Ad oggi sono sette i comuni delle Valli di Lanzo che hanno lanciato progetti di «indipendenza energetica», come Groscavallo, Pessinetto, Balangero e Lemie. E c’è anche chi, come il sindaco di La Cassa, ha scollegato la rete del metano.
Ceres, paese senza gas
(riscaldiamo le aule con la legna dei nostri boschi)
di Christian Benna
(pubblicato su torino.corriere.it il 1 settembre 2022)
Nel paese senza gas, senza treni e senza internet veloce, è tempo di fare festa. Il 12 settembre, Ceres, mille abitanti nel cuore della Val Grande di Lanzo e a 50 km da Torino, si slaccerà definitivamente da quella «modernità» a lungo inseguita ma che qui non si è mai fermata per accendere l’energia a basso costo che arriva dai boschi.
«Nel primo giorno dell’anno scolastico inauguriamo le due grandi caldaie a cippato che questo inverno riscalderanno le aule di 12 scuole con la legna raccolta nei nostri boschi. Noi non avremo certo problemi di caro bollette di luce e gas», spiega il sindaco di Ceres Davide Eboli, che è anche insegnante di educazione fisica all’istituto Nigra di Torino, dove «inevitabilmente dovremo abbassare le temperature per contenere i costi dell’energia».
In Piemonte ci sono più di 200 comuni non collegati alla rete dei metanodotti, e sono oltre 250 paesini solo parzialmente collegati, secondo le stime di Uncem, l’associazione delle comunità montane.

Nelle Valli di Lanzo la corsa del treno, dopo molti anni di stop, dovrebbe riprendere nel 2024, quella del gas invece si è fermata anni fa. Troppo costoso portare il metano nelle valli, per una popolazione di 35 mila persone.
«Fino a ieri alimentavamo le scuole e gli edifici pubblici con il gasolio, ma a un prezzo ambientale insostenibile che oggi è diventato troppo alto anche per le nostre tasche».
Così qualche anno fa i sindaci delle Valli di Lanzo hanno cominciato a ragionare sulla riconversione energetica, attingendo a fondi del Gal Piemonte, i gruppi di azione locali che si finanziano con risorse europee.
«Non si tratta di grandi cifre, a volte bastano 150-200 mila euro di investimenti, ma che sono vitali per il rilancio di piccoli comuni», spiega Marco Bussone presidente di Uncem, che qualche giorno fa ha provocatoriamente scritto una lettera a Elon Musk per chiedergli interventi contro il digital divide in montagna.
Tra Ceres e Viù le bollette pazze, che oggi paralizzano le imprese e i bilanci delle famiglie, si vedranno solo nei telegiornali, assicura il sindaco Eboli: «stimiamo una spesa annuale di circa 20 mila euro per il riscaldamento delle aule».
Ad oggi sono sette i comuni delle Valli di Lanzo che hanno lanciato progetti di «indipendenza energetica», come Groscavallo, Pessinetto, Balangero e Lemie.
C’è anche chi come il sindaco di La Cassa, Roberto Rolle, si è spinto oltre. Il suo comune, in fondo alla valle, è uno dei pochi serviti dalla rete del metano, ma in «tempi non sospetti, abbiamo deciso di scollegarci dalla rete».
L’obiettivo è sviluppare un distretto di energia a chilometro zero. «I nostri boschi sono stati devastati da tanti incendi – afferma Rolle – Ora vogliamo sfruttare quella legna per creare una filiera che garantisca lavoro, una migliore gestione delle risorse naturali e che ci permetta di riscaldare gli edifici a basso costo».
Nelle Valli di Lanzo c’è voglia di sognare. Con l’idea di creare, a partire dal legno, una comunità energetica green, che produca energia per i propri cittadini e domani anche per altri.
«Cominciamo a riscaldare le scuole, poi gli edifici pubblici e infine quelli privati – continua il sindaco di Ceres – Ma l’idea è dare vita piccole reti di teleriscaldamento».
La corsa al pellet e alle stufe ha generato rincari in tutta la filiera del legname. «Ma noi raccogliamo dai nostri boschi, non temiamo alcun tipo di spirale inflattiva», spiega Mario Poma, direttore del Gal delle Valli di Lanzo.
Sulla legna, tuttavia, aleggia l’alone delle polveri sprigionate dalle caldaie a biomasse. I sindaci del territorio sostengono che la legna a km zero è di alta qualità e non ci sarà alcune impatto ambientale.

Il commento
di Carlo Crovella
Ottima idea, germogliata in una zona montana che si è sarcasticamente conquistata, colò tempo, la nomea di una montagna secondaria, un po’ da sfigati. Le Valli di Lanzo erano originariamente una meta prediletta della borghesia torinese in vacanza, parliamo del periodo fine Ottocento – primi Novecento: vicine alla città, assicuravano frescura estiva e ampie possibilità di passeggiate ed escursioni, fino anche sui ghiacciai. Dopo la Guerra le Valli di Lanzo sono progressivamente scivolate ai margini dell’andar in montagna: la facilità di spostamento verso luoghi più prestigiosi, la crescita media degli alpinisti, la diffusione di performance prestazionali (magari a quota 4000) ha innescato per queste valli l’immagine di una montana démodé, marginale, non più alla moda. Proprio questo le ha preservate dai grandi trend turistico-commerciali degli ultimi 50 anni, complice anche una morfologia del terreno che ostacola i grandi comprensori sciistici (per fortuna, aggiungo io). Per questi e altri motivi, le Valli di Lanzo, sono rimaste un territorio d’altri tempi e questo permette di realizzare esperimenti innovativi, come quello descritto. Utilizzare la legna dei boschi circostanti è un’idea che acchiappa: rende indipendenti dal gas russo e contemporaneamente potrebbe far rigermogliare una filiera produttiva locale. Il tutto va però giocato molto bene, in un delicato equilibrio fra sfruttamento dei boschi e loro estinzione irreversibile. Per ottenere ciò occorrono competenze tecniche, ma anche continuità politica nelle amministrazioni del territorio. I cittadini sapranno garantire tutto ciò? Con la volatilità elettorale che caratterizza gli ultimi i 10-12 anni (sia a livello nazionale che locale), questa è la vera incognita del nostro tempo.
