L’isola caraibica è l’ultima destinazione scelta dalla ONG cilena Climbing for a Reason per sviluppare un progetto di resilienza e valorizzazione territoriale in comunità remote.
di Sara Canali

Cosa succede quando una comunità scopre che le rocce che vede ogni giorno possono diventare una risorsa per il futuro? È da questa domanda che è nata la ONG cilena Climbing for a Reason, che da anni sviluppa progetti di arrampicata nelle aree più remote del pianeta e che nel 2026 ha scelto Cuba. Non semplicemente aprire vie, chiodare pareti o costruire strutture dedicate, ma aiutare le comunità locali a riconoscere il valore del territorio in cui vivono. Dopo aver sviluppato progetti in Pakistan, Suriname, Tanzania e Angola, l’organizzazione fondata da Lucho Birkner e Mateo Barrenengoa si è rivolta all’isola caraibica, in particolare a Bariay, nella provincia orientale di Holguín, una zona caratterizzata da imponenti pareti calcaree e da un potenziale ancora in gran parte inesplorato per l’arrampicata sportiva.
L’arrampicata a Cuba
Se per un arrampicatore europeo acquistare una corda, un paio di scarpette o una scatola di spit è un gesto quasi banale, a Cuba la situazione è completamente diversa. I climber continuano a confrontarsi con una combinazione di ostacoli normativi ed economici che limita fortemente lo sviluppo della disciplina. Per anni l’arrampicata dell’isola ha vissuto in una sorta di limbo normativo e le comunità locali hanno dovuto confrontarsi con restrizioni, divieti e una sostanziale mancanza di riconoscimento ufficiale. La situazione si inserisce inoltre nel contesto di una crisi economica e di embarghi statunitensi che negli ultimi anni hanno colpito duramente l’isola provocando carenza di carburante, frequenti blackout elettrici, difficoltà nell’approvvigionamento di beni essenziali e salari molto bassi. Tutto ciò rende complesso anche il semplice mantenimento delle attività sportive e destinare risorse all’arrampicata diventa per molti un lusso impossibile. È anche per questo che il progetto di Climbing for a Reason assume un significato che va oltre lo sviluppo di una nuova destinazione outdoor.
Ne abbiamo parlato con Lucho Birkner per capire cosa lo ha spinto a credere in questo progetto.
Quando e come è nata l’idea di lanciare un progetto a Cuba?
Ogni anno scegliamo una destinazione diversa per un progetto di Climbing for a Reason. Il 2026 ha rappresentato l’occasione per dare questa opportunità ai cubani. Da sempre sentivamo dire che Cuba possiede un calcare straordinario e un potenziale praticamente infinito per lo sviluppo dell’arrampicata, ma che allo stesso tempo era difficile andare lì e che per molti anni l’arrampicata è stata illegale. Da climber e viaggiatore non riuscivo a immaginare come avrei potuto godermi quelle rocce sapendo che i cubani non potevano farlo. Per questo ho aspettato a lungo e pazientemente finché non si è presentata l’opportunità di andarci con uno scopo più grande. Alcuni anni fa l’arrampicata è diventata legale per i cubani e così abbiamo iniziato a metterci in contatto con loro.
Con quali organizzazioni o partner locali avete collaborato?
Abbiamo lavorato con Jorge Luis Piñeiro di Skalamas, all’Avana, e con Yunior Suarez dello Stone Hand Climbing Club di Holguín. A Bariay, abbiamo collaborato con l’intera comunità locale. Persone di tutte le età si sono sentite coinvolte perché hanno visto l’impatto positivo che può avere un progetto del genere. Loro stessi ci hanno detto che a Bariay non ci sono molte possibilità per i bambini. Grazie a questo progetto, i più giovani hanno una motivazione per svegliarsi ogni mattina con il desiderio di migliorarsi in qualcosa. E quel qualcosa si trova proprio nel loro cortile di casa. La situazione oggi a Cuba non è semplice, ma l’arrampicata sta portando molta gioia a una comunità che affronta difficoltà ogni giorno. Come team abbiamo lavorato insieme a tre volontari cileni – Weffa Azocar, Coto Labrin e Benjamin Undurraga – oltre a noi, Lucho Birkner e Mateo Barrenengoa.
In cosa consiste il progetto?
Il progetto ha previsto la costruzione di una parete da arrampicata pubblica e gratuita per tutta la comunità. La struttura è stata realizzata sul terreno di Angelito, un climber locale di Bariay che ha donato lo spazio. Da quando è stata costruita, la parete offre ogni giorno lezioni e allenamenti per tutti i bambini e gli abitanti che desiderano partecipare. Le attività sono guidate da Angelito, Luisma e Alejandro, tre arrampicatori locali che vivono lì vicino. Un’altra parte importante del progetto è stata la donazione di materiale da arrampicata e l’apertura di circa 35 nuove vie di tutti i livelli di difficoltà.
Quali sono state le principali difficoltà incontrate?
Le difficoltà principali sono legate alla situazione generale di Cuba: blackout che possono durare giorni, connessioni Internet instabili o assenti, difficoltà nelle comunicazioni e scarsità di carburante, che rende gli spostamenti complessi. Anche i materiali da costruzione più semplici risultano difficili da reperire e spesso è necessario cercarli casa per casa tra villaggi lontani, senza mezzi di trasporto e con pochissime informazioni disponibili. In questo contesto, persino attività basilari come trovare legno, chiodi, vernice o cavi elettrici possono richiedere giorni interi di ricerca, con continui spostamenti a piedi o a cavallo. Nonostante questo, proprio la complessità della situazione ha rafforzato la motivazione del team.
Qual è stata finora la più grande soddisfazione?
Vedere la reazione della comunità, soprattutto dei bambini. L’entusiasmo con cui hanno accolto il progetto e la rapidità con cui si sono appassionati all’arrampicata hanno confermato il valore dell’iniziativa. Per molti di loro le ore in parete sono diventate il momento più importante della giornata. Anche le famiglie raccontano come questa esperienza stia cambiando positivamente la quotidianità dei figli. Per il team di Climbing for a Reason, vedere questo impatto diretto sulla comunità rappresenta la ricompensa più grande e la conferma del senso profondo del progetto.
