Non è mai troppo tardi

“La sensazione era che quella vita, pur poverissima, difficile, semplice, avesse un senso, quel senso che a ben guardare i nostri ritmi forsennati e spesso fine a se stessi sembrano andare disperdendo e snaturando…”.

Non è mai troppo tardi
di Giovanni Caso
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2022)

Negli anni Ottanta, per un ventenne un po’ inquieto, alpinista medio affascinato dalle altezze e dagli spazi severi dei Quattromila valdostani, due erano i sogni ammaliatori: la Patagonia, con le sue cime ma anche i suoi immensi spazi e i segreti che Bruce Chatwin racconta annidarsi in ogni suo angolo; e il Nepal, che per me allora significava Himalaya.

Ci arrivai anche vicino, a partire, sia per l’una che per l’altro, ma poi non se ne fece niente, la mia vita prese altre strade, e nel cassetto rimasero i sogni, affioranti ogni tanto come rimpianti. Anche la montagna di fatto finì nel cassetto, nonostante per lavoro mi fossi trasferito proprio in mezzo alle Orobie, e negli anni recenti mi fossi dedicato al trail, ben più vario e piacevole della monotona corsa su strada che praticavo prima.

Due anni fa arriva la pensione. I sogni (fortunatamente) sono sempre lì. Riprendo a frequentare la montagna. Certo, il fisico risponde diversamente, ma la testa è più saggia e vive alla giornata. Da solo o con qualche amico giro le Orobie, faccio qualche puntata amarcord sul Rosa… Finché Mario, marito di una mia amica e collega friulana, a giugno di quest’anno mi butta lì “verresti in Nepal con me?”.

Nell’immensa valle del Kali Gandaki, sullo sfondo il Gangapurna 7455 m. Foto: Giovanni Caso.

Sul momento quasi non ci credo, ma ormai l’amo è gettato, il programma è allettante, e le parole di Mario, settantunenne alpinista esperto e alla sua quinta esperienza in Nepal, sono rassicuranti: a parte l’assenza di passaggi tecnici, pernotteremo nei lodge e ci sarà, oltre alla guida, un portatore che alleggerirà di molto i nostri zaini. Saremo in due, meglio che un gruppo numeroso, che potrebbe aumentare il rischio di intoppi, soprattutto fisici. L’incognita principale per me è il mal di montagna, visto che dovremo salire fino a 5400 m e pernottare spesso nell’aria sottile: nei miei trascorsi alpini non sono andato oltre i 4800 m del Bianco, e, anche se non ho mai avuto problemi con l’altitudine, allora avevo poco più di vent’anni…

Comunque, decisione presa. Comincio ad allenarmi su e giù per le Orobie, faccio anche una prova ai 4200 m della Piramide Vincent, senza problemi. C’è poi da prevedere e preparare la logistica: oltre all’attrezzatura e al vestiario, le vaccinazioni, i farmaci da portarsi dietro e le incombenze burocratiche (con l’ottima assistenza dell’agenzia bergamasca di Gianni Lombardini e della sua controparte di Katmandu). Finalmente il 24 ottobre si parte: più di dodici ore di viaggio, scalo e fuso orario compresi; la Nepal Airlines probabilmente allestirà una linea diretta con i paesi europei, ma per ora bisogna cambiare a Dubai, l’immenso scalo che impiega migliaia di lavoratori, spesso sottopagati, molti dei quali provenienti proprio dal Nepal. Atterriamo a Kathmandu nel primo mattino, accolti dagli emissari della Nepal Vision… e dalla smagliante corona degli Ottomila nepalesi!

Tre giorni a Kathmandu, giusto il tempo per abituarci ai ritmi e traffico caotici di questa città di quattro milioni di abitanti, ma soprattutto per visitare Durbar Square, Swayanbhunath, Pashupatinath e Boudhanath e per fare una sgambata fino alla bellissima ex città stato di Patan/Lalitpur. Poi trasferimento in jeep da Katmandu a Tal (230 km in 12 ore!), dove comincia il nostro giro: circa 230 km intorno all’Annapurna, salendo progressivamente dai 1700 m di Tal agli oltre 5400 metri del Thorong La Pass, per poi scendere a Muktinath, città sacra per Indhu e Buddhisti, percorrere la lunga valle del Kali Gandaki fino al bel villaggio di Marpha, risalire a Ghorepani e al suo belvedere Poon Hill e infine arrivare a Pokhara, la seconda città del Nepal.

Dopo venti giorni di cammino, torniamo a Kathmandu con un nuovo estenuante trasferimento in Jeep… e dentro di me tanti pensieri ed emozioni. A cominciare ovviamente dagli spettacoli naturali cui abbiamo assistito sin dalla prima mattina a Tal, quando alcuni Seimila già si stagliavano nel cielo blu mentre noi eravamo ancora avvolti dalla penombra. Era solo un assaggio, ben presto (ma con lungo cammino per valli immense per chi è abituato alle “piccole” Alpi) avremmo ammirato il Manaslu, l’impressionante massiccio dell’Annapurna (che costeggeremo prima a nord, con l’Annapurna II, III, IV, per poi vedere anche l’Annapurna South), Gangapurna, Tilicho Peak e Machapuchare (oltre 7000 m), il Pisang Peak, i tre eleganti Chulu e la bellissima, maestosa e inconfondibile cuspide ghiacciata trapezoidale del Dhaulagiri con le sue cime secondarie e i dirimpettai Settemila Nilgiri North e South.

Per non parlare delle innumerevoli cime e ghiacciai ben oltre i 6000 m, apparentemente a portata di mano durante il pernottamento al Thorong High Camp e il passaggio del Thorong La. E che dire della dilatazione di spazio e tempo, dimensioni che la vita cittadina tende ad appiattire e chi va in montagna cerca di recuperare, qui in Nepal con una profondità a tratti inquietante.

Poi ovviamente c’è l’esperienza fisica e psicologica di questo lungo trekking, sia pure addolcito dalla presenza di guida e portatore e dai pernottamenti in lodge invece che in tenda, che richiede comunque buone condizioni di salute, preparazione fisica, capacità di adattamento a condizioni ambientali delicate, atteggiamento mentale previdente e resiliente, attento certamente ai segnali del corpo (soprattutto agli eventuali sintomi del mal di montagna), ma anche lucido e non troppo ansioso di fronte a situazioni tipo disturbi gastrointestinali (inevitabili entro certi limiti, dato il cambio di alimentazione), tosse a tratti fastidiosa per la secchezza dell’aria e la polvere, una mezza insolazione per una tappa percorsa senza cappello.

Qui devo anche ringraziare il mio compagno Mario, bravo ad esempio a disinnescare col suo buon senso e l’esperienza la preoccupazione che cominciava a montare in me, che pure stavo bene, quando ai 5000 metri circa del Thorong High Camp la mia saturazione di ossigeno, provata per scherzo, era 71%…

A proposito di Mario, che conoscevo solo superficialmente, non era affatto scontato che ci trovassimo bene insieme, anzi. Se infatti è vero che evitare un gruppo numeroso riduceva le incognite, d’altra parte la convivenza stretta di due settantenni (età in cui spesso l’elasticità mentale comincia a difettare), durante un trekking impegnativo di oltre venti giorni è stata comunque una scommessa vinta, perché ci siamo scoperti gradualmente, ascoltandoci reciprocamente ma anche lasciando ad ognuno, se non i propri spazi (spesso inevitabilmente molto ristretti), i propri tempi, i propri silenzi, i propri pensieri. Insomma, un ottimo “compagno di cordata”. Con Kim e Suresh, rispettivamente guida e portatore, siamo andati ben oltre il rapporto professionale, nonostante questo rimanesse giustamente prioritario: sia durante il cammino, quando il forte trentenne Suresh, sempre molto silenzioso ma padrone dell’inglese, mi teneva d’occhio se mi attardavo per fotografare, pronto a darmi indicazioni a gesti o parole (“slowly-slowly”, quasi amorevolmente mi sussurrava quando faticavo salendo al passo…); sia nelle soste, quando controllavano puntualmente se dimenticavamo qualcosa, o ci servivano a tavola (non c’era verso di evitarlo) come premurosi camerieri. Ma le chiacchierate con Kim (trentanovenne padre e uomo saggio e Buddhista come la maggioranza degli abitanti di queste zone vicine al Tibet) mi hanno aiutato a capire tante cose di questi posti e soprattutto del “Nepali People”.

E meglio di qualsiasi discorso è stato l’abbraccio con Suresh, esploso in un bellissimo e inaspettato sorriso, quando siamo arrivati al passo.

Ma chi assorbiva completamente la mia curiosità e accendeva la mia mente e il mio cuore erano i nepalesi. Povertà a volte estrema, condizioni igieniche approssimative o addirittura proibitive, inquinamento alle stelle (soprattutto nelle città come Kathmandu e Pokhara), spostamenti difficoltosi ed estenuanti, bassissimo livello medio di scolarità ed istruzione… e polvere ovunque: questo il contesto ambientale in cui i nepalesi vivono (o si potrebbe dire muoiono, visto che il Nepal è uno dei paesi al mondo con la più bassa aspettativa di vita media), solo parzialmente alleviato, almeno nelle zone di quota medio-alta, dal clima secco e dalla buona disponibilità di acqua e di energia, elettrica e solare.

Poveri, talora chiaramente in difficoltà e sofferenti, bambini ed anziani soprattutto, ma sempre sorridenti e disponibili, anche quando chiedo di poter scattare una foto, anche quando la risposta è “no”.

Sorridono, accolgono, e non certo solo per compiacere il turista. Forse la parola giusta è “semplicità”: semplicemente vivono e accettano la vita, e la malattia e la morte come parte di essa, come Kim ha avuto modo di spiegarmi in una delle nostre chiacchierate. Persino per strada: hanno un traffico assurdo e caotico, strade terribili, eppure non li ho mai visti imprecare per qualcuno contromano o che non dà la precedenza (concetti del tutto ignoti, secondo me, ai nepalesi), anzi, il traffico fluisce (se così si può dire…) grazie alla reciproca collaborazione tra chi intralcia e chi viene ostacolato.

Annapurna II 7937 m e in primo piano Annapurna III 7555 m. Foto: Giovanni Caso.

Sikkha, una delle nostre ultime tappe, a differenza di altri villaggi quasi esclusivamente turistici e quindi abbastanza scontati e un po’ alienati, è un vero villaggio montano (a quasi 3000 m) con un’economia agropastorale.

Quando ci siamo passati pulsava di vita quotidiana, tra riti, lavori e preparativi in vista dell’inverno, voci di bambini (tanti) che giocavano, andavano o tornavano da scuola o facevano i compiti sull’aia in mezzo a galline e panni stesi, vociare di adolescenti impegnati a giocare a “biliardo a dischetti” o in allenamenti di pallavolo nel campo del Sikkha Youth Club. La sensazione era che quella vita, pur poverissima, difficile, semplice, avesse un senso, quel senso che a ben guardare i nostri ritmi forsennati, e spesso fini a se stessi, sembrano andare disperdendo e snaturando.

Una parola in più, da pediatra, per i bambini nepalesi. Vivono in condizioni igieniche precarie e la mortalità infantile è molto alta. Non sono però trascurati, hanno genitori e nonni che gli sorridono, che li accudiscono, che li mandano a scuola (a piedi, o in autobus, che vi raccomando), puliti e ben vestiti. Hanno poco, pochissimo, ma con quel poco giocano e si divertono, e “si stupiscono”, e quindi “sognano”.

Inevitabile pensare alla nostra società asfittica, in cui i bambini non solo sono sempre di meno, ma soprattutto sembrano annoiarsi pur facendo un sacco di cose, sballottati come pacchi (preziosi) dalla scuola all’ora di piscina al corso di psicomotricità al catechismo.

Pensieri che, forse, avrebbero destabilizzato quel ventenne inquieto che ero. A 67 anni rimango un “occidentale”, e non riuscirei certamente a vivere e sopportare tutto ciò che i nepalesi sopportano. Ma sono comunque contento di avere trovato laggiù (o lassù) altri spunti per guardarmi dentro, e di conseguenza guardare con occhi diversi ciò che mi accade attorno. Per questo tra due anni, Mario e io torneremo per fare il giro del Manaslu.

Namaste!

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