Gli esperti al convegno dell’Accademia dei Lincei. Le nuove materie prime strategiche aprono scenari problematici, dalla ricerca fino ai rapporti geopolitici.
Senza terre rare nessuna transizione energetica
di Mauro Garofalo
(pubblicato su lastampa.it/tuttoscienze il 18 giugno 2025)
Consumiamo sempre più energia e le risorse per produrla diventano, sempre di più, una questione strategica. E di differenziazione. È quanto emerso dal convegno a Roma, il 22 e 23 maggio, sulle “materie prime critiche per l’energia” organizzato dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dalla Fondazione «Guido Donegani», in collaborazione con la Società Chimica Italiana, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Associazione italiana di ingegneria chimica, il Consorzio interuniversitario nazionale per la scienza e tecnologia dei materiali e Confindustria energia.
La nostra società è sempre più energivora e cominciano a mancare non solo le terre rare ma, anche le materie prime per la produzione di energia rinnovabile e alternativa alle fossili. “Sono già stati fatti passi avanti nell’ambito della sostituzione dei combustibili fossili con energie alternative prive di CO2 – commenta Gianfranco Pacchioni, socio dell’Accademia dei Lincei e docente di Chimica presso l’Università di Milano Bicocca -: se si guarda al solare fotovoltaico e all’eolico, per esempio, solo negli ultimi 15 anni, si è arrivati a coprire una produzione del 30-40%”. Una vera e propria svolta. “E’ avvenuto in tutti i Paesi che registrano un forte sviluppo industriale – Germania, Spagna, Gran Bretagna, ma anche Cina e Stati Uniti – e infatti, a livello mondiale, si registra una crescita significativa di quantità di energia prodotta con le rinnovabili”.
Il problema è che consumiamo sempre più energia. “Se non avessimo avuto così tanti progressi sul fronte delle rinnovabili sarebbe ancora peggio”, sintetizza il docente di Chimica: “Da un lato inventiamo nuove tecnologie e sistemi di vita, ma contemporaneamente anche nuove forme di consumo, come per esempio Internet o la nuova arrivata Intelligenza Artificiale e tutte consumano quantità massicce di energia”. È per questa ragione che alcuni Paesi stanno pensando di investire (di nuovo) sul nucleare: “Negli ultimi 30 anni il numero di centrali nuove è rimasto uguale, mentre le vecchie risalgono agli Anni 80 e 90 del secolo scorso”. A ogni modo, “se vediamo l’energia complessiva, le fossili rappresentano ancora la percentuale maggiore”.
Intanto, il nucleare è in una condizione particolare. “Il cosiddetto nucleare di nuova generazione – continua Pacchioni – è ancora in fase di ricerca: i reattori di quarta generazione non sono ancora stati sviluppati e questa soluzione arriverà, forse, tra 20 anni”. E poi c’è un ulteriore problema. “In alcuni Paesi, come il nostro, le comunità – i Comuni, le province, le Regioni – non sono così a favore: che cosa diranno quando proporremmo di installare una centrale sui loro territori?”. Quanto all’idrogeno, “non essendo una fonte, ma un vettore – specifica Pacchioni – l’energia elettrica che produce è pulita solo se viene da fonti rinnovabili”.
Alla base di tutto, quindi, restano le materie prime fondamentali per produrre più energia. La fotografia-Italia che emerge dagli ultimi dati Istat indica circa 3500 siti attivi. Di questi, la gran parte è rappresentato da siti a cava e 126 da siti a miniera (76 in attività), di cui solo 22 estraggono le sempre più strategiche terre rare o “Crm”, “Critical raw materials”. Dalle cave, nel 2022, sono state estratte 182 tonnellate metriche di calcare e arenarie, sabbie e ghiaie, porfidi e tufi, argille, marmi e rocce granitoidi. Delle 16 tonnellate metriche per anno estratte da miniere, circa il 39% sono materiali per l’industria ceramica, mentre il 40% è rappresentato da marna da cemento e meno del 20% da salgemma. Solo il 2%, poi, dalla compagine fluorite, bauxite e talco. In questo contesto va sottolineato come l’Italia sia il maggiore produttore europeo di feldspati e, a partire dal 2026, diventerà un importante produttore di fluorite (entrambi “Crm”).
La situazione globale delle materie prime critiche non è rosea. “Quasi una ventina di queste, oggi, vengono considerate strategiche per lo sviluppo delle fonti rinnovabili – spiega Pacchioni -. Sono scarse o si trovano concentrate in pochi Paesi, per lo più amministrate da governi instabili”. Un altro problema, poi, risiede nell’estrazione, vale a dire la sostenibilità ambientale. Ecco perché ci si concentra anche sulla logica del recupero e del riciclo degli scarti contenuti nei prodotti elettronici. “L’Italia è molto avanti nel recupero, ma il processo è piuttosto costoso e, quindi, economicamente non vantaggioso”. Detto in parole povere: solo con il recupero non si riesce a colmare il fabbisogno, c’è bisogno di estrarre.
La questione delle materie prime non è (solo) un problema tecnico-scientifico, ma, sempre più, geo-politico. “La direzione è quella delle rinnovabili e non abbiamo alternative. Ma bisogna essere consapevoli di tutto ciò che ruota intorno: materie prime, appunto, e approvvigionamento”. Se vogliamo arrivare a una “vera” indipendenza energetica occorre investire nella ricerca e trovare nuove strade. Per esempio – continua Pacchioni – “sostituendo il cobalto usato per le batterie delle auto con il sodio, anche se si perde in potenza”.
Occorrerà, comunque, differenziare e combinare i modi di produrre energia. “Non esiste mai un’unica soluzione – chiosa Pacchioni –: che sia l’idrogeno o il solare, in futuro avremo bisogno di ogni tipo di fonte, compreso il risparmio energetico”.

