Generazione Sitting Bull

Per caso emerge da un libro di Andrea di Bari, di recente pubblicazione, il ricordo di una Baita in Valle dell’Orco che è stata tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta un laboratorio di giovani che scoprivano l’arrampicata moderna. Le star del momento da Jean-Marc Troussier a Patrick Edlinger a Manolo, Roberto Bassi e Marco Bernardi erano tutte in Valle dell’Orco… questo è il racconto di quelle giornate e di quella generazione che negli anni Settanta aveva vent’anni e sognava la scalata libera.

8 ottobre 1972. Alessandro Gogna in apertura sulla via Machetto allo Scoglio di Mróz. Foto: Archivio Gogna.

Tutto era nato l’8 ottobre 1972, quando contemporaneamente e senza che una cordata sapesse dell’altra, Gian Piero Motti apriva sul Caporal la via dei Tempi Moderni, assieme a Vareno Boreatti, Flavio Leone, Ugo Manera e Guido Morello; e Guido Machetto, Miller Rava, Alessandro Gogna e Carmelo Di Pietro salivano il gran diedro dello Scoglio di Mróz (in seguito chiamato via Machetto).

Quello fu il giorno d’inizio della grande esplorazione della Valle dell’Orco, che con il contributo di Mike Kosterlitz e Gian Carlo Grassi, andò avanti per tutto il 1973 con parecchie belle vie, fino all’arrivo dei fuoriclasse Danilo Galante e Roberto Bonelli. Ed è da qui che inizia la “grande Storia” di Andrea Giorda.

Generazione Sitting Bull
(alle origini della scalata trad in Valle dell’Orco)
di Andrea Giorda
Tutte le fotografie, tranne diversa specifica, sono tratte dall’Archivio di Andrea Giorda.

La Baita di Sitting Bull riemerge dal passato
Il fuoco nell’anima è il titolo evocativo dell’autobiografia di Andrea Di Bari uscita nel 2017, dove racconta in modo avvincente il suo testardo riscatto dalle periferie romane attraverso l’arrampicata e la montagna. Vi è un capitolo incentrato sulla Valle dell’Orco, siamo nel 1982 e così narra… “Le strade del quartiere mi furono sempre più indifferenti con le loro storie sempre uguali. Mi allenavo alla sbarra e arrampicavo tutte le volte che potevo. Facevo buoni progressi. Mi giunse a puntino una proposta da Gianni Battimelli per scalare sul granito della Valle dell’Orco. Avevo sentito parlare di questa valle valorizzata dal Mucchio Selvaggio piemontese, un gruppo di fortissimi arrampicatori… capivo che non sarebbe stato un viaggio nella geografia, ma in un pezzo di storia importante”.

Di Bari racconta che in seguito ad un passaggio dato da Enrico Camanni i romani raggiungono da Torino la valle e si insediano in una baita isolata.

A volte la storia sonnecchia, poi a caso fa capolino e ci induce a volerne sapere di più. La storia della Valle dell’Orco, in particolare, suscita a distanza di anni sempre un grande interesse. Sono vicende che ormai hanno quasi cinquant’anni e stupisce vedere sale piene di giovani quando mi capita di essere invitato a parlarne. Anche libri recenti come Verso un nuovo mattino di Enrico Camanni sono stati un successo non per vecchi nostalgici ma per giovani che vogliono sapere.

Dopo una rapida indagine con Gianni Battimelli scopro che la Baita citata da Di Bari è quella che era conosciuta da tutti come la Baita di Sitting Bull. Non solo, ma Gianni ha conservato le foto di quei giorni che rappresentano un prezioso documento perché la Baita non esiste più, distrutta per sempre per costruire una villetta.

Con la distruzione della Baita e il dileguarsi dei protagonisti se ne era quasi persa la memoria.

Frequento la Valle dell’Orco da quando ero piccolo, mio padre lavorava all’AEM proprietaria delle dighe e quando alla fine degli anni Settanta scoprii e scalai la fessura di Sitting Bull me ne innamorai a tal punto che presi in affitto la baita a pochi passi dalla parete. Mi fu facile, perché per un caso fortunato il proprietario era Leandro Nigretti, un dipendente AEM che mi conosceva da ragazzino e me l’avrebbe data gratis ma sua moglie fiutò l’affare e mi chiese una cifra alta per uno studente come me, quattrocentomila lire all’anno. Non mi persi d’animo e cercai soci che presto arrivarono: Mario Ogliengo, Marco Degani ed Enrico Pessiva.

Giugno 1982. Gianni Battimelli sale la fessura Kosterlitz, consacrandosi così Batman. Foto: Archivio Battimelli.

In particolare Mario ed io facemmo molti lavori per renderla abitabile, obbligavamo chiunque ci venisse a trovare a portare su almeno mezzo sacco di cemento a piedi perché la strada non arrivava, regola valida per tutti anche per le sventurate ma robuste fidanzate.

In breve divenne popolarissima e visto che dove mettevamo le chiavi non era un segreto, era sempre piena, anche a nostra insaputa. Sono passati scalatori di ogni dove, italiani e stranieri famosi, famosissimi e sconosciuti che ancora oggi si ricordano quella baita messa in un posto idilliaco, al sole anche in inverno, sopra una rocca, circondata dai prati e a due passi dalla mitica Sitting Bull. A vent’anni puoi desiderare di più?

Giugno 1982, Baita di Sitting Bull. Da sinistra, Luisa Dusi, Lella Casalone, Enrico Camanni, Andrea Giorda, xx, Andrea Di Bari (di schiena), yy. Foto: Gianni Battimelli.

Gli anni del mito 1972-1982
Torniamo al nostro racconto. Gianni Battimelli l’avevo conosciuto nel 1980 in Brenta sulla via Detassis alla Brenta Alta, lui era con Massimo Frezzotti, io con Pietro Crivellaro. Gli parlai della Valle dell’Orco, delle fessure, della Kosterlitz e di Sitting Bull e quando venne gli misi a disposizione la mia Baita. Gianni è un po’ il Gian Piero Motti di Roma, figura storica e intellettuale di riferimento per più generazioni di laziali, ma anche ottimo scalatore: nel 1982 salì la fessura Kosterlitz davanti a un incredulo Di Bari.

Sicuramente in moltissime zone d’Italia avveniva quello che succedeva in valle Orco. Cento nuovi mattini di Alessandro Gogna è una preziosa documentazione in proposito, ma una serie di fattori hanno contribuito più che altrove a creare il mito nella Valle di Ceresole. Tutti, italiani e stranieri vogliono scalare ancora oggi le vie che sono state aperte nel decennio d’oro, 1972-1982.

Ognuno di noi è debitore alla prima generazione, quella di Motti, Manera, Grassi che ha scoperto le pareti della Valle dell’Orco e ha aperto vie indimenticabili come Tempi Moderni, la Rivoluzione, ecc. Motti per primo ci spiegò che non erano palestre di arrampicata, ma pareti vere, difficili, che semplicemente non portavano su una punta da conquistare. Finivano nei prati, così come il Capitan in Yosemite.

Giugno 1982. Franco Salino. Foto: Gianni Battimelli.

Ma a partire dal 1974, con l’arrivo dalla Valle di Susa di Danilo Galante e Roberto Bonelli, inizia un nuovo corso, un nuovo modo di scalare. Nascono vie come La Fessura della Disperazione o il Diedro del Mistero dove si metteva una protezione poi bisognava correre.

Il livello di alcuni giovani in tutta Europa era enormemente cresciuto e il desiderio di scalare il più possibile in libera su vie nuove o su quelle del passato era prepotentemente venuto alla ribalta. E’ significativo che anche uno scalatore famoso come Manolo, abbia scritto ora un libro di 400 pagine Eravamo immortali tutto su quegli anni, i suoi vent’anni, e il racconto si ferma ai primi anni Ottanta quando pianta un po’ riluttante il suo primo spit, all’alba della scalata sportiva.

Patrick Edlinger in libera sul passo chiave della via del Totem Bianco alla Parete del Disertore, 10 giugno 1982. Foto: Alessandro Gogna.

Generazione ‘70
E’ normale avere una visione romantica ed edulcorata dei propri vent’anni ed occorre farci sempre la tara, ma è indubbio che chi come me ha avuto vent’anni negli anni Settanta si è trovato in un mondo che cambiava a velocità esagerata. Già, ma cosa caratterizzava quel tipo di scalata?

Ecco, questo è il punto, non semplice da intendere oggi per chi è abituato a scalare con gli spit o i friend di nuova generazione. La storia dell’arrampicata non è un divenire lineare, ma è indubbio che in particolare nella seconda metà degli anni Settanta, come spiega bene anche Manolo, quando non era possibile proteggersi, grazie al livello raggiunto, si facevano lunghi anche lunghissimi tratti sprotetti su gradi che rasentavano il 7a. D’altronde, se si guardano le foto del tempo, anche quelle dei Cento nuovi Mattini, si vedono grandi laschi oggi inimmaginabili e possibili solo grazie alla grande padronanza del grado.

Patrick Edlinger in apertura sulla Fissure du Panetton, Valle dell’Orco, giugno 1982. Foto: Alessandro Gogna.

Il motivo per cui le fessure divennero così popolari negli anni Settanta è perché si potevano scalare in libera e davano un senso di protezione rispetto alla placca aperta. Ma fare 7,8,10 metri ansimanti in una fessura senza poter mettere nulla era la norma, i friend non esistevano, i primi, pochi e rudimentali apparirono negli anni Ottanta, cunei e bong non si volevano usare in nome del clean climb e restavano i nut e gli excentric, sezioni di tubi esagonali con cordone che però si incastravano solo se c’era una strozzatura e spesso si levavano nel più bello finendo in fondo alla corda. C’erano i chiodi per le soste, ma si cercava di non usarli in progressione, in favore dei nut.

I tiri di fessura dalla generazione precedente erano spesso superati in artificiale con cunei di legno, storica è la Via dei Cunei al Bec di Mea in Val Grande di Lanzo aperta da Motti, Grassi, Manera e soci. Mike Kosterlitz e il vento del modo britannico mutarono la visione e la valle dell’Orco era il luogo perfetto per misurarsi con quel tipo innovativo di scalata, che presentava comunque grandi rischi e azzardi.

Se vogliamo trovare delle similitudini con il trad climbing britannico, questo tipo di scalata della seconda metà degli anni Settanta è quello che più gli si avvicina. Ho scalato in Galles a Llanberies, Tremadog e Goghart con mitici personaggi come Pat Littlejohn e Steve Findlay e stando alle loro rigide regole ho avuto modo di capire che il nostro tentativo di evoluzione e le nostre rudimentali attrezzature, nut ed excentric, venivano proprio da lì, dal mondo anglosassone.

Certo il trad climbing moderno è rigidissimo sui resting ma, come dice sempre Manolo nel suo libro, noi non ne conoscevamo ancora il significato, nessuno l’aveva codificato, ma avevamo ben idea che tirare un chiodo anche senza staffe non era scalare in libera e per noi della Valle dell’Orco mettere un nut era più puro che mettere un chiodo.

Ceresole Reale, Manolo su Sitting Bull, 1a libera , 26 giugno 1982. Foto: Alessandro Gogna.

La Baita di Sitting Bull, un laboratorio avveniristico
La Valle dell’Orco è stata per alcuni anni uno straordinario laboratorio. La Baita di Sitting Bull era il centro operativo, il riferimento per i local e per chi veniva da fuori. Una parte della Baita venne poi affittata anche da Rinaldo Sartore, per cui era un via vai di gente, di idee, con lo spirito e l’adrenalina dei vent’anni.

Si scalava, si discuteva e si sperimentava di tutto, si era informatissimi sulle novità, sui materiali sulle cronache alpinistiche, il primo otto o clog (discensore) lo usammo io ed Enrico Camanni, arrivato in prova alla Rivista della Montagna, tenevamo un diario della Baita dove ognuno poteva scrivere la sua, ne conservo ancora alcune pagine molto divertenti.

Si scalava con scarpe da ginnastica, airlite ed EB super gratton. Sui massi intorno alla Kosterlitz e nel vallone del Carro si provavano passaggi al limite. Mario Ogliengo, che era il più moderno e meno ortodosso, mise anche il primo rudimentale spit sulla placca del Cacao, io ero contrario, un talebano, ma feci le foto a lui e a Luisa Dusi. Sempre Mario ci trascinava a turno sulla via dei Califfi al Sergent, emulando l’artificiale estremo di Jim Bridwell, ma la nostra attrezzatura, chiodini piatti, era assai misera e così la progressione non era certo quella dei nostri miti californiani: Valerio Folco molti anni dopo farà progressi straordinari.

27 giugno 1982, Caporal. Roberto Bassi in libera da secondo su Il lungo Cammino dei Comanches. Foto: Alessandro Gogna.

Si ripetevano anche le vie esistenti sfidandoci sui tempi di percorrenza. Con Giovanni Bosio, straordinario scalatore, che purtroppo seguì nel destino Gian Piero Motti, scalammo la via del Sole Nascente a tempo record in meno di due ore, quando ancora aveva pochissime ripetizioni e Roberto Perucca, finito di scalare, voleva spesso chiudere la giornata con una Fessura della Disperazione, come un digestivo, non so quante volte l’abbia salita, a volte io con lui. Era inguardabile, non metteva praticamente nulla tanto la conosceva. Una volta lo seguii, vedevo poco a causa di una allergia agli occhi da graminacee, aveva unito due tiri per fare in fretta perché veniva buio. La via come si sa è in traverso, se cascavo facevo il buco per terra, e chissà come e dove aveva fatto la sosta!

Anche le donne finalmente non erano più comparse, oltre a portare sacchi di cemento, Luisa Dusi e Anna Caudana erano buone scalatrici e Anna in fessura se la cavava molto bene. La più forte però era Paola Mazzarelli, che fece per prima la Kosterlitz davanti a tanti uomini pretendenti; Paola scalò poi anche in Gran Bretagna e credo fu la prima donna italiana a fare quella esperienza.

In Valle si incontravano scalatori noti, vicino alla fessura per P. A. vidi Jacopo Merizzi fresco delle novità in Val di Mello e gli chiesi cosa ne pensasse della Valle. Ne disse bene ma anche che in Val di Mello c’era ancora più roccia da scalare… ero stato più volte da loro e forse non aveva torto, ma lo stile era diverso, si sa che il livello dei Mellisti sulle placche era da paura.

Da noi ovviamente c’erano le fessure, erano come il Sacro Graal, ne eravamo sempre alla ricerca. Chiunque venisse alla Baita, dopo la benedizione sulla Kosterlitz, veniva messo alla prova su Sitting Bull: era una giostra divertente dove ci si sfidava anche con grandi risate e nel contempo si progrediva nella tecnica.

Si scalava in ogni dove, alla ricerca ognuno della via perfetta, la difficoltà era in secondo piano, lo stile e la bellezza dei tiri contavano molto di più. Per anni si son trovati e ancora oggi si trovano vecchi chiodi ovunque. Adriano Trombetta, che molti anni dopo esplorava le pareti, ne scovava e mi chiedeva chi poteva averli messi, era assetato di vecchie avventure.

24 giugno 1982, Sergent. Manolo in libera su Incastro Amaro. Foto: Alessandro Gogna.

Un caso emblematico, ma non unico, è la Parete dell’Inflazione Strisciante, una parete apparentemente di secondo piano dove sia io che Gabriele Beuchod avevamo individuato un magnifico diedro giallo visibile dai tornanti di Noasca. Nel 1979 con un amico mi decisi ad andare a vederlo e lo raggiunsi ravanando per cenge. Ne venne fuori un unico tiro di grande difficoltà, la scalata più difficile in libera che avessi mai fatto con i miei pochi excentric e la chiamai in modo anonimo Diedro Maggiore. L’anno successivo scalai un altro diedro poco più in basso e poco più facile ma (ancora oggi) difficile da proteggere con i nut, il Diedro Minore. In seguito denominai Diedro Atomico quello principale. Gabriele scalò sulla parete altre belle linee rimaste sconosciute. Tutto si perse nell’oblio fino a che dopo decine di anni andai per curiosità a rivedere il mio diedro e lo trovai imballato di spit! Credo che proprio Adriano sia andato poi di nascosto a levare gli spit, era affascinato da quella linea e voleva conservarne la purezza originale. Grazie ad Adriano, oggi il Diedro Atomico è uno dei tiri trad più significativi e ambiti della Valle, un riferimento per chi vuole provare il livello di scalata in libera della fine degli anni Settanta, anche se per immedesimarsi del tutto bisognerebbe lasciare giù i friend e armarsi di due o tre excentric!

Altri scalarono il Diedro Atomico dopo la mia apertura: di sicuro Gabriele Beuchod, Roberto Perucca che amava quel tiro e credo anche Rinaldo Sartore.

Giugno 1982. Gianni Battimelli sul Caporal. Foto: Archivio Battimelli.

Valle Orco chiama Verdon
Alla fine degli anni Settanta inizio Ottanta, le Gole del Verdon erano il più importante teatro europeo dell’alta difficoltà, molti di noi ci erano stati cavandosela degnamente. Marco Bernardi e Manolo in particolare si erano confermati su quelle vie ai massimi livelli della scalata in Europa.

Grande fu la sorpresa della presenza di Jean-Marc Troussier e Bernard Vaucher in Valle dell’Orco, per noi erano dei miti del Verdon di cui leggevamo le gesta su Alpinisme & Randonnèe, rivista all’avanguardia nata nel 1978. Per capire chi erano e cosa capitava in quel canyon della Provenza, leggete il libro uscito qualche anno fa I pazzi del Verdon.

Giugno 1982. Gianni Battimelli nella parte alta della via del Totem Bianco. Foto: Archivio Battimelli.

Troussier venne in valle e fece un primo articolo, la Yosemite Italien sulle prime vie classiche e basato sulla guida di Gogna e Motti del 1980. Incontrò Mario Ogliengo, che gli raccontò il nostro nuovo modo di scalare, e gli indicò alcune novità, Sitting Bull, l’Orecchio del Pachiderma, la via dei Califfi al Sergent, il Cacao, le vie liberate da Marco Bernardi e tante altre. Troussier informò l’amico Philippe Macle che venne in valle e fece un secondo articolo nel 1982 su AlpiRando con un report dettagliato ed entusiasta e la nostra Baita divenne in francese la Bergerie Retapee!

Troussier nel primo articolo, facendo riferimento alla prima generazione della Valle dell’Orco, nota che l’arrampicata libera non è la principale preoccupazione di chi apre, anche per la difficoltà di proteggersi nelle fessure. Ma solo due anni dopo il titolo del nuovo articolo è Libre a l’Italienne, facendo entrare ufficialmente la Valle nel ristretto novero dei luoghi europei dove era in atto la rivoluzione dei giovani scalatori.

Gianni Battimelli in versione californiana. Foto: Archivio Battimelli.

Per noi fu un bel riconoscimento, l’incontro casuale con Mario aveva fatto cambiare idea ai francesi, e ci aveva proiettati sulla grande ribalta internazionale. L’articolo riportava nei dettagli anche le nostre vie, Mario stesso era citato. In valle vennero anche Patrick Berhault e Patrick Edlinger per la pubblicità di una ditta di abbigliamento. Edlinger scalò la Fessura della Disperazione proteggendosi poco o niente, liberò il Totem Bianco e aprì la Fissure du Panetton.

In quei giorni del 1982 citati da Di Bari c’era un grande affollamento alla Baita: oltre a noi titolari, ospitava i romani con Battimelli e Di Bari, Enrico Camanni, Gerard Sallette, Pietro Crivellaro, Roberto Perucca, Anna Caudana, Luisa Dusi, Lella Casalone e tanti altri, un porto di mare. Con i furgoni in Valle c’erano Alessandro Gogna, Annelise Rochat, Franco Salino, Marco Bernardi, Manolo, Roberto Bassi!

Forse mai più la Valle dell’Orco ha conosciuto giornate così, dove il piccolo mondo di allora della scalata nazionale e internazionale si era ritrovato. Tuttavia, chi come noi era più informato, sapeva che quel modo di scalare aveva fatto il suo tempo, io già da due anni lavoravo alla palestra di arrampicata del Palazzo a Vela e il livello cresceva di mese in mese.

Giugno 1982, grandi laschi.

Luoghi come il Verdon lasciavano il posto a Buoux e da noi la vetrina delle novità era ritornata in Valle di Susa, dove Marco Bernardi sulla scia di Berhault aveva liberato nell’Orrido di Foresto i Nani Verdi e nel 1981 salito Strenuous, dato per pudore un 7c+ ma molto vicino all’8a. Di lì a poco le novità in Italia sarebbero arrivate da Finale, dalla Valle del Sarca e da tutti i posti dove si piantavano i primi spit. Quel 1982 fu come una gran festa finale, i riflettori sulla Valle si spensero, continuò poi un’attività interessante di scoperta, ma di respiro locale, il mondo ormai guardava altrove.

Quanto alla montagna vera avevamo già scalato l’Americana al Dru, ma gente come Berhault e Boivin la faceva di corsa in poche ore insieme al Fou, in giornata! Incontrammo i due che partivano col deltaplano biposto dal Rognon per Chamonix! Sereni come chi ha appena preso un caffè al bar.

Nel 1981 dopo quella esperienza al Dru pensavo che dovevamo tornare in montagna, a Noaschetta e sul Valsoera ad aprire itinerari moderni, come facevano i francesi su grandi pareti. Nacquero così vie come Aldebaran al Monte Castello e Filo a Piombo e Sturm und Drang con Alessandro Zuccon al Becco di Valsoera e ancora Diamante pazzo di Perucca e Sartore al Becco della Tribolazione. La bassa valle per noi perse di interesse. Con Ogliengo e Zuccon andai ad aprire vie anche a casa dei francesi sulle Aiguilles de Chamonix, sull’ Evêque il pilier Abel e sui Grands Charmoz, la voie des Italiens come l’ha chiamata Michel Piola nel suo libro… il mondo che contava era lì e volevamo misurarci.

Giugno 1982. La Baita di Sitting Bull con lo sfondo delle Levanne. In primo piano la toilet in legno. Foto: Archivio Battimelli.

Quale eredità
La scoperta e le prime vie della Valle dell’Orco sono state raccontate in splendidi “recit d’ascension”, da grandi alpinisti e maestri di stampo classico Motti, Manera, Grassi… ma Galante e Bonelli in quei racconti sono poco più che comparse, non emerge il loro valore tecnico e forse non lo si era del tutto compreso. Andrea Gobetti, più che alpinista è un Omero che racconta i suoi eroi ed è il primo che si accorge e che rende onore nei suoi scritti ai due fenomeni dell’arrampicata piemontese.

Grande merito infine va ad Alessandro Gogna, che pur essendo di una generazione precedente ha raccontato, da fratello maggiore, in Cento Nuovi Mattini e poi in Rock Story la rivoluzione in atto, legandosi in cordata spesso ai nuovi arrampicatori. Di grande valore nei suoi libri è anche la documentazione fotografica.

Alessandro girava a 360 gradi, scalava e raccontava la Valle dell’Orco come la Val di Mello o le Dolomiti… ed inevitabilmente erano racconti parziali.

La generazione chiamiamola degli anni “70, era di una estrazione diversa, erano arrampicatori con pochissimo interesse a raccontare e fare relazioni di vie. Bonelli credo che abbia fatto con me, alcuni anni fa, la sua unica intervista e solo per antica amicizia. Non aveva voglia di parlare con nessuno, diceva che si scrivevano tante cose senza senso e lui si era stufato, un po’ come Massimo Demichela. Gli avevo proposto di scrivere insieme una storia della Valle, sarebbe stata una scoperta per tutti, sembrava interessato: ma purtroppo, anche lui come Galante e Beuchod, è venuto a mancare improvvisamente. Quando a distanza di tanti anni mi rividi con Gabriele si parlò di vie e di pareti defilate come la sua Parete delle Ombre, ma quante altre sono rimaste sconosciute?

21 giugno 1982, Parete del Disertore, alla partenza di Ti ho perso cavallino ma non ti dimentico. Da sinistra, Bruna Fabretto Salino, Franco Salino, x, Andrea Di Bari. In secondo piano, Alessandro Gogna e Anne-Lise Rochat. Foto: Archivio Battimelli.

Enrico Camanni, sulla base delle nostre scalate per primo aveva sdoganato da giornalista la Valle dell’Orco al grande pubblico. Raccontò su Scandere del 1978 come due ragazzi normali potessero ripetere quelle vie che erano ritenute inaccessibili ai più. Dava anche consigli tecnici che oggi fanno un po’ sorridere come “meglio usare scarpette a suola liscia”, ma alla stessa Scuola Gervasutti le scarpette non erano viste bene, famosa è la frase di Manera che disse “se andiamo avanti così metteremo due preservativi per scalare!”.

Nel 1988 venne a mancare Nigretti, il proprietario della Baita: mi fu offerta per 4 milioni di lire, non li avevo e poi il tempo del cazzeggio studentesco era finito da un po’e il lavoro mi prese. Fu venduta, costruirono una strada carrozzabile e la Baita fu abbattuta, si salvò solo il tavolo che tuttora è nella stanza da pranzo di casa mia, un bel ricordo, ogni tanto mi immagino ancora gli amici intorno.

Quella generazione che cambiò il modo di scalare non lasciò molte tracce scritte. Da poco si è riscoperto il Diedro Atomico o La fessura delle Pagine di Pietra in val Soana, una fessura di 60 metri che aprii nel 1980 con Isidoro Meneghin o I massi del Carro… e la stessa Sitting Bull, nelle guide moderne, appare ancora avvolta nel mistero!

Va detto che questo tipo di scalate brevi a fine Settanta inizio Ottanta non interessavano nessuno, anche una fessura come Incastromania al Sergent sulla guida della Valle Orco appare senza una data! Sembra impossibile oggi, per una fessura così bella ed evidente! Già perché non portava da nessuna parte, finiva su una placca inchiodabile e i monotiri non esistevano. Io l’ho vista tante volte e ho fatto sempre quella considerazione, così come l’hanno fatta sicuramente Bonelli o Beuchod… Quindi anche il Diedro Atomico o Sitting Bull o i massi del Carro erano frutto di una ricerca che non aveva riconoscimento all’epoca.

Giugno 1982, Baita di Sitting Bull. E’ riconoscibile (secondo da sinistra) Andrea Di Bari. Foto: Gianni Battimelli.

Se non era per Gogna che immortalava Bonelli alla prima italiana anche della Kosterlitz si sapeva poco, così come di Beuchod sull’Orecchio del Pachiderma. Anche il ripetutissimo Nautilus per un puro caso è noto, perché alla rivista Monti e Valli del CAI Torino volevano un articolo con una via di arrampicata. Raccontai così per caso l’ultima avventura con gli amici della Baita, il nome Nautilus lo coniai per l’occasione.

Tra noi c’erano Roberto Mantovani ed Enrico Camanni redattori alla Rivista della Montagna, ma anche quella stava per finire in favore di Alp che avrebbe dato più spazio alle nuove visioni.

Se ne accorsero prima i francesi, più avanti di noi, con l’articolo di Philippe Macle su AlpiRando nel 1982. Riportava tutte le novità, e in un riquadro Les plus belles voies citava tutti tiri brevi e intensi, oggi diremmo i tiri trad, tra cui Sitting Bull. Macle scrive: “35 metri di purezza ideale, a metà strada tra falesia e blocco. Solo un chiodo nel mezzo. Sopra il passaggio è strapiombante ma i nut si mettono senza problemi. Molto sostenuto e difficile uno dei più bei passaggi della Valle”. Philippe Macle è uno degli scopritori di Céüse, amico di Edlinger, ha aperto in Verdon dei capolavori assoluti, per estetica e stile, come il famosissimo Ange en Décomposition o Rêve de Fer. Insomma non uno qualsiasi, una leggenda.

Giugno 1982. Lo splendida posizione della Baita, dominante sulla Valle. Foto: Archivio Battimelli.

E’ evidente che i francesi su consiglio di Mario l’hanno scalata. Il chiodo citato l’avevo messo nel 1979 in apertura dal basso, avevo solo gli excentric e se mettevo il dado non potevo mettere la mano per fare il tetto. Gli excentric o i nut non sono come i friend che si possono mettere ovunque, hanno bisogno di strozzature. Fu una bella e dura impresa nel 1979, nonostante un resting, come diremmo oggi. Rischiai anche di arrivare a terra, ero in affanno senza protezioni sull’ultimo tratto.

Nel 1983 con mio grande stupore uscì la foto a piena pagina di Manolo su Rock Story, che consacrò Sitting Bull e la fece conoscere in Italia. In moltissimi mi chiamarono… hai visto su Rock Story! Anche gli amici Enrico Camanni e Battimelli, io ero felicissimo. Manolo star mondiale sulla mia fessura. Risultò però con stupore mio e dei miei colleghi della Baita che non si conosceva l’apritore! Sul libro c’era anche una mia foto ai Denti di Cumiana… ma per Sitting Bull “Nemo profeta in patria…”!

Giugno 1982, senza bende e senza guanti. Foto: Archivio Battimelli.

Dopo tanti anni Manolo è venuto a Caprie in Val di Susa a presentare il suo bel libro Eravamo immortali e simpaticamente ha sanato la ferita… mi ha chiesto come si scrive Sitting Bull, io gli ho detto come si legge e lui sorridendo con lo spirito dei grandi mi ha fatto la dedica del libro… Ad Andrea Sitting Bull, Manolo.

Dopo aver delineato la storia di quel periodo, qual è allora il miglior modo di conoscerla più a fondo? Informarsi certo, ma poi andare a scalare quelle vie facendo caso alla data di apertura, all’attrezzatura dell’epoca e allo stile di scalata: avrete delle sorprese, ovunque voi andiate, non solo in Valle dell’Orco. In nessun altro periodo come negli otto anni presi in considerazione, c’è stata una evoluzione così veloce. Si è passati dal sesto grado (5c) all’8a! In questi anni, pochi in più fanno una differenza enorme.
Ho iniziato a scalare nel 1971 e credo di essere ormai uno dei pochi testimoni diretti in attività, nel senso che oltre a scalare apro ancora nuovi itinerari. Con questi tre criteri, anno, attrezzatura e stile, se dovessi scegliere la via che in questi anni più ha fatto la storia della Valle dell’Orco è il Diedro del Mistero del 1974 al Sergent, di Danilo Galante e soci. Per comprendere l’exploit, nel 1974 era usuale mettere le staffe sulla via dei Torinesi (grado IV+) alla Rocca Sbarua e Danilo senza i friend ha rotto tutti gli schemi, salendo con stile una via che ancora oggi richiede decisione e non può essere data meno di 6b!
Sono molte le vie di Galante che lasciano senza parole, famosa è la Fessura della Disperazione, ma secondo me il Diedro del Mistero è, per intuizione e stile di apertura, più significativa. Eviterei anacronistiche discussioni sul concetto di libera. Come dice Manolo scalare in libera era una modalità ben nota alla nuova generazione, tuttavia fino al 1980 circa vi era ancora una certa confusione sul concetto di resting e ogni ricostruzione ora è assolutamente ipotetica. Marco Bernardi solo nel 1980 grazie all’incontro con Berhault adottò tra i primi in Italia le nuove regole della rotpunkt di Kurt Albert.

Giugno 1982, Roberto Bassi in libera sul tetto della via del Totem Bianco. Foto: Archivio Battimelli.

Anche sui gradi è complesso fare ricostruzioni, perché negli anni Settanta era già difficile far digerire che si scalasse sul settimo grado e la codificazione superiore non esisteva, era come correre con il tachimetro rotto. Questo non toglie che in barba alle codifiche la generazione degli anni Settanta scalasse su gradi ben più alti con buona pace di chi indica nel 6b un grado limite. Faccio fatica a pensare, avendoli visti e conosciuti, che Bonelli o Beuchod, che camminavano sulla Fessura Kosterlitz, non avrebbero scalato un 7a attuale, e Galante non l’ho conosciuto, ma le sue vie in Valle Orco e in Valle di Susa parlano da sole.
Lo stesso Diedro Atomico che scalammo nel 1979 con pochi excentric sia io che Beuchod è un bel 6c+ per niente regalato. Sitting Bull è più difficile ma sul blocco centrale feci un resting anche per l’impossibilità di proteggermi e ci sta che un 7a+ di fessura nel ‘79 fosse un limite e non solo di fessura. Un limite anche nella mentalità, perché pure di quello bisogna tener conto, chi faceva quel grado nel ’79?
Nel 1982, tre anni dopo, che in quegli anni sono una eternità, Manolo passò, già con qualche friend. Nel 1982 esisteva già l’8a e lui era in grado di farlo, tra i pochissimi al mondo! Non sappiamo come scalarono Sitting Bull Macle e compagni che per primi la fecero conoscere su Alpinisme & Randonnée. Manolo la classificò 6c (!), ma d’altronde aveva detto che il Precipizio degli Asteroidi in val di Mello non era settimo ma quarto grado (!), una esagerazione! Tom Randall, fessurista di fama, nella scala britannica, se ricordo bene, l’ha data E5 6b. L’ho scalata in libera recentemente e credo che molti non pratici in fessura troveranno il 7a+ stretto.
Il periodo 1974-1982 si chiude con Sitting Bull, la Fissure du Panetton, il Diedro Atomico, l’Orecchio del Pachiderma, Incastro amaro, ecc. E le libere di Manolo, Edlinger sulle vie storiche come il Totem Bianco e Bernardi sul Diedro Nanchez. Per vedere superati questi limiti negli anni Ottanta bisogna aspettare le performance di Roberto Mochino che liberò integralmente con Massimiliano Giri la Cannabis, una pietra miliare di valore assoluto ancora oggi. Ho visto gente che cammina sull’8a non muoversi su quel tiro, ma questa è un’altra storia.

1980, Palavela. Andrea Giorda in scarpe airlite.

Ecco di seguito i 12 itinerari trad da non perdere per chi vuole immedesimarsi alle origini della scalata libera 1974-1982. Aggiungo alcune considerazioni, le relazioni sono di facile reperibilità su internet e sulle guide.
1974 – Diedro del Mistero 6b (Sergent) – Danilo Galante, Piero Pessa, Piero Lenzi, Dante Vota. Una via breve, rivoluzionaria, per stile e intuito: è a mio parere il vero simbolo di un nuovo modo di scalare che per primo Galante ha inaugurato in Valle. Chiamatelo settimo, 6b… ma quello ha fatto Galante nel 1974, senza i friend ovviamente! Un gigante!
1974 – Fessura della Disperazione 6b+ (Sergent) – Roberto Bonelli, Danilo Galante, Piero Lenzi.
Danilo scalando la Cannabis in artificiale con Giancarlo Grassi aveva adocchiato questa fessura avveniristica per gli standard dell’epoca. Danilo si procurò dei cunei di legno extralarge da un falegname di Bussoleno in Valle di Susa, dove sia lui che Bonelli avevano scalato vie estreme e spesso in solitaria. Lo stesso anno avevano aperto la via del Risveglio al Cateissard in Valle di Susa. La Fessura della Disperazione è un capolavoro anche di spregiudicatezza, se si pensa che per Bonelli era la prima volta che scalava in valle dell’Orco e mai aveva visto quel granito!
1976 Bianca Parete 6b+ (Dado, ex Parete Blanchetti) Vincenzo Sartore, G. Zanet. Bellissima linea e intuizione, ardita per l’epoca, liberata da Marco Bernardi nel 1980. Consigliata anche Cochise, 5c dei due stessi autori.

Andrea Giorda su Sitting Bull.

1979 Orecchio del Pachiderma 6b (Caporal) Gabriele Beuchod, Roberto Bonelli e Luca Mozzati. Una delle linee più belle della intera valle su una parete famosa. Tiro imperdibile. Associata a Rattle Snake è la linea perfetta, che qualunque amante del granito sogna. Credo che dichiararlo il primo 6b si faccia torto a Gabriele Beuchod che già faceva ben altri gradi, più vicini al 6c/7a, lui stesso era del mio parere quando gliene parlai. Il 6b l’aveva già fatto Galante sulle sue vie (Mistero e Disperazione). Bonelli, quando lo intervistai era dello stesso parere avendo scalato con entrambi, quale miglior testimone di lui?
1979 Diedro Atomico (ex Diedro Maggiore + Diedro Minore) 6c+ (Inflazione Strisciante) Andrea Giorda – Una parete defilata e meno famosa avevano fatto dimenticare negli anni questo stupendo tiro, di aspetto californiano. Fu raggiunto per cenge e scalato in libera prima da Andrea Giorda e poi da Gabriele Beuchod lo stesso anno. Beuchod fece altre linee e diede il nome alla parete. L’anno successivo, 1980 Giorda con Pietro Crivellaro salirono una linea adiacente di tre tiri in libera il Diedro Minore, difficile da proteggere (6b+). Nel 2009 Giorda con Antonio Lovato e Stefano Therisod ha creato un accesso più semplice e scalabile unendo le due linee trovando però con sorpresa degli spit nei diedri. Lo stesso autunno, probabilmente Adriano Trombetta, ha tolto gli spit ridando alla Valle uno dei tiri più belli e storici per difficoltà in relazione all’anno, forse il tiro più difficile della Valle fino al 1979. Da tenere in conto che i friend non erano ancora comparsi: il Diedro Atomico fu scalato con pochi excentric, nut e grandi laschi. Un solo chiodo alla base servì di sosta e per calarsi, è ancora in posto. Lo salì anche Roberto Perucca e forse Rinaldo Sartore e Claudio Bernardi. Oggi, grazie al nuovo accesso, molto ripetuta.

Andrea Giorda sulla via dei Califfi al Sergent (artificiale estremo).

1979 Sitting Bull 7a+ Andrea Giorda assicurato da Anna Caudana. Una linea perfetta e sinuosa solca una parete di 35 metri. Nel tardo autunno con i larici già un po’ spogli fu individuata da Giorda dalla piana in basso, gli diede il nome Sitting Bull per la curiosa esse della parte superiore. Il tiro fu scalato in libera con gli excentric e grandissimi rischi in uscita, una sola protezione per il tratto finale. Sul passo chiave fu messo un chiodo poi utilizzato da tutti in quanto l’excentic disturbava l’incastro della mano. Più difficile del Diedro Atomico ma oggi diremmo che fu fatto un resting. Comunque quel grado in libera credo non fosse mai stato realizzato in Piemonte e solo tre anni dopo, che sono una eternità in quel periodo, si conosce la libera di Manolo uno degli scalatori più forti del mondo in grado di salire un 8a! Nel 1982 si utilizzava già qualche friend. Non sappiamo come l’abbiano scalata Jean-Marc Troussier e Philippe Macle, che su indicazione di Mario Ogliengo per primi la fecero conoscere su Alpinisme & Randonnée nel 1982.

Andrea Giorda, boulder sui massi del Vallone del Carro. Non esistevano i Crash Pad…

1980 Le Pagine di Pietra 6a+ (Pagine di Pietra) Andrea Giorda, Isidoro Meneghin, Biagio Merlo. Una fessura infinita di 60 metri! Unica nel suo genere. Le Pagine di Pietra, nel Vallone di Forzo, è una piccola parete scoperta da Isidoro Meneghin grandissimo esploratore. Isidoro sapendo che scalavo in libera su fessure difficili mi portò quasi in gran segreto su questa parete solcata da una fenditura spettacolare. Mi condusse alla base e mi disse con un tono un po’ di sfida “Vai Giordino…”. Le corde erano di 40 metri e finito il poco materiale martellai in fessura un excentric e solo su quello feci sosta per tutti e tre! Poi con pietre incastrate feci gli ultimi 20 metri. Ora si fa con un tiro unico di 60 metri, ma in tanti vanno armati come in guerra, con numerosi friend numero 3, al tempo i friend non esistevano. Isidoro nella relazione scrisse compiaciuto “fessura aperta in arrampicata libera”: un po’ meno contento sarà stato del fatto che l’excentric abbandonato in fessura era il suo ed è ancora lì assieme alle pietre incastrate, dopo 40 anni.
1981 Nocciolina prigioniera 6c+ (Parete delle Ombre) Gabriele Beuchod e Claudio Bernardi. Una via per segnalare un intero settore esplorato da Gabriele Beuchod. L’esplorazione di nuovi settori era più importante del grado in quegli anni. Il senso di avventura di queste pareti un po’ scomode e defilate rende bene lo spirito di quel periodo. Esiste anche una via aperta da Enrico Camanni e Massimo Demichela, grande personaggio dissacratore del Mucchio Selvaggio. Un piccolo angolo di storia.
1981 Incastro Amaro 7a (Sergent) Marco Bernardi. Grande realizzazione di un fuoriclasse, l’unico che poteva rivaleggiare con Manolo che salì a vista lo stesso tiro nel 1982. Un po’ scomoda da raggiungere, ma mettere le mani dove i due big hanno messo la firma vale qualsiasi sforzo. Bernardi già faceva ben altri gradi con i primi spit nell’Orrido di Foresto, ma questa fessura fu salita con protezioni mobili.
1982 Rattle Snake (Caporal) Massimo Ala, Bruno Fabretto, Franco Salino. Un caro amico, Franco Salino, abita alla base del Cateissard in Valle di Susa. In barba agli acciacchi scala ancora regolarmente con grande passione. Fu grande e fortissimo socio di Marco Bernardi in Verdon e sul Capitan dove era presente anche Grassi. Di circa 10 anni più vecchio di me è la memoria storica avendo conosciuto tutti, a partire da Danilo Galante in poi. A proposito di Rattle Snake racconta che ha ancora a casa qualche pezzo di tubo di alluminio che costruì apposta per questa via, difficile da proteggere perché è caratterizzata da una grande fessura in offwidth. Nel 1983 con qualche polemica lo svizzero Marco Pedrini la liberò totalmente mettendo qualche spit. C’è da dire che non esistevano i friend n°4 e n°5 che ci sono oggi e quindi gli spit ora sono stati giustamente levati. Una linea yosemitica, in abbinamento con l’Orecchio del Pachiderma vale il viaggio in Valle dell’Orco.

Anna Caudana al Palavela mostra con naturalezza la tecnica in fessura.

1982 Fissure du Panetton 6c+ (Masso alla base del Sergent) Patrik Edlinger. Non so quanta esperienza in fessura avesse Edlinger, di sicuro non se lo chiedeva se salì questa splendida e difficile fessura nel 1982. Il masso ha rischiato di sparire così come la fessura Kosterlitz durante i lavori per la realizzazione della galleria che da Noasca va a Ceresole. Una firma di un fuoriclasse assoluto che in Verdon faceva cose incredibili e già scalava a Céüse con quel Philippe Macle che nello stesso anno aveva raccontato la Valle dell’Orco su Alpinisme & Randonnèe. Macle nel suo articolo la inserisce nel riquadro delle vie più belle, “un gigante solcato da una fessura di 15 metri che parte strapiombante. Io l’ho scalata a mala pena in moulinette e mi chiedo come abbia fatto Patrick a salirla mettendosi le protezioni”. Non c’erano i friend di oggi che rendono semplice scalare e progredire.
1982 Nautilus (Sergent) Andrea Giorda, Roberto Perucca, Mario Ogliengo. Forse la via più ripetuta della Valle dell’Orco, italiani e stranieri di ogni dove conoscono questa via nata per caso da una annoiata ricognizione di tre membri della Baita di Sitting Bull. Questa via aperta con il giovanissimo Roby Perucca rappresenta un po’ il sipario di chiusura di un’epoca che aveva fatto il suo tempo. La Valle dell’Orco come il Verdon cedeva il passo della notorietà ad altri luoghi (Buoux, Finale, Valle del Sarca…) dove, grazie ai primi spit e agli allenamenti i gradi si impennavano e l’aspetto sportivo prendeva il sopravvento sull’avventura.
Sicuramente avrò commesso qualche mancanza e me ne scuso, ma credo che queste vie siano una buona base esperienziale per capire che il livello della scalata era molto alto tra il ’74 e l’ ’82, contrariamente a quanto si possa immaginare.
Chiudo con alcune vie aperte con passi di artificiale e liberate in quegli anni. Per comprendere l’evoluzione provate a scalare in libera il magnifico Diedro Nanchez al Caporal e la Nicchia delle Torture al Sergent liberate da Marco Bernardi e la Via del Totem Bianco alla parete del Disertore liberata da Patrick Edlinger.
Paolo Seimandi sta preparando una guida che raccoglie i tiri trad della Valle dell’Orco, si avrà così una narrazione completa fino ai nostri giorni.

Anna Caudana in meditazione alla Baita.

Enrico Camanni mi disse che avevamo vissuto un alpinismo e un modo di arrampicare che non sarebbe mai più esistito. Si riferiva agli anni Settanta, ma la cosa sorprendente è che lo disse già nei primi anni Ottanta e io non ne colsi il significato.
Entrambi eravamo stati molto precoci e intraprendenti. Quando arrivammo in Valle dell’Orco nella seconda metà degli anni Settanta avevamo già una bella esperienza, non eravamo di primo pelo. Eravamo stati nelle Dolomiti di Brenta, avevamo scalato nelle Alpi Centrali la parete nord-ovest del Cengalo, pari per difficoltà alla Nord-est del Badile. Avevamo arrampicato con gente fortissima, i fratelli Franco ed Ermanno Gugiatti di Sondrio in Val Masino. Con loro c’era una giovanissima Serena Fait, rimasta negli annali assieme a Renata Rossi perché divenne poi una delle prime Guide Alpine italiane tra le donne. Nel ‘78 facemmo anche il nostro ingresso come istruttori alla Scuola di Alpinismo Gervasutti, una consacrazione, visto che c’erano tutti i più forti.
Quel mondo fatto di scarponi, chiodini malmessi, che affrontava le placche sprotette come chi va incontro ad una mitragliatrice a viso aperto, passava la mano. L’abbigliamento casareccio fatto di pesanti maglioni di lana della nonna e pantaloni alla zuava lasciava il posto all’abbigliamento firmato della Fila con testimonial Reinhold Messner. Anche Giancarlo Grassi si era adeguato, e la pubblicità di Volpe Sport, il più fornito e trendy negozio di alpinismo di Torino recitava “Anche lui è un nostro amico!”.

Autunno ai massi del Vallone del Carro.


L’arrampicata come sport e la scomparsa di Gian Piero Motti
L’arrampicata diventava sempre più uno sport e meno un credo superiore officiato da superuomini. Le piccole pareti di fondovalle non erano più palestre di arrampicata per allenarsi all’alpinismo, ma terreni dove portare le difficoltà al massimo anche grazie alla sicurezza data dai primi spit. Pareti come Caprie in Valle di Susa venivano esplorate e recensite come fossero grandi montagne.
Gian Piero Motti, a proposito, scrisse su Scandere, annuario del CAI Torino, che quelle rocce a due passi da Torino erano come una bella donna con qualche piccolo difetto e quindi ancor più affascinanti. Era il 1983 e furono le sue ultime parole scritte.
Per un puro caso io e Mario Ogliengo incontrammo Gian Piero proprio a Caprie che osservava di nascosto Grassi che metteva i primi spit. Fu sorpreso di vederci e forse di essere stato visto, la conversazione fu confusa, criticava Giancarlo che tempestava ogni roccia. Nei modi non era più lui, presto ci avrebbe lasciati mettendo termine alla sua vita.
Rimasi talmente male della sua fine che non andai al funerale, lo vissi come un tradimento, per me era stato un maestro, ora dovevamo crescere da soli. Rimasi ancora più male quando Giovanni Bosio, l’amico con cui correvo sulle pareti della valle dell’Orco e sulla Bonatti al Capucin, lo seguì poco dopo, forse per imitazione. Anche al funerale di Giovanni non andai, ma me ne pento ancora adesso. Non capivo cosa stesse succedendo, per me la scalata era passione, vita e allegria.
Giovanni, che parlava pochissimo, pochi mesi prima svaccati sul prato davanti alla Baita di Sitting Bull, mi disse: “per te Andrea tutto è facile”, riferito alle relazioni personali e al modo di affrontare la vita. Rimasi sorpreso, lui era un bellissimo ragazzo, appena laureato in ingegneria, fortissimo scalatore, apparentemente aveva tutto, ma quelle parole erano state il suo commiato e non l’ho compreso.

La sala da pranzo della Baita di Sitting Bull.


Il Palavela, osservatorio privilegiato
Nel 1980 a Torino si era tenuto il primo convegno sul settimo grado, ed era nata la prima palestra di arrampicata indoor al Palazzo a Vela. Io avevo avuto la fortuna di essere stato scelto come istruttore da Andrea Mellano. Era un osservatorio privilegiato, avevo conosciuto Berhault, Edlinger e tanti altri. Poi c’erano le guide che presidiavano la sicurezza: Mauro Rossi e Alberto Paleari dall’Ossola che aprivano vie visionarie sulle pale di Gondo, Sergio Savio dal cuneese e le sue solitarie sulla Rocca Castello, i local Franco Girodo e Marco Bernardi, Renzo Luzi e Roberto Bonis l’uomo di gomma, scalava e scala ancora elegantissimo e senza sforzo. Poi Andrea Gallo, Roberto Perucca, Marco Mola… il mondo correva, si specializzava e allenarsi non era più un tabù!
Con tutti loro c’era un continuo confronto. Emanuele Cassarà e Andrea Mellano, sempre al Palavela, progettavano intanto le prime gare di arrampicata di Bardonecchia realizzate poi nel 1985.

Giovanni Bosio sul Sole Nascente al Caporal.

La Morte del Chiodo, montagne da riconquistare
Emanuele Cassarà, giornalista di Tuttosport, fu molto criticato perché trattava la scalata come qualsiasi altro sport, non era affascinato dal suo aspetto etico romantico ma dai record, dagli allenamenti, dalle sfide. Amava le provocazioni e fece un’impresa titanica, pose a livello mondiale le stesse domande ai vecchi del sesto grado e ai giovani del settimo grado e le raccolse in un libro documento dal titolo un po’ enfatico La morte del chiodo, montagne da riconquistare, edito da Zanichelli – Idee di Montagna.
Rispondevano alle domande grandi glorie come Domenico Rudatis, che negli anni ‘30 aveva teorizzato il sesto grado, Lito Tejada-Flores e John Bachar dall’America, Heinz Mariacher dall’Austria, i francesi Jean-Marc Boivin, Patrick Berhault, Jean-Marc Troussier e tanti altri. Tra gli italiani intervistò anche Manolo, Marco Bernardi, Alessandro Gogna e anche me che avevo fatto qualche bella realizzazione. Ho ritrovato da poco il libro che avevo dimenticato tra le mie scartoffie ed ero incuriosito nel rileggere le mie risposte e soprattutto quelle degli altri.
Le domande ad esempio erano: “L’arrampicamento sportivo sta diventando un’attività specializzata e separata dall’alpinismo?”, “Vedi le attività separate o si riunificheranno?”, “Fare il Pilone Centrale in giornata è sport o avventura?” “In che misura il rischio fa grado effettivo?”, ecc.
Possono sembrare banali ora queste domande, ma fatte nel 1982 e stampate nel 1983 avevano qualcosa di visionario. L’arrampicata sportiva di falesia era agli inizi, una piccolissima élite la praticava, e c’erano i primi record di velocità sulle grandi pareti in montagna. Le risposte sono spesso acute e sorprendenti… alcune disarmanti. Impossibile riprodurre un libro documento che ha ora un grande valore storico, perché sono le vere voci senza filtri dei protagonisti di allora. Per avere un’idea ecco alcune risposte in estrema sintesi alla prima domanda, se l’arrampicata sportiva è un’attività separata dall’alpinismo:

Patrick Gabarrou (Francia) Separazione ineluttabile!
Claude Remy (Svizzera) Pratico entrambe e mi diverto.
Jean-Marc Boivin (Francia) Ad altissimo livello la specializzazione si impone.
Heinz Mariacher (Austria) L’arrampicata alpina può diventare molto più interessante sotto l’influsso dell’arrampicata sportiva.
Maurizio Zanolla – Manolo (Italia) L’arrampicata sportiva ha le stesse esigenze e lo sviluppo di qualsiasi altra attività sportiva. Io non so dove inizi e dove finisca l’alpinismo.
Alessandro Gogna (Italia) Le attività sono e resteranno separate.
Marco Bernardi (Italia) L’arrampicata dona emozioni vissute al presente ed essendo una pratica sportiva dovrebbe veder eliminato il concetto-valore di rischio.
Riccardo Cassin (Italia) Gli inglesi senza montagne grandi sono stati i primi in Europa a divulgare lo sport arrampicata e hanno dominato tutte le montagne del mondo.
Gian Carlo Grassi (Italia) Al Gruppo Alta Montagna francese si propone di accettare gli arrampicatori non alpinisti. Il futuro è nella separazione… oggi conta solo l’affermazione personale. La solidarietà non esiste più. Il Pilone una moda passeggera.
Ron Fawcett (UK) Non posso rispondere perché non sono un alpinista. Molte delle nostre vie sono molto dure, X° grado UIAA senza protezioni fisse!
Doug Scott (UK) La cosiddetta arrampicata sportiva è uno sviluppo del tutto ragionevole e comprensibile.
Ken Wilson (UK) In Inghilterra non vediamo differenze.
Francesi e inglesi assai distanti, carino Wilson, gli spit da loro non hanno attecchito neanche ora figuriamoci al tempo! Interessanti Manolo e Mariacher, forse i più lucidi insieme al grande Cassin il più moderno di tutti, l’ho conosciuto, una potenza, non aveva dogmi o preconcetti. Gogna posizione chiara, netta. Grassi un po’ confuso e sul Pilone non ci ha preso.
Cassarà nel titolo recitava “montagne da riconquistare”, in effetti il crescere del livello grazie alla pratica dell’arrampicata sportiva non poteva che far bene all’alpinismo che sempre più diventava leggero, veloce. Le vecchie vie che richiedevano giorni e bivacchi si facevano in poche ore. Christophe Profit aveva scalato in 3 ore e 10 l’Americana al Dru, e Marco Pedrini aveva liberato il Pilier Bonatti sempre al Dru. Fantascienza pochi anni prima.

Alla Baita. Da sinistra, Pietro Crivellaro, Fiorenza, x, y, z, Andrea Di Bari e Gerard Sallette.

La Generazione Sitting Bull a un bivio
Con il timore/curiosità di chi rilegge i temi delle elementari sono andato a vedere che cavolo avevo risposto io alla domanda di Cassarà. Ecco il testo: In Italia la distinzione non è così netta. La maggior parte dei Sassisti va anche in montagna. Polemica vecchia già chiusa da Cassin. Per il Pilone è una questione di capacità poiché è un luogo dove nessuno sta più del necessario. Neanche male, l’ho sfangata, a parte che uso il termine demodé Sassisti con cui si definivano gli scalatori in contrapposizione con gli alpinisti. Sul Pilone la penso ancora così.
Gli anni Settanta sono alle spalle, ma chi ha iniziato a scalare allora era inevitabilmente un alpinista, Manolo, Bernardi e tutti noi. A partire dagli anni Ottanta vidi comparire al Palazzo a Vela dei mutanti, personaggi che non avevano nulla a che vedere con la montagna, come Andrea Gallo e Marco Mola. In valle di Susa con Marco Bernardi aprivano monotiri mitici e temuti ancora oggi come Funeral Party alle Striature Nere. Bernardi era un alpinista, fortissimo, aveva scalato da solo la Gervasutti alla parete est delle Grandes Jorasses in giornata, quanto solo pochi anni prima Joe Tasker e Peter Boardman avevano impiegato tre giorni. I due inglesi sono quelli della Ovest del Changabang, una delle imprese più grandi dell’alpinismo. La Gervasutti l’ho scalata anche io, e posso assicurare che pensare di essere lassù da solo, mi ha sempre messo i brividi, sei fuori dal mondo!
Ognuno dunque prende la sua strada, Bernardi e altri si dedicheranno solo più alla falesia con grandi risultati, altri invece, come me, non vedevano l’ora di tornare sulle montagne, forti dell’esperienza e del livello raggiunto sulle brevi vie della Valle dell’Orco.
Boivin, Droyer, Berhault, Profit… eravamo sommersi e affascinati da una generazione di francesi che polverizzava record a Chamonix e d’intorni. Prendevano il posto nei nostri sogni degli americani Royal Robbins, Chuck Pratt o Tom Frost.
Per capire c’è solo un modo, mettersi alla prova, la scelta cadde sulla Diretta Americana al Dru aperta da Gary Hemming e Royal Robbins, allora era la più via più difficile su roccia del Monte Bianco. I quattro “temerari” della Baita di Sitting Bull erano: Mario Ogliengo, Sandro Zuccon, Pietro Crivellaro e il sottoscritto. Nel 1981 solo una cordata italiana con Lino Castiglia era andata poco prima, quando dichiarammo timidamente il nostro intento, ci guardavano come matti, e mancava che ci dessero l’estrema unzione.
Non avevamo ancora i friend e per gran parte della via avremmo cercato di scalare in libera, mettendo i nut, come facevamo in Valle dell’Orco. In partenza mi vennero tutti i dubbi del caso, come chi ha fatto il passo più lungo della gamba, dalle parti di mia moglie in Toscana si direbbe “di chi l’ha fatta fuori dal vaso…”.
Non ci rincuorò un tedesco davanti a noi, che dopo infiniti tremolii, con effetto Singer (la macchina da cucire…), uscì da una fessura come un tappo di champagne, proprio sullo zoccolo. Fece un volo interminabile arrestandosi dopo 15 metri sull’unico excentric che aveva messo a metà tiro. Non si fece nulla, ma tornò indietro, si era giocato il due di picche e gli era andata bene. Io e Pietro Crivellaro eravamo sbiancati, ma non ci arrestammo e affrontai la fessura.

La Baita in versione invernale. A fine anni ’80 arrivò la strada e fu abbattuta.

Per noi era il momento della verità, dovevamo dimostrare a noi stessi che chi scalava in Orco aveva una marcia in più su quelle interminabili fessure. Un’altra discussione ci fu sotto la famosa dülfer di 50 metri, troppo larga anche per gli excentric, bisognava fare i primi 12 metri senza nulla per arrivare a dei dubbi spezzoni di corda marci.
La spedizione fu comunque un successo, avevamo anche visto all’opera Boivin e Berhault che la scalavano in abbinata all’americana al Fou in giornata e con un deltaplano biposto tornavano in serata a Chamonix, in volo, direttamente dal Rognon, la base del Dru. Le discussioni sulle separazioni della scalata sportiva e l’alpinismo non avevano senso, era chiaro che il livello raggiunto dai due francesi in falesia permetteva loro di correre in montagna.

Il Masso Kosterlitz e l’omonima fessura com’erano prima della costruzione del tunnel.


Valle Orco, ritorno alla montagna

Con il livello raggiunto e lo stile messo a punto in bassa valle si aprivano praterie sulle nostre montagne che non avevano nulla da invidiare alle Aiguilles di Chamonix. Il successo sul Dru ci aveva caricati come chi ha passato un esame di maturità.
Il nostro Dru era il Becco di Valsoera, cima di riferimento per l’evoluzione della scalata in Piemonte. Gian Piero Motti aveva sentenziato che lo spigolo del Becco di Valsoera era scalabile forse solo in estremo artificiale, svaligiando un negozio di alpinismo. La via Mellano-Perego in effetti dopo il tiro in artificiale devia su un bel diedro alla sinistra.
Inevitabile per dei giovani raccogliere la sfida. Con Sandro Zuccon trovai il compagno ideale, eravamo complementari, lui fortissimo e insuperabile sul delicato, io sui muri dritti, diedri e fessure. Entrambe motivatissimi, al meglio per età ed esperienza… d’accordo sull’etica, mai forare, anche a costo di lunghissimi tratti senza protezioni.
Venne fuori la via del Filo a Piombo, anno 1982. La scalammo in velocità e già nel tardo pomeriggio eravamo al rifugio Pontese. Ricordo, che per scendere, allora, occorreva salire altri trecento metri dal termine dello spigolo. Raggiunta la vetta si percorreva in discesa il canale, spesso nevoso, a piedi. Ci prendemmo dei gradi rischi ora mitigati dagli spit, che i fratelli Claude e Yves Remy hanno messo successivamente in uscita da Agrippine. La Filo a Piombo resta, abbinata alla Mellano-Perego, forse la via tradizionale più bella e scenografica del Becco di Valsoera.
Scalare in modo diverso era possibile, un conto era farlo in bassa valle, altra cosa a tremila metri su una fredda parete ovest, al Dru come al Becco di Valsoera!

L’articolo di Alpinisme & Randonnèe che fece conoscere Sitting Bull e le novità della libera.

 

L’assalto a Noaschetta
La vecchia guardia non era stata a guardare. Quell’infaticabile esploratore di Giancarlo Grassi aveva scoperto le immense potenzialità del Vallone di Noaschetta, che parte dagli ottocento metri di Noasca e arriva alla fine, dopo 3261 metri (!), la vetta del Gran Paradiso. Disseminato di pareti e punte mozzafiato, praticamente vergini fino al 1980. Si diede il via ad una stagione curiosissima, nel giro di quattro anni si aprirono una infinità di vie che caddero di nuovo nell’oblio fino a quando, nel 2005, Adriano Trombetta non tornò a riscoprirle e tracciare nuovi itinerari.

Mario Ogliengo alla Baita.

Anche Marco Bernardi nel 1980 fece parte della numerosa compagnia che scalò la Torre Nera alla Cresta di Prosces, a ben cinque ore di cammino da Noasca. Su questa montagna lontanissima fiorirono 13 vie in tre anni! Tra cui quella aperta da me e Sandro Zuccon nel 1982.
Il Monte Castello, bastionata immensa, era la parete più ambita, in particolare l’imponente parete nord-est. Il problema si risolve curiosamente nel 1982 in pochi mesi. Il 16 maggio, Ugo Manera aveva salito con Roberto Bonis lo spigolo nord-est. Pochi giorni dopo il 21 maggio, Grassi con Martino Lang e Jean-Michel Cambon (quello che tutti conoscono per la Tête d’Aval e le vie intorno a Briançon) attacca, ma evita sorprendentemente la parete e realizza una variante allo spigolo di Manera.
Chiunque guardi la grande parete nord-est del Monte Castello non può non essere attratto da un grande diedro yosemitico, ostruito da un enorme blocco a fauci spalancate. Grassi era un ghiacciatore di livello mondiale e un esploratore insuperabile, ma le fessure non erano il suo terreno preferito e probabilmente per questo non attaccò direttamente la parete.

A lezione di fessura, sotto al Masso Kosterlitz.

Fortuna vuole che io e Mario Ogliengo, nell’estate del 1982 decidiamo di partire da Lessolo, vicino ad Ivrea e in mattinata risaliamo tutto il vallone a noi sconosciuto. Siamo attratti da quel diedro pazzesco, una formazione unica, non sappiamo nulla degli altri e ci buttiamo sulle placche iniziali per raggiungerlo. Iniziano subito i guai, perché sulle placche iniziali non si riesce a mettere chiodi e ci affidiamo per 150 metri in modo spericolato alle teppe erbose. Oggi quelle placche sono conosciute come zoccolo Trombetta, temuto perché ha pochi spit, noi non avevamo nulla.
Mario ed io andiamo a mille superando una dietro l’altra le splendide fessure, mettendo pochissime protezioni. Non abbiamo i friend ma i soliti pochi excentric. Arrampichiamo anche al buio, vogliamo uscire, ma Mario, non vedendo, si tira una terribile martellata su un dito che ci costringe a fermarci. Bivacchiamo poco sotto la cima solo con la giacca e una tutina di tela, un freddo boia. Una via bella, difficile di 450 metri, aperta nel miglior stile, la chiamammo Aldebaran, una delle stelle più luminose del cielo. Aldebaran è oggi una via molto ripetuta grazie al fatto che Adriano Trombetta nel 2005 mise alcuni spit per rendere più accessibili le placche iniziali. Insieme poi sistemammo le soste con protezioni fisse. L’itinerario originale era più duro e diretto, con Adriano facemmo un accordo per renderla più semplice e lasciare alla sua Twin Tower il tratto più impegnativo di Aldebaran. Quella che si fa ora, addomesticata, è stata ribattezzata Aldebaran 2005.

“Poesia” di Gianni Battimelli dal diario della Baita di Sitting Bull, detta localmente “La Costa”.


Piantonetto 1984, un anno speciale

Ma la vera grande passione di Adriano è stata Sturm und Drang sulla torre staccata al Becco di Valsoera. Manlio Motto, sulla rivista francese Vertical l’aveva definita la via simbolo del Gran Paradiso e l’aveva fatta conoscere a livello nazionale e internazionale. Iniziammo ad aprire la via Sandro Zuccon ed io nel 1983, mai eravamo stati su una parete di granito così dritta e difficile da chiodare, solo grazie a una rurp grossa come una lametta da barba, nel 1984 riuscimmo a chiuderla.
Chi, equivocando l’aveva presa per una via di artificiale, tornava indietro, i chiodi spesso finivano e bisognava scalare. Sandro ed io non ci portavamo dietro i chiodi a pressione neanche per emergenza, eravamo contrari. Rimase per un po’ non ripetuta nonostante gli assalti. Nel 1990 Roberto Mochino, un fuoriclasse, la scalò con Francesco Arneodo tutta in libera, meno pochi passi del tiro chiave. Tanti hanno provato a liberarlo, nel 2005 anche Stéphane Benoist, grande alpinista francese, ma si arrese e fece una bella relazione che lasciò in rifugio, scrisse gran frissons… grandi brividi. La prima on sight è di Federica Mingolla nel 2016, sono le protezioni inaffidabili a rendere notevole l’impresa.

Tempo di lavori alla Baita. Da destra, Luisa Dusi, Mario Ogliengo, Anna Caudana, Marco Degani, x e y.

Sempre nel 1984, Roberto Perucca e Rinaldo Sartore, che saranno grandi protagonisti con Manlio Motto, aprono una via bellissima, totalmente in libera al Becco della Tribolazione, Diamante Pazzo, da Crazy Diamond dei Pink Floyd, il brano preferito da Perucca.
Si apre contemporaneamente anche la stagione di esplorazione delle pareti di bassa valle. In valle di Susa, Manera, Grassi e Isidoro Meneghin sono super attivi. Ogliengo apre vie come Odeon a Rocca Penna, a volte io lo aiuto ma non metto spit.
In valle d’Aosta Guido Azzalea e Fausto Lorenzi scoprono le placche di Machaby e andiamo subito a ripetere le vie Giù le mani dal Banano e Bucce d’arancia, scrivo la prima relazione su Monti e Valli. Dei capolavori, senza protezioni fisse non si poteva neanche pensare di cadere, ora sono imballate di spit e c’è chi si lamenta che non sono abbastanza!
Intanto, in Valle dell’Orco si continuava a scalare, anche se l’attenzione era ormai sulle falesie e gli 8a. Nuovi scalatori portavano avanti la tradizione. Roberto Mochino, giovanissimo, nel 1983 traccia una linea estrema senza spit Fragilità Cerebrale. Diventerà a fine anni Ottanta inizio Novanta uno dei più forti scalatori e ancora oggi, in val di Susa, nelle falesie di Campambiardo e del Libro ci sono le sue vie. Di lui si è detto e scritto poco, ma i suoi monotiri parlano per lui.
Un caro ricordo va a Daniele Caneparo, che per motivi generazionali non ho incrociato sulle pareti. Era un guerriero e un sognatore, notevole fu la sua idea di tentare di scalare in libera il tetto di Legoland nel 1984. Non vi riuscì per poco. Nel 2019 è scomparso in una gita di sci alpinismo in solitaria, mi piace pensare che il suo estremo pensiero sia stato per quell’ultimo incastro e per la Valle dell’Orco che tanto ci ha dato.

GALLERIA DEI RICORDI

Andrea Giorda, 1980 circa, con l’equipaggiamento tipico (excentric).
Diedro Atomico
Marco Bernardi su Incastro Amaro.
Mario Ogliengo su Sitting Bull prima che diventasse famosa, 1980 circa.
Sergent. Franco Salino sul camino Bernardi.
Franco Salino arrampica a Caprie, Valle di Susa, 2020.
10 giugno 1984. Alessandro Gogna al Muro dei Giardini, via i Russi dall’Afghanistan.
1980, Corma di Machaby. Andrea Giorda sulla via Giù le mani dal Banano, ancora senza spit!
1981, Mario Ogliengo sulla Placca del Cacao, Valle Orco. Foto: Archivio Ogliengo.
1981. Mario Ogliengo, Sandro Zuccon e Andrea Giorda al Bloc coincé al Dru. Foto: Pietro Crivellaro.
1981, Sandro Zuccon sulla duelfer di 50 metri della via Americana al Dru.
1982, Andrea Giorda mezzo assiderato dopo il bivacco su Aldebaran.
1982, Andrea Giorda in apertura sul Filo a Piombo, Becco di Valsoera. Foto: Alessandro Zuccon.
1982, Mario Ogliengo in uscita da Aldebaran, Monte Castello.
1982, Sandro Zuccon sulla Giorda-Zuccon alla Cresta dei Prosces.

1983, Sandro Zuccon in apertura su Sturm und Drang, Becco di Valsoera.

1984, l’autore aulle fessure del PalaVela, Torino.
1984, l’autore al PalaVela, Torino.
1984, l’autore aulle fessure del PalaVela, Torino.
1984. La Fiat 127 e Gianni Battimelli sulla Kosterlitz. Foto: Archivio Battimelli.
1984, Sandro Zuccon in apertura su Sturm und Drang, Becco di Valsoera.
1984, Alessanro Gogna si esercita su un masso nei pressi della Baita. Foto: Archivio Battimelli.
Alessandro Gogna in valle Orco. Foto: Archivio Battimelli.
Baita di Sitting Bull. Sono riconoscibili Anne-Lise Rochat, Alessandro Gogna (seconda e terzo da sinistra), Paola Mazzarelli, Andrea Mellano (di spalle) e Flaviano Bessone.
Andrea Giorda, armato solo di nut, in apertura su Sturm und Drang, Becco di Valsoera. Foto: Sandro Zuccon.
Andrea Giorda in apertura su Aldebaran, Monte Castello.
Anni ’70, Roberto Pirrone in scarponi doppi sulla Fessura Obliqua dell’Orrido di Foresto.
Giovanni Bosio a Finale Ligure, ancora senza spit.
Il Petit Dru della Valle dell’Orco (Piantonetto): il Becco di Valsoera.
La Baita di Sitting Bull. Foto: Archivio Battimelli.
La parete est del Monte Castello, Vallone di Noaschetta.
Vallone di Noaschetta, Torri del Blanc Giuir.
Paola Mazzarelli, prima donna a scalare la fessura Kosterlitz. Foto: Archivio Battimelli
Sandro Zuccon e Alberto Papuzzi a Borgone, ancora senza spit.
Valle Orco: Alberto Papuzzi, Andrea Giorda, Paola Mazzarelli eAnne-Lise Rochat. Foto: Gianni Battimelli.
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