La Groenlandia non si tocca!

Quando il ghiaccio si ritira, arrivano i predatori. Lo scioglimento dei ghiacci rende accessibili territori prima intoccabili. E invece di fermarci, qualcuno accelera: trivelle, miniere, estrazioni nei fondali marini, pesca selvaggia. La chiamano “opportunità”. Ma opportunità per chi, se il prezzo è la distruzione di uno degli ultimi ecosistemi intatti del pianeta?

La Groenlandia non si tocca!
a cura di Greenpeace

In questi ultimi tempi la Groenlandia è tornata al centro del gioco geopolitico globale. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, se ne parla sempre più spesso come di un territorio “strategico”: da controllare, sfruttare, magari persino acquistare.

E allora viene spontaneo fermarsi un attimo e chiedersi: come siamo arrivati fin qui? Nel pieno della crisi climatica e geopolitica continuiamo a parlare di territori come se fossero oggetti sul mercato? Noi di Greenpeace no. E lo diciamo senza ambiguità: la Groenlandia non si tocca! È parte dell’Artico. E l’Artico è uno degli ecosistemi più fragili, preziosi e determinanti per la vita sul nostro pianeta. Trump rappresenta multinazionali senza scrupoli che cercano petrolio e terre rare, anche al costo di devastare un ecosistema così prezioso e alimentare la crisi climatica. Ma noi ci batteremo perché tengano lontane le loro mani sporche da questi ultimi luoghi incontaminati.

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L’Artico non è vuoto. È pieno di vita. Orsi polari, narvali, balene, foche, trichechi, milioni di uccelli migratori. Specie che dipendono dal ghiaccio per nutrirsi, spostarsi, riprodursi. Quando il ghiaccio si scioglie non perdiamo solo un paesaggio spettacolare. Perdiamo habitat, catene alimentari, equilibri costruiti in migliaia di anni. Che futuro può avere un orso polare senza ghiaccio su cui cacciare? Che possibilità ha una foca di far nascere i propri piccoli se il suo habitat scompare sotto i nostri occhi?

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Abbiamo perso il senso delle connessioni?
Forse anche voi avete questa impressione: trovarsi in un vortice continuo di notizie negative, dichiarazioni folli, slogan provocatori. Un vortice che ha smarrito il senso delle connessioni tra gli esseri viventi. Tutto sembra parlare solo di denaro, potere, sfruttamento, arroganza e di violenza verso la natura e verso gli esseri umani. E intanto dimentichiamo una verità semplice, ma fondamentale: tutti gli esseri viventi fanno parte della stessa trama di equilibri. Ed è proprio per questo che ci fa così rabbia vedere l’Artico trattato come l’ennesima frontiera da saccheggiare, quando in realtà rappresenta ciò che di più fragile, incontaminato e bellissimo esista sulla Terra. Per di più, è necessario.

L’Artico è uno scudo climatico per tutti noi
Proteggere la Groenlandia e l’Artico significa proteggere anche noi stessi. Sfruttare i suoi giacimenti di petrolio e gas accelera il collasso climatico. Non solo: il ghiaccio artico riflette la luce solare e aiuta a raffreddare il Pianeta. Quando si scioglie, l’oceano assorbe più calore e il riscaldamento globale aumenta. Ondate di calore, siccità, alluvioni sempre più estreme non sono eventi casuali: sono il risultato di equilibri naturali che stiamo spezzando. Rischiamo davvero di perdere uno dei più grandi regolatori climatici della Terra.

Ecco perché abbiamo bisogno di voi.
La vostra donazione servirà concretamente a:
– finanziare ricerca scientifica indipendente e spedizioni in aree remote come l’Artico;
– monitorare e denunciare attività distruttive delle multinazionali minerarie, fossili e della pesca;
– realizzare azioni non violente per fermare i crimini ambientali.

Ogni passo avanti fatto finora è stato possibile solo grazie a chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, proprio come voi. Voi che siete vicini a noi lo sapete: vogliamo protezione, non sfruttamento. Sostenere Greenpeace significa scegliere la protezione invece del possesso, la connessione invece dell’arroganza, la vita invece dello sfruttamento. Il bene comune, non gli interessi dei più potenti e ricchi della Terra.

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3 Comments

  1. says: bruno telleschi

    La propaganda di Greenpeace non aiuta la protezione dell’Artico. Gli eschimesi che vivono in Groenlandia non vogliono essere americani né danesi né tantomeno europei (sono usciti dalla comunità economica europea e dunque dall’unione europea con un referendum del 1982) perché rifiutano le norme internazionali per salvaguardia dell’ambiente. Vogliono il controllo esclusivo della pesca e soprattutto della caccia alla balena, che tutti i paesi civili rifiutano.

  2. says: Carlo Crovella

    Il concetto di “acquistare” territoiri e farli propri non è nuovo nella mentalità statunitense. Partendo dalle 13 colonie britanniche, considerare il nucleo originario e poi resesi indipendenti, gran parte del territorio che oggi compone gli USA è stato o “acquistato” o “conquistato”. Nel primo caso va inserito l’acquisto dalla Francia delle sue colonie nel sud ovest, chiamate Louisiana (uno spazio geografico molto più grande dell’attuale omonimo stato) e soprattutto l’acquisto dell’Alaska dalla Russia zarista. Nel secondo concetto… tutto il resto del territorio, fra cui il selvaggio West (rispetto ai nativi pellerossa) e il Texas (rispetto al Messico: il Texas ottenne l’indipendenza dal Messico e si unì agli USA, ma il Messico tentò la riconquista e ci furono guerre USA-Messico). Quindi che nella testa degli statunitensi ci sia il concetto di “acquistare” o “conquistare” nuovi territori non è una novità. La stessa Groenlandia hanno proposto in passato di comperarla dalla Danimarca, e anche più di una volta. Ovviamente stride che, oggi, ragionino così su un’isola che fa parte formalmente del Regno di Danimarca, a sua volta paese NATO: per il t5rattato NATO, gli USA dovrebbero intervenire a difesa di un territorio minacciato dagli USA stessi! E’ ovvio che la boutade di Trump sulla conquista militare è una della tante “trampate”. Si arriverà a un accordo di reciproca soddisfazione: il territorio resterà danese e gli USA avranno concessioni sia militari che estrattive.

    Quanto alla protezione dell’Artico, io sono d’accordissimo, ma qui dobbiamo, come al solito, spostare l’attenzione sul consumismo compulsivo che caratterizza tutti gli occidentali: vogliamo continuare a vivere in una società come quella in essere? E allora dobbiamo difendere da terzi (Russia, Cina ecc) i territori dove si trovano metalli e Terre Rare. Se non ci fosse la domanda della società consumistica (che è composta da “noi”), non ci sarebbe l’attrattiva dei giacimenti minerari che, al seguito delle conseguenze del riscaldamento climatico, stanno diventando più facilmente accessibili. Quindi la “colpa” della tentazione di sfruttare l’Artico non è né di Trump né dei russi nei dei cinesi (che già gironzolano con navi e sottomarini intorno alla Groenlandia): la colpa è “nostra”, di noi singoli cittadini alimentatori del consumismo. Se virassimo tutti verso un modo di vivere più spartano, l’Artico non farebbe gola, o almeno non la farebbe come la fa adesso.

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