizio di novembre fummo convocati da Mino d’Amato a Roma, nel palazzo dalla Televisione, dove il Prode, col vestito delle grandi occasioni, dette prova di tutto il suo scilinguagnolo. Venne decisa la data della discesa (l’ultima domenica di dicembre) dopo un preliminare sopralluogo nell’isola al fine di risolvere alcuni problemi tecnici per le riprese. Nel frattempo, ci costituimmo in un gruppo, “La Pania”, ufficiale ai fini fiscali, per poter emettere regolare fattura.
A metà dicembre il Prode accompagnò a Stromboli il regista e altri operatori. Ma proprio in quei giorni accadde qualcosa che gettò tutti noi nel più grande sconforto. Iddu, forse infastidito per la violazione della sua lontananza invernale, con due o tre giorni di sussulti rabbiosi, rispedì tutti a casa. La sua collera esplose con eruzioni violentissime, come non si erano avute da decenni. La lava traboccò dalle bocche sommitali fino al mare, alzando una colonna di vapore di quasi duemila metri d’altezza. Regista e operatori televisivi scapparono terrorizzati, nonostante il Prode cercasse di convincerli che si trattava di una cosa da nulla. Una colata liquida scese lungo il Filo del Fuoco, rapprendendosi in cordoli neri e accidentati. La nostra via era diventata irripetibile perché cancellata per sempre.
Parte quarta
Apparentemente, tra me e Alessandro Costi l’amicizia era sempre salda. C’erano, è vero, dei momenti d’insofferenza, come nell’aprile del 1985 durante una traversata scialpinistica di più giorni sulle montagne austriache; ma poi, tutto tornava sotto controllo. Non potevamo permetterci di dividere le forze. Anche perché, all’interno del gruppo La Focolaccia e della scuola di scialpinismo che ne era espressione, ci sentivamo accerchiati.
I nostri successi non avevano certo aumentato il consenso verso di noi. Tutt’altro. Ci furono preparati, invece, trabocchetti e imboscate. Alcuni si dimostrarono ancora una volta abilissimi, come i guerriglieri nella giungla, ad approntare buche con lance acuminate, nascoste magari dalle frasche dei loro complimenti, in cui far precipitare le vittime meno circospette. Niente, comunque, di nuovo sotto il sole. Dove si cerca di essere più comunitari degli altri, tutti si odiano a vicenda.
Quando, nel 1987, a noi due si aggiunse Marco Castellani, nei depositi di bile si toccarono livelli di guardia superiori a quello consueto. Sandro e io, d’altra parte, rimanemmo nel gruppo senza arrivare a capire che proprio la lode di molti non deve considerarsi motivo di soddisfazione.
Eppure, tornando a quel periodo anche a distanza di anni, sono sicuro che non c’era ostentazione dei nostri meriti e che non agivamo in vista di plausi esterni. La soddisfazione interiore era più che sufficiente. Non pensavamo a eventualità negative e fin quando non si ha paura della morte nessuno può costringere ad agire. Per questo non ci aspettavamo ostilità, la tensione quotidiana in sede e quell’alleanza tacita, rivolta a reprimere qualunque risultato.
Tutti i giovedì, nelle due stanzette dell’Associazione, percepivamo una guerra dichiarata contro di noi nonostante, all’inizio, non avessimo considerato nessun altro un avversario. La nostra colpa fu – e pure ora che sto scrivendo è così – quella di non ignorarli, perché chi non riesce a cancellare nel suo animo l’ingiustizia che gli è stata fatta scende sullo stesso piano dell’offensore. A mia consolazione, la speranza che possa venir fuori qualcosa di buono dal risentimento. Così come nasce l’arte dalla rivolta contro il torto più grande: che non ci sia stato chiesto di nascere e si debba morire.
Per loro costituivano un pericolo già l’entusiasmo che ci spingeva e il credere a quanto avevamo deciso. Ecco perché stavano sempre in guardia. Anche se, allo stesso modo di certi soldati, scorgevano un indizio del nemico in un po’ di polvere sollevata dal vento. D’altra parte, seppur apparentemente forti per la presenza numerosa degli altri, l’esagerata paura del pericolo è tipica di tutti gli animali aggreggiati. E ciò che vale per le bestie cresce ancora di più e si perverte nella ragione degli uomini. Doveva esserci chiaro, allora, come mai sorga sempre invidia nei confronti di chi attua qualcosa di meglio; e in misura tanto maggiore quanto più si sarebbe voluto compiere ciò che è stato fatto da lui.
Alle riunioni in sede – specialmente dopo che fu utilizzata quella della Sezione del CAI – c’era sempre gente. Vi venivano organizzati corsi di vario livello, si elaboravano strategie per procurarsi nuovi corsisti e mantenere legami con i vecchi, si discuteva di gite a tema, di aggiornamenti e di auto-aggiornamenti, si organizzavano cene sociali o di fine corso. C’erano la carta intestata, il timbro, la tessera e i bollini, l’adesivo con lo stemma del sodalizio. Alcuni riscuotevano le quote associative. Qualcun altro, pieno di unzione, era spesso attorniato dai neofiti e parlava concedendosi protettivo e come dall’alto di un pulpito. Tutti, comunque, telefonavano, scrivevano, formulavano richieste a enti pubblici o ditte sportive, prendevano contatti, si davano in un modo o nell’altro un gran daffare perché, alla fin fine, non venisse realizzato nulla di serio e le cose restassero al punto di prima. Qualunque progetto che turbasse la routine veniva pian piano insabbiato, ogni entusiasmo finiva per essere spento. Pareva che, volendo andare su un ghiacciaio, fosse indispensabile laurearsi in ingegneria alla Sorbona, viste le complicatissime manovre di corda da conoscere per un recupero da crepaccio. In seguito vennero organizzate periodiche esercitazioni “a secco” da un soppalco — con rotazione dei partecipanti – per memorizzare le vecchie metodiche e verificarne di nuove.
Quando la logica di quella frenesia mi diventò evidente, non avrei dovuto meravigliarmene. Si trattava, in fondo, di ciò che avevo sperimentato nelle scuole della Repubblica o intuito per certe strutture della vita politica e sociale: di mantenere un apparato formale che nascondesse il vuoto dei contenuti e la trasformazione delle iniziali convinzioni in convenzioni e convenienze.
Il Prode, poi, era uno specialista dei regolamenti. Ce n’erano altri come lui, ma nessuno capace di appaiarglisi. Ogni volta che esponeva una relazione sulle disposizioni della Commissione Nazionale circa i programmi dei corsi e la didattica, le gerarchie docenti e la modulistica, veniva ascoltato con attenzione. Soprattutto da quelli che volevano il monopolio su qualche orticello o da altri arrampicatori aspiranti al potere.
Ma, più che sui sentieri della burocrazia, era davanti a montagne di pastasciutta o parlando male degli assenti che veniva ritrovato quell’impegno che sarebbe stato meglio adoperare per gli scopi statutari dell’Associazione. A quelle cene, se proprio non era stato possibile tirarsi indietro, era davvero difficile mangiare qualcosa guardando i commensali, non provare meraviglia per il loro abbuffarsi e i loro altisonanti progetti.
Un anno, prima dell’assemblea generale, furono perfino spedite a tutti gli iscritti lettere dove si richiamavano all’ordine alcuni soci privi di interesse per il calendario delle gite ufficiali, censurandone l’attività alternativa e i comportamenti individualistici.
A me, più che a Sandro, pareva impossibile che il merito non fosse perdonato; che fosse considerato un torto – e, in certi casi, un vero e proprio reato – cercare di guadagnarci quanto avevamo trovato in eredità. Non riuscivo a vedere nelle loro calunnie e nei loro risolini la prova di un’insoddisfazione e l’impossibilità di fare qualcosa – anche di ridere – da soli; che quanto definivano modestia fosse il nome dato alla loro miseria.
D’altronde, come avrebbero potuto certuni dedicarsi a quest’attività? E non era che mancassero loro le basi fisiche e atletiche. Anzi, si allenavano più di noi e potenziavano i muscoli nelle palestre. Parlavano di “defaticamento” e di interval-training, di integratori e nuove tecnologie. Alcuni, i più giovani, avevano frequentato corsi di introduzione e di perfezionamento alla montagna. Cose impossibili una volta. Erano stati istruiti e accompagnati. Disponevano di guide e di relazioni d’itinerari (14). Difettavano, però, di qualcosa che si trasforma necessariamente in vita: l’attrazione per le cose pericolose, già provata nel farsi portare dai pensieri più lievi, e non riducendola a strumento e ignorandone il perché.
Noi, al contrario, avevamo imparato senza l’aiuto di altri. Certo, un ambiente favorevole e una tradizione già costituita avrebbero potuto farci comodo. Ma, almeno io, non me ne sono mai lamentato. Consapevole di come nella storia – e la constatazione la ritengo valida pure per lo scialpinismo toscano – chiunque abbia lasciato una propria orma, senza calcare unicamente quelle altrui, sia stato quasi sempre un autodidatta, in grado anche di preservarsi da maestri come sono quasi tutti: esperti a chiacchiere e incapaci perfino di non prendersi troppo sul serio. Soltanto gli utilitaristi e i volubili credono sia sufficiente farsi impartire una tecnica. Per questo, coloro che trattano le cose alla leggera non potranno mai istruire se stessi. La condizione per l’apprendimento è l’armonia e chi la trova nelle sue azioni migliorerà naturalmente. La maggior parte delle volte, invece, insegnare è arrecare danno, se un’influenza non viene trasmessa come il tuono provoca gli echi.
Qualcuno del gruppo affermava che i canaloni erano tutti uguali. Averne visto o fatto uno bastava per tutti. Non c’era varietà. La fantasia non veniva stimolata. Più o meno i discorsi di quanti non apprezzano le icone medievali privilegiando la creatività dei calamai gettati contro le tele. Quasi che non fosse una sola realtà a definire tutte le cose, e il bisogno coatto di cambiare non venisse dalla noia e non generasse sofferenze.
Ma si voleva dire altro. È un meccanismo risaputo. Per mettere in luce abusivamente i propri meriti, si deve come minimo svalutare quelli di chi fa ombra. Non potendo attaccare direttamente e in attesa di momenti più favorevoli, si comincerà col degradare quanto è amato dall’avversario, spesso con argomentazioni serbate nel veleno anche se apparentemente casuali.
A mio avviso, invece, poche cose hanno in montagna il fascino di un canalone; specialmente se racchiuso tra rocce contrastanti con la neve. È purezza semplice. Mi sembra esprima la logica della via più facile, seguita dall’acqua quando scende a valle. In molti casi, l’arrivo su una cima non riesce a dare la sensazione di scoperta provata nel raggiungere un intaglio, affacciandosi all’improvviso sull’altro versante. Salendo, dalla selletta finale viene il mistero di qualcosa che si rivela e sottrae alla vista. Neanche ci fosse un ingresso lasciato socchiuso, lassù si concentra l’invisibile in un piccolo spazio. L’invisibile ha sempre una porta visibile e ciò che è nascosto si manifesta alludendo. Avanzando non si può sbagliare; se ci si affida a ciò che viene indicato, secondando le forme e le forze naturali. A ogni passo lo spacco s’ingrandisce, ma solamente al termine si mostrerà il mondo immaginato.
In discesa, la propria traccia con gli sci è una metamorfosi. Se la neve è buona e le difficoltà non sono eccessive, ci si lascia andare con movimenti che annientano ed esaltano il pensiero; e non lo fanno unicamente derivare da una sconfitta. Mantenendo l’attenzione e dimenticandosi, in una sorta di equilibrio tra la lotta e la danza.
Note
(8) “Bagola” in garfagnino vuoi dire mirtillo.
(9) Alessandro Costi, Vent’anni sul ripido, cit., p. 47.
(10) Marileno Dianda e Riccardo Simoncini, Scialpinismo in Apuane e Appannino, cit., p. 35. Nota: il gruppo “La Focolaccia” fu fondato nell’ottobre del 1971. Prese questo nome per ricordare l’alta insellatura apuana. Era un posto dall’atmosfera inesprimibile, prima che gli esplosivi delle cave lo distruggessero per sempre. L’articolo 1 del regolamento del gruppo diceva:
‘La Focolaccia è un gruppo fondato sull’amicizia. Nato in alternativa alla Sezione del CAI di Lucca e alla cultura che il CAI a livello generale rappresentava, il gruppo La Focolaccia ha avuto una storia contrassegnata da intrighi, scissioni e contrasti personali; confermando ancora una volta come qualcosa d’inevitabile finisca per dividere gli antichi compagni e come i primi rivoltosi vengano lentamente sostituiti dagli opportunisti. Succede sempre così. Se è vero che, tra i fratelli, qualcuno finisce col diventare il fratello più grande e, poi, senza mezze misure il “Grande Fratello”, è anche vero che, una volta fatto fuori il gatto, i topi cominciano a ballare’”.
(11) [Il Prode]: “Stromboli: in sci dalla vetta al mare”, in Le Alpi Apuane.
(12) [Il Prode]: “Stromboli: in sci dalla vetta al mare”, cit., p. 3.
(13) Alessandro Costi, Vent’anni sul ripido, cit., pp. 47-48.
(14) Il gruppo “La Focolaccia” ha pubblicato due guide scialpinistiche: Dalla Croce arcana al Passo di Pradarena, San Marco, Lucca 1975, e Scialpinismo sull’Appennino Tosco-Emiliano, Tamari, Bologna 1977.
Anche se pubblicate col nome del gruppo, la prima è stata compilata quasi esclusivamente da me e da Paolo Pellicci, mentre la seconda da me al 90%. L’immodestia di queste precisazioni sarebbe condannabile se non ci si fosse appropriati di opere realizzate da altri. Di ciò, comunque, è bene non mi rammarichi. Perché, se è vero che avere fiducia nella lealtà altrui è già riscontro di generosità, è anche vero che la generosità incauta e senza difese non è nemmeno generosità, ma ingenuità irresponsabile che fornisce ai furbi l’occasione.
(continua in https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/sci-estroso-3/)



