di Emilio Previtali
(pubblicato sul suo profilo fb il 31 gennaio 2026)
Primo pomeriggio, pochi giorni fa. Avevo appena terminato il mio solito allenamento in piscina e avevo i capelli ancora un po’ umidi. Non una buona cosa in inverno quando fuori c’è aria fredda, comunque va beh, ho imboccato la porta di uscita e sono andato fuori. Tra l’ingresso della piscina e la mia automobile nel parcheggio – sono circa duecento metri – mentre camminavo ho incontrato cinque persone, le ho contate. Tutte stavano facendo qualcosa con lo smartphone. Tre, mentre camminavano, stavano guardando lo schermo; una stava registrando un messaggio vocale tenendo il telefono a mezz’aria e un’altra stava parlando tenendo lo smartphone attaccato all’orecchio. Sono salito in auto e mentre mettevo in moto ho notato che nell’auto parcheggiata vicino alla mia c’era una persona, anche questa intenta a guardare lo schermo del telefonino. Mi è venuto in mente che potevo provare a vedere quale fosse, tra le persone che incontravo nei minuti successivi, la percentuale di quelle che non erano impegnate ad usare il telefono per fare qualche cosa. A occhio e croce una percentuale bassissima.
Sulla ciclabile lì vicino, mentre guidavo, ho visto due signore a passeggio con il cane ipnotizzate dallo smartphone. Più che portare a passeggio il cane sembrava che fossero i cani che portavano in giro loro tirandole per il guinzaglio. Poi, sempre sulla ciclabile, c’era un tipo che stava arrivando di corsa che aveva in testa delle cuffie gigantesche da dee-jay, presumo collegate a uno smartphone per ascoltare della musica.
Due ragazzi alla fermata dell’autobus poco più avanti ascoltavano a loro volta musica con le cuffie, uno smanettando sullo schermo del telefono e l’altro indossando delle cuffie giganti tipo quelle del runner che avevo visto pochi secondi prima. Un altro ragazzo lì vicino, appoggiato alla pensilina e in attesa del pullman, scrollava con il dito sullo schermo. Meno di tre chilometri e sono arrivato al bar dove volevo andare per mangiarmi un panino. Ho parcheggiato e sono entrato dentro. Fino a quel punto, escludendo le persone che guidavano le automobili che ho incrociato e che non potevo vedere bene, ho contato in totale diciannove persone che andavano a piedi. Tra tutte queste diciannove soltanto cinque sembravano non essere impegnate in qualche utilizzo di uno smartphone.
Dentro il bar eravamo soltanto io e la barista, una donna un po’ più giovane di me e molto carina, molto truccata. Ho ordinato il mio panino e mi sono seduto a un tavolo. Mentre aspettavo che me lo preparasse mi sono messo a sfogliare la Gazzetta dello Sport, nel frattempo nel bar è entrato un uomo con un auricolare bluetooth appeso a un’orecchia che parlava ad alta voce al telefono e gesticolava ampiamente, andando avanti e indietro davanti al bancone. Lì, dentro al locale e ad alta voce, sempre parlando al telefono, dopo avere ordinato un caffè al ginseng alla barista, ha tenuto una specie di comizio sulle qualità tecniche a suo dire scarse di Raffaele Palladino, l’allenatore da poco approdato all’Atalanta. Una scena surreale nel suo svolgimento, il tipo parlava e gesticolava animatamente. Mi sembrava un pazzo. Nel frattempo la barista, dopo avermi portato il mio panino speck e brie con una Coca-Cola, è tornata dietro al bancone e si è messa a controllare i suoi messaggi Whattsapp o Instagram, credo, in ogni caso anche lei era impegnata con un telefono. Ho mangiato il mio panino, poi ho bevuto un caffè, ho pagato e sono uscito.
Nell’ultimo centinaio di metri a piedi che mi separavano tra il bar e il posto dove dovevo andare, un ufficio, ho contato altre 8 persone a piedi. Tra queste soltanto quattro non stavano facendo qualcosa con il telefonino. Era pomeriggio, l’ora di uscita della scuola elementare. Ero quasi arrivato dove dovevo andare. In strada vicino alle scuole c’era una lunga colonna di auto in doppia fila con le frecce lampeggianti e genitori in attesa dei propri figli. Traffico e caos. Mentre sulle strisce pedonali attendevo il via libera dell’assistente alla viabilità per attraversare, ho incrociato lo sguardo di un bambino dentro a un SUV, seduto sul sedile posteriore. Quella che credo fosse sua madre, nel frattempo, dopo aver caricato il suo zaino nel bagagliaio dell’auto, era intenta a circumnavigare il veicolo per rimettersi al volante.
Il tipetto che mi fissava avrà avuto sui 7 o 8 anni. Mentre lo guardavo gli ho sorriso. Lui non mi ha sorriso. Mi ha mostrato invece il dito medio – un ditino minuscolo, bianchiccio e paffuto – che ha fatto sorgere lentamente dal suo pugno e che mi ha mostrato attraverso il vetro. Protetto dentro all’abitacolo, mentre la madre toglieva il freno a mano e ripartiva con l’automobile, ha scandito il labiale di una serie di parolacce che qui non posso scrivere. Mi sono sentito felice e sollevato. Finalmente qualcuno che aveva voglia di interagire con un altro essere umano, invece che con lo schermo di un telefonino.
Forse qualche speranza per questo mondo, ce l’abbiamo ancora.


Penso che sia il racconto più insulso che ho letto del seppure lodevole Emilio Previtali. Quello che non dovrebbe uscire mai dalla penna di un vero scrittore di classe quale è lui.
Tra l’altro estremamente contraddittorio dal momebto che la sua attività editoriale vive anche grazie a social smartphone e a tutti i dispositivi moderni che conosciamo. Che per inciso anche io sto usando sul metro’ per leggere il suo articolo. Tra l’altro l’Emilio, se mi guardasse, probabilmente mi includerebbe pure nel suo racconto di “satira sociale”. Come pure tutti voi… male male Emilio
Io considero la tecnologia come un cancro sociale, per cui smartphone, social, la convinzione che sia un valore “l’essere sempre connessi” sono gli strumenti di tale cancro sociale.
Un tempo le lettere d’amore si scrivevano a mano. oggi si manda un messaggio TVTB (Ti Voglio Tanto Bene). tutto si è imbarbarito, compreso il modo di camminare per le vie cittadine, solo più con gli occhi fissi sul cellulare… Brutti segnali, speriamo che valga la legge dei corsi e ricorsi storici: adesso stiamo andando verso una società iperconnessa, in un domani ci sarà un contro-trend di ritorno alla solitudine e alla meditazione individuale (io vivo così anche adesso).
Bah, mi sembra che accomunare tutto quanto descritto sotto l’etichetta dispregiativa “uso dello smartphone” sia quantomeno ingenuo, se non in malafade. Capisco scrollare a caso (ma anche qui dipende dal tempo), ma usarlo per ascoltare musica in cosa è diverso dal vecchio walkman? Nel fatto che ce ne sta di più e la qualità è migliore… e forse che non si usava il telefono, al lavoro, anche prima dello smartphone? Telefonare mi sembra un uso più che legittimo, no? Eh sì, possiamo perfino farlo mentre facciamo altro, invece che rimanere incatenati al telefono fisso… dai su, se si vuole analizzare i problemi dello smartphone (che ci sono) lo si può fare ricercando un minimo di profondità. P.s., ho usato un pc per questo commento… surprise
Purtroppo, un ritratto fedele della società odierna. Io sono tra i pochi che legge ancora libri sui mezzi di trasporto e che non usa mai gli auricolari, men che meno mentre corro.