Le lingue? Non le studieremo più
(grazie all’algoritmo della torre di Babele)
di Gianluca Nicoletti
(pubblicato su lastampa.it/specchio il 4 gennaio 2025)
L’università di Nottingham ha sospeso le iscrizioni ai corsi di laurea in lingue moderne per i nuovi studenti. Come ogni azienda deve affrontare un piano di ristrutturazione e comincia a tagliare quelli che considera rami secchi, in questo caso le discipline accademiche che non risultano più sostenibili. Nel piano “Future Nottingham” è quindi prevista la soppressione dei corsi di laurea che non assicurerebbero un futuro professionale agli iscritti, tra cui quelli in francese, spagnolo, tedesco, cinese. Paradossalmente ciò accade in un’istituzione accademica che si vanta del brand di “Global University”.
Forse dovremmo considerare questo caso come campanello di allarme di una percezione che, probabilmente, inizia a serpeggiare tra quelle matricole, che in altri tempi avrebbero scelto lo studio delle lingue straniere moderne, come un possibile indirizzo che comunque avrebbe loro aperto delle opportunità. Cosa dunque è mutato perché un’Università, di fama e prestigio straordinari, abbia cominciato a valutare concretamente se ancora avesse senso insegnare le lingue straniere?
È semplicemente accaduto che i sistemi di traduzione immediata che ognuno di noi ha incorporati nel proprio browser ci fanno dimenticare di essere linguisticamente carenti. Leggiamo tutto capiamo tutto nemmeno vediamo la versione originale perché ogni post, ogni articolo, ogni testo ci appare già tradotto dal titolo alle note. Ammettiamo che un giorno Google Translate smettesse di essere elargito in maniera così discreta, senza farci sentire somari, scenderebbe tra noi l’incubo di una devastante incapacità a comunicare.
Questo è proprio il punto, eravamo geneticamente abituati a considerare il non sapere decifrare persone che sono nate e cresciute lontano dal luogo in cui ci siamo prodotti dalla nascita, come una lacuna insanabile, quasi una maledizione dovuta a una nostra colpa, alla quale è ovviabile solo attraverso il riscatto di uno studio lungo e faticoso.
Oggi la percezione collettiva è esattamente quella di una Babele invertita: tutti facilmente parliamo le lingue degli altri e gli altri possono capire la nostra. Perché questo potesse avvenire non abbiamo peccato d’orgoglio costruendo torri che sfidassero i cieli, ci siamo semplicemente lasciati nutrire dagli algoritmi che ci voglio felici e privi di ostacoli per poter accedere, sempre più velocemente, alla dipendenza dall’avere sempre nuovi bisogni. Non sapere le lingue sarebbe un ostacolo in questo mercato e quindi ci viene amabilmente fornito un succedaneo all’ignoranza, che però funziona, anzi più ci applichiamo nell’usarlo più si perfeziona.
Un anno fa circa un’importante azienda italiana, che si occupa di sistemi di traduzione automatica basati su reti neurali, modelli linguistici e intelligenza artificiale, ha presentato la sua nuova applicazione con un video sorprendente. Un ragazzo e una ragazza erano impegnati in una video call di lavoro. Lui stava in Francia e parlava francese, lei in Giappone e naturalmente parlava giapponese. Il sistema che li collegava però traduceva all’istante le loro parole facendo apparire a schermo una perfetta sincronizzazione del labiale. Il ragazzo francese parlava fluidamente giapponese e lo stesso la sua interlocutrice con la lingua francese.
Di fronte alla presentazione mi sono veramente chiesto se ancora valesse la fatica di accanirsi nello studio di una lingua, quando oramai la tecnologia ci ha reso disponibile l’uso del traduttore universale di Star Trek, quello che gli ufficiali dell’Enterprise usavano per interloquire con gli alieni. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che lo studio di una lingua straniera non è solo un utensile, serve a carpire l’anima di un popolo attraverso le sue espressioni più altre, come la letteratura, la poesia.
Il linguaggio è il più sublime interprete di un agire, di un pensare collettivo. Sapere le lingue ci apre lo sguardo sulla storia, ci cala in quella diversa disposizione d’animo (Stimmung) che a volte apre sentieri inaspettati rispetto a nostre valutazioni, impressioni, pregiudizi in cui ci eravamo radicati rispetto a particolari eventi storici, fossero anche atroci e scellerati.
Si ma a che serve ripeterselo? Sarebbe nostalgia passatista. Fino a che i server che ospitano i sistemi di traduzione automatica avranno energia sufficiente per essere raffreddati e non fondere per la mole immensa di dati che è necessario movimentare per renderci tutti poliglotti, le lingue si studieranno sempre meno. Quando l’infrastruttura tecnologica che ci elargisce il dono delle lingue dovesse tracollare, ci troveremo di nuovo sulla torre di Babele, più che mai estranei tra stranieri che parlano linguaggi incomprensibili. Forse torneremo a spiegarci a gesti, escogiteremo arrangiamenti comunicativi emergenziali, sul genere del “noio vulevan savuar” di Totò e Peppino a Milano con il vigile di Piazza Duomo.

