Dove muore un ghiacciaio può nascere un fiore

I cambiamenti climatici e il conseguente scioglimento delle calotte anche ad alta quota favoriscono l’evoluzione di nuovi ecosistemi.

Dove muore un ghiacciaio può nascere un fiore
di Daniele Cat Berro
(pubblicato su lastampa.it l’8 agosto 2026)

In estati così roventi l’attenzione è ovviamente concentrata sui ghiacciai che si ritirano a ritmo accelerato con tutte le conseguenze negative del caso, che vanno dall’aumento dei rischi naturali in montagna alla perdita di una memoria climatica e di un patrimonio culturale e turistico, dall’alterazione dei regimi torrentizi e fluviali a fondovalle all’incremento dei livelli marini.

La Saxifraga oppositifolia, tra le prime piante a insediarsi al ritiro dei ghiacci

Un ghiacciaio che arretra o, peggio, scompare, è una storia che finisce, ma che tuttavia apre la strada a nuove storie che iniziano. Parlo qui dell’insediarsi delle piante pioniere che colonizzano i giovani e fragili terreni detritici appena liberati dalla deglaciazione, dando il via a successioni ecologiche che, con il tempo, più o meno rapidamente portano all’evoluzione di ecosistemi più complessi.

Le fronti dei ghiacciai in ritiro abbandonano le morene, depositi di detriti di diversa pezzatura (blocchi rocciosi, ciottoli, ghiaie, sabbie) che dunque vengono via via colonizzati da piccole specie erbacee adattate ai severi ambienti d’alta quota: venti impetuosi, forti escursioni termiche e cicli gelo-disgelo, substrato di crescita sottile, povero di nutrienti e soggetto a disidratazione, stagione vegetativa breve in cui tocca fare in fretta a completare – in poche settimane – il ciclo riproduttivo. Sono relitti glaciali rimasti nelle nostre regioni dopo le glaciazioni, e che ora si rifugiano sempre più in alto per trovare i climi freddi a loro congeniali.

Sulle Alpi occidentali tra le prime specie a insediarsi, a volte già uno-due anni dopo la scomparsa del ghiaccio, in substrati silicei (acidi) c’è la Saxifraga oppositifolia, dai minuti fiori rosati, oppure la Saxifraga bryoides, seguite da altre come Ranunculus glacialisOxyria digyna e Poa laxa; in terreni calcarei (alcalini), la Saxifraga biflora, l’Artemisia genipi (da cui si ottiene il famoso liquore), la Silene acaulis, la Campanula cenisia; fino ad arrivare ai carici e ai salici nani, questi ultimi indicatori di terreni che hanno avuto modo di stabilizzarsi maggiormente nell’arco di qualche decennio dal ritiro delle fronti glaciali. Giova ricordare che si tratta per lo più di specie protette dalle leggi regionali, e a maggior ragione all’interno dei parchi.

L’evolversi della vegetazione definisce delle cronosequenze di siti in cui, procedendo nello spazio (decine e centinaia di metri lungo i pendii), si può leggere una successione che è effetto del tempo che passa e del clima che cambia, con le prime piante pioniere specializzate più in alto, nei luoghi liberati dal ghiaccio da pochi anni, e quelle più “generaliste” che si insediano più in basso nei punti scoperti dai ghiacciai da tempi più lunghi. Tutto ciò viene studiato con rilievi botanici (numero di specie, loro abbondanza e grado di copertura del terreno) eseguiti ogni 3-5 anni in siti fissi di osservazione. Si impiegano cornici rigide quadrate da un metro per un metro e con griglia regolare, che si appoggiano sul suolo in punti precisamente delimitati da quattro picchetti, e aiutandosi con un ferro da calza si va a guardare quale specie vegetale è presente in corrispondenza dei punti della griglia, distanti tra loro 25 centimetri.

Andrea Mainetti è un botanico giovane e preparato, responsabile dell’Ufficio ricerca e conservazione botanico-forestale del Parco Nazionale Gran Paradiso al Giardino alpino “Paradisia” di Valnontey, Cogne. Insieme ai guardaparco e ad altri professori e ricercatori dell’Università di Torino (Ginevra Nota, Simone Ravetto Enri, Michele Lonati) si occupa di questi rilievi in alcune zone del Parco deglacializzate nel corso dell’ultimo secolo e mezzo – ovvero dal termine della Piccola Età Glaciale – di fronte ai ghiacciai di Lavassey in Val di Rhêmes, del Lauson in Val di Cogne, e ora anche del Ciardoney in Valle Soana, sul versante piemontese.

I dati raccolti nei primi due siti, quelli valdostani, sono confluiti in uno studio pubblicato nel 2025 sul Botanical Journal of the Linnean Society (Faster than expected: 5-year re-surveys reveal accelerating plant colonization in two proglacial forelands of the Gran Paradiso National Park): l’analisi ha rivelato che la colonizzazione vegetale delle morene è molto più veloce – da 21 a 45 volte! – di quanto fosse previsto dai modelli di simulazione, probabilmente a causa dell’accelerazione del riscaldamento atmosferico e delle stagioni vegetative più lunghe. La notizia è in parte buona, in parte no: da un lato è positivo che le piante tappezzino in fretta questi terreni fragili e soggetti a erosione; dall’altro la rapidità di insediamento è indice di grande sensibilità degli ecosistemi d’alta montagna a danno della stessa biodiversità locale, dato che all’aumentare della temperatura questi relitti glaciali, altamente specializzati per resistere ai climi freddi, possono subire la competizione da parte delle piante più generaliste in arrivo da quote più basse e che in precedenza non riuscivano a salire in altitudine. D’altronde l’aumento di temperatura di almeno 2°C registrato sulle Alpi nell’ultimo trentennio corrisponde a uno spostamento verso l’alto di 300-400 metri delle fasce bioclimatiche: le comunità vegetali rispondono con una corsa verso le vette, ma di conseguenza si restringe sempre più lo spazio adatto alle specie pioniere e periglaciali, che si arroccano in pochi siti elevati e isolati e rischiano di estinguersi.

Parallelamente, la tendenza delle alte quote delle Alpi a divenire sempre meno bianche e sempre più verdi è confermata da altre ricerche recenti. Una di queste è stata condotta da Arpa Valle d’Aosta e coordinata dal Laboratorio di Ecologia Alpina dell’Università di Grenoble, sfociando nell’articolo “The tempo of greening in the European Alps: Spatial variations on a common theme”, apparso nel 2022 sulla rivista Global Change Biology. Tramite dati satellitari gli autori hanno riscontrato nell’ultimo ventennio un netto rinverdimento dei territori sopra il limite del bosco, soprattutto in alcune zone (hotspots) come l’alta Valle d’Aosta, nei versanti detritici esposti a Nord oltre i 2000 metri, dove i processi di colonizzazione da parte di piante erbacee, arbustive e piccoli alberi appaiono più marcati.

I monitoraggi continueranno per aggiungere conoscenza su come si trasformano questi delicati territori di frontiera ecologica.

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