Una storia a puntate – 3

Una storia a puntate – 3 (3-3)
(Vallée Blanche)
di Smaranda Chifu
(pubblicato su smarandachifu.com il 6 marzo 2022)

Al rifugio Torino è domenica mattina, sono ormai le 9 abbondanti. Chiunque avesse intenzioni alpinistiche è già in giro da almeno 3 ore buone. Io e Ange emergiamo dalle braccia di Morfeo con immensa calma, lui il giorno dopo lavora quindi oggi si torna a casa e basta, non si farebbe in tempo a fare nulla senza bucare l’ultima funivia. Il nostro piano è quello di sistemare con calma il materiale, scendere a fare colazione a Courma come i milanesi doc e rientrare in Brianza. Se il giorno prima l’idea di pisciare fuori dal vaso è stata di Ange, la ritirata preventiva dalla Roger Baxter-Jones e il conseguente riposino mi hanno un bel po’ rimesso al mondo e oggi tocca a me spararla grossa.

Tant’è che mentre mi spazzolo i denti, in quel frangente di vita durante il quale il mentolo del dentifricio, a contatto con l’acqua gelida del rubinetto, ti dà una scossa alle meningi riportandoti nel mondo degli esseri senzienti, penso a voce alta, senza minimamente filtrare il mio pensiero “ma se mollassimo il materiale allo Skyway e ci facessimo la Vallée Blanche a scendere? Ci sarà un modo per tornare da Chamonix a Courmayeur”. Sono quasi le 10. Non abbiamo ancora mangiato.

Io sono una persona organizzata, ordinata e pianificatrice al limite dell’ossessivo compulsivo, ma non lo dico per scherzare, è uno strazio, sto provando a guarire. Eppure, ciò nonostante, le scelte che mi hanno rivoluzionato maggiormente la vita le ho prese di pancia. Probabilmente le ho covate per mesi e anni ma poi le ho prese con lo spirito della proverbiale caduta del quadro dalla parete di Baricco. Ringrazio Baricco per aver scritto Novecento e avermi fornito così questa metafora, per inciso unico libro che ritengo decente mai scritto da Baricco e metafora decisamente troppo abusata.

Ange mi guarda perplesso, analizza i dati di input della cazzata che ho appena detto. Se in quel momento lui avesse detto “mah Smara a me questa me pare proprio un’idea idiota” non avrei avuto nulla da ridire ma Ange è stato zitto quindi attorno alle 10, senza aver ancora mangiato nulla, siamo nella stanza dei materiali del Torino a fare su due zaini alla buona e meglio, tiriamo su due viti, l’artva, pure una corda perché nessuno dei due ha mai fatto la Vallée Blanche e letteralmente non sappiamo che difficoltà tecnica abbia e ci fiondiamo col resto del materiale verso lo Skyway.

Ci tengo a dire che io sono una cauta in montagna. Ho un eccesso di prudenza immenso e quando decido di “lanciarmi” di pancia su una cosa è perché in realtà ho in qualche modo valutato di poterlo affrontare. Diciamo che con gli sci ai piedi so che me la cavo, scio finché riesco poi quando non riesco mi munisco di calma tibetana e scendo lo stesso. Comunque va bene ammettere di far schifo ma non va bene nemmeno non essere minimamente consapevoli dei propri punti di forza.

Ore 10 passate, siamo allo Skyway, mentre io parlo con il tecnico della funivia Ange cerca due relazioni al volo per capire quanto tempo ci vuole per fare la Vallée Blanche e come ritornare poi in Italia. Smollo due zaini con circa quei 1.000 euro di materiale d’alpinismo all’operatore della funivia chiedendogli di portarceli giù da basso, lui mi guarda perplesso e mi dice “ma tu pensi di andare a fare la Vallée Blanche così, ce l’hai almeno l’artva?”.

“Così”: ero vestita da sci, con gli scarponi, lo zaino, tutto l’occorrente e di più. Sicuramente una che ti arriva lì chiedendo se puoi portare giù due zaini sembra un po’ scappata di casa, lo capisco, non abbiamo certo migliorato la situazione chiedendo anche informazioni sul pullman che da Chamonix fa il traforo riportandoci a Courmayeur, ma tranquillo amico, scappata di casa lo sono sempre non è che lo sembro e basta, si percepiva che avevamo preso una decisione di fretta però anche lui, con la sua pancia da Babbo Natale, non è che mi sia sembrato molto sul pezzo. Lo troviamo paternalista. Mi dice che entro le 17 dobbiamo essere a Courmayeur di nuovo perché poi gli zaini col materiale li tengono dentro e se arriviamo dopo, quando chiudono, nessuno ce li può ridare. Facciamo due conti sui tempi e accettiamo quella che palesemente era una sfida. Mi chiedo tutt’ora se con “così” intendesse il fatto che possiedo un utero, per dire.

Ore 10.45 stiamo mettendo gli sci ai piedi. Dopo due giorni di dislivello e fatica, smollare le gambe sciando e basta è un toccasana, in pochissimo mi dimentico di tutto, ci fiondiamo verso la Mer de Glace in condizioni pietose già a marzo. Né io né Ange avevamo mai visto quella parte del Bianco. Capiamo subito che di difficile nella Vallée Blanche c’è poco o nulla, la traccia è più evidente delle piste di Cortina il 6 di gennaio, non definirei la discesa, di domenica, una sciata isolata dalle persone ma di sicuro mentre scendiamo e vediamo il Dente e la Rochefort da dietro, poi più in basso tutto il versante che porta alle Jorasses fino a sbattere il muso contro il Dru che personalmente mi lascia davvero basita, capiamo che è stato un gran bel modo di concludere questa tre giorni. Trovo tecnicamente la discesa in sé molto semplice, in compenso capisco perché sia così famosa: il binomio semplice + una figata di panorama di sicuro attira parecchie persone!

Ore 12.30, dopo numerose pause foto, siamo già al Montenvers dove la gita finisce causa innevamento scarso quindi paghiamo l’obolo del dislivello anche oggi, rifacendo a gradini ciò che il ghiacciaio ha tristemente abbandonato ritirandosi. La fauna di chi sale e scende le scale del trenino a cremagliera che collega Montenvers a Chamonix è quanto di più eterogeneo ci si possa immaginare: ci siamo noi e quelli come noi, sci in spalla, puzza d’ascella importante, voglia di spazzarsi giù il prima possibile, c’è quella col cagnolino nella borsa di Gucci, quello che ogni 5 gradini in salita blocca il traffico perché non regge questa importante prestazione atletica e la coppietta che si fa i selfie dal balconcino a vista Dru probabilmente senza sapere che quello è il Dru, facendomi venire voglia di cavarmi gli occhi.

Dal Montenvers verso le Grandes Jorasses

Ore 13.30 prendiamo il trenino e scendiamo nella civiltà. Chiediamo se esiste un pullman che ci riporti in Italia prima ma il primo utile è comunque quello delle 16.25 che avevamo prenotato quindi ci sbattiamo in una birreria dove, dopo 6 pasti a base di zuppe di cereali liofilizzate, freddo e calci sui denti prendiamo un hamburger ciascuno, due birre rosse a testa che appena scendono nello stomaco sento il fegato mandarmi una mail in cui dice di essere out of office e, non paghi, pure una pizza che ci dividiamo. Il cibo dopo certe avventure assume un significato davvero molto diverso, tipo che non capisci bene che se ne fanno le mucche di 4 stomaci dato che in uno solo ci sta comodamente un quarto di bue. E’ il primo cibo che assumiamo nella giornata per altro. Collassiamo lì per due ore commentando in maniera acida la fauna locale, variopinta, tra il gruppetto di adolescenti chiaramente scesi dalle piste da sci, ai turisti, a quello che per non confondersi con i merenderos è un’ora che sta seduto al tavolino della birreria col casco in testa, l’imbrago addosso, due viti appese metti caso che devi fare una sosta nel ghiaccio del gin tonic.

E che, non te la fai ‘na foto col Dru?

Ore 16.25 il pullman parte puntuale. Ore 16.40 arriva, in anticipo, a Courmayeur. Ritiro gli zaini in perfetto orario e porgo i miei cordiali saluti al nostro amico tecnico della funivia. Cinque altissimo ad Ange, sbattiamo materiale e vestiti che puzzano di morte in macchina e finalmente ma anche purtroppo, torniamo verso casa. Con certi posti a me è successo quello che succede con certe persone, che continui a frequentarle sperando quasi che ti stiano sul cazzo prima o poi, invece alla fine ti innamori in sordina, lentamente, tra un cristone e una madonna e lo capisci sempre quando ormai è troppo tardi per arrestare il processo. Per me il Bianco è un luogo in cui ho collezionato innumerevoli ricordi, momenti, alcuni anche tristi, tutti sempre molto forti. Un luogo, come alcune persone, che hanno la potenza di ricordarti che valeva la pena esserci, che vale la pena non arrendersi.

Mentre siamo in macchina penso che chissà quanto altro tempo passerà prima che io ritorni in questo posto, mi sale già la nostalgia e di pari passo altre idee altrettanto stupide che chiaramente, non avendo nemmeno questa volta imparato la lezione, non esiterò nel mettere in cantiere.

Infatti il tempo che passerà prima che io ci ritorni, da quel momento, sarà di solamente una decina di giorni, ma questo è il racconto dell’inaspettata quarta e, giuro, ultima puntata.

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