Salendo sulle montagne si vede più lontano

“Andare sulle tracce di Marco Polo con la spedizione guidata da Carlo Mauri aveva e ha un senso, dato che perdura la scarsa conoscenza e restano le differenze che percepiamo nei confronti di quei popoli…”.

Salendo sulle montagne si vede più lontano
(testo per il libro su Carlo Mauri)
di Gianni Fodella
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo 2022)

1. Dall’avventura tra i pastori erranti per l’Asia…
Per commemorare il settimo centenario dell’inizio dell’impresa di Marco Polo (1271) la RAI aveva promosso una spedizione guidata dal famoso alpinista ed esploratore Carlo Mauri allo scopo di ripercorrere le tracce di uno dei più illustri cittadini di Venezia. Tra gli ultimi mesi del 1971 e i primi del 1972, il Telegiornale RAI aveva dedicato alla spedizione qualche minuto ogni sera, documentandone l’avanzata con regolarità, sia pure con un divario temporale di alcuni giorni, quelli necessari per l’arrivo a Roma della pellicola. Pur essendo la spedizione divenuta un evento nazionale, la RAI non utilizzò in seguito il materiale girato, permettendo però al protagonista di farlo. Con Carlo Mauri avremmo proceduto al montaggio e a me sarebbe toccato il compito di scriverne il commento facendo uso del suo diario di viaggio e di brani tratti da II Milione.

Conobbi Carlo a metà degli anni Settanta, quando la Radiotelevisione della Svizzera Italiana mi chiese di collaborare alla realizzazione del documentario Sulle tracce di Marco Polo con la spedizione di Carlo Mauri utilizzando il girato RAI. Nel propormi il lavoro, il direttore dei servizi culturali della televisione svizzera mi disse che aveva pensato di chiedere questo compito a un economista, piuttosto che a uno storico, perché lo riteneva più adatto a cogliere quelle costanti che presso le popolazioni più diverse mutano lentamente nel corso del tempo. Il direttore, Carlo e io fummo d’accordo sul fatto che fosse importante sottolineare come le costanti che caratterizzavano le popolazioni di quelle terre avessero mantenuto dei connotati che potevano essere riscontrati anche ai nostri giorni, e che una vera conoscenza dell’Asia permanesse anche oggi scarsa, insufficiente e comunque inadeguata per poter instaurare un dialogo utile fondato sulla reciproca conoscenza, consapevoli se non altro di appartenere alla stessa specie zoologica…

Dopo qualche iniziale perplessità Carlo mi accettò. Concordammo un piano di lavoro il quale prevedeva numerose trasferte presso gli studi televisivi di Lugano che, se non ricordo male, furono in totale ben 32. Devo dire che ero molto preoccupato e conscio della responsabilità che mi ero assunto. A un’attenta rilettura dei principali testi poliani si doveva accompagnare la verifica (per quanto possibile attraverso le esperienze vissute da Carlo e dai suoi compagni) che i testi fossero veritieri, che descrivessero la realtà vista da Marco Polo e non fossero (come per sei secoli erano stati ritenuti) un racconto basato sulla fantasia di un mercante – e per di più italiano – anche se proveniente da una delle città più ricche del mondo allora conosciuto, quale era la Serenissima Repubblica di Venezia. Nel settembre del 1971, dopo la regata storica che si era conclusa con l’antica cerimonia dello “sposalizio con il mare” – e con Carlo ospite d’onore – la spedizione partiva da Venezia della quale Cassiodoro nel VI secolo aveva scritto: “simile al nido di un uccello marino galleggiante in acque basse; città simile a una nave, ancorata alla terra ma fatta solo per il mare”. Spinto dagli stessi sentimenti di Marco Polo – che sette secoli prima viaggiava con curiosità, desiderando di capire e non con l’indifferenza per i popoli non cristiani, ma con rispetto – Carlo sbarcava a Iskenderun (Turchia) l’antica Alessandretta, e proseguiva via terra a piedi, a cavallo, a dorso d’asino e di cammello, in barca quando tra Iraq e Iran incontrerà fiumi e paludi. Anche cinquant’anni fa il percorso era stato “sichurissimo” (come è scritto nel Milione) cosa che non si sarebbe più potuta affermare negli anni seguiti al viaggio di Carlo Mauri, che in quelle terre saranno tutti anni di guerra, a partire dalla deposizione nel 1973 del re dell’Afghanistan che lo aveva ricevuto a Kabul nel 1972.

Lo spirito di avventura unito al rispetto per gli altri, una chiave per penetrare la realtà che Marco Polo possedeva, era patrimonio anche di Carlo Mauri che si era ripromesso di seguirne le tracce senza sapere, né immaginare, che cosa avrebbe trovato sette secoli dopo. “Andando per questa sterminata pianura [scriveva Carlo in Quando il rischio è vita] mi rendo ragione dell’alpinismo. La montagna è un vertice visibile, una meta definita; la vetta di una montagna è un punto di riferimento; un traguardo sul quale si conclude un cammino; il luogo ideale da raggiungere per guardare la Terra. Nella pianura sconfinata, nel deserto, l’uomo si perde… i suoi movimenti si perdono nell’immenso spazio“. Andare sulle tracce di Marco Polo con la spedizione guidata da Carlo aveva e ha un senso, dato che perdura la scarsa conoscenza e restano le differenze che percepiamo nei confronti di quei popoli. Questa distanza crea una frattura, una diffidenza, a sua volta seguita dall’arroganza nei confronti di coloro che sentiamo come “diversi” e, con un salto logico privo di… logica, inferiori. L’idea (parziale e spesso senza fondamento) che abbiamo dei popoli che vivono nelle terre sconfinate dell’Asia è ancora oggi soltanto scalfita da pochi e attenti viaggiatori, mentre i turisti, i soldati, i commercianti, gli imprenditori, le attraversano sovente come una terra di nessuno, della quale in vari modi si può profittare per i propri scopi, ma che non merita una vera attenzione: prima o poi saranno civilizzati, come noi [1]…

Per i nostri viaggiatori contemporanei era stato sorprendente constatare come numerosi tratti del percorso descritti nel Milione coincidessero quasi in modo esatto con l’esperienza da loro vissuta (è il caso di dirlo) sul campo. Le giornate di cammino da una località all’altra, l’orografia del territorio, le condizioni dei pascoli e delle acque si rivelavano “quelle” descritte. Il libro di Marco Polo non era un racconto che attingeva alle favole, ma sembrava piuttosto una guida ad uso di chi fosse venuto dopo di lui. Man mano che procedeva nel cammino, il racconto di Carlo, fissato quotidianamente nel suo diario, si soffermava sempre meno sulle piccole e meno piccole disavventure che si presentavano durante il viaggio. Le note divenivano sempre più attente alla condizione umana particolare di chi si incontrava per via. Osservava Carlo: “Gli afghani sono la gente più ospitale del mondo, ma non vorrei averli nemici”. Di lì a poco l’Unione Sovietica – e poi gli Stati Uniti – con le guerre scatenate (e perdute) in Afghanistan dimostreranno la fondatezza dell’acuta osservazione del nostro viaggiatore…

Avevamo concordato che alla sede della Radiotelevisione della Svizzera Italiana avremmo visionato il materiale filmato e quindi scelto e montato quello più adatto al messaggio che il documentario intendeva comunicare. L’esperienza viva che i mesi di viaggio avevano sedimentato in Carlo giorno dopo giorno (e poi il lungo intervallo trascorso da quei giorni) avevano prodotto in lui un atteggiamento quanto mai propizio per gli scopi che ci prefiggevamo. Occorreva però non perdere la concentrazione e mantenere vivo quello stato d’animo. Carlo venne sempre alla stazione di Lugano a prendermi per andare insieme alla sede della televisione con la sua macchina, riempiendo questi tragitti di feconde discussioni e riflessioni che si sarebbero poi tradotte in scelte meditate. Il rammarico più grande di Carlo era stata l’impossibilità di proseguire il viaggio in territorio cinese e aveva scritto:

II governo di Pechino non mi concede il visto per entrare nel suo paese a cavallo. Il consigliere politico cinese, nel darmi la notizia è sinceramente dispiaciuto. Io piangerei dopo tante fatiche non mi è concesso di portare il leone di San Marco e il messaggio di Venezia a Pechino. Ho confidato tanto nel nome di M. P. [Marco Polo] ma è stato tutto inutile. Piango e affogo tutto ciò che sento nelle lacrime. Proseguirò il Viaggio fino al Pamir fino alla frontiera con la Cina“.

Le righe di pugno di Carlo Mauri del 1972 ci commuovono anche oggi.

E così farà, percorrendo a cavallo e a piedi il Wakhan nell’Hindu Kush fino al Wakhjir Pass 4923 m che segna il confine tra Afghanistan e Cina. Il cippo in pietra accanto al quale pianta la bandiera italiana della spedizione mostra sul lato ovest “Afghanistan” in caratteri arabi, su lato est “Cina” in caratteri cinesi. L’Europa è lontana… Che da un alpinista sportivo divenuto esploratore di luoghi, ma soprattutto di uomini, fosse nato un campione di ricca umanità veniva testimoniato così anche dal film documentario in sei puntate di un’ora ciascuna frutto del lavoro di molti. Una volta pronto fu una grande soddisfazione per Carlo e per me adoperarci al MIFED (Mostra Internazionale del Film E del Documentario) perché venisse promosso e diffuso presso un gran numero di reti televisive di tutto il mondo.

2. … ai riti vicini rivisitati
Desideravo che il mio amico Carlo fosse anche partecipe di un “esotismo casalingo” più vicino a noi di quello asiatico e anni dopo lo coinvolsi nella Barabbata, una festa paesana dalle origini incerte (il nome che porta è di per sé un invito a sbrigliare la fantasia) che si tiene ogni anno il 14 maggio a Marta sul Lago di Bolsena e che è dedicata alla Madonna del Monte, patrona e protettrice del paese e dei suoi abitanti. Nel corso dell’evento le vengono offerti i più bei frutti che il lavoro dei paesani ha prodotto nel territorio. La festa non è un fatto individuale, un rito che riguarda i singoli, ma è un’offerta corale, dove ciascuno si presenta come parte di un gruppo ben definito. Il giorno della festa è preceduto da settimane di intenso lavoro per allestire le “fontane” (così venivano chiamati i carri) che “passeranno” con i villani, i bifolchi, i pescatori, i casenghi, che procedono uniti a ranghi serrati nella sfilata e nella cerimonia che li vede compiere i giri rituali previsti nella chiesa-santuario per celebrare la Madonna del Monte (Cerere?) con i doni del creato che – è implicito – non esisterebbero senza l’intercessione divina, e per questa grazia gli uomini esprimono tutta la loro gratitudine alla Patrona della festa protettrice della terra e dei suoi abitanti. Sulla sfilata piovono dalle finestre i fiori della ginestra (il “maggio”) che le donne hanno raccolto nei giorni precedenti sulle colline circostanti e che ora rendono onore ai passanti che sfilano, a piedi e a cavallo. L’edizione della Barabbata, che ebbe tra i suoi ospiti anche Carlo Mauri, venne immortalata in un suo articolo pubblicato nel numero 1-16 maggio 1980 dalla rivista del TCI Qui Touring. Ancora oggi lo rileggo commosso perché sento l’emozione di Carlo per una espressione di umanità vera, genuina. Del divino che sembra permeare ogni cosa Carlo aveva discusso a lungo e sovente con una persona che per lui (ma non soltanto per lui) era un autentico maestro. Con Fosco Maraini aveva condiviso molte e profonde esperienze, come la spedizione himalayana al Gasherbrum IV, che lo aveva visto in vetta con il compagno di cordata Walter Bonatti. A posteriori è difficile dire se in quell’evento di assoluto valore sportivo albergasse nell’animo di Carlo anche l’orgoglio per avere capito, e la gratitudine per chi lo aveva guidato nel percorso che lo aveva portato ad acquisire una visione del mondo che non avrebbe forse mai potuto immaginare di possedere.

8 agosto 1958. Al campo base del Gasherbrum IV 7925 m, sul Ghiacciaio Duca degli Abruzzi, dopo la vittoria. Da sinistra, Riccardo Cassin, il Capitano A. K. Dar (ufficiale pakistano di collegamento), Giuseppe Oberto, Donato Zeni (medico), Walter Bonatti, Fosco Maraini, Toni Gobbi; (in prima fila, seduti) Bepi De Francesch e Carlo Mauri. Foto: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Nello scrivere di Carlo e su Carlo mi rendo conto di come ci vorrebbero ben altre doti di scrittura per far rivivere nei miei ricordi quanto la sua presenza, la sua compagnia, la sua voce mi trasmettessero un senso di riconoscenza nei confronti del mondo, per averlo avuto amico. Gli avevo parlato di un progetto teso a proporre soluzioni per rimediare all’abbandono delle terre. Ma non si trattava di redigere un proclama, bensì di dare inizio a uno o più progetti individuali concreti tesi alla sperimentazione di colture che non dovevano necessariamente essere nuove, ma intese come tali per l’approccio che avremmo avuto nel proporle. Coltivare noci e ciliegi non era una novità in Italia dove accadeva da secoli, ma coltivarli per produrre legname da opera su terreni ormai incolti era un’altra questione. Guardare al corbezzolo (arbutus unedo) come ad un importante componente della macchia mediterranea che andava preservato, non era come considerarlo un albero da frutto non soggetto a parassiti e malattie, e quindi esente da trattamenti inquinanti, in grado di produrre frutti senza trattare le piante con prodotti chimici, da migliorare sotto il profilo della qualità, sapendo che l’Italia ha un clima adatto a farne un frutto pregiato ed esportabile ovunque nel mondo. Questo atteggiamento nei confronti della terra (e della Terra) trovava in Carlo un sostenitore senza riserve. Con altri amici avevamo girato in varie regioni italiane alla ricerca di terre che ciascuno avrebbe acquisito con le proprie forze, avviando poi le attività produttive più consone, facendo uso delle tecniche disponibili migliori per i fini che ci proponevamo. Non arrivammo mai alla fase operativa, neanche del progetto che speravamo di realizzare nel comune di San Miniato, che avrebbe dovuto essere composto da una piantagione di actinidia chinensis, circondata da filari di noci juglans regia, accompagnata da un vivaio di piante forestali adatte alla diffusione di specie arboree che avrebbero fornito redditi più elevati di quelli normalmente ottenuti e ottenibili. Ma avevamo sopravalutato le nostre povere forze …

Carlo Mauri in quella che doveva divenire la piantagione di actinidia chinensis, al centro del progetto di trasformazione di una piccola azienda agricola volta essenzialmente alla produzione di cereali e allo sfruttamento del bosco ceduo, in un’azienda destinata alla frutticoltura e alla vivaistica di fruttiferi e di nuove specie legnose di alto pregio. Per rappresentare un modello suscettibile di essere imitato su larga scala, l’azienda non si sarebbe avvalsa di fitofarmaci, diserbanti, insetticidi e di altri prodotti nocivi o pericolosi per uomini, animali, l’integrità del suolo e la purezza delle falde acquifere. Un’occasione per sottolineare la centralità dell’agricoltura venne dalla RAI che nel 1980 aveva chiesto a Mauri di contribuire a una serie di brevi documentari trasmessi settimanalmente dal programma Linea verde e Carlo mi aveva chiesto di suggerire qualche tema e di realizzarlo insieme.

Ricordo distintamente che il tema di uno di questi riguardava le Douglasie del Casentino, dove nei primi decenni del Novecento era stata avviata una piantagione sperimentale dell’abete di Douglas (pseudotsuga menziesii) nella zona di Vallombrosa. Questo abete, originario del Nordamerica, ha delle caratteristiche che lo rendono utilissimo come legname da opera, praticamente immarcescibile, insuperabile per la fabbricazione di infissi di grande resistenza e durata. La sua diffusione come specie silvicola nelle zone collinari e montane, divenute spesso pascoli o seminativi poco produttivi sovente abbandonati, porterebbe benefici economici agli abitanti e contribuirebbe all’equilibrio idrogeologico del territorio. La saggia e appropriata cura di boschi e piantagioni di questa natura crea un ambiente favorevole ad attività lavorative collegate quali coltivazioni di funghi e frutti di bosco, ripopolamento faunistico e attività turistiche legate al tempo libero. Andammo insieme agli operatori della RAI a realizzare le riprese, nella neve, e finimmo poi a tarda sera a Firenze dove facemmo una grande sorpresa al nostro amico Fosco [2].

Aver seguito il percorso umano di colui che era stato un grande alpinista, un eroe del nostro tempo, è stato un privilegio che ho potuto almeno in parte condividere con i miei amici più cari, mia moglie e i miei figli ancora piccoli ma già partecipi. Da eroe sportivo Carlo è divenuto un esempio di umanità che non si arrende. Le avversità ne hanno fatto in apparenza un uomo comune, come uno di noi, ma credo sia stato il retroterra della sua prima vita che ci ha indicato che l’uomo può trovare in sé la capacità di perseguire nuovi e insospettati orizzonti. E’ stata breve la sua vita? E’ stata piena, ma davvero troppo breve per chi come noi (tu sei tra noi, cara Berti) lo ha amato e ne è stato privato.

Vorrei concludere con alcune frasi di Fosco Maraini tratte dall’articolo “Ricordiamo” (La Rivista del Club Alpino Italiano, Anno 103, N. 9-10 settembre-ottobre 1982, pp. 399-400):
La spedizione nazionale del CAI al Gasherbrum IV nell’ormai lontano 1958 fu, almeno per me, indimenticabile esperienza. Tra l’altro ebbi la fortuna di poter allacciare vive durature amicizie con alcuni dei maggiori alpinisti dei nostri tempi… Tutti erano formidabili uomini di montagna; Carlo Mauri, in più degli altri, ne aveva in modo favoloso l’aspetto… C’era poco da dire, Carlo colpiva fin da lontano per un suo splendore mitologico. Del resto aveva passi, gesti, voce, risate, fierezze e insofferenze, entusiasmi e stanchezze, appetiti e rabbie, da dio pagano sceso in terra tra gli uomini per una breve turbolenta stagione… Nei momenti felici inondava di gioia e di sicurezza serena gli amici, i compagni, i portatori della carovana, quando s’immusoniva — meglio allora lasciarlo stare! Carlo era magnifico e impredicibile, orrendo e stupendo come i cieli, i venti, le nubi del Karakorum.

Molti anni dopo (quindici, forse più…) i sentieri delle nostre vite s’incrociarono di nuovo… Quante cose erano successe nel frattempo; e Carlo, quant’era cambiato e maturato! Fermissimi restavano certi cardini, certe fondamentali preziose della sua personalità – la schiettezza, l’entusiasmo, gli amori commoventi, stranamente intrecciati e contrapposti tra di loro per la natura e per la famiglia — ma poi s’intuiva in lui una nuova dolcezza, una profondità di comprensione pei fatti e le circostanze umane della vita che prima avresti cercato invano. Purtroppo questi innegabili arricchimenti erano frutto, come spesso succede, di molta sofferenza e dure tribolazioni… continuavo di nascosto ad asciugarmi con un dito una maledetta lacrima che insisteva a colarmi lungo una guancia. No, non erano i vieti ed ovvii pensieri sulla fragilità della baldanza e della gioventù… era una commozione di segno opposto, era l’ammirazione che provavo in segreto per Carlo come simbolo, come vessillo dello spirito che non s’arrende dinanzi ai colpi più duri crudeli mancini della sfortuna…

La vita di Carlo Mauri è stata assai più ricca di qualità che di quantità, di significati che di statistiche, di valori simbolici che di primati sportivi. Per qualche straordinario dono d’istinto, Carlo sapeva muoversi sul piano del paradigmatico; ciò che faceva con tanta innocenza, in modo spesso così artigianale e casalingo, acquistava poi un senso giusto, mirabile, universale. Perciò persuadeva. Perciò commoveva. Perciò resterà. In gioventù Carlo fu come una forza irriflessa e scatenata della natura, avanzò sull’onda irresistibile del proprio vigore. Poi… un colpaccio di coda del fato la stese a terra. Quanti altri si sarebbero arresi, avrebbero chiuso la partita… Carlo no… Anzi fu proprio negli ultimi anni dell’esistenza, quelli più torturati e franosi, che Carlo si fece conoscere per quanto valeva… Carlo non si chiuse mai nel privato, nel “particulare”; si sentiva “finestra sul mondo” per gli altri, specialmente per i giovani, che lo seguivano incantati.

Alla fine più Carlo fu debole, affaticato, impedito, più lo si amò. E più andò trasformandosi in bandiera”.

Dopo Fosco che racconta, ecco Carlo:
“Penso e scrivo la mia storia come se scrivessi e pensassi di un altro uomo. O meglio di altri uomini, di tanti quanti in ogni atto, avvenimento, caso o avventura si sono trasfigurati in me: diventando un alpinista delle Alpi, uno sherpa sull’Himalaya, un eschimese in Groenlandia, un discendente degli Incas sulle Ande, un masai sul Kilimangiaro, un uomo primitivo tra gli indiani d’Amazzonia e fra gli aborigeni del deserto australiano (Carlo Mauri, Quando il rischio è vita)”.

Carlo Mauri. Foto: Archivio Mauri.

Note
[1] Dal resoconto di Marco Polo, che sembra rispettare i popoli con i quali viene in contatto, traspare una empatia nei confronti delle popolazioni che incontra sul suo cammino, che si riflette anche sui governanti. Egli esalta ovunque la potenza, lo splendore, la grandezza dell’impero tartaro e dei suoi sovrani. Quanto diverso è l’atteggiamento dei religiosi che li hanno in uggia fino a voler predicare contro di loro la guerra. A differenza di Marco i frati avevano visto, oltre ai paesi in rovina sul loro percorso, soltanto il regno delle steppe e le manifestazioni della “rudimentale” civiltà dei nomadi. In quei secoli la geografia non rientrava negli interessi di chi contava e tutto ciò che esisteva al di là dei confini del mondo cristiano rientrava nel regno delle favole e delle meraviglie.

Nei trattati del tempo si perpetuavano dati e dottrine che risalivano all’epoca ellenistica che nessuna esperienza diretta della vita “orientale” era mai riuscita ad alterare. La letteratura didattica che attingeva alle fonti greche e dell’Asia occidentale non offriva alcun dato che corrispondesse alla realtà del suo ambiente umano e geografico in esse favolosamente descritto. Non è un caso che il libro di Marco non sia stato dedicato ai dotti che si esprimono in latino e ai professionisti della scienza di allora, ma “… a tutti coloro che vogliono conoscere le diverse generazioni degli uomini e le varietà delle diverse regioni del mondo“.

Da qui la scarsa fortuna riservata ai contenuti del suo libro dagli eruditi, pronti invece a seguire le elucubrazioni di sapienti che non avevano di quella realtà alcuna esperienza diretta, ma soltanto nozioni libresche spesso infondate. Sarebbe un errore ritenere che lo scambio delle merci implicasse anche uno scambio di conoscenze, di cultura e di nozioni del tipo di quelle che rendevano possibile la produzione di certi manufatti, dalle sete alle porcellane. Il mistero che circondava alcune merci faceva parte del bagaglio professionale del mercante, desideroso di trarre il massimo guadagno possibile dalla sua mercanzia, meglio se di origine ammantata di mistero… Non sempre tuttavia era così, in alcuni casi il mistero avvolgeva davvero le merci.

Per esempio, il procedimento di fabbricazione delle porcellane cinesi che fin dal tempo dei romani arrivavano fino al Mediterraneo e andavano ad arredare le case dei ricchi, era ignoto. Non si sapeva che per fabbricare la porcellana occorreva disporre di forni che dovevano raggiungere le temperature elevate necessarie a fondere l’argilla adatta, disponibile in abbondanza quasi ovunque e non soltanto in Asia orientale.

Il segreto stava nel tipo di forno in grado di sviluppare le altissime temperature necessarie: i cinesi ne disponevano da secoli, mentre fino all’inizio del Settecento gli europei non avevano forni così efficienti. Possibile che nessuno avesse avuto la curiosità di sapere come i cinesi producessero questo splendido materiale? In Inghilterra la porcellana era nota come bone china… forse si riteneva che i cinesi usassero ossa di animali estinti…

Un discorso diverso merita la seta. In proposito Brunetto Latini nel 1260 ne scrive ripetendo quanto dicono Plinio e gli altri antichi autori ignari della natura e della provenienza del prodotto, quando già da secoli il baco da seta era stato introdotto nelle terre del Mediterraneo e tessuti serici si fabbricavano e si commerciavano a Lucca, in Lombardia e anche a Venezia, dalla quale erano già partiti lo zio e il padre di Marco.

[2] Dedicare “Alla memoria di Carlo Mauri” il mio lavoro del 1989 “Risorse Umane e Materiali” era stato per me un atto dovuto: in lui era chiarissimo il rapporto diretto e costante che l’uomo intratteneva con le risorse naturali. Le forme di vita umane che aveva incontrato nelle sue peregrinazioni mettevano costantemente insieme queste due entità che nella società contemporanea sembrano separate, o come tali sono percepite.

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1 Comment

  1. says: Grazia Pitruzzella

    Sono sempre interessanti i racconti degli umani che ricordano la loro missione.
    Avevo dimenticato il fascino del racconto di Marco Polo e mi piacerebbe rivedere la serie che ha accompagnato un pezzetto della mia infanzia.

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