L’arte della solitudine – 11

Incontri
di Armin Speranza

Se penso alle montagne tra i momenti più significativi c’è l’incontro con l’animale selvatico.
Muovendomi spesso da solo ho la fortuna di potermi avvicinare moltissimo agli abitanti dei boschi e delle rupi, alle volte troppo vicino. Un animale colto di sorpresa può essere pericoloso perché è imprevedibile.

Ho moltissimi momenti da raccontare e pur essendo stati attimi intimi, sospesi nell’eternità, mi va di condividerli perché è una realtà di questo pianeta. È l’incontro con la libertà che rappresentano gli animali allo stato brado intesa come cruda realtà, quella dell’ambiente selvaggio di montagna.

Spesso mi dico che se fossi cacciatore sarei in gamba ma non potrei mai entrare in questo ambiente per uccidere e per quanto riconosco l’utilità di tale pratica, non fa per me.

Il primo incontro non è piacevole ma necessario per immergersi in questa dimensione che non è quella dell’animale felice e spensierato piuttosto quella della carcassa di un camoscio sventrata per metà. La incontrai un gelido mattino salendo sul Monte San Mauro, una montagna nei pressi di Feltre. 

Un camoscio adulto, parte del ventre squarciato, la neve ghiacciata, il cielo grigio, il silenzio del bosco.
In questo ambiente estrema bellezza e estrema indifferenza ho imparato essere la norma, vale per l’animale come per l’uomo solo.
É bene introdurre così il lettore alla natura dei luoghi nella quale si ambientano questi racconti.

L’incontro con le vipere infastidite è stato forse il più pericoloso e successe sempre tra le montagne Feltrine sul Monte Tre Pietre, nel comune di Cesiomaggiore (BL).
Stavo salendo verso la cima più meridionale del Tre Pietre, il Cimone, un’esile traccia tra prati ripidi e rocce affioranti conduce lassù.
Inizio a salire per la via più diretta uscendo dalla traccetta e una volta scavalcate delle rocce mi rendo conto che in una cavità dove poco prima avevo appoggiato le mani c’erano delle vipere, non so quante di preciso, guardo nell’anfratto solo un istante, stavano lì avvinghiate tra loro sibilando rabbiose.

La cosa fu molto semplice, mi voltai e iniziai a correre giù per i prati. In un nano secondo nella mia mente si era insinuata la paranoia di poterne incontrare ovunque.
Quell’ambiente brulica di vipere, è risaputo da chi abita a valle e la giornata calda e secca combinata con l’orario in cui mi trovavo lì era l’ideale per il crogiolio dei serpenti.

Un’altra volta invece incontrai il fantasma del lupo.
Mi trovavo in Val di Lamen in comune di Pedavena (BL) e stavo salendo al Passo Della Lasta. Era febbraio e nella notte aveva nevicato, una neve pesante, fradicia.
Le temperature con il sorgere del sole si alzarono rapidamente e nel bosco era tutto un rumoreggiare e sgocciolare. Dalle crode invece arrivavano boati e rumori sinistri.
Il sentiero sale ripido e ad un tratto vedo delle impronte sul manto nevoso intonso, si immettono sul sentiero provenienti dal bosco circostante.
Rimango sorpreso dalla grandezza dell’impronta, si tratta del lupo, non ho dubbi. Ho memorizzato la forma delle sue impronte leggendo alcuni manuali.
Ammetto di essermi sentito intimorito, certamente era passato poche ore prima.
La via fu in comune per un tratto poi le tracce del fantasma deviarono in direzione opposta alla mia verso il Forzelon (dal dialetto, la forcella grande), così mi sentii rincuorato e proseguii verso l’alto lungo il mio cammino. Al ritorno passai nuovamente lì dove avevo trovato le impronte del lupo ma la neve sciogliendosi ne aveva cancellato ogni traccia.

Ci fu un periodo, che corrisponde al mio vero training per quanto riguarda l’apprendimento dell’alpinismo base, in cui mi avventuravo tra le montagne Feltrine completamente libero, fuori dalle tracce, tra luoghi ormai battuti solo da camosci. Letteralmente mi ci perdevo tra le pieghe di queste montagne, seguendo tracce invisibili, cercando di raggiungere di volta in volta un pinnacolo, una cresta, un albero solitario.
In quelle giornate dal momento in cui abbandonava la traccia, a quando ci rientravo era tutto un’incognita. Appositamente non utilizzavo il GPS e lavoravo meticolosamente nell’affinare l’orientamento. Imparavo a mettere i piedi su qualsiasi superficie, a muovermi su terreni impervi e dirupati, apprendevo come controllare il panico che di tanto in tanto si affacciava dal buio della mente profonda. Fu davvero un periodo proficuo per imparare cosa sia l’autenticità del mondo alpino.

Quel giorno volevo raggiungere un picco, letteralmente un nido d’aquila posto lungo una dorsale molto dirupata che scende verso est dal Monte Alpino, nella Valle Di San Martino, in comune di Feltre.
Non chiedetevi il perché, semplicemente volevo arrivare lì.
Queste erano zone di caccia prima dell’istituzione del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, infatti ancora oggi brulicano di camosci.
Una volta raggiunta la base del picco che volevo raggiungere, dove il terreno s’impenna decisamente, intervallando rocce a prati ripidissimi, proprio lì un gruppo di camosci in movimento inizia a scaricare sassi di varie dimensioni verso di me.
Riesco a ripararmi e riprendo a salire muovendomi su terreno scabroso, rocce marce e erbe ripide fino a raggiungere il mio nido d’aquila dove letteralmente poteva stare una sola persona.
L’ambiente è drammatico, precipizi, dirupi, guglie, sembra un girone dantesco questo angolo di Dolomiti dove le zecche infestano ogni metro quadro.
Costruii un piccolo ometto di pietre ma nessuno salirà mai lassù per vederlo.

Uno degli incontri più belli è senz’altro quello con i cervi avvenuto ancora in Valle di San Martino, una mattina d’inverno. Ricordo che ero partito a piedi da Feltre intorno alle 5 del mattino ed era ancora scuro mentre mi inoltravo nella valle. Nevicava e un ambiente incantato mi accoglieva tra luci tenui e fiocchi di neve.
Giunto in profondità nella valle imbocco una vecchia traccia che sale verso il versante nord-ovest del Monte San Mauro.
La neve ovattava ogni suono e cadevano gli ultimi fiocchi.
Conosco questo vecchio sentiero a memoria, un tempo doveva essere una vera e propria mulattiera, ora solo a tratti conserva l’ampiezza originaria e consente un accesso agevole ad una zona molto impervia del San Mauro.

Ad un tratto lungo la salita, il sentiero svolta bruscamente impedendo la visuale e non appena passo oltre mi trovo a pochissimi metri da un gruppetto di giovani cervi, non ricordo con precisione quanti fossero, cinque o sei credo.
La sorpresa fu della medesima proporzione da entrambe le parti.
In questi casi rimango sempre immobile e il tempo sembra fermarsi, si dilata in quell’attimo in cui gli sguardi si incontrano, le orecchie si rizzano, i muscoli si tendono pronti a scattare.
La natura del percorso mi consentì di arrivare loro così tanto vicino che per poco non potevo toccarli.
Rimasi incantato dalla loro bellezza, dalla leggerezza dei movimenti mentre si allontanavano, dall’armonia del gruppo.
L’assenza di qualsiasi suono rese ancora più indelebile il momento.

Non molto distante dal luogo di cui vi ho narrato poco fa avvenne un altro incontro che conservo come un tesoro. Era inverno inoltrato e mi trovavo nel Pian Dei Violini. Stavo salendo lungo lo Scalone di Pietena quando poco distante da me scorgo un cucciolo di camoscio e la madre. Mi osservano immobili. Si trovano proprio sul sentiero, proseguo lentamente ma non si muovono. Arrivo a pochi metri da loro, niente da fare, restano lì impalati. Per me è un’occasione irripetibile di osservarli con cura ma non capisco per quale motivo non siano già scappati, non sembrano nervosi né impauriti. 

Il cucciolo inizia a brucare come nulla fosse così passo oltre mantenendomi distante. Mi rimane impresso lo sguardo fisso della madre con quegli occhi vigili e pieni di curiosità, l’innocenza del cucciolo che guarda forse per la prima volta un essere umano.

Un incontro raro è invece quello con la regina delle crode, l’aquila.
La incontrai nei pressi di Forcella Monpiana nel gruppo della Schiara.
Quel giorno partii da Belluno e una volta raggiunta la Val Medon iniziai la risalita. Ricordo che quel giorno presi una traccia sbagliata, stavo correndo e sembrerà assurdo ma prima di accorgermi di aver sbagliato direzione avevo già percorso un notevole dislivello, quasi 500 metri e un paio di chilometri, ritrovandomi nei pressi della Pala Bassa in una zona davvero impervia.
A ripensarci non mi capacito dell’errore ma ero talmente concentrato nel mantenere un ritmo serrato che semplicemente mi lasciai trasportare dalla traccia che via via diventava sempre più ripida, difficile e meno battuta. 

Finalmente mi fermai, più per la fatica piuttosto che a causa dei sempre maggiori dubbi. Il GPS confermò che mi trovavo da tutt’altra parte. Dovetti ridiscendere nel fondo della Val Medon e risalire la parte opposta verso la destinazione programmata. Non vi dico le imprecazioni che mi rivolgevo mentre a perdifiato tornavo sulla giusta via.  In realtà a farmi imprecare era l’imminente arrivo dei classici temporali estivi. Il problema di questi eventi non è tanto la durata, si consumano in fretta, piuttosto l’imprevedibile intensità con la quale possono manifestarsi.

Infatti nei miei programmi, sapendo dei temporali avrei già dovuto essere in discesa nella adiacente Valle Dell’Ardo. Ancora non ero arrivato in Forcella Monpiana che inizia a piovere, tuoni, fulmini e il buio del cielo mi mettono in pensiero. Ma i fulmini cadono distanti e in breve l’intensità cala, la pioggia termina, il cielo si apre lasciando spazio ad un colore azzurro intenso e limpido. Tutto attorno le nubi ancora si scatenano disordinate.
Sono in vista della forcella quando nel cielo una sagoma alata fa la sua comparsa. È molto alta eppure l’ampiezza delle ali è notevole, non le sbatte, vola in cerchio placida sopra la cima del Tiron Di Monpiana.
Rimango per interi minuti ad ammirarla mentre sonda il territorio alla ricerca di una preda. Purtroppo scompare verso nord oltre le crode ma che onore essere quassù in sua compagnia e per fortuna che mi sono perso altrimenti non l’avrei mai vista. 

More from Alessandro Gogna
Anche da lontano…
Anche da lontano… di Alessandra Panvini Rosati Leggeva Balzac, una sera piovosa...
Read More
Join the Conversation

1 Comment

  1. says: bruno telleschi

    La vipera può essere pericolosa? Nel dubbio conviene ucciderla, come facevano i contadini e i pastori.

Leave a comment
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *