Un personaggio dai connotati tipicamente torinesi, Paolo Boringhieri: intellettuale ed editore, riservato e poco espansivo. E, come in molte storie torinesi, sotto sotto cova la montagna. Una montagna non esasperata, certamente non sbandierata. Una montagna “precisa”, vissuta come si deve, ma che dura per tutta la vita, perché ti accompagna passo a passo: un pilastro esistenziale che si trasmette anche ai figli (Carlo Crovella).
Giulia Boringhieri e papà Paolo
di Antonella Frontani
(pubblicato su torino.corriere.it il 25 agosto 2024)
La sua casa è permeata dello stesso fascino che avvolge lei. Giulia Boringhieri mi accoglie con un sorriso timido ma sincero, decisa ad affidarmi il racconto di suo papà. Paolo Boringhieri, indimenticabile figura del panorama editoriale, iniziò curando le Edizioni Scientifiche Einaudi, società che acquistò nel 1957 per fondare la propria casa editrice. Sosteneva: «Il nuovo umanesimo, l’umanesimo scientifico dell’epoca moderna, non può più permetterci di conoscere quello che dicono e pensano i filosofi, politici, artisti, ignorando quello che dicono e pensano gli scienziati». Su queste basi costruì il proprio progetto editoriale alle opere di Freud, Jung, Einstein e di tutti i maggiori scienziati del Novecento. Schivo, riservato, di origine svizzera e cultura protestante, sposò Eleonora Palici di Suni, donna colta, intelligente, di nobili origini. Giulia, la figlia, ha ereditato dal padre il rigore e la riservatezza, dalla madre l’indiscutibile eleganza.
Il ricordo di Paolo attraverso i suoi ricordi di bambina
«Bisogna partire dai suoi silenzi che hanno segnato tutta la sua e la nostra, vita. Erano silenzi abissali, compensati dalla capacità di dire, al momento giusto, la cosa essenziale, con acutezza, e da uno humor straordinario, che condivideva con mia madre. Era un uomo del suo tempo, delegava a mia madre tutta la cura dei figli e della casa, ma il loro sodalizio era profondo. Io e mio fratello Gavino sapevamo che dietro ogni scelta importante c’era anche lui, sempre».
L’impegno con la casa editrice sarà stato pressante
«Assolutamente. Ricordo bene le ulcere di cui soffriva regolarmente, frutto dello stress accumulato».
Da bambina aveva percezione della notorietà di suo padre?
«No, perché in casa non se ne parlava mai. Lo scoprii un giorno, a scuola, avevo circa 13 anni. Il professore di religione, richiamando l’attenzione della classe, mi chiese: “Giulia, vorrei che tu raccontassi cosa voglia dire vivere con un intellettuale della levatura di tuo padre, uomo che riveste un ruolo così importante nella cultura del paese”. Sorpresa, sbiancai, incapace di fornire una risposta articolata».
Quando scoprì tutti i meriti di suo padre?
«Tardi, non da lui che era alieno a ogni forma di vanto. Per esempio, solo dopo la sua morte scoprii che fosse in possesso del tesserino del Comitato di Liberazione Nazionale».
E sua madre?
«Stesso atteggiamento. Pur essendo una donna bellissima, di grande eleganza, considerava la vanità un peccato mortale».
Mai un elogio da parte di suo padre?
«Pochissimi, e per questo, i pochi che ricevevo assumevano un valore biblico».
Uno per tutti?
«Amava molto i miei disegni di bambina, che aveva appeso nel suo ufficio. Apprezzò la mia tesi di laurea, due tomi sul neopragmatismo americano».
Un giudizio negativo che non riesce a dimenticare?
«Nessuno, all’insegna della regola ferrea che vigeva in famiglia: non si parla male di nessuno. Questa estrema correttezza, forse, non mi ha aiutato tanto nella vita, perché non mi ha preparata alla negatività del mondo».
Quante montagne ha dovuto scalare crescendo?
«Molte».
Perché suo papà vendette a Romilda Bollati, nel 1987?
«Per dare maggiore respiro economico alla casa editrice. Nonostante la crisi che negli anni Ottanta colpì tutto il settore, la Boringhieri continuava ad avere i conti in regola, grazie alla capacità imprenditoriale di mio padre».
Perché suo padre era un intellettuale ma anche un imprenditore…
«Sì, aveva una capacità imprenditoriale rara nel mondo editoriale, ereditata forse dalla sua famiglia, proprietaria dello storico birrificio Boringhieri. Contarono molto le sue radici: svizzere e protestanti. Ma la crisi dell’editoria era fortissima, e tenere in pedi la Boringhieri gli costava una fatica immane. Unendo le forze a quelle dell’ex collega einaudiano, Giulio Bollati, pensò di rafforzare l’azienda».
Suo papà, però, uscì presto dalla casa. Perché?
«Perché le cose non andarono come lui aveva sperato, secondo accordi».
Cosa fece dopo?
«Si dedicò agli studi di genealogia familiare. Il risultato è un’opera poderosa che ricostruì un pezzo di storia dell’intera Engadina e che depositò all’archivio di Coira. Come avesse vissuto questo passaggio, noi figli potemmo solo intuirlo. Personalmente, credo che avrebbe avuto ancora molto da dare alla cultura italiana».
Quali erano le sue grandi passioni?
«La montagna, la musica e la filosofia, che riteneva imprescindibile. Nell’ambito del suo lavoro fondamentali furono le figure dei filosofi Felice Balbo, Giorgio Colli e Michele Ranchetti. La montagna l’aveva nel sangue fin dall’infanzia, e la coltivò tutta la vita. La musica l’ascoltava a tutto volume in giardino, facendo tremare le foglie degli alberi».
Come descriverebbe suo padre?
«In parte, come lo descrivevano tutti: una persona speciale, di un’intelligenza fuori dal comune e di un’assoluta onestà intellettuale. Era capace di durezze improvvise, di scatti di collera: ma non in famiglia. Lì, regnava la tranquillità. Mia madre lo pacificava, come pacificava tutti. Papà non era una persona facile, aveva un suo mondo interiore che comunicava poco, quasi per niente. Ha fatto molti errori, come tutti, ma li ha fatti in buona fede. Quando lo rivedrò gli tirerò un po’ le orecchie…».
Parliamo del suo impegno in casa editrice.
«Ho tanti ricordi, per esempio di alcuni autori, come Rita Levi Montalcini e Tullio Regge, a cena a casa nostra. Ricordo bene alcuni suoi stretti collaboratori come Anna Colli la caporedattrice, Renata Colorni la traduttrice delle Opere di Freud e l’amico consigliere Michele Ranchetti. Ricordo la cura che dedicava ai libri: coadiuvato da una splendida redazione, ambiva all’opera perfetta da tutti i punti di vista, compresi quello grafico e formale. Ricordo quando, tornando a casa, estraeva dalla cartella le sue ultime creature e ce le mostrava, orgoglioso».
Cosa ha ereditato da lui?
«Chissà! Forse la passione per il lavoro ben fatto? Quella che confina con il perfezionismo».
Un ricordo indelebile?
«Il suo sorriso. L’irresistibile sorriso d’un timido».
Cosa le è mancato?
«Forse qualche consiglio in più, qualche indirizzo di vita».
Una paura?
«Quella di sbagliare…».
Il racconto di Giulia è pieno d’incanto. Capisco il sentimento che l’ha spinta a ricostruire l’operato di suo padre e racchiuderlo nel libro Per un umanesimo scientifico, compito reso arduo dal riserbo che lo contraddistingueva.


Siamo tutti grati per l’impegno della Bollati _e_ Boringhieri nelle pubblicazioni scientifiche, a cominciare dalle opere di Freud.