Clamori e sponsor sopra gli 8000

La guida Luca Biagini e Matteo Della Bordella, uno degli scalatori più forti del mondo, raccontano la loro montagna, fatta di fatica e di passione. Mai «terreno di conquiste». «Sull’Himalaya oggi si fa solo turismo o ripetizione di imprese già fatte», dicono. A quote più basse ci sono però giovani talenti che aprono orizzonti inediti. Senza dimenticare che «l’alpinismo classico è una condizione che lo scalatore si pone per raggiungere se stesso».

Clamori e sponsor sopra gli 8000
(«ma un altro alpinismo è possibile»)
di Stefano Rodi
(pubblicato su corriere.it/sette del 7 novembre 2025)

L’alpinismo deve ritrovarsi e non lasciar scivolare a valle il suo meraviglioso fascino. Sulle cime, in particolare sopra quota ottomila, si sono accesi troppi riflettori, c’è troppo clamore, troppi social, troppi sponsor. Il “business as usual” non dovrebbe arrivare dove l’aria è sottile. La montagna ha bisogno di silenzio e la fatica che si fa per scalarla dovrebbe insegnarlo e ricordarlo quando si torna con i piedi in pianura.

Matteo De Zaiacomo affronta l’arco rovesciato che conduce sulla Nord del Cerro Torre, durante l’apertura della nuova via Brothers in arms con Matteo Della Bordella e David Bacci

Le ultime polemiche sulla conquista vera o presunta di Marco Confortola dei 14 ottomila della Terra, peraltro vecchie nell’ambiente, sono arrivate in tv e sulle prime pagine dei giornali, ma hanno interessato poco o nulla chi vive davvero la passione delle scalate, facili o estreme che siano. La lunga e spesso epica storia di questa disciplina è fatta di lampi, ombre, successi, tragedie; eroismi e piccinerie. A volte menzogne terribili. Ad averne pagato un prezzo altissimo, per esempio, sono stati i due forse più grandi di sempre: Bonatti e Messner. Al primo non è stato riconosciuto per decenni di essere stato l’artefice della conquista del K2 nella spedizione di Ardito Desio del 1954, mentre il secondo è stato accusato di aver lasciato morire suo fratello Günther pur di raggiungere la cima del Nanga Parbat nel 1970. Salire a piedi fin dove volano gli aerei di linea può causare danni irreparabili, ma ormai da anni la conquista dell’Everest, non solo negli Usa, è un traguardo tanto ambito da essere poi scritto nel proprio curriculum vitae. Infatti si spendono anche 70-80 mila dollari per arrivare a mettersi in coda dietro decine di altri “alpinisti” all’Hillary Step, a 8790 metri, attaccati alle bombole d’ossigeno e spesso sorretti da dozzine di sherpa, che rischiamo la loro pelle in modo direttamente proporzionale all’incapacità dei clienti. Quando si dice “in stile alpino” si intende una tecnica di ascensione che non consente uso di portatori, corde fisse, bombole d’ossigeno, campi preinstallati in parete. Sarebbe bello che questo termine indicasse anche principi ideali, sebbene non si viva solo nel mondo dei sogni e chi vuole raggiungere cime difficili ha bisogno di finanziamenti. Ma è, appunto, una questione di stile.

«L’alpinismo di conquista, iniziato a fine ‘700 dagli inglesi sulle Alpi, è finito», osserva la guida alpina Luca Biagini. «Tutto quello che avviene adesso, in particolare sugli 8mila in Himalaya, non è più alpinismo. In molti casi è turismo d’alta quota, negli altri è semplice ripetizione di imprese già fatte. Alcune di Messner sono ormai irripetibili. Per sempre e per tutti, come la via nuova raccontata nel suo libro Everest solo, orizzonti di ghiaccio. In stile alpino, fatta nell’agosto del 1980, in piena stagione dei monsoni. Da allora nessuno ci ha più riprovato». Questo in parte anche perché attorno ai versanti di quelle montagne dell’Himalaya è cresciuto un tale business che ha fatto proliferare regole, permessi, visti, e quindi costi che creano un’insana selezione. Gli alpinisti più diventano grandi e famosi e più, salvo eccezioni, scelgono di diventare aziende.

Luca Biagini è una guida alpina, nato a Milano, nel quartiere Comasina. Ha iniziato a frequentare e a innamorarsi delle montagne a 12 anni, grazie a qualche sporadica gita parrocchiale. Tanto che il giorno dopo aver fatto l’esame di maturità, nel 1988, ha preso la bicicletta con Elia, l’amico con cui andava a scalare di frequente, e sono andati a Zermatt per fare il Cervino. «Siamo stati in giro otto giorni e quando ho telefonato a casa, dicendo che eravamo arrivati sulla vetta, mio papà credeva fosse uno scherzo. Per fortuna avevo le foto». La sua passione per roccia e ghiaccio aveva trovato la strada giusta anche nello studio, che ha concluso con una laurea a pieni voti in geologia. «In quegli anni sono salito di livello: in un’estate in pochi giorni ho ripetuto la via Bonatti sui Dru, ho fatto la parete nord dell’Eiger e la Nord-est del Badile». Salite che sono nella storia dell’alpinismo e restano nella memoria di chi le porta a termine almeno una volta. «Sono stati quelli i giorni in cui ho capito che nella vita, dopo la laurea, avrei voluto fare la guida alpina. Scalare e condividere sono due attività che per me si sono sempre affiancate in montagna, sia sulle salite facili sia sulle difficili. Far conoscere ad altri questo mondo verticale, e dividerlo con loro, a me regala soddisfazioni enormi». I casi della vita hanno voluto che sua moglie Valentina Casellato, dopo essersi laureata in Fisica ed aver fatto l’insegnante, abbia deciso anche lei di fare la guida alpina. Sono cresciuti mettendosi alla prova su montagne in giro per il mondo, dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda.

Hanno tre figlie, due gemelle di 15 anni e la più grande, Lena, che ne ha 21. «A 11 è salita con noi due sulla torre Aguglia di Goloritzé, in Sardegna, una delle vie normali più difficili che ci sono in Italia, alta 150 metri, aperta da Manolo e Gogna nel 1981. È venuta su senza problemi. Lei ha l’istinto dell’arrampicata come dono di natura: quando sale in parete sembra che cammini in verticale. In lei rivedo me ragazzino». Ogni tanto scalano tutti e cinque insieme ed è un bel quadretto famigliare, da osservare col binocolo. «Lena, però, non ha seguito per niente la nostra strada: sta frequentando la scuola di scenografia all’Accademia e non si mette certo gli scarponi ai piedi con la nostra frequenza».

Alcuni capitoli dell’alpinismo secondo Biagini sono chiusi, ma questo non rappresenta affatto una fine. «Anzi, possiamo contestualizzarli in una storia molto lunga e ritrovare le strade giuste. L’alpinismo si evolve e oggi può svolgere una funzione importante e rara: mettere l’uomo nella sua condizione autentica, attraverso il confronto con ciò che è molto più grande di lui. Non è vero che non c’è più niente da esplorare. Adesso c’è da cercare il significato e imparare un metodo, che può dare valore alla nostra vita anche in pianura. Questo processo, che non è solo alpinistico, richiede molta dedizione, perseveranza e tempi lunghi. Uno comincia sapendo che per lui quella salita è impossibile. Poi con il tempo impara a conoscere meglio sé stesso, a modificare quell’idea e a capire che è realizzabile».

Un gruppo di clienti di Luca Biagini, durante una traversata con gli sci dalla Bregaglia alla val Masino.
Luca Biagini sul Pizzo Badile, in val Masino

Va, però, rimesso in discussione l’approccio che sta crescendo in modo preoccupante soprattutto tra i principianti. «I social hanno influito molto. Prima chi si avvicinava alla montagna, salvo eccezioni, era mosso da interesse e curiosità. Adesso c’è spesso un semplice desiderio di emulazione, nato dal vedere belle immagini e dall’attrazione di poterne far parte. Sono tanti quelli che smettono subito o dopo poco perché non hanno motivazioni reali. Poi c’è l’eccesso opposto: chi trasforma, sempre con la fretta, la passione in mania; vivono in una bolla e non vedono più altro che arrampicare. Non va bene neanche questo e può essere pericoloso». I tempi li decide sempre la montagna, chi crede di avere il pallino in mano sbaglia e prende strade pericolose, per sé e per chi poi deve andare ad aiutarli. «Succede di frequente che ci siano clienti che su una parete, invece di concentrarsi, parlano tra loro; spesso su quale sarà la prossima salita da mettere in calendario. E non sono pochi anche quelli che tirano fuori il cellulare, per vedere se ci sono messaggi».
Di fianco a queste ombre che si stanno allungando nel nostro orizzonte, l’istinto di una guida alpina sa anche però scorgere molte luci che si stanno accendendo. In val Masino, per esempio, dove Biagini trascorre diversi mesi all’anno e dove ci sono «montagne belle, selvagge e difficili», lui vede diversi segnali positivi. A cominciare da molti giovani che d’estate arrivano qui da mezzo mondo. «Alcuni sono molto forti e li conosciamo già nel nostro ambiente. Quest’estate, per esempio, ho passato diverso tempo a chiacchierare con un ragazzo 19enne di Grenoble che è stato lì due settimane, dormendo sotto una salita difficilissima, tentando tutti i giorni di farla. Ha già grande talento, ed era spinto dalla passione e soprattutto dalla voglia di imparare. Tutto questo non si trova sui social. Sono tantissimi anni che vado in montagna e con il tempo mi sono accorto che non sono affascinato dagli alpinisti più forti. Lo sono da quelli più autentici, quelli che hanno più passione, le cui azioni tracciano qualcosa di nuovo, di originale».

Lena e Valentina Biagini mentre scalano Luna Nascente in val di Mello

Matteo Della Bordella rientra in questo gruppo, anche se va detto, per dovere di cronaca, che lui è anche uno dei più forti al mondo. Il suo nome è infatti tra i pochissimi altri che hanno aperto una via nuova sul Cerro Torre, in Patagonia. La cima delle cime, sulle Ande, nella punta a sud dell’Argentina dove si incrociano i venti di Atlantico e Pacifico, protagonista del film Cuore di Pietra di Herzog, e diventata per Matteo La vetta della vita, titolo del suo secondo libro. La Patagonia, con le sue guglie di granito che svettano sul ghiacciaio dello Hielo Continental, è diventata da anni la sua patria d’elezione. Due mesi fa ha raggiunto la cima del Fitz Roy, insieme a Marco Majori, sulla via aperta da Renato Casarotto nel 1979 e mai rifatta da nessuno durante la stagione invernale. La calamita che lo attira in alto, o lontano, è quella di esplorare, e farlo su strade nuove. In Groenlandia, dove è già stato tre volte, ha pagaiato in mare per 600 chilometri col kajak, con tre compagni d’avventura, per andare a fare una parete inviolata. 

Matteo Della Bordella sul kajak durante una delle sue spedizioni per scalare in Groenlandia

«Il momento più bello è quando hai l’idea di una nuova avventura. Quando prende forma e capisci che può essere realizzabile. La scoperta, fare qualcosa di nuovo, anche al di fuori dell’alpinismo, è quello che mi ha sempre dato la spinta. Anche se poi per me quello che conta è la condivisione, farlo con altri. Se ripenso alle mie avventure la prima cosa che mi viene in mente è con chi ero». Sulle sue salite vede sempre muoversi una cordata.

Ha iniziato ad arrampicare attorno ai 12 anni, sulle montagne vicino a Varese, dove è nato nel 1984. Era legato con la corda a suo padre, professore di storia e filosofia in un liceo, che aveva ripreso questa passione dopo una lunga pausa, decisa in accordo con la moglie che gli aveva chiesto di smettere proprio quando era nato Matteo. Da bambino aveva conosciuto alcuni degli alpinisti amici di suo padre. «Il loro rapporto mi colpiva – scrive nel suo primo libro La via meno battutaNonostante non si vedessero spesso, dai loro discorsi traspariva che erano fatti della stessa pasta e che avevano condiviso momenti ed emozioni importanti. Anni dopo, quando io ne avevo 18, su una salita in Svizzera nella zona del Wenden mio padre mi disse “Matteo, per me questa è troppo difficile. Se vuoi provare io ti seguo… altrimenti torniamo a casa”». Tra non poche difficoltà arrivarono in cima.

Matteo con suo padre Fabio

 «Quella via rappresentò un passaggio di consegne. Quell’uomo mi aveva insegnato tutto ciò che poteva, mi aveva accompagnato in centinaia di salite. Quel giorno mi fu chiaro che per andare avanti avrei dovuto prendere l’iniziativa». Era diventato lui il primo di cordata, quello che sale davanti e svolge il ruolo più difficile, prendendo le decisioni chiave per il successo o il fallimento. Ma poi, cinque anni dopo, l’8 dicembre 2007, suo padre morì insieme a un amico mentre stavano scalando l’Antimedale, nel gruppo delle Grigne. Matteo lo seppe appena sceso dalla falesia di Gajum.

Dopo questo colpo che lo lasciò a terra, lontano dalle vette per un po’, nella sua carriera ne ha dovuti incassare altri, impresa frequente tra coloro che seguono questo sentiero a volte stretto tra la vita e la morte. Si chiamavano Matteo tutti e due, entrambi guide alpine, entrambi nei Ragni di Lecco, di cui Della Bordella è stato presidente dal 2018 al 2020, e adesso vivi nei suoi ricordi. Con entrambi, in due occasioni diverse, aveva tentato senza riuscirci di aprire una via nuova sul Cerro Torre. Erano uniti da una certezza: ci avrebbero ritentato. Invece gli altri due Matteo sono morti a distanza di pochi mesi, nel 2020. 

Matteo Della Bordella (a destra) con Matteo Pasquetto al centro e Matteo Bernasconi, sulla vetta dell’Aguja Standhardt, in Patagonia

Matteo Bernasconi, il 12 maggio, travolto da una valanga in Valtellina. «Matteo Pasquetto, invece, è scivolato davanti a me. Era il 7 agosto. Eravamo felici, allegri, avevamo aperto una via nuova sulla parete est delle Grandes Jorasses, sul Monte Bianco, e stavamo camminando su un sentiero esposto ma non difficile, dove non si usano più le mani e dove non si è più legati. Stavamo chiacchierando e pensando alla birra con cui avremmo festeggiato. Mancava un’oretta per arrivare al rifugio Boccalatte quando Matteo, che stava camminando davanti a Luca (Moroni, il terzo compagno di cordata, ndr), ha messo un piede su una pietra che si è rovesciata, cadendo per 200 metri. Feci in tempo a incrociare i suoi occhi un’ultima volta, mentre tentava disperatamente di aggrapparsi a un appiglio che non trovò». In montagna succede: in un secondo, in un metro, si può passare dalla meraviglia all’orrore. Spesso, in luoghi che per un alpinista hanno la stessa difficoltà che per noi umani ha camminare in piazza del Duomo a Milano. «È assurdo, non ci sono spiegazioni, inutile cercarle. Se hai la passione per la montagna, se è diventata una tua ragione di vita, devi accettare anche questo. Non è vero che l’alpinista più bravo è quello che diventa vecchio. Esistono alpinisti vecchi che hanno fortuna e altri giovani che non l’hanno avuta».

Lio, il figlio di Matteo Della Bordella, e la sua compagna Arianna, nel saccopiuma a Piedras Negras, in Patagonia. Foto: Arianna Colliard.

Negli anni l’esperienza gli ha insegnato a misurare sempre meglio il suo limite. Forse perché è un ingegnere, e per qualche anno ha fatto pratica anche con quel mestiere, vuole sempre avere sotto controllo tutto quello che è possibile. «Sento quando arrivo al mio limite. È una linea soggettiva, un equilibrio tra mente e corpo, energia, fatica, dolore, che si imparano a leggere nel loro insieme e nel confronto con ciò che richiedono le condizioni della montagna che si sta scalando. Capisco quanta benzina mi rimane nel serbatoio e raggiungo una cima solo se non devo usare la riserva. Quella la tengo intera fino al rientro alla base da cui sono partito».

Questa scorta gli è servita per affrontare il momento più difficile della sua carriera, il 28 gennaio 2022. Appena sceso al campo base di Noruegos, dopo avere aperto una nuova via con David Bacci e Matteo De Zaiacomo sul Cerro Torre, ha saputo che Corrado Pesce e Thomas Aguilo, due alpinisti incontrati sulla cima, erano bloccati in parete da 24 ore, colpiti da una scarica di rocce e ghiaccio. Della Bordella insieme ad altri tre alpinisti, tra cui Thomas Huber, sono riusciti a risalire e a salvare Aguilo. «Mi sentivo male all’idea di rinunciare, ma ho cominciato a dare segni di mancamento, ero mezzo congelato e sentivo la musica del pupazzo di mio figlio Lio. Siamo scesi, sfiniti. Corrado Pesce è ancora là». Poche ore prima, negli appunti scritti durante la notte di felicità trascorsa in vetta, Matteo aveva scritto: «I due amici con cui avevo pensato di vivere tutto questo sono scomparsi nel giro di una manciata di mesi. Eppure so che sono qui con noi. Siamo in cinque sulla cima del Torre». La nuova via è stata chiamata Brothers in Arms.

Cerro Torre e Fitz Roy

«‘Everest e K2 sono state la conquista di un punto geografico’ – ha scritto Walter Bonatti. L’alpinismo è un’altra cosa, non è scalare le montagne per raggiungere un punto inesplorato. Sì, quello esplorativo è cominciato così, ma l’alpinismo classico con le sue tecniche e le sue difficoltà, è in fondo una condizione che lo scalatore si pone per raggiungere e conquistare sé stesso attraverso la conquista della montagna».

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