Il coraggio di guardare in alto

A Jipe Moyo Center, in Tanzania, i ragazzi vulnerabili, strappati a violenze e soprusi, hanno la possibilità di costruirsi una seconda vita anche grazie all’arrampicata. Il nostro racconto da volontari.

Il coraggio di guardare in alto
di Sara Canali

In lingua swahili, jipe moyo è un’espressione che significa “abbi coraggio”. Ed è proprio questo il nome scelto per l’organizzazione dedicata ai diritti dei bambini, fondata nel 2001 e attualmente gestita dalle Immaculate Heart Sisters of Africa (IHSA). Il Jipe Moyo Center si trova a Musoma, una cittadina che si affaccia sul Lago Vittoria, nella Tanzania centrale, e opera come casa per bambini vulnerabili, strappati a forme di violenza come matrimoni precoci, stupri, torture e negligenza. Noi, come Outdoor Magazine, abbiamo trascorso nel centro quindici giorni da volontari, per vivere dall’interno una realtà che, dal 2022, è stata scelta dalla ONG cilena Climbing for a Reason come sede di uno dei suoi progetti umanitari, con al centro l’amore per l’arrampicata. Due settimane intense, a contatto con una realtà che mette i bambini al centro, dando loro la possibilità di riscatto rispetto a una vita che non si sono scelti, ma che è stata loro imposta da condizioni di povertà o violenza. E di coraggio questo luogo ce ne ha infuso parecchio: per questo possiamo davvero dire che mai nome, come quello di Jipe Moyo, fu più azzeccato.

Il centro
Oggi il centro ospita circa 43 ragazzi di età compresa tra i tre e i 19 anni. La maggior parte di loro frequenta la scuola anche grazie alle sponsorizzazioni di cittadini privati che hanno preso a cuore le loro storie personali. Chi arriva qui in età più avanzata e non ha avuto modo di frequentare la scuola primaria può imparare un mestiere, grazie ai corsi di sartoria, di matematica di base o di imprenditoria. A raccontarcelo è suor Faustina, oggi la sorella che si occupa a tempo pieno della gestione del centro. È lei a presentarci uno a uno i ragazzi, a raccontarci qualcosa di più su come la vita viene organizzata e ad accoglierci con torte di farina di lenticchie appena sfornate. Qui la vita scorre con orari ben precisi, scandita tra momenti di studio, di preghiera, di attività di gestione del centro e, ovviamente, di svago. Come volontari possiamo scegliere come dare il nostro contributo: giocando con loro, affiancandoli nelle attività come la mondatura del mais o la cura dell’orto e, semplicemente, giocando con i più piccoli. È il weekend il momento in cui c’è più tempo per stare insieme. La domenica inizia alle 5 con una corsa insieme a tutti i ragazzi del centro e con suor Faustina, prima di concederci una ricca colazione al sapore di chapati.  Qui conosciamo Daniel, che sogna di diventare dentista; Estha, che invece sta studiando per poter, un giorno, essere giornalista; e Joseph, che non ha dubbi sulla volontà di intraprendere la carriera da dottore, ma soprattutto di diventare il più forte climber della Tanzania. Sono loro, infatti, i primi scalatori del Paese, coloro che vedono nei bellissimi massi granitici che si affacciano sulle rive del Lago Vittoria non solo un monolite naturale, ma una sfida da affrontare. Per questo, ogni domenica, abbiamo accompagnato i ragazzi sulle falesie e sui boulder che costellano il territorio, e loro, in cambio, ci hanno restituito ottime performance, dimostrando grande potenzialità e talento che, se potesse essere allenato con maggiore continuità, darebbe forma ad atleti con molto da dire.

Climbing in Tanzania
L’arrampicata non è solo uno sport, ma un vero e proprio mezzo di empowerment personale, capace di creare fiducia e rapporto con il compagno. Ne sono convinti Lucho Birkner e Mateo Barrenengoa, fondatori della ONG Climbing for a Reason, che dopo il Pakistan, il Messico, il Nepal e il Cile è arrivata in Tanzania e in Angola. A loro si è affiancata anche Javi, la compagna di Lucho, con l’entusiasmo di chi vede nella propria passione un mezzo per poter creare comunità e dare una possibilità in più a chi vive in un territorio ricco di rocce perfette, ma di cui non c’è ancora piena consapevolezza. A Jipe Moyo, Lucho, Mateo e Javi hanno costruito una parete di arrampicata artificiale per insegnare ai bambini a scalare e hanno aperto alcune vie intorno al centro e nelle zone limitrofe. Al centro di Musoma si è poi affiancata anche la realtà di Baraki Center, sempre gestito dalle Heart Sisters of Africa, che offre istruzione, assistenza sanitaria e guida spirituale. Anche qui è stata installata una parete con prese artificiali ed è stato mostrato ai ragazzi come muovere i primi passi. In questo modo è possibile creare una prima community che abbia come testimonial i ragazzi stessi, per una promozione del loro stesso territorio.

“Dopo aver valutato il potenziale del luogo e organizzato alcune videochiamate con la suora e i bambini, che hanno mostrato grande motivazione, CFR ha deciso di unirsi all’iniziativa”. A parlare è Javiera Ayala, che ha risposto ad alcune delle nostre domande. “Così è nato il progetto, spinto dall’entusiasmo condiviso, che ha portato il team a viaggiare dal Cile all’Africa per renderlo realtà. CFR utilizza l’arrampicata per creare connessioni umane e un forte senso di appartenenza, qualcosa che è profondamente radicato anche in Jipe Moyo, dove la vita comunitaria ha un ruolo centrale. Entrambe le organizzazioni riconoscono l’impatto concreto del lavoro di squadra, del rispetto della cultura locale e della collaborazione autentica con le persone coinvolte nel progetto”.

More from Alessandro Gogna
La tecnologia migliora le performance, ma impoverisce l’esperienza
di Nicola Pech (pubblicato su huffingtonpost.it il 1 settembre 2020) L’ennesima via...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *