La Groenlandia di oggi assomiglia agli Stati Uniti molto più di quanto non assomigli all’Europa. All’inizio nessuno voleva incontrarmi, c’è diffidenza qui verso gli “outsider”. E ho capito una cosa: che le nuove rotte commerciali, la presenza militare e le terre rare c’entrano fino a un certo punto con le mire americane…
Il Paese più puro del mondo
(per questo Trump vuole la Groenlandia)
di Paolo Giordano
(pubblicato su corriere.it il 25 aprile 2025)
Lo ammetto: se scrivo queste righe da Nuuk dopo che il mio volo di rientro è stato rimandato per una tempesta di ghiaccio, se mi sono concesso un viaggio che corteggiavo da anni senza decidermi, è solo grazie a Donald Trump. Alle sue sue mire espansionistiche che mi hanno finalmente fornito un pretesto per partire. C’è dell’altro. Se fossi stato trasportato a Nuuk senza saperlo e mi avessero d’un tratto sbendato, penserei di trovarmi in America, in Montana o in North Dakota, magari in Alaska: la Groenlandia di oggi assomiglia agli Stati Uniti molto più di quanto non assomigli all’Europa.

Prima che arrivassi non voleva incontrarmi nessuno. Avrò mandato una ventina di mail, a politici, artisti, funzionari, all’unica scrittrice groenlandese tradotta all’estero: hanno risposto tutti declinando cordialmente l’invito. L’improvvisa attenzione della stampa mondiale li ha stancati. Ecco il primo effetto della campagna di annessione trumpiana: aver turbato la pace artica, aver strappato un popolo dalla marginalità confortevole a cui era abituato. Una musicista di nome Karina me l’ha spiegato meglio: «Non ha nulla a che fare con te personalmente. È piuttosto la sensazione che dovremmo essere noi a raccontare la nostra storia, prima che venga raccontata ancora una volta dagli “outsider”».
Ma Ole non sembra cosciente di essere l’oggetto di questa avversione montante. È indifferente ai giudizi su di sé, ed è indifferente ai danesi come lo è agli americani. In lui si riflette un pragmatismo che ho colto altrove: i groenlandesi sono pronti a fare affari con chiunque, senza preclusioni, ma non hanno intenzione di finire sotto una nuova ombra politica, dopo essersi liberati a fatica di quella della Danimarca. E tuttavia, Ole riconosce che ultimamente le persone sono diventate più razziste, in particolare la popolazione inuit. E che l’intolleranza crescente è legata al materiale che circola abbondante su Facebook. «Parlano di quando i danesi ci trattavano come animali. Di quando le donne inuit venivano sterilizzate. Cercano di impressionare i giovani».
La strategia: usare la propaganda per dividere, poi sfruttare il malcontento
Signe Ravn-Højgaard ha studiato perché la Groenlandia è così suscettibile all’intrusione mediatica: «La società è piccola e siamo fortemente connessi, informazione e disinformazione si propagano in fretta. Bastano poche condivisioni perché un post di Facebook raggiunga una larga parte della popolazione».
La strategia è quella praticata con sfumature diverse dalle destre di tutto il mondo: usare la propaganda online per dividere l’elettorato, quindi inserirsi negli spazi di malcontento che si aprono, proponendosi come soluzione. Qui, nello specifico, si è trattato di riaccendere il conflitto fra la maggioranza inuit e la minoranza danese, fra Copenhagen e Nuuk, insomma di ravvivare la tensione postcoloniale. Dopodiché JD Vance ha detto: «La Groenlandia non è stata protetta come meritava!», anche se non si sa da chi. E Donald Trump ha detto: «Vi renderemo ricchi!», anche se non si capisce come. Qualcuno che ci crede, tanto, lo si trova sempre.
La Groenlandia «vera»
Eppure, il tempo che ho passato qui mi è bastato a capire che perfino “la Groenlandia” è un concetto sfuggente.
Per molti la capitale Nuuk non è la Groenlandia. La Groenlandia “vera” inizia molto più a nord, dove si pratica la caccia alla foca, si pesca bucando il ghiaccio e ci si muove in slitta. O si trova negli insediamenti più poveri della costa est, dove Ole è cresciuto. O ancora, è in mezzo, nell’immensità dell’inlandsis, la distesa di ghiaccio perenne, un territorio dove perfino la parola “nulla” ha un significato fuori dal comune.
Secondo l’etnologo Adam Grydehøj, «Nuuk è contemporaneamente al centro e alla periferia»: è centro rispetto agli insediamenti costieri da cui le popolazioni sono state spinte qui, ed è periferia rispetto alla capitale del regno, ovvero Copenhagen.
I motivi per cui gli Usa desiderano la Groenlandia
Sicuramente, Nuuk è quello che oggi definiremmo un centro urbano “carino”. Le case del quartiere storico sono tutte colorate, folkloristiche, attirano i turisti. All’epoca in cui vennero costruite i colori avevano un significato, servivano ai pescatori per orientarsi, giallo per l’ospedale, rosso per gli uffici municipali, blu per la pesca, nero polizia.
Il palazzo del governo dove Jørgen T. Hammeken-Holm mi ha dato appuntamento è rosso come da legenda. Ci sono tre motivi ufficiali per cui Donald Trump (come altri prima di lui) desidera ardentemente il possesso della Groenlandia:
1) le nuove rotte commerciali che si apriranno con il climate change (benché curiosamente negato da Trump stesso),
2) la presenza militare nell’Artico,
3) le materie prime di cui la Groenlandia è ricca: idrocarburi, grafite, uranio, terre rare.
Ma le nuove rotte commerciali sono un’eventualità ancora remota.
La presenza militare già c’è e non è mai stata un problema per nessuno (entro pochi giorni JD Vance visiterà la base americana di Pituffik, a nord ovest, e qualche giorno più tardi ne farà licenziare la comandante che avrà osato criticarlo).

Le materie prime? «Una grande illusione»
Restano allora da indagare solo le materie prime. Jørgen è la persona più indicata per farlo, da quattro anni dirige la sezione ministeriale dedicata alle risorse geologiche. «La Danimarca sappiamo gestirla, mi dice, ma le manipolazioni degli Stati Uniti creano tensione. Siamo una comunità piccola, vediamo benissimo chi porta avanti gli interessi degli americani, come si muovono. Ma non capiamo bene cosa vogliono.»
Il petrolio, no?
«Vedi quella cartina? Sono i siti in cui veniva estratto petrolio. Le compagnie erano tutte qui, Chevron, Exxon, Shell, Texaco, Phillips… ma se ne sono andate. Il petrolio offshore in Groenlandia costa troppo, ci sono il freddo estremo, gli iceberg che vagano in mare per buona parte dell’anno».
L’uranio allora.
«Sull’estrazione dell’uranio abbiamo messo un divieto.»
I minerali critici, le terre rare.
«Le terre rare ci sono. Ma parliamo di un potenziale. Se iniziassero a estrarle oggi ci vorrebbero almeno vent’anni per averle sul mercato. Anche se le chiamiamo rare, il problema non è la loro disponibilità, ce ne sono in molte parti del mondo, né la loro estrazione che è relativamente facile. Il problema è separare i singoli metalli (le terre rare sono metalli) dagli altri composti. Ci si arriva attraverso processi chimici complicati e molto inquinanti. La Cina ha il monopolio. Non custodisce solo il know-how ma anche i brevetti. Hanno potuto svilupparli grazie all’estrema noncuranza verso l’ambiente. Impossibile che qualcosa del genere accada qui. Anche se gli ultimi risultati elettorali hanno visto un indebolimento del partito ambientalista, in Groenlandia si continueranno a perseguire le buone pratiche ecologiche».
E quindi?
«Quindi non lo so. A me sembra una grande illusione. Un bad business case».

Geologia, etnografia: a chi appartiene la Groenlandia?
Ciò che Jørgen ha detto mi viene confermato integralmente, alcune ore dopo, da Thomas Varming, un geologo del Greenland Institute of Natural Resources. Dopo aver incontrato entrambi mi ritrovo ancora più confuso. Cosa vuole Donald Trump dalla Groenlandia davvero? Possibile che si tratti davvero di un’illusione, di un gigantesco bad business case?
Non c’è dubbio che a livello geologico la Groenlandia appartiene al continente nordamericano. La placca tettonica è la stessa e comprende anche l’Islanda. E non c’è dubbio neppure che la Groenlandia appartiene al Nord America etnograficamente: la popolazione inuit che in maggioranza la abita è arrivata dalla Mongolia attraverso lo stretto di Bering, gli inuit di Nuuk hanno certo più in comune con quelli dell’Alaska e del Québec che con i danesi. Ma sono ragioni sufficienti, queste, per reclamare la sovranità su un territorio libero?
La purezza del ghiaccio – e la forza dell’iconografia Usa
Allora prende forma in me un’idea nuova, un’ipotesi del tutto personale, infondata e non verificabile. Forse Donald Trump vuole l’artico perché è illuogo più puro del pianeta. Il più vuoto e il più puro. Tutto questo ghiaccio… Come ogni predatore, sente la libidine d’impossessarsi di ciò che è ancora intatto.
Ieri sera ero a cena da Bone’s e mangiavo short ribs circondato da santini di Michael Jackson, di Frank Sinatra, di Marylin Monroe e dei Simpson. Alle pareti erano appese targhe del Nebraska, fotografie di Rodeo Drive, maglie da baseball autografate, e ho pensato a quanto è forte l’iconografia americana. A quanto ci ha conquistato senza conquistarci, ovunque nel mondo. Forse gli americani non hanno più la capacità generativa di un tempo, ma con quello che hanno prodotto possono vivere di rendita per un’altra generazione almeno. Magari Donald Trump non dovrà fare un grande sforzo alla fine. Oppure i groenlandesi sapranno tenerlo alla larga con la loro fermezza gentile, come hanno tenuto alla larga me. Ma da dove mi trovo la percepisco vicina, l’America, appena al di là della baia di Baffin. Silente e minacciosa. A partire dall’estate, fra pochi mesi, un volo diretto di United collegherà Nuuk a New York.
Paolo Giordano, 42 anni, scrittore: nel 2008 ha vinto il premio Strega con il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi. È l’autore del reportage





In questo caso l’antrumpismo descrive il mondo in termini apparentemente progressisti, ma in sostanza ingannevoli. L’alternativa al colonialismo non è l’isolamento politico né il feticismo tribale, ma l’integrazione e la federazione fra gli stati. Da un altro e più evoluto punto di vista Trump ha offerto alla Groenlandia l’opportunità di aderire all’unione degli stati americani (Usa), come la Guyana francese fa parte dell’unione degli stati europei (Ue). La distanza geografica o etnica non impedisce ai popoli di creare comunità politiche più ampie e democratiche dei ristretti villaggi feudali. Se la Danimarca fosse stata più intelligente e non avesse concesso l’indipendenza alla Groenlandia, oggi l’isola sarebbe a pieno titolo parte dell’Ue come la Guyana o l’isola della Réunion con la soddisfazione di tutti gli uomini di buona volontà.