John Gill, il Signore del Boulder

(introduzione a John Gill, il Signore del Boulder di Pat Ament)
di Simone Pedeferri
(anno di pubblicazione 2002, Versante Sud)

John Gill, il Signore del Boulder oggi può dare qualcosa all’arrampicata che si trova ad una svolta, dopo un decennio come quello degli anni ’90, ricco di risultati ma un po’ povero di creatività.

Un decennio che ha visto l’arrampicata fissata sulla prestazione e non sul sogno, come l’avevano invece interpretata negli anni ’70 e ’80, e molto tempo prima John Gill.

L’insegnamento grosso di questa biografia è che il Bello è arrampicare vicino al proprio limite ma con controllo, e che la difficoltà non è il valore principale.

Gill ha portato la difficoltà molto in alto, ma non aveva l’ossessione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno: la sua era una voglia di fare, non un’ossessione del fare.

Un altro forte messaggio del libro è nel senso estetico del boulder: il “blocco” può recuperare il senso del gusto, l’estetica del passaggio, la ricerca della bellezza nel salire e della bellezza di una linea. Questo senso del gusto è una delle tante cose che sono state sacrificate all’altare della prestazione, mentre per Gill aveva un valore fondamentale: il difficile si sposava naturalmente col bello, lui ripeteva il passaggio se non si sentiva di averlo scalato bene!

 Il valore del Boulder è che le cose non sono mai evidenti, e questo è un avviso agli arrampicatori che cercano la prestazione in tutti i modi, anche scavando. Una visione molto consumistica dell’arrampicata, così come è molto consumistico l’andare in falesia o perfino in montagna per “quella prestazione”, e non per vivere la giornata di arrampicata: che per Gill era di 24 ore, era a volte uno stimolo all’aggregazione e a volte un guardarsi intorno e scoprire il paesaggio. E una giornata può diventare memorabile anche se non si sale niente, come nell’episodio in cui trova uno scontrino per terra, e decide di non scalare.

Le idee sono ancora più importanti del risultato: si legge di svalutazioni di passaggi di Fred Nicole, uno che sta proseguendo sul percorso tracciato da Gill, quando magari Nicole aveva impiegato mezz’ora per quel passaggio, e in una giornata in cui aveva esplorato decine di massi. Che senso ha? E ho trovato bellissimo quell’atteggiamento di Gill che non sentiva il bisogno di ripetere a tutti i costi i passaggi di altri. Una grande liberazione, la salita deve avere valore per te, non per gli altri.

Un’altra idea che recepisco dal libro è che il tuo modo di salire ha un valore, ma quel valore è tuo, e non è né maggiore né inferiore a quello di un altro, che magari sulla stessa parete è salito seguendo un sentiero, o in artificiale. Accanirsi nel misurare il valore della propria prestazione limita il valore stesso, che è solo tuo e che magari può tracciare una strada, come è stato nel caso di Gill.

Ricordo che avevo visto la famosa foto di Gill mentre eseguiva la croce a un solo braccio, e mi ero allenato per farla, e alla fine ci ero riuscito. E credo anch’io che questi allenamenti servano, così come Gill fu grandemente innovativo nello studio dei movimenti dinamici: nella visione comune l’arrampicatore bello a vedersi si muove statico, ma il lancio è una rivoluzione, una delle tante del Boulder. Può contare molto di più la “sospensione” che non la ”chiusura”, perché la sospensione prelude al lancio, che può arrivare molto più in là. E niente è scontato, come si vuole esigere dall’arrampicata: si ritrova il valore dello studio dell’impossibile, che diventa possibile in un’infinità di soluzioni.

Sono rimasto colpito da quanto fosse avanti Gill in certe concezioni, così come ammiro tutti coloro che hanno dato qualcosa di innovativo all’arrampicata e all’alpinismo: penso a Paul Preuss, per esempio. Credo che bisogna riportare alla luce tutti gli scritti di chi ha inseguito, nella scalata, i propri sogni, proponendo nuove idee e nuovi atteggiamenti.

Simone Pedeferri vive ormai stabilmente in Val Masino, dove scala massi, falesie e pareti. Il livello delle sue salite è enorme, ma perfino inferiore alla creatività che dimostra nella scelta delle linee. Pittore, ha concluso la chiacchierata su Gill con questa analogia: “ vedi questo vaso, ha la stessa forma per tutti. Ma mille pittori te lo dipingeranno in mille modi diversi. E nessun critico avrà ragione nel dare diversi valori ai quadri, perché il tratto che hai messo sulla tela scaturisce da un momento, da un’emozione, da una sensibilità. A una persona può non dire niente, mentre un’altra può per caso avvertire la stessa emozione del pittore. Così è per una linea di scalata: da una relazione non puoi recepire niente, è nel salirla che puoi ritrovare il gusto di quella via”.

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