La luce dell’infinito

La luce dell’infinito
di Bruno Telleschi

Del primo alpinista della storia si ricorda spesso una allucinazione mitologica davanti ad un cespuglio in fiamme, forse un fulmine o un pastore incauto. La Bibbia immagina la voce di un dio che rivendica la sua esistenza, ma bisogna fare attenzione al meccanismo del dialogo e all’ironia degli scrittori che redassero il racconto senza costruire inutili fantasmi metafisici. Alla prima domanda di Mosè al «roveto ardente», implicita nel racconto: “Chi sei?”, il cespuglio risponde con sorpresa all’ingenuità di Mosè: “Come chi sono? Sono io!”. La prima risposta del cespuglio non apre una parentesi filosofica sull’essenza di Dio, imbalsamata nei secoli successivi in due forme canoniche, la prima «Dio disse a Mosè: Io sono colui che sono» (Esodo 3,14) oppure la seconda «Poi disse agli Israeliti: Io-sono mi ha mandato a voi» (Esodo 3,14). Se l’interpretazione non fosse offuscata dalle nebbie della superstizione teologica sarebbe facile riconoscere nel dio degli ebrei la personificazione del verbo essere come tra i pagani greci e latini il dio principale nasce dalla personificazione della luce: Zeús/Diós, Iŭppiter/Iŏvis, Giove, il dio della luce: la stessa luce che si ritrova nella parola latina dies, il giorno. L’origine di Dio si risolve meglio con una considerazione linguistica che non ha bisogno di soverchie elucubrazioni sul monoteismo.

Il pastore Mosè tuttavia, che non riconosce Dio nel cespuglio, non comprende neppure la prima risposta di Dio, ironica e lapidaria: “Come sarebbe a dire chi sono? Sono io!” come un familiare o un amico sulla porta di casa che si affida all’identità della sua voce senza ulteriori dichiarazioni. Allora Mosè ripete la domanda in altra forma, una seconda domanda implicita: “Io chi?” cui Dio ormai spazientito replica con la seconda risposta: «Dio aggiunse a Mosè: Dirai agli israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi» (Esodo 3,15). Come al telefono un familiare costretto a dichiarare la sua parentela per essere riconosciuto. Dio costringe Mosè a riconoscere in Dio lo stesso dio di Abramo e di tutti i suoi parenti. Del resto all’epoca di Mosè il dio degli ebrei non è ancora l’unico dio possibile, ma un dio tribale come gli altri popoli hanno altri dèi. L’autore della Bibbia sa bene che il dio degli ebrei convive con il dio dei greci e dei romani nell’universo del politeismo prima del nazionalismo religioso che conduce in seguito al monoteismo. Se Mosè può credere che il cespuglio sia un dio, non può confidare in qualsiasi dio ed insiste per provocare nel cespuglio un chiarimento definitivo sia pure superfluo.

A parte le divagazioni metafisiche sulla natura della divinità e della religione nei secoli della superstizione, è stato un alpinista napoletano a ricordare un alpinista ebreo che «Era diventato uno scalatore, unico nel suo tempo» (Erri De Luca, E disse, Milano, Feltrinelli, 2011, p.9). Un uomo che non sale sulle montagne per incontrare Dio o piuttosto riconosce Dio nelle montagne, non il dio delle montagne, ma le montagne come Dio: «Scalava leggero, il corpo rispondeva teso e schietto all’invito degli appigli, il fiato se ne stava compresso nei polmoni e staccava sillabe di soffio seguendo il ritmo di una musica in testa. Il vento gli arruffava i capelli e sgomberava i pensieri. Con l’ultimo passo di salita toccava l’estremità dove la terra smette e inizia il cielo. Una cima raggiunta è il bordo di confine tra il finito e l’immenso. Lì arrivava alla massima distanza dal punto di partenza. Non è traguardo una cima, è sbarramento. Lì sperimentava la vertigine, che in lui non era il risucchio del vuoto verso il basso, ma affacciarsi sul vuoto dell’insù. Lì sulla cima percepiva la divinità che si accostava. Lassù si avvolgeva di vento. Una sommità senza urto di masse d’aria addosso è spaventosa. Perché l’immenso sta trattenendo il fiato» (Erri De Luca, E disse, Milano, Feltrinelli, 2011, pp.9-10). Nel confine tra la terra e il cielo ogni alpinista può vedere un varco per l’infinito e riconoscere come Dio l’infinito dello spazio, lo spazio in cui si sperimenta l’infinito del paesaggio e del sentimento.

Prima che diventasse un’esperienza etica ed estetica non è difficile immaginare che i beduini del Sinai abbiano scoperto casualmente la montagna come accadde pure per i pastori macedoni sull’Olimpo o altrove. Come Erri De Luca anche Friedrich Nietzsche allude ad un altro alpinista leggendario che forse salì in montagna negli stessi tempi di Mosè o forse prima, senza condividere tuttavia la stessa illusione religiosa. Il primo alpinista fu ebreo o era persiano? Come Mosè anche lo Zarathustra di Nietzsche con evidente allusione allo Zarathustra persiano sale in montagna, poi scende e parla. Così parlò Zarathustra: «Dio è morto!» (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra 1883-5). Così parlò anche Mosè per affermare il contrario e disse: “Dio esiste!”. Perché il Mosè della Bibbia crede in Dio a differenza dello Zarathustra di Nietzsche, ateo e miscredente. Ma poco si conosce dei pastori persiani.

L’orizzonte dell’infinito nella copertina dell’edizione slovena

Sono stati una donna alpinista (Vito Mancuso e Nives Meroi, Sinai. La montagna sacra raccontata da due testimoni d’eccezione, Fotografie di Romano Benet, Milano, Fabbri, 2014, p.73: «L’alpinista vedrà sorgere il sole sulle rocce del gebel e… ci racconterà il fascino di quei 2285, mentre la luce cola sui profili delle montagne e le accende di colori») e un teologo cattolico a ricordare la nostalgia della bellezza nella metafora della montagna: «Da sempre i monti sono ritenuti un luogo privilegiato per l’incontro con il divino. La loro altezza ridimensiona il mondo umano, i rumori non arrivano, le notizie non interessano, e di fronte alla vastità e alla consistenza della natura il mondo degli uomini finisce inevitabilmente per apparire quello che realmente è, un fenomeno piccolo, provvisorio, effimero. La mente si ritrova così al cospetto di una più vasta e più vera dimensione dell’essere e percepisce che lì, sul monte, dove il cielo entra in contatto con la terra e le nuvole con le rocce, e dove il silenzio avvolge ogni cosa, c’è la possibilità di abbandonare la rumorosa pesantezza del quotidiano e di riscoprire un’origine dimenticata, ma tuttavia radicata dentro di sé: e così nella mente sorge il desiderio di rinnovarsi nella luce dell’esperienza dell’eterno» (Vito Mancuso e Nives Meroi, Sinai. La montagna sacra raccontata da due testimoni d’eccezione, Fotografie di Romano Benet, Milano, Fabbri, 2014, p.99).

Dal rifugio Pedrotti la valle di Fiemme si perde nell’infinito del cielo

Da sempre le montagne sono un luogo privilegiato per incontrare quell’infinito che i teologi del cristianesimo nascondono nel nome di Dio e gli stregoni del capitalismo vogliono distruggere per impedire agli uomini di essere grandi e liberi.

Nota sull’identità di Mosè e degli ebrei
Nella Bibbia Mosè è un ebreo allevato da una famiglia egiziana, sebbene sia più realistico immaginare al contrario che fosse un egiziano allevato da una famiglia ebrea. Quando gli ebrei erano un popolo di beduini che viveva di stenti nel Sinai, un deserto di sassi e sterpaglie, Mosè promette un paradiso terrestre tra le acque del Giordano. Quando gli ebrei erano un popolo semita che in buona parte condivideva con gli arabi la lingua e la cultura un ambizioso capotribù non immaginava che per l’ironia della sorte gli ebrei sarebbero diventati nella storia moderna gli unici semiti da proteggere.

More from Alessandro Gogna
Correre contro i rifiuti
Rifiuti, il campionato mondiale per raccoglierli dai boschi alle strade. “Amare l’ambiente...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *