Il senso di una montagna

di Manuela Mimosa Ravasio
(pubblicato su migrazioniverticali.it il 25 ottobre 2022)

Non è la prima volta che Migrazioni Verticali ospita un’iniziativa nata dal basso per sensibilizzare sullo stato di salute della montagna. Per prendere coscienza degli effetti della presenza umana nelle terre alte. Lo ha fatto con Montagna Sacra, e lo fa ora con la petizione lanciata dal Comitato Salviamo il Grauson su Change.org per fermare la costruzione di una strada nel vallone del Grauson e nel territorio appena adiacente. Non mi soffermerò qui sulle ragioni e sulla disputa in corso tra il Comitato, il comune di Cogne e il Consorzio di Miglioramento Fondiario (che stanno procedendo alle servitù coattive), i giornali locali le hanno ampliamente riportate (Aosta SeraAosta CronacaGazzetta Matin, La Stampa), a me, invece, interessa il senso di una montagna che ne emerge.

Il vallone del Grauson visto dall’omonimo rifugio

Bisogna andare al di là dei numeri, e vagare, tra i commenti dei quei 30mila firmatari (tra cui va detto c’è anche il fondatore del WWF Fulco Pratesi) per ascoltare questo senso. Rispetto, amore, memorie d’infanzia, passo lento, sogno e natura, luoghi del cuore, voglia di wilderness, selvaggio, valore, spreco, dovere, distruzione, vita, silenzio e ferita, tutela, basta, bellezza, patrimonio, ossigeno, incontaminato, interessi, Terra, noi… Se le parole hanno un senso, e le parole, a una a una, ce l’hanno sempre, allora questa petizione è lo specchio di un rapporto identitario con una parte di mondo, che ha confini geografici, ma più spesso simbolici; che è casa, per chi vi è nato, ed è “sentirsi a casa” per chi l’ha scelta. E non è questione di (solo) paesaggio. Le parole non sono affollate di panorami, ma di persone, ricordi d’infanzia, tempi di vita. Va da sé che il comitato è nato intorno a un gruppo di cittadini e cittadine residenti, ché chi presiede il territorio ha il polso e “conosce”, eppure, anche questa partecipazione diffusa ci dice qualcosa di più sul senso di una montagna e della sua “comunità”.

Il Grauson de Soto, vecchie baite nella parte inferiore del vallone del Grauson.

Io, per esempio, porto sempre con me una frase del poeta e paesologo Franco Arminio: «Bisogna arieggiare i paesi portando gente nuova, il paese deve essere un intreccio di indigeni e forestieri. Bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello, più che una comunità pozzanghera» (La cura dello sguardo, Bompiani). Mi ricorda che la comunità ruscello è quella che si mantiene fresca e viva, ed è capace a costruire il “noi” intorno a un progetto futuro, a un bene comune più grande; mentre la comunità pozzanghera, è quella che si cementa, spesso si incancrenisce, intorno ad abitudini passatiste, chiuse, riflesse su sé stesse. Così molto spesso la sfida è proprio questa, uscire dalla pozzanghera, capire che l’unica via, persino per conservare noi stessi, è abbattere i confini e accogliere lo sguardo altrui. È quello che si legge tra le righe dei commenti, espressione di una “comunità altra”, che rafforza e si prende cura di quel rapporto identitario con il territorio, anche quando qualcuno avrebbe pensato che questa “intromissione” lo diluisse.

Chi dice quindi, «Chi viene da Roma o Milano non ha nessun diritto di giudizio su questa montagna», commette errore doppio. Perché nell’illusione di difenderla, la soffoca, e smette di guardarla nel futuro. Anche queste parole però vanno lette ed ascoltate perché pongono un interrogativo non trascurabile, contemporaneo, un interrogativo che ci invita a riflettere sull’importanza delle geografie dei legami sovrapposte alle geografie dei territori, e sulla consapevolezza necessaria di condividere tutti e tutte la stessa Terra, la stessa montagna. Colpisce chi commenta che l’unica soluzione sarebbe “estendere i confini del parco” (quello Nazionale del Gran Paradiso), ma in fondo, la crisi ambientale che stiamo vivendo, crisi che per inciso la montagna avverte prima e con più drammaticità, non ci suggerisce che l’intero Pianeta è “parco”? Che la salvaguardia deve uscire dalle zone tutelate per decreto, e diventare il nostro modus operandi? Il vallone del Grauson appartiene agli abitanti di Cogne non più di quanto appartenga a chi vive al cospetto delle Dolomiti, e viceversa. Ed è per questo che ognuno si sente coinvolto, anche emotivamente, in prima persona quando si toccano certi territori fatti di terra e di anima.

Il lago Coronas, uno dei laghi del vallone del Grauson. Si intravede, in fondo, il Gran Paradiso.

Va notato per altro che la parola “turismo” compare poche volte, e forse persino qui un senso c’è, perché parlare di “turisti” oggi pare desueto, mentre si preferisce nominare “residenti temporanei” o occasionali… (cosa che ci rimanda per altro al concetto di comunità di cui sopra). Eppure, stupisce ritrovare affermazioni che potremmo leggere nei report che annualmente ci vengono snocciolati da chi studia i trend del turismo. Una singolare consapevolezza, e competenza, di cosa significa stare nel territorio, ché: «Un reale e intelligente sviluppo delle zone montane, parte dal rispetto del territorio e non dal su “uso”, dalla sua valorizzazione, e non da azioni che vanno in senso opposto», come scrive nel suo commento Giovanni Grosskopf, compositore e docente al Conservatorio di Milano.

Quindi, viene da chiedersi, quando si legge che anche in Italia le preferenze vanno ormai verso un rapporto più sano, autentico e lento con i territori; quando si legge (nella relazione dell’Osservatorio per il Turismo Sostenibile in Alto Adige) che occorre far più leva sul crescente richiamo esercitato dalla wilderness naturale delle Alpi, su uso parsimonioso delle risorse per una maggiore tutela ambientale, che il turismo ha un interesse diretto a equilibrare e compensare le opportunità di “fruizione” e “tutela”, visto che oggi chi viaggia ha una consapevolezza crescente per i problemi ambientali; quando si parla, troppo genericamente, di turismo di montagna e sostenibile, è questo che si intende? (La risposta, ovvio, è sì). Perché la dicotomia, a volte sbandierata, tra sviluppo e tutela non esiste. La tutela è sviluppo, ormai è chiaro. (“Salvare il pianeta è più economico che distruggerlo”, disse una volta il premio Nobel Oscar Arias Sanchez)

In definitiva, ad ascoltarlo con attenzione, questo movimento nato per salvare una valle, una valle che vuole continuare a essere vissuta e non consumata, apre un vaso di Pandora sul senso della montagna oggi, sulla natura variabile delle comunità che in essa si rispecchiano. E forsanche, in queste prime parole, lasciate a caso come briciole su un sentiero di cui non si vorrebbe perdere traccia, si può raccogliere il senso comune di una montagna. Comune a quello che troveremmo a chi ha aderito alla petizione per la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, (1700 firme autenticate da presentare al Comune per ora) e di altri movimenti che, solo per chi li legge con distrazione, possono essere etichettati come ostativi, oppositivi, neganti; quando offrono invece, un’altra visione della montagna, del suo sviluppo e della sua tutela. Un senso sempre più lontano da quel consumo frenetico e affollato dei soli mesi delle vacanze, consumo che, ogni volta sempre di più, lascia il territorio vuoto, svuotato, esausto.

Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e formazione per strategie narrative e turismo.

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