Montagna magica – 05

Il sito Montagnamagica.com, associato al portale Sherpa, è stato dismesso (9 febbraio 2024). Nella sua vita di otto anni (dal 2016) ha pubblicato più di una cinquantina di post sull’alpinismo, in genere extraeuropeo. Abbiamo deciso di riprenderne i migliori, in cinque puntate. Tutti gli articoli, a parte quelli diversamente attribuiti, sono di Federico Bernardi.

Il gran casino degli Ottomila
di Damien Gildea (alpinista australiano, autore di Alpinismo in Antartide e collaboratore dell’American Alpine Journal)
Traduzione di Federico Bernardi
(pubblicato il 2 dicembre 2020) 

Premessa 
Il 25 novembre 2020 è stato pubblicato sul sito dell’American Alpine Club un articolo di estrema importanza, scritto da Damien Gildea; l’articolo sintetizza i risultati e i proponimenti della lunga ricerca operata da un autorevole Team internazionale di ricercatori di alpinismo, coordinati da Eberhard Jurgalski (autore del sito 8000ers.com e cronista delle statistiche di tutte le scalate in Himalaya e Karakorum) e composto da Rodolphe Popier (ricercatore francese, collaboratore di 8000ers, membro Himalayan Database e Piolet D’Or), Tobias Pantel (tedesco, membro dell’Himalayan Database), Thaneswar Guragai (manager agenzia Seven Summit Treks, collaboratore per il Nepal del Guinness World Records, collaboratore 8000ers, HDB), Damien Gildea (australiano, alpinista, esperto di Antartide) e Bob Schelfhout Aubertjin (alpinista, ricercatore, scrittore, collaboratore di 8000ers.com).
Questa ricerca è in corso da anni e ha incluso interviste con decine di alpinisti d’alta quota, analisi fotografiche e comparative di migliaia di scatti, verifiche di immagini e mappe satellitari, verifica dei resoconti degli scalatori, ricerche cartografiche e topografiche.

Già nel 2019, Eberhard Jurgalski sollevò il problema delle “Zone di Tolleranza” (vedi documenti relativi su 8000ers.com) per alcune vette di Ottomila particolarmente “problematiche” nella loro topografia e riconoscimento della vetta. La ricerca è poi proseguita analizzando decine e decine di scalate del passato, dal più remoto (rispetto alla storia dell’alpinismo sugli 8000) al più recente.

Il dibattito, particolarmente problematico, le resistenze di molti alpinisti nell’affrontare la questione spinosa, in alcuni casi anche le minacce di cause legali – per alcuni la questione metterebbe in causa la reputazione personale dell’alpinista – hanno portato alla necessità di un chiarimento e di una sintesi.

Damien Gildea è senz’altro riuscito nel difficile compito; tuttavia, non si può non notare la dirompente forza di questo scritto e le implicazioni che esso pone nella comunità dell’Alpinismo di Alta Quota.

Vedremo, ora, se la comunità avrà sufficiente coraggio e saggezza nell’affrontare le tematiche e i problemi sollevati dalla ricerca pluriennale del gruppo di ricercatori e cronisti.

La storia dell’alpinismo sulle montagne più alte del mondo non è quel che sembra
Negli ultimi anni, un gruppo internazionale di ricercatori si è reso conto di un grosso problema nella storia dell’alpinismo d’alta quota, in particolare quello degli Ottomila. Il gruppo, che si è formato attorno a Eberhard Jurgalski – principale cronista delle statistiche sull’alpinismo dell’Himalaya e del Karakorum, e il suo sito Web 8000ers.com – ha stabilito che su diverse vette di 8000 metri molti alpinisti non hanno raggiunto la vetta, e che questo problema esiste da decenni. Solitamente l’errore è dovuto a una comprensibile ignoranza o confusione circa la natura esatta della topografia della vetta. Purtroppo, questa ricerca ci ha portato alla conclusione incredibile che è possibile che nessun alpinista abbia raggiunto il vero punto più alto di tutte le vette degli Ottomila.

Sento di dover chiarire subito che la vetta è il punto più alto della montagna – e generalmente ce n’è uno solo. Quindi, in questo articolo, non scriverò “vetta principale” o “vera cima”, ma solo “vetta”. Tutto il resto è una anticima, un picco, un dosso o una cresta, ma non la vetta. Qualcuno potrebbe pensare che può fermarsi a 30 metri di distanza e 10 metri sotto il punto più alto e affermare convintamente di aver “scalato la montagna”: NO, non sei stato in cima.

Le domande che sono sorte negli ultimi anni non riguardano i già noti problemi con gli alpinisti che si fermano alla anticima rocciosa del Broad Peak o al picco centrale dello Xixabangma (Shishapangma): in realtà sono coinvolti altri 3 Ottomila.

Questa ricerca ha reso evidente che solo circa la metà degli scalatori che hanno rivendicato la vetta dell’Annapurna 8091 m sono stati nel punto più alto e che quasi tutti gli alpinisti sul Manaslu 8163 m non hanno proseguito fino alla vetta. Confusione anche sulla vetta del Dhaulagiri 8167 m.

I dossier completi che delineano i problemi storici e attuali con questi tre Ottomila sono disponibili gratuitamente su 8000ers.com.

Molte di queste “non vette” si sono verificate negli ultimi anni, durante il boom delle spedizioni commerciali sugli Ottomila, ma alcune delle scalate in questione coinvolgono anche alcuni dei più grandi nomi e scalate nella storia dell’arrampicata d’alta quota. Per quegli alpinisti che hanno salito solo uno o due 8000, queste vette mancate potrebbero non essere un problema. Tuttavia, i ricercatori ritengono che questi problemi abbiano un’importanza significativa per la documentazione storica di coloro che rivendicano, o che tentano di scalare, tutti i 14 Ottomila.

Va detto che nella stragrande maggioranza dei casi, il gruppo di ricerca ritiene che queste scalate incomplete (“non vette”, NdT) siano dovuti a errori compiuti in buona fede o per giustificabile ignoranza, piuttosto che a intenzionale disonestà. Al di sopra degli 8000 metri, gli alpinisti sono provati sia fisicamente che mentalmente, non certo in uno stato ideale per condurre accurati rilievi topografici o confronti storici. La scarsa visibilità, il maltempo, la paura per la discesa e la preoccupazione per i partner aggravano le difficoltà.

Il team non vuole che queste problematiche, scoperte nella lunga ricerca effettuata, portino gli alpinisti a spingersi oltre la sicurezza in una data scalata. Inoltre, c’è anche una lunga storia di alpinisti che si sono fermati appena sotto le vette di alcune vette importanti, per rispetto delle credenze e tradizioni locali (ad esempio, il Kangchenjunga) o perché il punto più alto è una cornice instabile; tuttavia, queste preoccupazioni non si applicano ai tre Ottomila in discussione.

I ricercatori sono anche consapevoli della realtà socio-economica che è alla base della moderna scalata himalayana: vi è una notevole pressione finanziaria sugli Sherpa e su altre guide e lavoratori d’alta quota impiegati da tanti aspiranti agli Ottomila, per rassicurare i loro clienti sul “successo”. A seconda dell’Agenzia e del cliente, il “successo” può significare un bonus economico per la vetta, il che può incoraggiare gli Sherpa ad accettare cime più basse della vetta – specialmente se altri gruppi si fermano lì (ad esempio allestendo le corde fisse fino a un certo punto, NdT) o un bonus per portare il loro cliente oltre gli 8000 metri di quota, il che potrebbe ridurre motivazione a continuare fino al punto più alto. Con un cliente lento e stanco, in una fila di alpinisti simili, tutti vicini alla cima della montagna e tenendo in mente la sicurezza, c’è un’enorme pressione sugli Sherpa per “chiamare buona la prima” (della vetta, NdT) e un cliente grato ma inesperto potrebbe non sapere di non aver raggiunto la vetta, o semplicemente non preoccuparsene.

Nuove fonti di informazione
Questi problemi sono emersi solo di recente per diversi motivi. L’ultimo decennio ha visto una proliferazione di foto condivise e propagate da social media degli Ottomila, tutte disponibili online. Questo nuovo materiale e altre informazioni hanno reso più facile per i ricercatori confrontare ascensioni e affermazioni e gettare nuova luce sulle ascensioni dei decenni passati.

Questa ricchezza di informazioni non era disponibile per i ricercatori, scrittori o alpinisti fino a tempi molto recenti, un fattore che il gruppo di ricerca prende in considerazione nel giudicare ciò che chiunque avrebbe potuto sapere in precedenza sull’esatta ubicazione delle vette.

Per decenni, la cronaca dell’alpinismo in Nepal, sede di otto Ottomila, è stata metodicamente svolta dalla rinomata Elizabeth Hawley. Mentre la Hawley per lo più accettava la parola degli alpinisti, li “cuoceva alla griglia” senza pietà quando aveva dubbi, in particolare per i successi più grandi, e come capitò a un alpinista americano che tentò l’Everest nel 2003, non considerò l’essere giunto a otto metri dalla vetta come accettabile.

Tuttavia, per le informazioni sulle topografie delle vette, la Hawley si è basata esclusivamente sui rapporti di alpinisti precedenti di cui si fidava per la loro esperienza e reputazione, e da foto relativamente scarse fornite dagli scalatori nel corso degli anni. Il gruppo di ricerca si è ora reso conto che questi alpinisti in alcuni casi si sono sbagliati e le foto devono essere attentamente esaminate e confrontate per comprendere appieno le varie topografie sommitali di ciascuna montagna.

Più di dieci anni fa, nel 2007, Eberhard Jurgalski notò nelle foto di “vetta” che gli alpinisti sul Manaslu sembravano fermarsi prima del punto più alto che i giapponesi raggiunsero nella prima salita del 1956 di quella montagna. Dopo ulteriori ricerche e discussioni con un gran numero di alpinisti esperti, la supposizione di Jurgalski si è dimostrata vera; infatti è apparso evidente che moltissimi alpinisti, sul Manaslu si sono fermati in diversi punti prima della vetta, e che questo accadeva da anni.

Successivamente, nel 2012 e nel 2015, gli Sherpa che guidavano i clienti sull’Annapurna hanno pubblicato presunte foto e video della vetta che non sembravano essere sul punto più alto della cresta sommitale. Nelle successive discussioni e ricerche, Jurgalski si è rivolto al Centro aerospaziale tedesco (DLR), che aveva recentemente pubblicato nuove significative immagini satellitari e analisi fotografiche di alcune regioni himalayane. (Un risultato di questi lavori è un libro, Mountains: Die vierte Dimension (Mountains: The Fourth Dimension), pubblicato nel 2016). Queste immagini si sono rivelate particolarmente interessanti sull’Annapurna.

Annapurna

Frame di un video sul lato nord dell’Annapurna, che mostra le varie cime lungo la cresta sommitale, da C0 all’estremità orientale a Ridge Junction (RJ) a ovest. C2 e C3 segnano la vetta di 8 091 m. (A) cresta superiore est. (B) Gully che porta a C1. (C) French Couloir. (SFE) Uscita sud. Foto: Joao Garcia.

I nuovi dati del DLR hanno rivelato la topografia peculiare della lunga cresta sommitale dell’Annapurna, dimostrando che due piccole cime, distanti appena 30 metri, potevano realisticamente essere considerate il punto più alto della montagna, una situazione rara. Da allora, l’esame delle foto e dei rapporti degli alpinisti effettuato dal ricercatore Rodolphe Popier ha dimostrato che, per decenni, molti alpinisti dell’Annapurna non si sono fermati su nessuna di queste cime gemelle: alcuni si sono fermati vicino, altri significativamente più lontano.

Nella fotografia mostrata qui della cresta sommitale dell’Annapurna, ripresa dal lato nord nel 2010 da un aeroplano, i vari punti lungo la cresta sono stati etichettati da Popier come da C0 a C4, con “C” che denota “cornice”, poiché questa è la natura di gran parte della cresta. Viene anche mostrato il punto di uscita comune dalle ascensioni della parete sud (SFE), a est della vetta, così come lo svincolo di cresta (RJ) all’estremità occidentale. Gli alpinisti che si avvicinano alla vetta dell’Annapurna dalle vie del versante nord, come la maggior parte, sono saliti alla cresta sommitale in tre varianti: la cresta superiore est, un sottile canalone che porta al C1 e il “Couloir francese” all’estremità occidentale della parete, nel senso che finiscono in punti diversi su quella cresta, con viste diverse di quello che sembra essere il punto più alto. Il dossier di Popier sull’Annapurna, disponibile sul sito 8000ers.com di Jurgalski, entra molto più in dettaglio su questa topografia, identificando i punti di riferimento chiave e analizzando le foto di molti alpinisti per accertare la loro posizione più alta sulla cresta sommitale. L’analisi mostra che molti – circa la metà – non si sono mai fermati su nessuna delle due cime (C2 e C3) che ora si è dimostrato essere la vetta.

È importante ribadire qui che l’intento di ricerca e la pubblicazione di queste informazioni non è quello di denigrare nessuno scalatore, né di riscrivere completamente la storia dell’arrampicata di 8000 metri, comprese le ascensioni storiche sull’Annapurna e su altre vette. L’arrampicata è molto di più che le mere altezze topografiche: riguarda le persone e la storia dell’alpinismo d’alta quota; è un grande arazzo di persone, delle loro gesta ed esperienze, sopra e intorno a quelle grandi altezze. Come in altri filoni dell’alpinismo, alcuni alpinisti degli Ottomila hanno posto più enfasi sullo scalare una via difficile o aprirne una nuova, rispetto al mero arrivare sulla vetta; per tali alpinisti, l’aver raggiunto una cresta sommitale o una cima distinta ma non sommitale, o l’aver intersecato e unito la propria via a una precedentemente scalata, può essere stato sufficiente per rivendicare il successo. Il posto di questi alpinisti nella Storia è scolpito e le domande sui dettagli topografici precisi di alcune di queste scalate non cambiano l’importanza culturale delle loro imprese.

Dhaulagiri

Dhaulagiri da nord, che mostra gli arrivi tradizionali alla cresta nord-est (A) e gli arrivi più comuni di oggi (B) alla cresta ovest della vetta. (P) Palo di metallo a est della sommità. (S) La vetta di 8167 m del Dhaulagiri. (WRF) Vetta rocciosa occidentale. Foto: Boyan Petrov.

Per anni, molti alpinisti sulla regolare via della cresta nord-est del Dhaulagiri hanno seguito la parte finale di questa cresta verso la vetta ma alcuni di loro si sono fermati in un punto considerevolmente lontano, non raggiungendo la vetta vera e propria. A partire dalla fine degli anni Ottanta, in quel punto più basso era fissato un paletto, che indubbiamente ha creato confusione. Elizabeth Hawley respinse la richiesta di omologazione della vetta di una coppia italiana (Nives Meroi e Romano Benet, NdT) che si fermò dove era fissato il paloper errore nel 2005. La coppia tornò nel 2006 e completò la salita in vetta, come hanno fatto altri alpinisti sul Dhaulagiri (e per ragioni simili su Xixabangma e Broad Peak), perché costoro compresero e accettarono che se volevano che la loro cima fosse universalmente accettata o che fosse inclusa in qualsiasi elenco definitivo di salitori dei 14×8000, avrebbero dovuto proseguire la scalata fino al punto più alto, la vetta.

Più recentemente, sul Dhaulagiri, la maggior parte degli alpinisti ha evitato la cresta nord-est superiore e ha invece attraversato in alto e a destra la parte superiore della parete Nord, prima di tagliare a sinistra, in uno dei due colouir per raggiungere la cresta sommitale. Su 8000ers.com, il dossier Dhaulagiri di Rodolphe Popier delinea le vari vie per la vetta e altre anticime.come si vede nella foto sopra, gli alpinisti che prendono il canale Est arrivano sulla cresta sommitale a Ovest di un piccolo picco, il Western Rocky Foresummit (WRF), e devono continuare a spostarsi verso Est per raggiungere la vetta. Se gli alpinisti prendono il canale Ovest, escono sulla cresta più lontani dalla vetta e, dopo essere tornati verso Est, devono superare un’ulteriore piccola cima prima di incontrare il WRF per poi proseguire fino alla vetta.

Avvicinandosi da uno dei due canali, alcuni alpinisti si sono fermati al WRF, non rendendosi conto che il punto circa 30 metri più a est fosse la vetta. Diversi hanno notato che la vetta è solo circa uno o due metri più alta del WRF, e dato che queste cime sono ricoperte da un considerevole manto nevoso nella stagione post-monsonica, il gruppo di ricerca ha proposto che il Dhaulagiri dovrebbe essere considerato allo stesso modo dell’Annapurna, con due vette accettabili che sono abbastanza vicine orizzontalmente e insolitamente vicine verticalmente.

Manaslu

La distanza tra C2, dove la maggior parte degli alpinisti del Manaslu interrompe la salita, e C4, la vetta di 8163 m, è di circa 20 metri in orizzontale e da tre a sei metri in verticale, a seconda delle condizioni della neve. Foto: Guy Cotter.

Durante l’ultimo decennio, il Manaslu, l’ottava montagna più alta del mondo, è diventata un’alternativa più affidabile e accessibile al Cho Oyu 8188 m per gli aspiranti alpinisti di 8000 metri, molti dei quali si uniscono a spedizioni commerciali e usano la scalata per prepararsi per un futuro tentativo sull’Everest. Tuttavia, come capita con lo Xixabangma, una salita abbastanza semplice termina con un’ultima cresta difficile, una situazione che rende il Manaslu forse meno adatto a clienti guidati commercialmente, di quanto non sembri a prima vista.

Su 8000ers.com, il dossier Manaslu di Tobias Pantel esamina questa cresta sommitale. Uno scalatore che si avvicina alla cresta finale sul Manaslu non può vedere la vetta, ma può vedere il punto prominente C2, come mostrato nella foto a fianco, e alcune piccole cime prima di esso. La cresta sommitale continua oltre C2, su un’altra cima intermedia, prima di salire al punto più alto, indicato nelle foto qui come C4 – questa è la vetta di 8163 m del Manaslu. Per oltre un decennio, la maggior parte degli alpinisti che hanno rivendicato la vetta del Manaslu non sono arrivati ​​a questo punto – perché non si erano resi conto che C2 non era la vetta, oppure non erano in grado di salire ulteriormente per raggiungere la vetta (C4), o semplicemente perché non volevano rischiare.

Il gran numero di scalatori che c’è attualmente sul Manaslu ha reso questa situazione ancora più problematica. Sebbene possa essere fattibile per uno scalatore, una guida o uno sherpa fissare una corda da C2 alla vetta anche nella neve post-monsonica, probabilmente non è fattibile e certamente non sicuro avere dozzine di persone che attraversano una tale corda avanti e indietro nel ristretto lasso di tempo dell’”assalto finale”- e se negli ultimi anni circa 250-300 persone all’anno hanno rivendicato la vetta del Manaslu, in realtà la maggior parte di loro si è fermata intorno al punto C2. Questo è un esempio concreto di una delle insidie ​​e del paradosso delle spedizioni commerciali di massa: la vetta viene venduta ai clienti in base alla sua apparente fattibilità e quindi attrae un gran numero di clienti, ma quei grandi numeri finiscono per rendere il raggiungimento della vetta meno realizzabile.

La situazione sembra aggravarsi nella stagione autunnale post monsonica sul Manaslu, quando su quell’ultima cresta sommitale si formano neve alta e grandi cornici. Le condizioni primaverili pre-monsoniche di aprile e maggio di solito hanno meno cornici, rendendo la stretta traversata finale relativamente più sicura, ma le Agenzie di Guide Commerciali sono impegnate sull’Everest nella stagione primaverile pre-monsonica, quindi preferiscono preparare i clienti su una montagna più bassa durante l’autunno precedente.

Se gli alpinisti vogliono solo scalare più in alto della quota 8000 metri, sul Manaslu, come preparazione per l’Everest, allora può essere sufficiente seguire le corde fino al “selfie spot” drappeggiato con le bandiere di preghiere che nell’immagine è il punto C2. Ma se uno scalatore vuole essere riconosciuto inequivocabilmente come scalatore di tutti i 14 Ottomila, o vuole accreditarsi come scalatore della vetta del Manaslu, allora è giusto che debba andare inequivocabilmente sulla vetta. Questo può significare andarci nella stagione pre-monsonica, pronti ad allestire la propria corda sulla cresta finale.

Zone di tolleranza?
Il gruppo di ricerca 8000ers.com ha considerato e discusso il concetto di una “Zona di tolleranza” (TZ), una piccola regione intorno alla vetta, solitamente lungo una cresta che include cime leggermente più basse, che sarebbe accettabile raggiungere allo scopo di rivendicare una vetta e sufficiente per i cronisti d’alpinismo per registrare una salita di successo. Ma dove andrebbero stabiliti i confini di una tale zona? 10 metri dalla vetta vanno bene? Perché non 20 metri? 5 metri in verticale sono accettabili ma 30 metri in orizzontale sono troppo lontani? Date le diverse topografie di ciascuna area sommitale – il Manaslu è minuscolo e ripido, l’Annapurna lungo e indistinto – dovrebbero esserci parametri diversi per ogni montagna, e ciò potrebbe rivelarsi impraticabile.

Per i futuri scalatori, il quadro è chiaro. Dato che la natura delle regioni sommitali su queste vette problematiche è ora nota – e disponibile da alcuni anni, aiutata da supporti tecnologici per l’arrampicata – il gruppo di ricerca ritiene che non ci siano scuse per rivendicare una vetta di queste montagne senza raggiungere in modo verificabile il punto più alto, in particolare per coloro che vogliono rivendicare la salita tutti i 14 degli 8000. Quindi non dovrebbe esserci nessuna zona di tolleranza su nessuna di queste vette per la rivendicazione di salite dopo il 2020. La vetta è la vetta. Quando si guarda alle salite passate, tuttavia, il gruppo di ricerca ritiene che sia giusto e pratico dare spazio a comprensibili confusioni o errori, e quindi le rivendicazioni della vetta dovrebbero essere rispettate per gli scalatori che storicamente hanno terminato nelle seguenti zone:

– Annapurna: C1 a est fino al Ridge Junction (RJ) a ovest
– Dhaulagiri: il Western Rocky Foresummit (WRF) e la vetta
– Manaslu: da C2 a C4 (vedi foto precedenti)

È ora chiaro dai dossier su 8000ers.com che un numero di persone precedentemente considerato come scalatore di tutti i 14 Ottomila, in realtà non lo ha fatto, anche se si tiene conto della Zona di Tolleranza. Sebbene il gruppo di ricerca abbia tentato di acquisire il maggior numero possibile di foto e resoconti di alpinisti, per gran parte di questo non è stato possibile. Alcuni di questi alpinisti sono morti; quindi, causa la mancanza di informazioni da alcuni alpinisti, è impossibile affermare con audacia che nessuno ha scalato tutti e 14 gli Ottomila, ma è anche possibile che questa sia la verità. L’elenco più accurato e completo di collezionisti degli Ottomila è quello di Jurgalski su 8000ers.com.

Tuttavia, qualsiasi elenco di questo tipo è solo un elenco di pretendenti: al momento, non può esserci un elenco definitivo di alpinisti che sia stato verificato inequivocabilmente nell’aver raggiunto tutte le vette.

Una lista può mai essere “definitiva”? La revisione è comune e continua in tutte le forme di Storia, inclusa la Storia dell’Alpinismo: i fatti sono raramente definitivi e ci sono molti aspetti nelle vicende da considerare. Un elenco definitivo per questo particolare argomento è probabilmente un’illusione, un’illusione di precisione che non può esistere, un’illusione di controllo sulla Storia che non potrà mai esistere.

Yannick Graziani festeggia sulla vetta dell’Annapurna dopo una salita in stile alpino di otto giorni della parete sud con Stéphane Benoist. I due sono usciti dalla parete ad est della vetta, oltre il punto C1 visibile in lontananza lungo la cresta sommitale, per poi arrancare fino alla vetta. Per essere certi di aver raggiunto il punto più alto, Graziani ha proseguito per C3 Ovest, poi è tornato a questo punto per iniziare la lunga discesa. Foto: Stéphane Benoist.

Tutto questo è importante?
Il gruppo di ricerca ha cercato di giungere a conclusioni topograficamente accurate, eticamente corrette e socialmente accettabili, ma tutto ciò si è dimostrato estremamente difficile. Il gruppo è riluttante a imporre regole artificiose agli altri o a far luce sui piccoli passi falsi degli alpinisti ispiratori del passato. Ma sentono fortemente che è necessario tracciare una linea da qualche parte per chiarire il record storico, per rendere praticabile la cronaca futura delle ascensioni e per rispettare l’impegno di coloro che si sono sforzati di andare fino alla vetta, in particolare per coloro che sono tornati su una montagna dopo aver realizzato un errore precedente, con tutti i rischi, le spese e gli sforzi che ciò ha richiedeva.

Se si vogliono trascorrere le vacanze facendo un po ‘di arrampicata divertente, è meglio andare sulla Sierra Nevada o a Chamonix che sull’Himalaya o sul Karakorum. Se si vogliono sperimentare le Grandi Catene Montane, si può andare in una qualsiasi delle altre cento vette o semplicemente fare trekking. Gli Ottomila sono duri, pericolosi, costosi e raramente divertenti, anche per gli standard strani e masochisti degli alpinisti.

Sulle montagne alte più di 8000 metri, le persone mirano quasi sempre a salire in vetta. La stragrande maggioranza non sta esplorando nuovi terreni o spingendo i confini nel mondo dell’alpinismo. Questi sono picchi – trofeo, e non ottieni un trofeo per esserti fermato a 90 metri nello sprint dei 100 metri. Quasi tutti gli alpinisti che tentano vette di 8000 metri, oggigiorno, sono lì per raggiungere un obiettivo unico – la vetta – non solo per ridere con gli amici o godersi la scalata.

Quindi, se noi alpinisti vogliamo esser onesti con noi stessi sul motivo per cui andiamo su queste montagne, allora dovremmo mantenere tale onestà durante tutto il processo; il successo su un Ottomila significa andare fino al punto più alto.

Spazio per… respirare
Poiché questo articolo è stato completato nella tarda primavera del 2020, tutte le spedizioni primaverili ed estive in Nepal e nell’Himalaya indiano sono state annullate a causa del COVID-19; la stagione del Karakoram era molto probabile che iniziasse -e anche le stagioni del monsone in Nepal-Tibet sarebbero state cancellate. Questa pausa unica, a livello mondiale, ha dato alla comunità degli alpinisti una rara possibilità di fermarsi e tracciare una linea tra le pratiche che hanno distorto la nostra cultura e la Storia dell’Alpinismo.

La community potrebbe dichiarare che, dal 2021 in poi, se gli alpinisti vogliono essere inseriti nelle liste ufficiali delle vette e nelle cronologie definitive, verranno considerate solo le salite verificate in vetta, non in punti più bassi.

Quest’anno ci dà anche spazio per pensare al perché lo facciamo, perché scaliamo. È davvero per l’esperienza, per tutti i motivi intangibili a cui alludiamo nella letteratura o sui social media? O è semplice come voler spuntare un elenco, per qualche motivo? Diamo valore al primato sulla qualità, ai risultati sull’esperienza? La vetta è la vetta, ma l’arrampicata è più che la vetta.

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Il Karakorum, alpinisticamente parlando, nell’immaginario collettivo, è spesso associato alle grandi vette che si ergono lungo il Ghiacciaio Baltoro, teatro di epiche spedizioni e scalate sin dall’inizio del 1900.
Il K2, i Gasherbrum, il Broad Peak, il Chogolisa e le Trango Towers, il Laila Peak: le montagne che richiamano alla mente grandi sfide del passato e del presente.
Eppure il Karakorum include decine di vallate più nascoste e meno conosciute, meno accessibili ma con vallate, ghiacciai, montagne e pareti di granito di straordinaria bellezza e potenzialità alpinistica, di altezze comprese tra i 4500 m e gli oltre 7000, che riservano – ai pochi che vi si avventurano – emozioni e ricchezza di possibilità di esplorazione praticamente inesauribili.
Matteo Bedendo, un giovane e talentuoso fotografo e alpinista, ha esplorato, fotografato e scritto di uno di questi luoghi, nel 2016: la Nangma Valley, situata a circa 50 km a sud e parallela al grande ghiacciaio del Baltoro e del K2.
Vi proponiamo di seguito il suo straordinario report storico e in calce all’articolo la gallery fotografica.

Nangma Valley: la Yosemite del Pakistan
(storia di una valle nascosta del Karakorum circondata da splendide pareti di granito)
di Matteo Bedendo (alpinista, fotografo)
(pubblicato il 12 marzo 2021)

Nangma Valley – segnaposto sulla cima Amin Brakk (Google Maps)

La scorsa estate ho avuto il privilegio di fotografare la valle più sorprendente che abbia mai visto. La valle di Nangma è un luogo esteticamente sublime, segretamente incastonato nel cuore del Karakorum.

Benché abbia visto qualche esploratore occidentale già negli anni sessanta, questa valle rimane tutt’ora sconosciuta a buona parte degli appassionati di alpinismo e arrampicata. Chiunque conosca questa catena montuosa ha probabilmente sentito parlare della valle di Charakusa, dominata dall’immensa parete nord del K6; tuttavia la valle che arriva a questa montagna da sud – chiamata Nangma – deve ancora mostrare a buona parte del mondo il suo immenso potenziale alpinistico e naturalistico.

Quando Eduard Koblmüller mise piede nella valle durante la vincente spedizione al K6 del 1970, la descrisse come un luogo di “insolita e primordiale bellezza”.

La valle di Nangma sembra un dipinto impressionista, fatta di contrasti di colore estremi e linee astratte che puntano il cielo con stupefacente verticalità. Qualcuno la definisce la “Yosemite del Pakistan” benché qua, oltre a chilometrici castelli di granito, ci sia posto anche per l’alpinismo d’alta quota – tecnico e difficile – tipico delle montagne del Karakorum. La bellezza della valle è quasi commovente e, al contrario di altri e ben più celebri luoghi, i campi base sono solo ad un intensa giornata di cammino dalla strada.

La valle è raggiungibile dal villaggio di Kande, lungo la valle di Hushe. Deve esserci stato un lungo momento di crisi di creatività dal momento che quasi tutti i villaggi si chiamano Kande, Khane, Kunde o Kanday. Il Kande che dovrete raggiungere è l’ultimo.

Avere con sé una guida è obbligatorio, benché secondo la legge questa sia un “open zone”: al checkpoint militare lungo la valle i militari fermano chiunque ne sia sprovvisto. Fortunatamente non è richiesto alcun ufficiale di collegamento o alcun briefing/debriefing a Islamabad – tutto può essere quindi organizzato direttamente a Skardu, con gran risparmio di tempo, costi e burocrazia. La valle di Hushe vede ogni anno qualche alpinista/trekker in uscita dal Gondogoro La, celebre passo d’alta quota che conduce – con percorso alternativo al classico – a Concordia e al K2. Ma a Kande non esiste alcuna guesthouse o struttura per turisti; pochi anni fa l’intero villaggio è stato distrutto da una frana ed è stato ricostruito poco più a nord. La vostra guida, se siete fortunati come lo siamo stati noi, potrà rimediarvi una stanza degli ospiti a casa di qualche contadino. Campeggiare lungo la valle è sicuramente un opzione; eventuali portatori possono essere reclutati direttamente la sera prima, nel villaggio.

Benché si abbia il grande sospetto che questa valle diventerà famosa per il granito, le vie di pura roccia e le immense torri come l’Amin Brakk, non si può iniziare a parlare di una montagna diversa dal K6 7282 m.

Non solo la prima salita al K6 è stata effettuata proprio da questa valle, ma è tutt’ora l’unica salita alla cima principale. L’impressionante via aperta da Raphael Slawinski e Ian Westeld nel 2013 sulla parete nord – che li ha portati alla vittoria del Piolet d’Or – si è conclusa sulla cima Ovest.

La vera cima del K6 è stata raggiunta solamente nel 1970 da una spedizione Austriaca che ne ha calcato la vetta con quattro membri: Eduard “Edi” Koblmueller, Gerhard Haberl, Christian von der Hecken and Gerd Pressl. Per Koblmuller si tratta del primo grande successo in Asia, che sarà seguito da una serie di impressionanti salite di altissimo livello soprattutto in Karakorum: sarà il primo a raggiungere la vetta principale del Chogolisa (salvandosi miracolosamente dopo il cedimento di una cornice) e salirà vie difficili su leggendarie montagne quali Batura, Cho Oyu, Diran, Rakaposhi e Nanga Parbat. La “via Austriaca” attraversa tutta la base della montagna e supera un colle fino ad attaccare la “spalla” dalla valle adiacente (l’accesso diretto da qua si sarebbe rivelato molto più lungo) e raggiungere poi la cresta sud-est.

I salitori valutano alcuni tratti nella parte alta come V+ /A2. Molte corde fisse sono state usate. L’anno prima una spedizione Italiana ha tentato di scalare il K6 da un’altra via: invece di proseguire verso la “spalla” la via sale bruscamente a sinistra lungo una rampa di ghiaccio e poi segue la cresta ovest (attraversando il K6 West) fino ad una serie di pinnacoli rocciosi che, apparentemente, si sono rivelati troppo difficili. Il primo tentativo risale invece ad una spedizione inglese del 1961. Da segnalare una nuova recente via (Bennet – Zimmerman, USA, 2015) al K6 West, con difficoltà di misto fino ad M6 e ghiaccio fino a 90°.

Kapura (6544m) è una elegante piramide di roccia e ghiaccio che si innalza dalla cresta ovest del K6. Celebre per essere stata salita solo in tempi recenti – nel 2004 – da Steve House, ha visto una sola salita dalla Nangma Valley nel 2013, da parte di una coppia di alpinisti Portoghesi. Paulo Roxo e Daniela Teixeira hanno realizzato una via che termina sulla cima sud a circa 6350m di quota: si chiama “Never Ending Dreams”, si sviluppa per 1300 metri e presenta difficoltà di M4 e ghiaccio fino a 70°.

La valle di Nangma, come ho detto prima, ha potenziale per diventare una Yosemite dell’Oriente, con pareti perfette e asciutte che si innalzano direttamente dal campo base. Tuttavia la montagna simbolo di questa valle non ha una parete comoda, né tanto meno vicinissima ad un eventuale campo base.

La cima è una confusa festa di cornici e l’uscita dalla parete non può avvenire senza un equipaggiamento da ghiaccio e una discreta abilità nel muoversi su questo tipo di terreni.

L’Amin Brakk è uno dei monoliti di roccia più imponenti del Karakorum e del pianeta. Nonostante la quota non estrema (circa 6000 metri, nonostante sulle mappe figuri un po’ più basso), essa è il vero protagonista di questo remoto angolo di Pakistan. La sua parete ovest ha l’aspetto di un siluro alto milleduecento metri e terribilmente verticale. Anzi, la prima parte presenta un caso più unico che raro di placche strapiombanti. La compattissima “pancia” che si innalza dalle marce e ghiacciate rocce basali non ha infatti l’aspetto di qualcosa che possa essere scalato in libera da un essere umano, benché non sia da escludere un sistema di fessure che la attraversi. E’ un El Capitan dell’asia, ma è ben più difficile – e grande: le guide locali ribadiscono fieramente che esso è “ben più arduo delle Torri di Trango”.

Scoperta di recente, ha visto un primo tentativo spagnolo arenarsi a 300 metri dalla cima nel 1996, dopo quindici giorni di permanenza in parete. E’ solo nel 1999 che altri Spagnoli, Silvia Vidal, Pep Masip e Miguel Puigdomenech, raggiungono la cima dopo trenta giorni consecutivi in parete. La loro via, Sol Solet, ha uno sviluppo di ben 1650 metri e buona parte dei tiri sono stati scalati in artificiale, con difficoltà in artificiale fino ad A5 ed in libera fino a 6c+. Oltre 500 kg di materiale sono stati trasportati in parete (quasi la metà era acqua) e una trentina di spit sono stati piantati durante la salita, concentrati soprattutto nei tiri dove il granito si è rivelato compatissimo e liscio; due giorni di calata sono stati necessari per scendere e ripulire interamente la parete. La montagna è stata chiamata Amin Brakk come omaggio al loro cuoco, Amin. Pochi giorni dopo la cima è stata raggiunta di nuovo da una cordata Ceca: Czech Express sale più a destra rispetto a Sol Solet e ha difficoltà di artificiale di A3 e uno sviluppo maggiore rispetto alla via degli Spagnoli. Il ghiaccio arriva a 70°.
La via Namkor di Adolfo Madinabeitia e Juan Miranda sale invece tra le due vie sopracitate, ha uno sviluppo di 1550 metri ed ha richiesto trentun giorni di permanenza in parete, di cui buona parte passati nel portaledge a causa del maltempo. Ben diciassette dei trentuno tiri sono stati saliti in libera (fino al 6b+), mentre le difficoltà maggiori sono state incontrate nei due tiri di A5.

Nel 2004 una spedizione Russa, dopo aver salito la montagna in parte per una nuova via, ha visto il primo e unico B.A.S.E jump della sua storia. Valery Rozov (scomparso di recente durante un salto sull’Ama Dablam) si è lanciato da un punto vicino alla cresta sommitale a trecento metri dalla cima e, nonostante sia passato pericolosamente vicino ad una cengia durante i primi secondi di volo, l’intera spedizione si è conclusa con un successo.

Il campo base classico delle spedizioni sul lato destro orografico della valle è un luogo pittoresco e magico. Le pareti che lo sovrastano sono di per sé un obiettivo appagante per un purista della roccia. Zang Brakk e Denbor Brakk sono due cime di 4800 metri che non passano certo inosservate per estetica e verticalità – e sono anche un ottimo ripiego nel caso gli obiettivi più ambiziosi della valle (leggasi Amin Brakk) si rivelassero… troppo ambiziosi, appunto. Il granito è compatto e colorato e le possibili vie da salire sono ancora tantissime.

La Zang Brakk è sicuramente una delle torri più erotiche della valle, complice un aspetto davvero attraente e – soprattutto – l’accesso istantaneo: la parete inizia letteralmente al campo base. Lo sviluppo delle vie che arrivano dalla base alla cima oscilla tra i 540 e i 750 metri. La prima salita si deve nuovamente a Pep Masip e Silvia Vidal che nel 1998 hanno perlustrato l’area per poter poggiar lo sguardo personalmente sull’Amin Brakk, che avrebbero scalato l’anno successivo. La via è lunga 540 metri e la maggior parte dei tiri ha difficoltà in artificiale fino ad A3. La coppia riferisce di aver trovato, pochi metri oltre l’attacco della via, dei vecchi spit di orgine sconosciuta. Nel 2000 sono nate tre nuove vie. Due vie sono state aperte da un team Coreano e presentano difficoltà simili – 6a + A4-. La terza via è stata aperta da una coppia di arrampicatrici britanniche e termina a poca distanza dalla cima. Ramchikor è lunga 600 metri ed è stata gradata 5c + A2 dalle apritrici. Una recente addizione è la via Hasta la Vista David, di Silvestro Stucchi, Elena Davila, Anna Lazzarini ed Enea Colnago. La via percorre la parete sud-ovest per ben 750 metri con difficoltà di VI+ e A1.
Libby Peter e Louise Thomas, autrici di Rachikor sullo Zang Brakk, sono anche le prime salitrici del Denbor Brakk – per una via piuttosto laboriosa (sfasciumi e cresta) dalle difficoltà tecniche moderate. Nel 2009 l’ovvia cresta sud della montagna è stata scalata (fino alla cima sud) dagli Americani Estes e Hepp, che l’hanno descritta come una delle peggiori arrampicate della loro vita, buona parte a causa dell’intenso lavoro di “giardinaggio” che i due si sono trovati a dover praticare. Una via Polacca più diretta si svolge sul più grosso dei tre pilastri che caratterizzano la montagna ed è stata chiamata Dancer in the Dark. Benché il Denbor Brakk sia anch’esso vicinissimo al campo base, esso richiede (salvo fare un giro molto più lungo) l’attraversamento di un impetuoso fiume-cascata glaciale. Necessaria una corda fissa per evitare grossi rischi ad ogni attraversamento.

Dopo questo lungo elogio al granito perfetto della valle è il caso di spezzare l’articolo con una stupenda piramide di ghiaccio: Drifika 6447 m. La montagna, il cui nome è una storpiatura di una parola locale che significa “Palazzo dei Fantasmi” è piuttosto nascosta. La sua presenza non è intuibile dalla valle principale e per arrivarci bisogna superare di un bel pezzo l’Amin Brak – attraversando infiniti pendi morenici. Le poche persone che hanno posato gli occhi sul suo profilo perfetto probabilmente l’hanno fatto da Nord, dalla valle di Charakusa – dove sono avvenute anche la prima e seconda ascensione (rispettivamente, Giapponesi e Italiani). Da sud la montagna si presenta altrettanto splendida, ma ultimamente un po’ flagellata – nella stagione estiva – dal torrido caldo Pakistano: foto del 2004 mostrano ripidi couloir di neve abbondante che, allo stato attuale, sono stati sostituiti da cumuli di sfasciumi in costante crollo. La roccia qua non è più granito ma, con una buona copertura, il Drifika mostra una serie di linee logiche e interessanti. Delle poche spedizioni che la montagna ha visto da questo versante, è quella Slovena del 2004 che più si è avvicinata al successo. Il loro dietro front a poche decine di metri dalla cima è stato obbligato dopo l’aver assistito all’incidente mortale capitato ad un membro della spedizione basca, poche centinaia di metri sotto di loro. La via di Matija Matic Jost e compagni si chiama White River ed è tanto logica quanto bella: l’esposizione è garantita per i 1200 metri di via (60° ghiaccio, un breve salto a 90° su seracco). Allo stato attuale la parte bassa non è percorribile nei mesi più caldi a causa degli interminabili crolli di sfasciumi. Nel 2007 una nuova via Ceca raggiunge la cima Ovest attraverso la cresta sud-ovest (M4, roccia marcia).

Nella valle glaciale che vede fronteggiarsi Amin Brakk e Drifika, c’è spazio per un altra salita su ghiaccio. Il Korada Peak 5944 m è stato salito dagli stessi sloveni di White River, Gregor Blazic, Matija Jost, Vladimir Makarovic. Pur non essendo enorme per gli standard del Karakorum (ha il difetto di trovarsi tra due montagne stupende) ha un’aspetto remoto e attraente. La via è stata salita e scesa in 25 ore e benché per buona parte sia “solo” un ripido pendio di ghiaccio, supera una difficile fascia rocciosa alta sessanta metri. E’ valutata TD+ dagli apritori.

Una montagna piuttosto evidente nella valle si chiama Shingu Charpa (o “Great Tower”) 5800 m circa).
Scalata per la prima volta dai Coreani Shin Dong-Chul, Bang Jung-Ho e Hwang Young-Soon nel 2000. Dopo aver scartato l’idea di salire la cresta nord, hanno attrezzato con corde fisse l’ovvio couloir nevoso sulla parete ovest e hanno poi proseguito su roccia delicata – sempre a rischio crolli a causa anche delle frequenti precipitazioni. Il vero motivo dell’interesse verso questa montagna rimane però la sua cresta nord. Essa è alta quasi milleseicento metri ed è un capolavoro di estetica. Tanto logica quanto ciclopica, la sua storia rimane un po’ controversa. Nota e tentata già dal 2000, ha visto un team russo percorrerla quasi integralmente fino alla cima nel 2006. I russi però hanno effettuato la salita in due tempi, cioè scendendo a circa un terzo e poi tornando nello stesso punto attraverso una scorciatoia lungo la parete est. Inoltre, benché Igor Chaplinsky sostenga di aver raggiunto la cima in libera, è ormai noto che i tre non hanno scalato gli ultimi cento metri di ghiaccio a causa di “mancanza di materiale”. Anche l’aver salito in libera tutta la cresta si è rivelato un falso. Destino simile per gli Americani Kelly Cordes e Josh Wharton che nello stesso anno sono stati respinti dal durissimo ghiaccio nero sommitale dopo aver faticosamente percorso tutta la cresta (con molti tratti in artificiale). Percorrere questa cresta integralmente, fino alla cima, rimane una delle sfide aperte più ambiziose della valle.
La seconda salita della montagna è avvenuta l’anno successivo da parte di Alexander Klenov, Mikhail Davy e Alexander Shabunin – team Russo – attraverso la parete est. La via si chiama “Never More” e interseca sul finale la cresta nord: il grado è altissimo e lo sviluppo piuttosto elevato (1600 m, 7a, M5, A3).

Le possibilità nella valle sono infinite, sono da citare però la misteriosa Changui Tower (spesso “Changi Tower”), la cui parete est è già stata scalata almeno due volte.

L’altezza della torre dovrebbe attestarsi sui 5800 metri, sebbene alcune vecchie mappe e report indichino 5300 m. La montagna si trova sul versante meno celebre dell’Amin Brakk, dove la valle curva in direzione del K6, ed è probabilmente la seconda struttura più alta dell’aggressivo e complesso massiccio di granito. Una seconda Changi Tower 6500 m, nota già negli anni settanta e invisibile dalla valle di Nangma, si alza alla base più orientale del K6, e presenta una difficile scalata d’alta quota su misto e ghiaccio, con roccia molto compatta.
Una delle torri dall’accesso più rapido (perlomeno tra quelle di aspetto definito e imponente) è la Logmun Tower (o “Green Tower”) 4600 m circa. Avendo posto il campo base sul fondo della valle e non sulla destra orografica (quindi nel caso Amin Brakk, Zang Brakk e compagni non siano di vostro interesse…) questo enorme pilastro triangolare è la struttura verticale più ovvia. Le poche vie tracciate presentano arrampicata libera fino al 6a/6b+ e qualche punto in artificiale fino ad A3: l’arrampicata è sempre molto continua ed impegnativa, e spesso le fessure sono da ripulire dalla vegetazione. Lo sviluppo resta notevole anche se si tratta di un pilastro di quota non esagerata: si parte da un minimo di 600 metri ad un massimo di 850.

Lungo tutta la valle esistono centinaia di torri e pareti vergini di granito perfetto, nonché una discreta scelta di boulder. Nonostante un buon numero di remotissime pareti di ghiaccio e una montagna difficile, alta e leggendaria come il K6, è ovviamente il granito a fare da padrone da queste parti.

La Yosemite del Pakistan è pronta ad accogliere gli scalatori più esigenti che, oltre ad una buona dose di fantasia e abilità tecnica, sono alla ricerca di un nuovo paradiso terrestre, remoto ma accessibile, dove vivere un alpinismo moderno ed esplorativo allo stesso tempo

Galleria dell’esplorazione nella Nangma Valley
Tutte le foto sono di Matteo Bedendo – tutti i diritti riservati a Matteo Bedendo Photography

Hushe Valley
Nangma Valley
Amin Brakk
Great Tower
Zang Brakk
Drifika
Shingu Charpa
Amin Brakk Camp
Denbor Brakk, Amin Brakk e Korada
Pareti su torri innominate
K6
Shingu Charpa e Great Tower
Zang Brakk 2
Muhammad
Zang Brakk, Amin Brakk e Denbor Brakk
Drifika camp
Matteo Bedendo (a destra) con 4 Muhammad

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Saraghrar, la Montagna Dimenticata
Premessa
Angela Benavides, bravissima e veterana giornalista di montagna, corrispondente di ExplorersWeb, ha pubblicato un bellissimo articolo con intervista a un trio di alpinisti georgiani, che fuori dai radar dei grandi media hanno compiuto una eccezionale scalata in Hindukush. Con grande gentilezza, Angela e lo staff di ExplorersWeb ci hanno autorizzato alla presente traduzione in italiano. Li ringraziamo vivamente! (Federico Bernardi, Montagnamagica).

Saraghrar, la Montagna Dimenticata
di Angela Benavides, (tutti i diritti testo e foto ExplorersWeb, 11 ottobre 2021)
(pubblicato il 17 ottobre 2021)

Nel mese di settembre 2021 gli eventi sul Rakaposhi (salvataggio di alpinisti bloccati con polemiche, NdT) e sul Manaslu (le polemiche sulla vera cima, NdT) hanno oscurato i risultati di un piccolo team che ha scalato una vetta isolata nell’Hindu Kush.

Archil Badriashvili, Baqar Gelashvili e Georgi Tepnadze, alpinisti della Georgia non hanno avuto modo di comunicare con il mondo esterno. Si sono concentrati completamente sulla parete rocciosa a strapiombo della montagna. Non hanno avuto nemmeno necessità di soccorso e si sono tenuti lontani da ogni controversia. Ma la loro prima salita sul Saraghrar, raramente tentata e mai completata, finirà nella rosa delle migliori scalate dell’anno.

Il leader Archil Badriashvili ha condiviso un rapporto completo sulla scalata. Tuttavia, abbiamo voluto saperne di più: sul background del team, sulla spedizione e sulla sua posizione remota nella Rosh Gol Valley. Questo angolo nascosto del mondo è abbastanza vicino all’Afghanistan, devastato dalla guerra, quindi non attira molte spedizioni. È anche abbastanza remoto da attirare solo piccoli team autosufficienti.

Il massiccio del Saraghrar 

La valle di Rosh Gol, al confine tra Afghanistan e Pakistan, è uno dei tesori dimenticati dell’Hindu Kush. È un posto bellissimo circondato da quattro ripide vette dai 6000 fino ai 7000 m. Il massiccio del Saraghrar ha una manciata di cime (con la vetta principale che sale fino a 7349 m), che ricordano una corona. L’unica cima inviolata era la cima Nord-ovest, a 7300 m e appare eccezionalmente bella, vista dalla valle. La parete nord-ovest ha una linea logica e ha catturato il nostro interesse a prima vista (Archil Badriashvili)”.

La via sul Saraghrar

Intervista ad Archil Badriashvili
Perché avete scelto il Saraghrar e quanto tempo ci è voluto per preparare una spedizione in un luogo così remoto?
La preparazione è iniziata un anno fa, subito dopo aver studiato la regione e scoperto la Rosh Gol Valley dell’Hindu Kush. Era qualcosa di diverso da quello che abbiamo visto in Himalaya e persino in Karakorum. I preparativi sono iniziati scalando nel Caucaso. Poi abbiamo fatto una spedizione al Makalu la scorsa primavera; ci siamo dedicati direttamente a salite tecniche estive, più un po’ di arrampicata sportiva e mista.

L’Hindu Kush non è esattamente un luogo di arrampicata popolare. Perché così pochi alpinisti vengono qui?
Le montagne sono enormi, ripide e forse interessanti solo per alpinisti estremi. Dopo la guerra sovietico-afghana, c’è stata pochissima attività nell’Hindu Kush. Saraghrar, per esempio, è la vetta più attraente di quella zona, ma ho visto solo due salite dagli anni ’70. Questo e la guerra in corso nel vicino Afghanistan potrebbero essere le ragioni per cui si ignor questa parte del Pakistan. In realtà, abbiamo apprezzato l’ospitalità delle persone durante l’intero viaggio.

Prima del Saraghrar avete scalato altre cime della zona per acclimatarti?
Sì, avevamo bisogno di acclimatarci, quindi prima abbiamo visitato “la sposa dell’Hindu Kush”, il Languta-e-Barfi, e l’abbiamo scalata il 25 agosto. È una montagna bellissima, sempre di un bianco brillante, coperta di ghiaccio e neve. Spicca ed è visibile da tutta la vallata. Abbiamo scalato la sua parete sud, sul versante pakistano della montagna. Una spedizione neozelandese ha tentato di farlo nel 2014, ma si sono ritirati sulla cresta sommitale. Il livello di difficoltà moderato del Languta-e-Barfi ci ha permesso di arrampicare veloci e leggeri e di adattarci adeguatamente all’altitudine. Ai piedi della montagna abbiamo scelto come linea il versante destro della parete. Quella stessa notte, abbiamo iniziato.

La linea sul Barfi

La pendenza diventava sempre più ripida man mano che salivamo. La metà superiore era per lo più ghiaccio secco, misto a sabbia e pietre, intorno ai 60°. Quel giorno abbiamo guadagnato 1. 400 m, salendo fino alla cresta a circa 6. 400 m. Il giorno successivo, siamo arrivati ​​in vetta. Per la prima volta ci siamo affacciati sul versante afghano del massiccio. Lo stesso giorno, ci siamo calati in corda doppia.

In vetta al Barfi

Una volta arrivati al Saraghrar, avevate le idee chiare su quale linea seguire su quella parete massiccia? Parlaci della via.
Avevamo tre potenziali linee di ascesa da considerare. Naturalmente, la realtà è stata diversa una volta che siamo arrivati. La linea che alla fine abbiamo scelto era più lunga e complessa del previsto. L’idea di utilizzare i giorni più freddi di fine agosto e settembre è stata di per sé un esperimento, poiché non avevo trovato relazioni su scalate autunnali. Tuttavia, il piano ha funzionato bene.
La salita è stata intensa e variegata. In un primo momento, abbiamo seguito un “supercouloir”. Il secondo giorno, abbiamo continuato sulle pareti a sinistra. Abbiamo passato i giorni successivi a scalare dozzine di pareti di granito, super complesse. Certi giorni siamo avanzati solo di due o tre tiri!

Primi tiri a 6300 m sul granito del Saraghrar
A 6900 m

Abbiamo trascorso le notti su piccole cenge nella nostra tendina. Una volta siamo stati costretti a un bivacco all’aperto, molto esposto. La parete è finalmente terminata a circa 7. 130 m, con i tiri più difficili.

La difficile cresta a 7100 m

Da lì, una cresta incorniciata e affilata come una lama ci ha portato alla cima Nord-ovest II, scalata da una squadra catalana nel 1982. Ci siamo accampati vicino al loro punto più alto.

La mattina seguente era ventoso e nuvoloso. Il nostro lavoro verso la vetta ha comportato una variazione del tracciato, qualche ripido firn e un ultimo tiro di misto. Poi, finalmente, siamo arrivati in cima, molto felici!

In vetta alla cima Nord-ovest del Saraghrar

Avete mai trovato le condizioni affrontate troppo difficili o troppo rischiose?
Si, entrambe! Abbiamo avuto difficoltà tecniche costanti. Ci sono stati anche momenti rischiosi. In parete abbiamo dovuto affrontare anche tiri folli e momenti di incertezza. Per fortuna, mai per troppo tempo. Puoi immaginae quando ti senti bene ma non riesci a salire più di tre tiri al giorno per un paio di giorni. E metà dei bivacchi sono stati… orribili!

Un altro problema è stata la discesa. Abbiamo esplorato tutte le varianti e scelto l’opzione più sicura: scendere dalla stessa parete. Ci siamo riusciti in un giorno, calando in corda doppia circa 35 volte, senza soste, fino ai piedi della montagna.

Mentre eravate al Saraghrar, un’emergenza sul Rakaposhi ha causato un immediato bisogno di soccorritori, c’e stata una richiesta di aiuto per qualsiasi alpinista acclimatato che fosse in Pakistan. Avete risposto alla chiamata, vero?
La sera dopo il nostro ritorno al campo base, abbiamo appreso della situazione sul Rakaposhi e abbiamo segnalato che eravamo pronti ad aiutare. Per fortuna, gli uomini del posto sono riusciti a portare a termine l’operazione con successo. Per quanto riguarda le polemiche… La cosa più importante è che quegli scalatori ne siano usciti vivi.

Parlaci della squadra. Avete salito insieme alcune vie molto interessanti: come mai non avete così tanta stampa?
Il nostro team georgiano è fantastico, ci divertiamo tutti a vicenda. Giorgi Tepnadze è implacabile: scaliamo da otto anni e insieme abbiamo fatto del nostro meglio. Baqar Gelashvili è stato con noi per la maggior parte delle nostre scalate himalayane. Sia Giorgi che Baqar lavorano come soccorritori di sci. Sono organizzatore delle nostre spedizioni. Tutti noi siamo Guide in montagna.

Per quanto riguarda la stampa… ci devono essere diversi motivi per cui non siamo spesso sotto i riflettori. Uno, le nostre scalate (e la vita in generale) sono rimaste nascoste quando la Georgia non era libera (indipendente), e anni difficili sono continuati dopo l’indipendenza. Personalmente, abbiamo iniziato a inviare regolarmente resoconti dei nostri viaggi solo dal 2017, principalmente all’American Alpine Journal e ad alcuni media, di tanto in tanto.

Il Manaslu è stato molto presente nelle notizie degli ultimi tempi. Hai scalato in quella zona, ma invece del Manaslu, avete scelto vette vergini nelle vicinanze. Immagino che non vi piaccia la folla?
Ah, il Manaslu… Abbiamo visto quella grande montagna da angolazioni molto interessanti. Giorgi, Baqar e io abbiamo scalato tre vette vergini in due spedizioni in quella regione. Ma abbiamo anche avuto un sacco di tempo per scambiare opinioni sui molti volti e sulle possibilità del Manaslu.

La maggior parte delle salite che abbiamo fatto si sono svolte in zone non affollate. Il Manaslu, al contrario, è oggi una delle vette d’alta quota più sovraffollate, insieme all’Everest. Ad essere onesti, una delle cose che mi piace di più è guardare panorami freschi e spettacolari sulle “nostre vette” (che, intorno al Manaslu, erano Larkya I, Pangpoche I e Pangpoche II-s).

Qual è il futuro per te e il tuo team?
Giorgi ed io non vediamo l’ora di tornare sulle montagne più alte. In precedenza abbiamo avuto spedizioni autunnali ed estive al Nanga Parbat nel 2019 e a Makalu quest’anno. Abbiamo adorato le montagne che abbiamo visitato e abbiamo ancora alcuni magnifici 8000 nel nostro mirino, ma il tempo lo dirà!

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Jost Kobusch: Everest, secondo tentativo solitario sulla cresta ovest
(pubblicato il 25 gennaio 2022)

Jost al punto più alto da lui raggiunto, a 7366 m sulla Cresta Ovest dell’Everest, primo tentativo, 2020

Due anni fa, quando Jost Kobusch – un giovane alpinista tedesco classe 1992 – annunciò di voler provare a salire la via della Cresta Ovest dell’Everest, in solitaria, in stile alpino leggero, in inverno (!), i media e la comunità alpinistica hanno sollevato dubbi e stupore: chi è questo ragazzo? È abbastanza qualificato per affrontare una sfida del genere?

Breve storia della cresta nord-ovest dell’Everest
La cresta nord-ovest è una via molto lunga e tecnicamente difficile che è stata tentata raramente. Dal Campo Base si parte con una parete fino al Col LhoLa 6000 m poi un’altra difficile parete di misto fino a 6600 m, dove inizia la lunga Cresta di 3 km – che porta in vetta; Tom Hornbein e Willi Unsoeld hanno scalato una parte della West Ridge, poi hanno attraversato l’Hornbein Colouir nel 1963; il primo tentativo di una via diretta della Cresta Ovest fu effettuato da una spedizione francese nel 1974 che finì in tragedia: 6 alpinisti morirono sotto una valanga. Poi, una forte squadra jugoslava, con l’aiuto di alcuni sherpa, la scalò per la prima volta nel 1979 utilizzando 18 tonnellate di attrezzatura. Infine, Hristo Bodanov, un forte scalatore bulgaro, fece la prima via in solitaria della West Ridge nel 1984 ma morì in discesa.

Jost Kobusch: ritratto
Nonostante la giovane età, Jost ha un’etica dell’arrampicata abbastanza rigorosa; persegue lo stile alpino, senza O2, senza supporto di sherpa per quanto possibile; dopo aver salito alcune vie delle Alpi a vent’anni, ha fatto la sua prima spedizione asiatica nel 2013, dove ha scalato una vetta di 4000 metri e provato il Pik Lenin, senza salire in vetta; poi ha salito l’Ama Dablam nel 2014, l’Annapurna nel 2016, poi nell’ottobre 2017 ha salito in solitaria l’allora inviolata Nangpai Gosum II di 7296 m, una vetta tra Nepal e Cina. Per questa salita è stato finalista del Premio Piolet D’Or.

2019-2020: primo tentativo di Jost
Quando Jost ha annunciato il suo primo tentativo di Everest sui social, sono seguiti dibattiti su di lui; Jost non ha risposto né polemizzato, ha iniziato la sua spedizione scalando un paio di cime di 6000 m – di cui una di 6300 m poi inviolata – per acclimatamento, poi ha fatto molte rotazioni dal suo Campo Base – assistito da un solo cuoco e per qualche tempo da un suo amico fotografo – salendo la prima difficile parete fino al passo di LhoLa (6. 000 m), dove ha allestito un campo deposito nascondiglio con una minuscola tenda; poi, lentamente ma costantemente, ha salito un altro ripido tratto di misto arrivando sulla Cresta Ovest vera e propria e raggiungendo una quota massima di quasi 7400 m, prima di tornare indietro dopo due mesi di spedizione: un risultato straordinario, senza ombra di dubbio, come primo tentativo.

2021-2022: Secondo tentativo in corso: West Ridge e Hornbein Couloir
Jost Kobusch ha annunciato il suo secondo tentativo lo scorso autunno inoltrato.
Ancora una volta, le voci critiche si sono subito alzate – soprattutto in Europa: alcuni tedeschi hanno messo in dubbio alcune sue scalate del passato, più che altro per come sono state annunciate (“il più giovane sull’Ama Dablam”…) che per questioni serie; qualcun altro ha puntato il dito sui post nei social network – considerati come “ambigui nelle sue intenzioni” o scritti come fossero fatti da un “Public Relation manager”. Tra questi, in un bell’articolo di Angela Benavides su Explorersweb, Reinhold Messner ha dichiarato: “È tutto PR. Ha detto che ha solo l’1% di possibilità. Se è così, dovrebbe rimanere sulle Alpi, realizzare scalate più piccole o scalare prima degli impegnativi 6000 o 7000”.
Sono rimasto piuttosto sorpreso da queste critiche di “PR”. Innanzitutto Jost Kobusch ha un pubblico social buono ma limitato – rispetto a molti altri climber “star” dell’alpinismo: circa 22.000 follower su Instagram e 15.000 su Facebook. Ha un paio di buoni sponsor, ma sicuramente non è assolutamente un “influencer sociale” o un tipo di post “PR”.
Secondo, e più importante: Jost Kobusch ha comunque scalato già alcuni 6000 e 7000 non certo semplici, e ha dichiarato che questo secondo tentativo aveva un obiettivo intermedio che è cercare di raggiungere una quota di 8000 m, possibilmente accedere all’Hornbein Colouir, perché nella sua salita del 2019 ha notato che forti venti fino alla Cresta e le condizioni generali erano davvero pericolose; quindi ha deciso di puntare a seguire una variante della via jugoslava e alla soluzione adottata daHorbein/Unsold.

Ha chiaramente specificato che l’obiettivo finale di scalare la vetta dell’Everest, in solo e invernale, lungo questa via, avrà senz’altro bisogno di una terza spedizione.

Comunque, in questo secondo tentativo Jost Kobusch ha fatto una fase di acclimatamento che è consistita nella scalata di due cime, di cui una prima inviolata, denominata Purbung 6500 m.
Ho raggiunto Jost Kobusch, che attualmente sta riposando presso la Pyramid Italian Research Station vicino a Lobuche, e mi ha rilasciato un’intervista vocale. Ho avuto un’ottima impressione generale su di lui: ha un atteggiamento e una voce molto calma, gentile; ha risposto a qualsiasi domanda con molti dettagli sulla sua strategia. La filosofia di Jost sulla scalata in solitaria dell’Everest potrebbe essere riassunta in queste parole:esplorare l’ignoto, imparare passo dopo passo, in questo grande progetto è la mia più grande soddisfazione e la vera ricompensa

Intervista a Jost Kobusch
Prima di tutto vorrei sapere da te le condizioni generali della via che hai salito finora. Seguendo il tuo tracker, ho notato che sei arrivato a 6450 m – quasi alla fine della parete prima di re il Ridge “simile ad un altopiano”. Quella sezione era sicura? Sembrava minacciata da un enorme seracco.
Le condizioni rispetto all’ultima volta sono decisamente più gelide; Penso che ci sia stato più sole con temperature più calde che hanno portato a questa condizione e quando alla fine ha nevicato era già così ghiacciato che la neve è appena scivolata giù Quindi è un po’ più difficile affrontare la parete che porta verso LhoLa. Ho seguito una linea leggermente diversa per evitare pericoli oggettivi come valanghe E poi da LhoLa fino al punto che hai indicato, sembra di essere sotto questo enorme seracco che sembra molto pericoloso, ma in realtà è abbastanza sicuro. È riparato dalle rocce in quel muro. Quelle rocce mi proteggevano da pezzi di ghiaccio e rocce che cadevano, con conformazioni naturali che deviano i pericoli. Lassù c’è una sezione mista su roccia e ghiaccio sul lato sinistro di dove tutte le palle di ghiaccio cadrebbero. Ad ogni modo, la via è cambiata molto in condizioni rispetto al mio primo tentativo. Ho visto molti potenziali pericoli.

Avevi pianificato di stabilire un campo nascosto al LhoLa Pass come nel tuo tentativo del 2019? Quanto pesa lo zaino che porti, mediamente, a ogni tentativo?
Quest’anno non ho un campo base: sto vicino al villaggio di Lobuche – ora, nel cosiddetto Pyramid Research Center; così ho stabilito una specie di campo base avanzato a 5700 m ed è lì che ho il nascondiglio, a metà del passo di LhoLa, nel mezzo della parete sotto una scogliera, abbastanza protetto. Quindi, quando vado sulla strada posso raggiungere il campo avanzato in poche ore. Il mio zaino pesava… direi che è di circa 16-18 kg, intendo per la spedizione invernale sei più difensivo quindi porti più isolamento, più ga Ci sono più cose a cui piace una pala per stabilire il campo e quindi il mio ritmo è solo più lento perché voglio essere più sicuro e sai, considerando che il margine di errore è più piccolo…

Il tuo obiettivo per questo 2° tentativo è di raggiungere quota 8000 m accedendo all’Hornbein Colouir. Qual è la tua strategia prevista per le prossime rotazioni?
Penso che metterò un campo “due” dove mi avete visto l’ultima volta nel punto più alto 6457 m. L’ultima volta un palo si è rotto, quindi devo ripararlo e portare dell’attrezzatura in più. Quindi penso che avrei un altro campo sopra quello e poi andrei con un peso leggero e metterei un ultimo campo dietro la cresta, per evitare i forti venti. E poi il piano sarebbe quello di attraversare Hornbein Couloir. Voglio dire, questo è il piano. Vediamo come funziona. Potrebbe benissimo essere che metterò più campi, pensando a potenziali temporali in arrivo o al maltempo che mi costringerà a bivaccare.

Strategia…  beh, questo progetto è enorme e personalmente credo che nessun altro progetto potrebbe prepararmi a questo, meglio del progetto stesso; quindi l’idea è che vai, provi i movimenti, impari molto, torni indietro, provi la stessa sezione, finché non sei finalmente in grado di salire in sicurezza… e vedremo come funziona questo approccio “lento”. Questa per me è l’esplorazione. Concentrarsi sull’apprendimento, imparare il più possibile.

Le possibilità di successo sono piccole ma ad ogni tentativo aumentano di un poco. Sì. E quindi, voglio dire, quello che mi piace davvero di questo progetto è questo viaggio nell’ignoto. È solo, sì, sono davvero curioso di sapere cosa scoprire lì, perché nessuno lo sa e sono davvero curioso di sapere cosa sarò in grado di fare.

Quindi penso che questa curiosità sia il motore principale del progetto.

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Addio a un Maestro greco della Roccia: Yianni Torelli
di Panos Athanasiadis (alpinista greco, rocciatore, slackliner; lavora come scienziato meteorologo a Bologna)
(pubblicato il 10 marzo 2022)

Quando consideriamo che alpinisti esperti e attenti come Emilio Comici, Renato Casarotto e Korra Pesce sono morti inaspettatamente, in incidenti che non “sarebbero dovuti accadere”, saremmo anche tentati di pensare che esista il destino. Eppure, il sinonimo di destino è fortuna, e anche nella rappresentazione dell’antico Dramma teatrale greco, destino e fortuna sono indissolubilmente legati. Eppure tutti noi che scaliamo, sappiamo che abbiamo sfiorato la possibilità di morire in montagna, e capiamo cosa significa “arrivare all’incrocio di strade e incontrare il diavolo”…

Yiannis Torelli su Koralli, primo 8a in Grecia, 1995. Foto: https://anevenontas. gr.

Non molti giorni fa si sono verificati in Grecia una serie di incidenti in montagna dove la mancanza di un servizio nazionale di soccorso alpino ha purtroppo contribuito all’esito fatale di questi eventi.

Tra coloro che potrebbero essere ancora con noi oggi – ma purtroppo non lo sono più – c’è Yiannis Torelli, maggior esponente degli sviluppi dell’arrampicata in Grecia negli ultimi 30 anni.

Un uomo di grande carisma, tranquillo e di carattere autentico e sincero, ha guidato la scena dell’arrampicata sportiva in Grecia per oltre due decenni, contribuendo ad aumentare il livello di difficoltà sul calcare locale; e diventato, negli anni più recenti, anche protagonista nella scena dell’arrampicata invernale del paese ellenico. Yiannis è stato il primo in Grecia a salire vie di grado 7b+/7c (1992/93), poi 8a/8a+ (1995/96) e 8b (1997). E non ha scalato questi gradi in viaggi
all’estero ma aprendo nuove falesie e centinaia di nuove vie nel proprio paese, come a Kalogria e in ogni altra falesia greca di livello internazionale, alzando i limiti di ciò che si pensava possibile all’epoca e ispirando i giovani alpinisti più talentuosi per 30 anni.
Spingendo i limiti di difficoltà a questi gradi ha applicato la sua maestria ad alcune delle pareti più difficili in Grecia, aprendo nuove vie con i compagni, sempre in perfetto stile.

Sport climbing a Leonidio, Grecia. Foto: https://anevenontas. gr.

Esempi delle sue realizzazioni includono percorsi estremamente delicati e difficili sul monte Parnassos (Δόγμα / Doctrine, ED+, VIII A1, 500 m nel 2002;
Χρυσή Τομή / Sezione Aurea, ED+, VIII+ A2 nel 2005) e sul monte Tymfi (Torelli – Thanopoulou, VIII, 500 m nel 2015); le sue vie contano pochissime ripetizioni.

Con il passare degli anni, Yiannis ha trasferito la sua visione dell’arrampicata sui gradi più difficili anche all’arrampicata invernale, conducendo grandi imprese alpinistiche in luoghi che avevano attratto, ma anche respinto, molti altri alpinisti esperti del paese. Tra le altre vie di arrampicata su ghiaccio e misto, vale la pena menzionare quelle sul monte Tzoumerka: Μεταξύ φθοράς και αφθαρσίας / Caso limite, V, WI5 M5, 480 m (2017), Τόξο / Arco, V, WI6, 450 m (2017) e Και μη χειρότερα / Non peggio, WI5+ M8, 380 m (2019).

Uno dei capolavori invernali di Yiannis: Borderline case, WI5 M5, 480 m, salito nel 2017 con Yiannis Theocharopoulos e Vanias Mavropoulos. Foto: https://anevenontas. gr.
Yiannis mostra una straordinaria agilità all’età di 53 anni durante l’apertura di una delle più dure arrampicate su ghiaccio in Grecia (No Worse, WI5+ M8, 380 m, salito nel 2019 con Yiannis Theocharopoulos). Foto: https://anevenontas. gr.

Yiannis Torelli, di radici paterne italiane (come indicato dal suo cognome), era altamente rispettato dalla comunità alpinistica greca per la sua etica e la sua dedizione alla dimensione verticale. Era, inoltre, un pittore appassionato con un’estetica molto sviluppata.

La micidiale valanga di lastroni che ha travolto i tre alpinisti nel febbraio 2022. Foto: https://anevenontas. gr.

Yiannis è morto all’età di 56 anni dopo essere stato travolto da una valanga mortale a lastroni insieme ai suoi compagni di cordata Thanasis Sotiropoulos e Panos Tekos; il team si stava avvicinando a un’altra sbalorditiva cascata di ghiaccio, sospesa sopra il mitologico Stige, sul monte Helmos, dove Teti immerse Achille per renderlo invulnerabile (tranne per il suo famoso tallone). Addio Yianni!

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