Diari dal Durante Eterno delle Cose

(l’orizzonte ha lo sguardo più ampio)
di Davide Sapienza 
(pubblicato in liminarivista.it)

Il silenzio è un risveglio. Lì fuori, da dove ogni mattina i primi suoni del giorno vengono insufflati nel canto degli uccelli, tutto sembra lontano. Il territorio è un luogo di desiderio, attraverso il quale il silenzio si muove fino a svegliarci. Un semplice pensiero, chiaro, mi viene guardando fuori, nella mezza luce di questo lungo e indefinito durante, fatto di attesa e di dolore per chi da oggi, invece, questo canto non lo potrà più sentire. Dicono che in questi momenti si avvertono meglio certe cose: è vero, quelle interconnessioni sociali, che diamo sempre per scontate, ora non lo sono. E questo penso, mentre metto un qui & ora davanti all’altro, i miei passi che salgono verso l’alba. Penso a tutte le persone che sono impegnate da quello che era un lavoro quotidiano in settori che garantiscono, a me e a tutti, cose che sono diritti acquisiti, ma che spesso avremmo il dovere di onorare riconoscendoglielo, al di là della retribuzione salariale.

Nel cielo la mezza luna è ancora alta, sbircio tra gli abeti, dove si apre il sentiero nei pressi di alcuni alberi abbattuti dal vento: sembra un punto di domanda in attesa di compiere il suo ciclo preciso, verso la domanda, oppure verso la risposta. Il sentiero per andare a cercare la luce e la risposta a quel punto di domanda, grazie al sole che torna nel cielo, presenta l’umido del mattino che fa danzare la luce: mi fermo, mi inchino, osservo i primi raggi e provo a fermarli con la mia mano, ma sono come il vento e passano, come se non ci fossi. Nel bosco di questo monte che custodisce la comunità, guardinga e taciturna, dove abito, la traccia nascosta e ripida sembra già consegnarmi la memoria dei prati appena intravisti, quando sono uscito di casa: bagnati dalla pioggia di ieri, su di loro si stendono la brina di primavera, i primi fiori invitanti, le corrispondenze familiari ai miei occhi che sembrano ricambiare il dono, con uno sguardo carico di luce propria.

I passi scivolano senza sforzo e alla mente non resta che sfruttare lo spazio per tentare di comprendere l’immensità di quello che accade, in attesa di quel dopo nel quale questo spazio sarà stato un utile passaggio per elaborare il nuovo domani. Ma non sappiamo che nuovo domani sarà.
Il sentiero si impenna, le tracce fresche sul terreno sono tante – gli animali del bosco che percorrono la notte, forse, sono incuriositi dalla nostra assenza. Ogni segno parla di un’esistenza ciclica, nel bosco che è anche casa: canti e i suoni dentro questo silenzio sono i canti di primavera, la stagione della rinascita. Ora sta arrivando la luce e i prati in cima sono fragranti di notte e di brina che diventano giorno: è una generosità che vorrei condividere e inviare alla inestimabile generosità di tutti, dentro il mio piccolo grazie: tutti lottiamo per fare sì che quel nuovo domani non resti un’ipotesi. Tutti dobbiamo lottare affinché quel domani non sia costruito su uno ieri dal quale non abbiamo imparato nulla. Dobbiamo esigere questa lotta da noi stessi. Nella mia testa risuona Freedom Rider dei Traffic – come l’uragano avvolge il cuore, mentre cielo e terra vengono separati… ecco che Freedom Rider sta per arrivare – perché oggi più che mai, la libertà non deve essere una parola sussurrata, ma una condizione dell’essere da reclamare di fronte alle bugie nascoste. Sono tante, le bugie nascoste, il virus insidioso che però non è asintomatico, basta osservare, basta vedere, basta non avere paura di vedere.

Oltre il crinale si nasconde una piccola panchina verde, accanto a uno spuntone di roccia che fa da seduta naturale: segni di condivisione e di invito a uscire sulla corna sotto la quale si apre il vasto altopiano con i suoi rilievi che riempiono la rosa dei venti. Li chiamo tutti per nome, sono come dei cari che posso vedere ma che non posso raggiungere.
D’improvviso, tutto ciò che sembrava vicino è già lontano e il paesaggio si allarga. Sembra un’esortazione e d’incanto, per qualche attimo, quel sottofondo asintomatico e dormiente dentro me diventa un’alba, accolta da un orizzonte che ha lo sguardo più ampio. Il sole non è ancora alto, e sorrido: sorrido perché non credevo di anticiparlo, si vede che i miei passi, questa mattina, erano leggeri e più svelti delle mie inutili paure. Da oriente la luce batte sulla luna a metà: che ora non è più un punto di domanda, ma il suggerimento di ascoltarla sempre, la luce del giorno, come si ascolta la voglia di esprimere gratitudine per tutte le persone che vogliono, per tutti, l’orizzonte con lo sguardo più ampio.
Freedom Rider: you feel it.

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