Il problema non è l’overtourism, che è solo il sintomo della sofferenza dei territori, ma la turistificazione, quel processo cioè di metodica costruzione delle mete turistiche. Processo che non è affatto spontaneo: richiede politiche pubbliche, infrastrutture, investimenti, sostegni economici alle imprese e un’ingente spesa pubblica. La lotta contro la turistificazione è una lotta per il diritto all’abitare, per la giustizia climatica e contro un modello economico fondato sull’espulsione, la disuguaglianza e la competitività.
Lottare contro la turistificazione
di Alessandra Esposito
(pubblicato su Micromega 5-2025)
Resistere
Il 15 giugno 2025 i movimenti anti-turistificazione hanno protestato in contemporanea in diverse città e isole della Spagna, dell’Italia e del Portogallo per denunciare le gravi condizioni di overtourism in cui questi paesi si trovano da tempo. Le proteste sono state coordinate da Set-Sud Europa contro la turistificazione, una rete di città e territori nata nel 2018 alla quale partecipo assieme ad altre attiviste e attivisti dei collettivi locali di diverse città italiane. La rete raccoglie i movimenti sociali impegnati a denunciare e arginare le conseguenze della monocoltura turistica nei rispettivi contesti. Le nostre azioni di protesta nello spazio pubblico, di cui il 15 giugno 2025 è solo l’ultima di una lunga serie, contribuiscono a riportare l’attenzione mediatica sul tema e, per quanto pacifiche, devono fare i conti con la militarizzazione dei quartieri-vetrina sacrificati all’industria turistica.
Lo scorso 27 aprile 2025 a Barcellona, per i pochi minuti di lettura del nostro comunicato in sit-in davanti a un bus turistico già fermo di fronte alla Sagrada Familia, oltre 20 persone del nostro gruppo sono state circondate, perquisite e identificate. La mobilitazione del 15 giugno 2025 è stata annunciata proprio in quella occasione, al termine di una tre giorni di incontri e tavoli di lavoro organizzata dal nodo Set di Barcellona, a cura dell’Assemblea de barrios por la decrescita turistica (Abdt).
Le azioni coordinate su scala internazionale, così come le singole proteste locali, sono infatti parte di un percorso più complesso che coltiviamo da diversi anni e che punta allo stesso tempo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle conseguenze della turistificazione e a ottenere un cambio di direzione da parte dei governi e dell’Unione europea. Ogni nodo della rete è costituito da gruppi fortemente radicati nei rispettivi territori, ma allo stesso tempo uniti nella lotta contro la crescita turistica come modello di sviluppo economico, vale a dire contro l’approccio adottato da tutti gli Stati del Sud Europa e non solo. Le nostre proteste non sono contro i turisti in quanto persone, bensì contro la turistificazione in quanto politica economica e forma di governo dei territori. Da “Canarias tiene un limite” nell’arcipelago spagnolo alla campagna “Resta abitante” di Napoli passando per “Morar em Lisboa” (Abitare a Lisbona), i collettivi che compongono le assemblee della rete Set sono impegnati in forme di resistenza che costituiscono veri e propri presìdi abitativi, in risposta alle pressioni di sradicamento e precarizzazione che recidono i legami sociali.
In Italia la rete coinvolge attiviste e attivisti e spazi sociali da Bergamo Città Alta fino a Palermo, passando per Genova e Rimini. Nelle nostre alleanze tra territori cerchiamo di ottenere risultati locali, come la regolamentazione delle locazioni brevi o il blocco agli ampliamenti dei porti crocieristici e degli aeroporti, che sono frutto di un medesimo modello di crescita basato sullo sfruttamento dei territori mediterranei.
Voce del verbo turistiflcare
In questi anni abbiamo raccontato, dati e provvedimenti governativi alla mano, quanto la turistificazione non sia un processo endogeno spontaneo ma un modello economico neoliberista di stampo coloniale, che causa gravi danni ambientali e sociali, dando vita a nuove forme di schiavitù spacciate per lavoro. Abbiamo sottolineato che per innescare un processo di turistificazione non basta che ci siano dei visitatori, è necessaria una pletora di attori pubblici e privati impegnati nella pianificazione e nella realizzazione della crescita del settore turistico. In altre parole, turistificare non è così semplice come la propaganda pro crescita ci ha fatto credere fin qui: ha richiesto e richiede politiche pubbliche, infrastrutture, investimenti, sostegni economici alle imprese e un’ingente spesa pubblica per affrontare la gestione dei flussi. Le mete turistiche si costruiscono e l’Europa, da questo punto di vista, è un cantiere perpetuo.
La costruzione delle mete è esattamente ciò che definiamo turistificazione ed è ciò su cui possiamo agire per cambiare le cose, mentre l’overtourism è solo il sintomo della sofferenza dei territori, una sofferenza che si aggrava quanto più investiamo in turistificazione. Come attivisti e attiviste dei movimenti sociali non chiediamo dunque dei palliativi per alleviare il sintomo overtourism, quello che chiediamo è l’abbandono della crescita turistica come obiettivo da perseguire con ogni mezzo. Comprendere la portata politica di questa richiesta è importante per non ridurre le proteste contro la turistificazione a moti di esasperazione improvvisati. I movimenti anti-turistificazione non sono una comunanza di insofferenze per i disagi quotidiani del sovraffollamento. La lotta della rete Set è dichiaratamente anticapitalista e anticolonialista – e dunque antisionista – radicata nell’ambientalismo e nella difesa del diritto all’abitare contro gli interessi della rendita. È una lotta di classe animata da collettivi di abitanti che in questi anni hanno prodotto nuove conoscenze e nuovi linguaggi, decostruendo le retoriche dell’industria turistica.
La rete delle città del Sud Europa contro la turistificazione difende il diritto all’abitare e alla mobilità di tutte le soggettività discriminate, che siano migranti o queer, e non pretende confini nazionali più escludenti bensì privi delle attuali corsie preferenziali per chi detiene il potere economico di consumare come turista, mentre altri vengono criminalizzati, deportati e respinti con evidenti violazioni dei diritti umani, o resi schiavi delle economie europee. “Turismo di massa” è un’espressione fuorviante da questo punto di vista perché, come abbiamo sottolineato molte volte, solo il 4% della popolazione mondiale viaggia per turismo ed essere turista resta tutt’oggi un privilegio.
In sintesi, la rete denuncia l’insostenibilità sociale, ambientale ed economica dell’industria turistica, intendendo la turistificazione come uno sfruttamento dei territori e delle persone paradigmatico delle logiche estrattive e colonialiste della nostra epoca. Non è un caso, infatti, che come atto finale della criminale distruzione sionista di Gaza ci sia stata proposta l’immagine di un’oscena trasformazione delle rovine in resort e della costa palestinese in riviera turistica. La turistificazione è la violenza carnevalesca che arriva a suggellare quella coloniale.
Soffrire di undertourism?
Nell’Europa del Sud la turistificazione ha comportato la distruzione del paesaggio e delle economie locali, l’espulsione della popolazione e l’espansione del lavoro povero fino alla schiavitù. Pur essendo corresponsabile degli alti tassi di inquinamento dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, la turistificazione continua a prosperare grazie a un ambiente culturale favorevole. I territori che non si trovano in condizioni di overtourism vengono considerati luoghi che soffrono di undertourism. La letteratura utilizzata nei sempre più numerosi corsi in management del turismo delle università italiane è piena di questo genere di diagnosi pro crescita, e vi assicuro che l’espressione utilizzata nei testi è proprio «soffrire di undertourism».
La pervasività della propaganda pro crescita sta proprio in questo vendere per necessario l’intervento turistificatore in mancanza di numeri da turismo di massa. Per questo, quella che portiamo avanti come rete Set è anche, e spesso soprattutto, una battaglia culturale. Uno dei nostri sforzi di demistificazione più impegnativi è stato, e per certi versi lo è tutt’oggi, quello contro il cosiddetto “turismo sostenibile”. Può accadere che in un determinato luogo e tempo i numeri del turismo siano sostenibili, cioè può accadere che ci sia un turismo che non eccede la capacità di carico fisica e sociale dei luoghi. Questo però avviene in territori che non sono oggetto di politiche di turistificazione, cioè lì dove ci sono dei turisti ma non si investe per turistificare nell’ossessione di farli aumentare a dismisura, inducendo la trasformazione delle economie locali in monocolture. Nel momento stesso in cui il turismo sostenibile diventa una strategia economica dichiarata e meritevole di investimenti, la sua presunta sostenibilità si disintegra. Il problema, quando si turistifica, è sempre lo stesso: qualsiasi rideclinazione dell’offerta va in aggiunta e non in sottrazione rispetto al carico turistico complessivo. Esattamente come la linea dei prodotti bio nella grande distribuzione organizzata rinvigorisce l’industria alimentare senza mutarne né le logiche né la logistica, così tutte le aggettivazioni possibili del turismo (slow, green, ecc.) rinvigoriscono l’industria turistica. Potremmo sinteticamente dire che il turismo sostenibile è come il silenzio negli indovinelli, se lo nomini non c’è più.
Un altro aspetto su cui concentriamo da anni gli sforzi di smascheramento e sensibilizzazione è il cosiddetto “turismo di qualità”, cioè l’evoluzione classista e discriminatoria della turistificazione che subentra quando si punta ad aumentare i livelli di profitto senza far aumentare le persone in circolo, diventando cioè una meta più esclusiva, che va a braccio con escludente. Al momento il nostro impegno di demistificazione è soprattutto quello contro la più recente teoria della “decongestione per moltiplicazione”, vale a dire l’attuale propaganda pro crescita turistica degli organismi internazionali. I rapporti pubblicati dall’Organizzazione mondiale del turismo sono tra i documenti di indirizzo in materia e tra gli ultimi abbiamo, per esempio, “‘Overtourism’? Understanding and Managing Urban Tourism Growth beyond Perceptions”, in cui l’overtourism è posto tra virgolette perché trattato alla stregua di un falso mito, generato da un’errata percezione che non trova riscontro nei numeri, se non nei casi in cui il carico turistico è stato gestito male. L’Organizzazione consiglia dunque di moltiplicare gli attrattori, spingere il turismo anche fuori dalle città, costruire nuove mete e itinerari. Se vi suonano parole familiari è perché sono le indicazioni assimilate da tutte le politiche di turistificazione nazionali. Trattandolo come un problema di concentrazione del turismo e non di quantità di turismo, l’agenzia dell’Onu trasforma l’overtourism stesso in una ragione per continuare a turistificare.
La stessa logica viene applicata anche al problema delle infrastrutture. Nel 2024 in un’intervista al Corriere della Sera (1) Pierluigi Di Palma, presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), ha ricordato che i crescenti disagi e incidenti negli aeroporti sono dovuti al fatto che il traffico aereo continua ad aumentare, ma l’infrastruttura aeroportuale non è adeguata a sostenerlo. L’organizzazione intergovernativa Eurocontrol ha calcolato che a giugno 2024 in Europa le compagnie low cost hanno gestito 1.286 voli in più al giorno rispetto al 2023. La soluzione proposta da Di Palma e dagli enti governativi è investire nell’ampliamento degli aeroporti. Ancora una volta una criticità viene trasformata in una paradossale occasione per rilanciare la necessità della crescita turistica.
In questo momento il primo paese esportatore di turisti al mondo è la Cina, e l’Europa, che è da sempre il continente che accoglie più flussi turistici in ingresso, si sta attrezzando per moltiplicare i propri terminal aeroportuali e aumentare i collegamenti diretti con l’Asia. Uno degli aeroporti attualmente impegnato in questo tipo di ampliamento è quello di Napoli, che si trova all’interno della città, circondato da abitazioni, ma ciononostante diventerà un aeroporto intercontinentale tra i più grandi d’Italia per volere delle società private che lo gestiscono. Anche a Barcellona è previsto l’ampliamento dell’aeroporto e il 28 giugno 2025 si è tenuta una manifestazione di protesta in piazza Sant Jaume per chiederne l’annullamento. Il numero di arrivi annuali in Spagna e in Italia, rispettivamente il secondo e il quarto paese più visitato al mondo, supera regolarmente il totale della popolazione residente. È necessario continuare a far crescere gli aeroporti? Che voce hanno in merito gli abitanti dei territori?
Non siamo le uniche realtà sociali a sollevare questi problemi e molti abitanti sono scesi in piazza negli ultimi anni per protestare contro l’overtourism. Ovunque in Europa si generano rivolte contro la sfacciataggine con cui i territori vengono offerti ai privati di turno per le loro esigenze di consumo turistico. In Italia episodi recenti si sono avuti in occasione del matrimonio del fondatore di Amazon Jeff Bezos a Venezia, con servizio d’ordine della festa coordinato dalla prefettura e dalle forze dell’ordine italiane. Ci infastidisce essere affittati come una sala ricevimenti, così come ci infastidisce il figlio di Trump che spara alle specie protette in laguna, perché rende evidente il nostro essere una colonia-parco giochi per turisti facoltosi. Ma in fondo, come opinione pubblica, ci infastidisce anche dover dare ragione agli attivisti in caso di danni conclamati al patrimonio o alle persone dovuti all’overtourism, per esempio quando le navi da crociera causano gravi incidenti. Tuttavia, questi ecomostri naviganti fanno danni anche quando non speronano traghetti o distruggono moli.
Il traffico crocieristico produce un mix altamente nocivo di ossidi di azoto, ossidi di zolfo e black carbon, cioè un derivato della combustione del petrolio che quando resta sospeso in atmosfera, come accade nelle città portuali italiane, ha un elevato potenziale di riscaldamento globale (global warming potential). L’Italia negli ultimi anni è diventata il paese più inquinato dalle navi da crociera, seguito da Spagna e Grecia, ma nonostante questo continuiamo a progettare nuovi porti crocieristici. Il recente caso del nuovo porto di Fiumicino, a pochi chilometri dall’inquinatissimo porto di Civitavecchia, è scandaloso quanto gli impianti sciistici a bassa quota. Realizzato esclusivamente per le navi da crociera, sarà a tutti gli effetti un’infrastruttura turistica privata autorizzata dal pubblico. L’avvio dei cantieri ha visto un’accelerazione tra la fine del 2024 e il 2025 grazie all’intervento del sindaco di Roma Roberto Gualtieri che, in veste di commissario per il Giubileo 2025, ha inserito il nuovo porto tra gli “interventi essenziali” da realizzare in tempi brevi. Anche in questo caso la mobilitazione è stata ampia e molti abitanti di Roma e dei comuni limitrofi hanno affiancato i comitati locali nei presìdi ai cantieri. Questi ultimi sono gestiti dalla società Waterfront Fiumicino srl, cioè da corporazioni della crocieristica mondiale.
Visibilità della lotta
Opere come queste e i singoli episodi di cronaca rendono particolarmente evidente il problema fintanto che i media e internet ne parlano, mentre per tutto il resto del tempo ci sono associazioni che chiedono un cambiamento strutturale e coltivano alternative senza destare grande clamore o adeguati approfondimenti. La foto con gli ombrelli “Stop Airbnb” in piazza del Gesù a Napoli rispunta di tanto in tanto nel web per accompagnare articoli improvvisati sull’overtourism, senza didascalie che spieghino in quale città ci troviamo, chi ha organizzato l’azione (Set Napoli-Resta abitante) e con quali intenti. Questo scarso riconoscimento del valore sociale delle lotte avviene soprattutto in contesti iperturistificati come Venezia, una città che si spende senza sosta nelle battaglie contro la turistificazione, ma che ciononostante continua a essere vittima di narrazioni distopiche che la danno per morta. In Italia è ora di fare i conti con il fatto che gli abitanti di Venezia esistono eccome e sono molto attivi. Dirsi che le altre città stanno diventando Venezia e, allo stesso tempo, ripetersi che per Venezia è troppo tardi, è un’autoassoluzione per la nostra indifferenza. Basti ricordare che l’unica proposta concreta per arginare le locazioni brevi, alla quale si stanno aggrappando oggi tutte le città italiane per non essere desertificate dalla piattaforma Airbnb, viene proprio dagli abitanti di Venezia e dall’Osservatorio civico veneziano Ocio, parte della rete Set. Insomma, è stata una Venezia tutt’altro che morta a gettare le basi di tutti gli attuali regolamenti comunali in via di stesura.
Prima della pandemia, in Italia le locazioni gestite da Airbnb erano circa 400 mila, oggi sono oltre 700 mila. Senza gli sforzi e la pressione delle componenti sociali, i partiti e gli amministratori locali continuerebbero ad applaudire i risultati di Airbnb e a stringere alleanze con la piattaforma per progetti di social-washing. Intendiamoci, lo fanno comunque, ma perlomeno ora abbiamo qualche voce contraria in più tra i rappresentati delle istituzioni e una manciata di giunte che si prodigano per adottare strumenti normativi.
All’origine del problema c’è anche che nei paesi del Sud Europa i governi pro turistificazione vengono eletti da chi vi abita formalmente – cioè dai residenti a cui è concesso il privilegio della cittadinanza – per poi svolgere il proprio mandato pensando di dover rispondere alle esigenze del cliente-turista. Davanti a queste contraddizioni e al muro di gomma della politica istituzionale, dopo un decennio di lotte siamo stati costretti a ricorrere a provocazioni e linguaggi mediaticamente più efficaci, per quanto meno coerenti con i contenuti del nostro percorso. Quest’estate gli spagnoli sono tornati a utilizzare le pistole ad acqua per dare visibilità alle proteste e l’attenzione è di certo arrivata, ma abbiamo passato il resto del tempo a spiegare ai giornalisti che spruzzare l’acqua ai turisti e agli albergatori è una provocazione disturbante ma innocua, non un attacco alle singole persone ma alla turistificazione. Con le pistole ad acqua si compie un gesto che rompe quella che altrove ho definito la “buona educazione dei turistificati” che ci vuole passivi e sorridenti, pronti a gioire per “i numeri da record” e per le performance turistiche dei nostri territori.
L’estate scorsa a Palermo gli attivisti dell’Assemblea permanente contro la turistificazione, parte della rete Set, hanno tirato su lo striscione «La turistificazione è la nuova peste» durante la processione della patrona Santa Rosalia, generando così un’ondata di articoli su turistificazione e overtourism in Italia. Raccogliendo lo stimolo creativo, in occasione della festa di San Gennaro a Napoli il nodo napoletano della rete ha partecipato alla cerimonia del patrono portando davanti al duomo uno stendardo da processione con su scritto «B&b nun ci a facimm’ cchiù, San Gennà aiutaci tu». Agganciare il nostro messaggio contro la turistificazione al politeismo magico-religioso delle nostre città ci permette una certa visibilità locale e diventa un’ulteriore occasione di confronto e sfogo tra abitanti.
Allo stesso tempo, però, non vogliamo essere ridimensionati a folklore e ignorati nella portata politica delle nostre rivendicazioni quando ci viene data visibilità. In questi anni abbiamo prodotto conoscenze, approfondimenti, petizioni, proposte di legge e coltivato una prospettiva critica anticoloniale contro la turistificazione del Sud d’Italia. Prima di chiamarci e chiederci ancora una volta quali sono i rapporti tra la criminalità organizzata e l’overtourism a Napoli e a Palermo, i giornalisti dovrebbero leggere e capire le nostre pagine e i nostri testi. Abbiamo raccontato in molti modi quali sono le nostre specificità e cosa rende la turistificazione particolarmente violenta nel Sud d’Italia e, no, non è la criminalità organizzata. Credete davvero che nelle altre città non ci siano investimenti mafiosi e riciclaggio nel settore turistico-ricettivo e ristorativo? Ci sono da molto prima e sono più consolidati perché Napoli e Palermo erano molto meno turistificate fino a pochi anni fa. I problemi nei nostri territori sono molto più gravi di quanto gli stereotipi dipingano e le realtà locali lo hanno raccontato con chiarezza. Mentre continuiamo a inviare turisti in Sicilia, è utile ricordarlo, l’isola si desertifica e sopravvive con i razionamenti dell’acqua per buona parte dell’anno.
La lotta contro la turistificazione non è solo la lotta dei centri storici o delle mete stagionali. In questi anni ci siamo spese e spesi per raccontare che la turistificazione riguarda anche le periferie, che restano prive di servizi, lontane dai centri di spesa pubblica dove si decidono le sorti del territorio, ma obbligate ad assorbire l’emorragia di popolazione dei quartieri centrali e i correlati aumenti del costo della vita. La lotta contro la turistificazione riguarda anche chi abita in quartieri e comuni non turistici perché è proprio la turistificazione ad aver ridotto le possibilità di fuga dal caldo, facendo alzare i costi delle località balneari, collinari e montane.
Nel 2023 in Italia ci sono stati quasi 13mila decessi per caldo, non è sempre facile visualizzare i numeri senza paragoni, quindi pensate che il 70% dei comuni italiani ha meno di cinquemila abitanti: è come se fossero morti di caldo due interi comuni di seimila abitanti in un solo anno. Proprio nel 2023 l’allora ministro della salute della Germania, Karl Lauterbach, disse: «ln Italia il turismo non ha futuro, fa troppo caldo. Usate le chiese come celle frigorifere». L’indignazione, compresa quella istituzionale, fu tale che Lauterbach fu costretto a scusarsi pubblicamente. D’altra parte, nel caso dell’Italia equivaleva a dire: la vostra unica strategia di sviluppo economico è stupida. Bisogna ammettere che qualcosa di stupido c’è nello spendere in media duecento euro a notte per visitare un paese in cui le autorità locali consigliano di non uscire di casa durante il giorno per non morire di caldo, in una stagione su quattro. Ma la Germania è probabilmente troppo poco turistica per comprendere fino a che punto può arrivare l’imperativo ottuso della turistificazione: nel Sud Europa sapremmo vendere anche l’experience “lockdown climatico”.
Proprio in virtù della gravità delle condizioni climatiche nel Mediterraneo, i movimenti contro la turistificazione rivendicano spazi gratuiti e accessibili per tutti e tutte fuori dalle saune urbane di cemento in cui veniamo murati d’estate. Lottare contro la turistificazione significa, per questo, anche lottare contro la follia delle lottizzazioni dei lidi in spiaggia e le privatizzazioni monopolistiche delle coste concesse agli stabilimenti e alle strutture alberghiere in Italia.
Declassati a city-users
Resta, tuttavia, che le asimmetrie di potere tra abitanti e industria turistica sono tali da coprire il grido di aiuto dei territori quando la politica e il mondo dell’informazione non fanno rispettivamente da portavoce e cassa di risonanza delle proteste, ma anzi da apripista e strumenti di propaganda. Con la conversione delle politiche di governo del territorio in politiche di promozione e crescita turistica, gli abitanti del Sud Europa sono di fatto attesi all’uscita (delle città), o invitati a tramutarsi in consumatori dei propri luoghi di vita e a competere con i turisti nella quantità di consumi prodotta. Se non paghi una casa quanto la pagherebbe un turista, se non mangi nei ristoranti quanto lo farebbe un turista, se addirittura pretendi i servizi per cui hai pagato le tasse anziché esperienze, non sei il “city-user” prediletto nei territori usa e getta del Sud Europa. Questo non sorprende, poiché tutte le politiche di turistificazione, come ogni politica neoliberista che si rispetti, sono saldamente fondate sulla competitività. Città attrattive e competitive è un’espressione molto in voga, come sapete, anche tra le giunte di sinistra in Italia.
Ma seguire le logiche della competitività nella gestione dei territori non porta ad altro che a una correlata competizione spietata per l’accesso alla casa, al mare, alla montagna, alle risorse. Come rete, ricordiamo che il senso dell’azione pubblica risiede invece nell’esatto opposto, cioè nell’assicurare l’accesso alle risorse senza competizioni guidate dalle logiche di profitto. Ricordiamo anche che il turismo è un settore economico di punta solo nei paesi poveri e che la monocoltura turistica deprime l’economia e allontana altre fonti di reddito più remunerative e stabili.
Le ragioni dell’industria turistica prevalgono su quelle degli abitanti, pur non essendoci alcuna reale evidenza dei benefici economici. I numeri del turismo vengono raccontati in modo delirante come se la crescita dei flussi ottenuta investendo fosse di per se stessa un successo, senza chiarire quanto ci costa tenere in piedi l’industria turistica e quanto sia un’autocondanna alla sussistenza, cioè al lavoro povero in un paese sempre più caro. Detta in altri termini, la turistificazione che stiamo vivendo è un fallimento anche se valutata con i criteri neoliberisti dei fautori della crescita economica.
Note
(1) Leonard Berberi, “Voli, Di Palma (Enac): ‘Cieli europei vicini al collasso, gli aeroporti non reggono più. Quando volare? Il marted씑, Corriere della Sera, 25 agosto 2024.



Bravi, bell’articolo (un po’ lunghetto, ma di qualità). È una lotta dura, perché va contro forti interessi economici: dai costruttori di impianti e infrastrutture, agli albergatori , hai detentori di appartamenti in affitto , ai titolari di esercizi e licenze commerciali nei luoghi turistici, dai proprietari semplici di appartamenti in loco che vedono crescere a dismisura il prezzo del loro appartamento negli anni , eccetera eccetera.
È una gallina dalle uova d’oro da cui molti attingono, bisogna essere bravi a far capire a tutti, e comunque alla maggioranza , che alla fine un turismo così concepito. In realtà porta svantaggio su tutti i fronti , da quello sociale a quello ambientale a quello economico , per tutti.
Viene rabbia anche per la gentrificazione che sta espellendo un sacco di gente originaria dalle città per i prezzi esosi causati da queste speculazioni. Vabbè, avanti senza timore, speriamo che vinca la ragionevolezza…
Sono d’accordo in larga parte con quanto scritto e anch’io promuovo, in veste di guida, un turismo attento al territorio e ai suoi abitanti, tuttavia ritengo che con le pistole ad acqua si disturbi solo l’altro senza attirare attenzione alcuna sul tema.
Vivo e lavoro sull’Etna, dove alcune aree sono ormai prese d’assalto da decine di auto parcheggiate in modo da creare difficoltà nella circolazione e centinaia di individui che camminano ovunque, distruggendo flora e fauna e disseminando rifiuti attorno a sé.
Non è semplice arginare la confusione e la violenza dilaganti.
Ancora ancora lo striscione a Napoli, ma quello esposto a Palermo non credo possa raggiungere le masse con il termine “turistificazione”, che in pochi comprendono.
Analisi notevole e lucide previsioni. Bravi! Non demordere perché siamo in tanti a condividere il vostro giusto pensare.