Storie di montagna – 3

Storie di montagna – 3 (3-4)
di Emilio Salgari
a cura di Felice Pozzo
(Storie di montagna, Tascabili, Centro Documentazione Alpina, ottobre 2001)

(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/storie-di-montagna-2/)

Parte seconda – Scritti vari

Un’escursione a Punta Quinseina
di Felice Pozzo

Gli editori torinesi Giulio Speirani & Figli diedero lavoro a Salgari immediatamente dopo il suo trasferimento da Verona, grazie all’interessamento dell’abate Pietro Caliari che era stato insegnante del futuro romanziere presso le scuole tecniche veronesi.

L’abate, a sua volta romanziere, collaborava sporadicamente ai periodici pubblicati dai cattolicissimi Speirani e Salgari trovò dunque di che sbizzarrirsi su quelle pagine (“Il Giovedì“, “Il Novelliere Illustrato“, “L’Innocenza“, “Il Silvio Pellico” e “Biblioteca per l’infanzia e l’adolescenza“) sia con racconti e novelle, sia con romanzi a puntate destinati a successiva edizione in volume. Apparentemente una posizione molto vantaggiosa, però egli vendeva la proprietà letteraria di tutti i suoi lavori con regolare contratto, intascava la somma pattuita e rinunciava ai diritti d’autore. Inoltre, considerato l’ambito in cui agiva, doveva tenere a freno la sua vena irruente, incline anche ad un misurato erotismo.

Fu peraltro più che sufficiente l’esotismo, di cui si era fatto portabandiera sin dagli esordi, per portare una ventata talmente rivoluzionaria in quel repertorio letterario pedante e moraleggiante, da coinvolgere gli editori in un programma del tutto nuovo ed inatteso, sempre più basato sull’avventura e sempre più redditizio.

Romanzi come Le novelle marinaresche di Mastro Catrame (1894), Il tesoro del presidente del Paraguay (1894), Il Re della Montagna (1895), Attraverso l’Atlantico in pallone (1896), I naufragatori, dell’Oregon (1896), nonostante l’assenza di personaggi femminili (22), ebbero numerose ristampe, spesso a cadenza annuale. Altrettanto dicasi per alcuni racconti, riuniti in volume.

Quando Salgari si legò contrattualmente con l’editore Antonio Donath di Genova, che per primo comprese quanto sarebbe stato vantaggioso assicurarsi l’esclusiva, gli Speirani capirono che la loro fortuna sarebbe presto cessata. Per anni ottennero gli scampoli che Salgari riusciva a produrre nascosto dietro pseudonimi (“Il Piccolo Viaggiatore”, A. Peruzzi, Guido Altieri), finché, nel 1904, lo stratagemma ebbe termine.

E prima ancora che la critica sapiente, messa di fronte al dilagante e irruente “fenomeno Salgari”, decidesse che era diseducativo per la gioventù, gli affidarono in qualche modo l’educazione dei bambini sulle pagine de L’Innocenza dove, tra la fine del 1893 e la fine del 1897, pubblicò 56 articoletti istruttivi. Dimostrando, tra l’altro, quelle “doti espositive” e quelle “capacità didascaliche e anche pedagogiche” che Daniele Ponchiroli ha sottolineato nel 1971 (23).

Qui ne proponiamo due aventi attinenza con l’argomento trattato: Gli stambecchi, apparso sul n. 35 del 1895 e I montanari albanesi, apparso sul numero successivo: entrambi ricompaiono per la prima volta dopo la loro pubblicazione originale. Validi per l’intrattenimento dei bambini dell’epoca, oggi sono godibili come reperti dell’attività giornalistica in tono minore di un insolito Salgari, praticamente in cattedra di maestro elementare: circostanza che egli stesso avrebbe difficilmente immaginato ai tempi della scuola.

Molti anni dopo, il 3 dicembre 1905, avrebbe infatti rievocato quei tempi, in una lettera, con ironia: “… Si figuri che mi chiamavano il vecchione e la pietra angolare degli studenti poiché mi soffermavo sovente qualche tre annetti nell’istessa classe”.

Mentre I montanari albanesi si può accostare al racconto Sulla frontiera albanese per un piacevole raffronto, Gli stambecchi contiene un segno dei tempi, un cenno breve ma interessante: “ed anche il nostro re Umberto tutti gli anni si reca a cacciarli, uccidendone moltissimi”. Questa tradizione venatoria sabauda era iniziata prima di re Umberto e sarebbe continuata. Vittorio Emanuele III seguitò infatti a farne strage e ciò ha per lo meno consentito, in questo libro, un accostamento anomalo ma pertinente. È stato possibile infatti illustrare l’articoletto di Salgari del 1895 con pregevoli disegni eseguiti dieci anni dopo da uno dei suoi illustratori più famosi: Gennaro D’Amato (1857-1947), che si firmava G. Amato (24).

Naturalmente si tratta di una sorta di fotomontaggio, perché l’illustre artista napoletano non ha mai eseguito lavori per gli Speirani. Quelli che pubblichiamo sono tratti da L’Illustrazione Italiana del 13 agosto 1905, dove si legge un articolo senza firma intitolato Il Re a caccia in Valsavarenche, dal quale trascriviamo alcuni brani significativi:

“Le cacce reali sono state una vera provvidenza per la Valsavarenche: quasi tutte le piccole vallette hanno strade di caccia fatte aprire, con non lieve dispendio, da Vittorio Emanuele II che a Cogne, al famoso accampamento di Orvieille 2190 m impiantava per parecchie settimane una corte campestre di tutto suo gusto, dove non mancavano le visite dei ministri e di quelle eleganti dame misteriose che il Gran Re ammetteva volentieri nell’intrigo sapiente del suo incessante lavorio politico. Con re Umberto, le partite di caccia erano ugualmente immancabili; ed è rimasta lassù la tradizione venatoria, che il suo degno erede non tralascia di rispettare.

Non si creda che queste cacce portino alla distruzione di una specie, che oramai, in Europa, non vive che in Valsavarenche: la passione cinegetica del Gran Re salvò appunto gli stambecchi, quando decretò che la loro caccia fosse riservata al re esclusivamente. Nessun altro può cacciarli; compagnie di guardiacaccia fanno rispettare il reale decreto, contro il quale non mancano gli attentati da parte di audaci bracconieri – misto di guide e contrabbandieri – pei quali le Alpi nevose non hanno segreti. Vi sono poi per le cacce le compagnie di batteurs (200 e più raccolti in occasione di ogni battuta reale e pagati in queste occasioni non meno di L. 10 al giorno ciascuno).

Il nonno e il padre del nostro giovine re, nella caccia dello stambecco, avevano sempre attorno a loro tiratori scelti che gareggiavano col Sovrano nell’abilità del tiro; erano generali o uomini politici o diplomatici che il re spesso invitava e sfidava. Vittorio Emanuele III invece ama essere solo nelle imposte di caccia; i batteurs battono la montagna tutt’intorno; la selvaggina spaventata fugge, si raccoglie in un giro che sempre più si va restringendo fin che, spinta tutta verso un determinato punto, precipita da una roccia sotto la quale, come dentro una nicchia sassosa, è l’augusto cacciatore, che non tralascia di sparare, ed ogni colpo è decisivo.

Nella prima caccia di quest’anno – come il telegrafo ha annunziato – furono abbattuti dal fucile reale tredici stambecchi e sette camosci e, se il re fu grandemente soddisfatto, non lo furono meno i duecento ben pagati batteurs”.

Il terzo lungo testo è la Prefazione che Salgari scrisse per il proprio romanzo Al Polo Nord, pubblicato da Donath nel 1899. Una prefazione gustosa, originale, dove realtà e fantasia sono mescolate con rara abilità. Inspiegabilmente omessa nella seconda edizione del romanzo, pubblicata nel 1903, è qui riproposta non soltanto quale primizia – perché dopo il 1899 non è mai più stata stampata – ma anche quale unico ed esplicito scritto in cui Salgari accenna ad una gita in montagna: “una marcia di nove ore attraverso burroni ripidissimi…”. Testimonianza pressoché sconosciuta e insospettata di quanto colui che volle diventare capitano marittimo abbia amato anche la montagna.

L’episodio risale all’estate del 1897 quando Salgari, dopo aver abitato per qualche tempo in frazione Priacco (1895), si era stabilito nel più popoloso centro di Cuorgné (1896-1897), poco distante, trovando casa in piazza Pinelli.

La datazione della gita è chiaramente fornita nel testo, quando si legge “quattordici giorni or sono” con riferimento alla partenza di Andrée, lo sventurato esploratore svedese che tentò la conquista del Polo Nord in pallone: è noto infatti che essa avvenne l’11 luglio 1897. I particolari che indicano con buona approssimazione l’anno e anche la stagione sono d’altronde numerosi. Il più evidente è contenuto in due frasi: Salgari scrive di avere due figli, Fatima (usa la più esotica grafia Fathima, che però non corrisponde… all’anagrafe) e Nadir; poiché il terzo figlio, Romero, nascerà a Sampierdarena nel 1898, dove lo scrittore si sarebbe trasferito con la famiglia sul finire del 1897, si tratta di epoca anteriore. Scrive anche che il signor Mac-Doil ha già letto ed apprezzato il suo romanzo Nel Paese dei Ghiacci, pubblicato nell’ottobre del 1896… e dunque…

In quanto ad Andrée – breve digressione – i dubbi espressi in quel lasso di tempo circa l’esito dell’impresa erano più che fondati e poiché della tragica fine dell’aeronauta e dei suoi compagni non si saprà nulla fino all’agosto del 1930, quando furono rinvenuti i resti della spedizione (25), si può affermare che Salgari dimostrò competenza non comune (26).

Fu comunque in quella zona, Cuorgné e dintorni, e in quel periodo, che Salgari iniziò ad apprezzare la montagna e insieme trovò un luogo ideale, un’atmosfera raccolta per scrivere.

Cuorgné era un paese tranquillo, con i portici bassi e ombrosi, le strade antiche dove si affacciavano i negozi degli artigiani del rame e del ferro, dei magnin, commercianti e stagnari, la cui attività risaliva al Medioevo e che ancora oggi è mantenuta viva da ecomusei e scuole.

Tocco esotico, non era raro assistere alle fatiche dei cercatori d’oro sulle rive dell’Orco e Salgari ne trasse ispirazione per il romanzo I minatori dell’Alaska, scritto in quel periodo (27):

“Quei disgraziati, per poter raccogliere l’oro, non essendo provvisti di sluice, dovevano immergersi fino alla cintola nelle acque dei torrenti e rimanervi per alcuni minuti, onde far circolare la battée.

Per poter ottenere l’oro quasi puro, adoperavano l’antico piatto di legno duro, la battée, un recipiente capace di contenere circa dieci chilogrammi di pay-din, largo circa mezzo metro e profondo otto o dieci centimetri.

È necessario che il minatore prima sbarazzi il fango dei grossi frammenti ghiaiosi, poi che immerga il piatto nella corrente imprimendogli dei movimenti circolari ed insieme ondulatori.

L’acqua a poco a poco porta via il fango ed i pezzi di ghiaia e l’oro, essendo più pesante, rimane, concentrandosi sul fondo.

Un secondo lavaggio, più rapido del primo, terminante in una vigorosa battuta sul fondo esterno del piatto, fa sparire gli ultimi avanzi fangosi, ed allora l’oro appare. Non si creda però che sia una operazione facile, quanto sembrerebbe a prima vista. Richiede un certo colpo di mano che il minatore acquista solo dopo una lunga pratica (28)”.

Salgari strinse amicizia, in paese, con i vicini di casa e in particolare con le famiglie Rolando-Perino e Boggio, trascorrendo ore spensierate. Non era ancora l’uomo ritirato e solitario del crepuscolo.

Quando stava a Priacco, in un appartamento sopra un’osteria di proprietà della famiglia Gay, originaria di Chiesanuova, ottenne che fosse chiamata “Cantina del Guerriero Galliano”, in onore di Giuseppe Galliano (1846-1896), ufficiale piemontese allora vivente, decorato con due medaglie d’oro e una d’argento al valore militare. Galliano si era distinto nei combattimenti di Agordat (1893) e di Coatit (1895); con il grado di maggiore, nel 1896, avrebbe difeso lungamente il forte di Macallè contro forze soverchianti e la sua resistenza sarebbe divenuta leggendaria. Ebbe dal nemico gli onori delle armi e fu promosso colonnello per merito di guerra; morì durante l’aspra battaglia di Abba Garima.

Galliano era d’altronde un nome che si prestava: esisteva infatti, coincidenza vuole, il “Liquore Galliano” della distilleria Arturo Vaccari di Livorno, assai diffuso e che troverà insolita pubblicità, qualche anno dopo, con tanto di nome, sia del liquore che del produttore e con tanto di adeguata illustrazione, nel racconto Lo schiavo della Somalia – Storia vera, che Salgari pubblicò con lo pseudonimo Guido Altieri (29).

Proprio passando da Priacco, Salgari avrebbe potuto raggiungere Punta Quinseina (o Quinzeina; lui la chiama “Quinsegna”), a 2231 metri d’altezza, passando da S. Elisabetta 1211 m, Morindo 1327 m e I Tre Denti 1738 m. Località, quest’ultima, che avrebbe potuto raggiungere anche passando da Frassinetto e dalla frazione Chiapinetto 1113 m.

Non sappiamo se usò qualche mezzo di trasporto, ad esempio una carrozza, sin dove la strada permetteva; non sembra comunque esagerato il tempo di nove ore che ci indica, tra andata, soste e ritorno, tanto più che non poteva certo vantarsi di essere allenato. Come non sappiamo nulla riguardo il suo compagno di gita, il signor Logrand, sicuramente uomo esperto circa il percorso da seguire in quella bella zona delle Alpi canavesane, poiché Salgari non poteva averne conoscenza.

Dopo il soggiorno ligure e il trasferimento a Torino, sarebbe tornato con la famiglia in quelle zone per trascorrervi le vacanze estive. Ne ha lasciato ampia testimonianza il figlio Omar, nato a Torino il 3 marzo 1900 (30).

La località prescelta fu Alpette, a 51 chilometri dal capoluogo piemontese, arroccato a circa mille metri d’altezza, tra boschi e pascoli.

Ornar racconta di lunghe passeggiate su quelle colline verso mete più alte, dove si possono osservare meglio la Valle dell’Orco e il Massiccio del Gran Paradiso e per decenni quei soggiorni estivi della famiglia Salgari, come ha appurato chi scrive recandovisi a più riprese negli anni 1968-69 alla ricerca di notizie, hanno lasciato tracce e ricordi tra la gente del posto (31).

Vi sono testimonianze, non suffragate peraltro da alcuna prova, secondo cui Salgari scelse come luogo di villeggiatura anche frazione Campore di Cuorgnè, dove strinse amicizia con la famiglia Marietti e dove amava ammirare i boschi che si inerpicano verso il Soglio, o le acque rigogliose dell’Orco allora libere da ogni canalizzazione, o le lontane nevi. Chissà.

Fu probabilmente per ragioni economiche che non scelse le vicine località liguri, per le sue vacanze. Quelle erano destinate ai ricchi inglesi.

Avrà mai saputo, Salgari, che dal 1898 al 1901 soggiornò a Bogliasco, a Villa Raffo, Lady Margaret Brooke, principessa di Sarawak, parente di quel James Brooke che aveva dato del filo da torcere a Sandokan? E che con lei, a Villa Elvira, prendeva bagni di sole Constance Lloyd, moglie di Oscar Wilde?

Meglio dunque le rocciose colline del Canavese, così simili all’imprendibile scoglio di Mompracem, covo della Tigre della Malesia!

Gli stambecchi
di Emilio Salgari

Avrete udito a parlare qualche volta degli stambecchi, che vivono sulle nostre Alpi, e forse ne avrete veduto qualcuno esposto nella vetrina di qualche venditore di selvaggina; ma sono certo che non conoscete i costumi di questi animali.

Vi dirò adunque, che gli stambecchi sono selvaticissimi, che non si lasciano domare e che perciò si tengono sempre lontani dai luoghi abitati dagli uomini.

Vivono qualche volta a branchi, talvolta vanno soli, e si tengono sempre sulle più alte cime delle nostre Alpi, fra le rocce e le nevi, accontentandosi di brucare un po’ di magra erba che cresce stentatamente fra i macigni.

Come dissi, sono selvaticissimi e sospettosissimi: quindi vivono in continuo allarme e si lasciano molto difficilmente avvicinare dai cacciatori. Corrono come i cervi, balzando di roccia in roccia con rapidità e sicurezza sorprendente, varcando larghi crepacci, e non temono di gettarsi nei profondi abissi delle montagne, riparandosi colle loro grosse e robuste corna. Avviene quindi talvolta di vedere stambecchi colle corna spezzate.

Assaliti dai cacciatori, fuggono; ma messi alle strette, specialmente i maschi, si difendono ferocemente e si gettano disperatamente contro i nemici, percuotendoli colle corna e colle zampe. Parecchi cacciatori sono stati gettati nei burroni dagli stambecchi, ed altri sono ritornati ai loro villaggi molto malconci.

Alcuni anni or sono, un inglese, che visitava le nostre montagne, fu assalito da un vecchio stambecco che lo aveva scambiato per un cacciatore, e il povero uomo fu mezzo accoppato dalle corna e dalle zampe dell’animale.

I cacciatori li cercano dovunque, essendo la carne degli stambecchi eccellente, ed anche il nostro re Umberto tutti gli anni si reca a cacciarli, uccidendone moltissimi.

I montanari albanesi
di Emilio Salgari

Oggi presentiamo ai nostri giovani lettori, che amano istruirsi sui costumi dei lontani popoli, alcuni montanari albanesi.

Certo che non saprete dove abitano questi montanari, perché siete ancora troppo piccini: vi diremo adunque che occupano un paese montuoso, situato nell’impero del gran sultano dei Turchi, che avrete udito ancora a nominare, e che viene bagnato dal mare Adriatico, da quel mare che bagna le coste orientali della nostra cara Italia.

Gli Albanesi sono turchi anche loro, ma non vogliono troppo bene ai loro confratelli del gran Sultano, che li hanno sempre molto maltrattati: sicché vivono in continua guerra.

Li vedete nella figura che vi presentiamo coi fucili in mano, pronti alla difesa. Sono assai valenti e non temono i nemici, e anche le loro donne sono molto valorose e nelle battaglie incoraggiano i padri, i fratelli ed i mariti a combattere da prodi.

Quando le loro montagne sono tranquille lasciano il fucile e si dedicano all’agricoltura con molta passione, od all’allevamento del bestiame.

Sono tutti belli uomini di statura alta, coi lineamenti fieri, e vestono come i turchi; le loro donne poi, che sono pure belle e fiere, indossano vesti a vivi colori e amano ornarsi di lunghe collane e di orecchini assai grandi.

Sono ospitalissimi, come lo sono in generale tutti i montanari; ma guai a chi usa loro una scortesia: si vendicano terribilmente e non diventano tranquilli finché non hanno ucciso l’offensore._L

Prefazione a Al Polo Nord
di Emilio Salgari

Ero ritornato da una gita intrapresa col signor Logrand sulla Quinsegna, una delle più alte montagne del Canavese, la cui vetta sorpassa i duemiladuecento metri e dove, di lassù, si può spaziare lo sguardo su quasi tutto il Piemonte e sulla gigantesca catena delle Alpi occidentali.

Sfinito da una marcia di nove ore, attraverso a burroni ripidissimi, fra gole profonde, su per rupi dove bisogna arrampicarsi come i gatti, poiché nemmeno le più agili capre sarebbero state capaci di superarle, anelavo di trovarmi a Cuorgné e di riposarmi.

Appena entrato nella mia casettina, ricevuto dalle grida gioconde del mio Nadir e della mia Fathima, due bricconcelli che non lasciavano tranquillo il papà nemmeno quando scrivevo, mi venne incontro mia moglie, dicendomi con una cert’aria di mistero:
– L’hai incontrato?

La guardai un po’ sorpreso; ma immaginandomi tosto che fosse giunto qualche amico, le risposi:
– Non ho veduto alcuno. Sono venuto dalla parte dell’Orco (32) e non ho incontrato che dei contadini.
– È uscito or ora.
– Ed era?…
– Un signore che dall’accento e dal suo modo di vestire mi parve uno straniero. Ha lasciato il suo biglietto di visita; lo conosci?

Presi il cartoncino che mi porgeva e lessi questo nome: Harry Mac-Doil.

– Harry Mac-Doil!… – esclamai, al colmo della sorpresa – Chi sarà costui?…
– Non lo conosci? – chiese mia moglie.

Non risposi: interrogavo la mia memoria, sperando di aver udito ancora quel nome o di aver incontrato in qualche regione del globo l’uomo che lo portava, ma senza alcun risultato. Nemmeno nelle città marittime scozzesi che avevo visitato nella mia gioventù lo avevo mai udito una sola volta e di questo era certissimo.

– No – le dissi poi – Non lo conosco.
Mia moglie mi guardò, con una sorpresa che doveva essere eguale alla mia.

– Ma… allora, cosa vorrà quell’uomo? – chiese.
– Ritornerà? – domandai.
– Alle due sarà qui.
– Benissimo – risposi – sapremo presto chi sarà ed il motivo che conduce qui quello scozzese, poiché dal suo nome lo giudico tale.
– Hai appena il tempo di cambiarti: sono già le due meno pochi minuti.

Mi aveva già preparato un vestito che mi affrettai ad indossare, sapendo che gl’inglesi, d’ordinario, sono puntuali come cronometri. Intanto continuavo a torturarmi il cervello facendo mille supposizioni bizzarre su quella visita inaspettata e su quel signor Mac-Doil, che dalle brumose regioni della Scozia era venuto a scovarmi fra le montagne del Canavese. Quale motivo doveva averlo guidato in Italia?… Cosa sarebbe venuto a chiedermi od a raccontarmi?

Mi ero appena seduto dinanzi al mio tavolino da lavoro, guardando distrattamente una carta geografica della Scozia, quando udii tintinnare il campanello.

Immaginandomi che fosse lo sconosciuto, andai in persona ad aprire e mi trovai dinanzi ad un uomo di statura un po’ superiore alla media, vestito di quel grosso panno azzurro cupo che portano usualmente gli uomini di mare, con un berretto di panno uguale adorno di due nastri e simile per forma a quello usato dai soldati scozzesi, ed il braccio sinistro avvolto in uno scialle frangiato, a grandi scacchi rossi e strisce nere incrociate.

– Il cavalier Salgari? – mi chiese bruscamente, storpiando le parole e massacrando il mio nome.
– Sono io – risposi, invitandolo ad entrare con un cenno della mano.
– Io sono Harry Mac-Doil.

M’inchinai senza nulla rispondere e introdotto nel mio stanzino da lavoro, lo pregai di accomodarsi. Restammo alcuni istanti in silenzio, guardandoci reciprocamente e colla più viva curiosità.

Quello straniero poteva avere sessant’anni e fors’anche di più, ma teneva il busto diritto come un giovanotto. I suoi capelli erano perfettamente bianchi e così pure la sua barba che era tagliata all’americana; la sua pelle era rossastra ma qua e là marezzata di macchie brune; il suo naso regolare, le sue labbra strette appena visibili che mostravano una dentatura ancora solida; i suoi occhi poi erano d’una tinta indefinibile, fra l’acciaio, il grigio e l’azzurro, vivissimi ed avevano non so quale lampo strano.

La corporatura dinotava che quell’uomo doveva essere stato d’una robustezza eccezionale: spalle larghissime, petto ampio, membra grosse ed indubbiamente muscolose.

Quando mi ebbe ben guardato, mi chiese a bruciapelo:
– Credete voi, cavaliere, che si possa andare al Polo Nord? – Lascio immaginare a voi quale fu la mia sorpresa a quella strana domanda. Attendevo che mi dicesse quale era lo scopo della sua visita, da dove veniva, chi era, come mi aveva trovato fra le montagne del Canavese ed invece mi chiedeva se era possibile anelare al Polo!…

Credo di essere rimasto qualche minuto in silenzio, prima di rispondere:
– Ma… forse!…
–  Cosa ne dite, della spedizione organizzata dal signor Andrè?
– Penso che il signor Andrè ed i suoi due compagni, i signori Strindberg e Fraenkel, hanno dato prova d’una audacia straordinaria, degna dell’ammirazione del mondo.
– Credete alla riuscita dell’impresa?…
– Uhm!… Ecco: io mi sono molto interessato di quell’ardito tentativo e su qualche giornale, fino dall’anno scorso ho sollevato dei dubbi sul buon esito di esso, in causa delle correnti aeree che specialmente nell’estate soffiano quasi costantemente dal nord al sud. Il ritorno dell’Andrè dallo Spitzberg dell’anno scorso, mi ha dato ragione; ma quest’anno ha potuto trovare, per combinazione, una corrente favorevole e come sapete è partito per le regioni polari l’11 luglio, a mezzogiorno.
– Sì, quattordici giorni or sono – mi rispose il signor Mac-Doil, ma come parlando fra se stesso.

Stette qualche istante pensieroso, poi continuò:
– Secondo voi, potrà giungere al Polo?
– Ho i miei dubbi e temo molto che possa rivedere l’Europa.
– Pure Andrè ha dato sue notizie.
– È vero. L’equipaggio della barca da pesca Alken, navigante presso il Capo Nord dello Spitzberg, ha raccolto un piccione viaggiatore lanciato da Andrè il 13 luglio, a 15° 5′ di longitudine Est e 52° 2′ di latitudine Nord, annunciante che tutto andava bene e che il pallone marciava verso il settentrione, ma poi più nulla.
– Ditemi, signore – esclamò ad un tratto il mio visitatore – Avete mai udito raccontare che un uomo sia giunto al Polo Nord?…
– Mai.
– Voi avete pratica delle questioni polari ed ho letto alcuni vostri lavori: Al polo australe in velocipede, Nel Paese dei ghiacci, I Pescatori di balene, e so che avete passata sul mare buona parte della vostra gioventù.

Guardai lo sconosciuto con uno stupore così vivo, che egli se ne accorse e sorrise.

– Scusate – gli dissi – voi siete?…
– Un isolano delle Ebridi.
– E venite?…
– Dalla riviera Ligure – mi rispose, sempre sorridendo.
– E chi vi ha indirizzato qui?…
– Uno dei vostri amici: il signor Spiotti.
– Ora comprendo. Siete stabilito in riviera?…
– Da alcuni mesi. Il clima delle Ebridi è freddissimo all’inverno e la mia salute se ne andava rapidamente. Sembro robusto, ma non lo sono più – disse Mac-Doil, con una certa amarezza.

Si arrestò per alcuni istanti, come si fosse immerso in profondi pensieri, poi vedendo che io tacevo, continuò con voce lenta, misurata.

– Terribili emozioni hanno guastate le mie fibre, che un tempo erano così solide. L’umidità dell’America Russa non è adatta per tutti ed i gelidi soffi del vento polare guastano le persone che non sono ben riparate; ed io, del freddo, ne ho preso troppo… Oh! sì, troppo!…

Sospirò a lungo passandosi una mano sulla fronte, poi guardandomi fisso fisso, come se volesse scrutarmi l’anima, mi chiese bruscamente e con una strana intonazione:
– Ditemi, credete voi che io sia pazzo?

A quella domanda inaspettata, confesso che rimasi di stucco, guardando con occhi attoniti lo straniero. Già da dieci minuti cadevo di sorpresa in sorpresa non sapendo ancora chi era quel signor Mac-Doil, né cosa desiderava da me e perché mi parlava così insistentemente del Polo; quella interrogazione finiva per scombussolarmi.

Non risolvendomi a rispondere, ripeté con una certa ansietà:
– Ditemi, mi credete pazzo?…
– No – risposi.

Ed infatti quell’uomo poteva sembrarmi un originale, un eccentrico, ma non un pazzo, quantunque i suoi sguardi avessero, come dissi, qualche cosa di strano.

Egli respirò come gli si fosse levato un gran peso che gravitavagli sul petto e mormorò:
– Grazie.

Depose su di una sedia vicina lo scialle che aveva sempre tenuto sul braccio, indi riprese:
– Dicono, che quando i marinai del Bornholm mi raccolsero sul banco di ghiaccio, morente di fame, seminudo malgrado il freddo e che mi condussero alle Fär-Öer, io ero pazzo. Può essere che le lunghe privazioni, gli orrori di quella immensa traversata in mezzo ai campi di ghiaccio del Polo, avessero sconvolto il mio cervello, ma che la spedizione sia stata creata dalla mia pazzia no, non è vero!… Ho salvate miracolosamente le mie note di viaggio ed un documento del capitano Nikirka ed io ve lo porto, per provarvi che vi sono stati degli uomini che hanno veduto quel Polo, che ora le nazioni europee cercano di raggiungere colle navi e coi palloni.

La mia sorpresa si cangiava ormai in una vivissima curiosità ed avevo ascoltato avidamente quell’ebridano. Sentivo per istinto che stavo per apprendere qualche terribile istoria d’avventure; che stavo per afferrare il soggetto per un futuro lavoro ed avrei voluto che Mac-Doil avesse continuato a parlare per un bel pezzo ancora, ma egli si era arrestato, come se volesse indovinare quale effetto avevano prodotto in me le sue ultime parole.

Ed un profondo effetto, ve lo confesso, l’avevano prodotto su di me, udendo che egli mi recava delle note per provarmi che degli uomini erano riusciti a raggiungere il Polo, quell’estremo punto della terra così tenacemente cercato per oltre tre secoli da tutte le nazioni marinaresche dell’Europa e dell’America, e che è già costato tante vittime umane.

– Degli uomini sono stati al Polo!… – esclamai, con viva emozione – Voi dite questo, signor Mac-Doil?
– Sì – mi rispose egli.
– Ma chi?…
– Io.
– Voi!…
– E vi reco le prove.
– E le date a me?
– Sì, perché voi potete scrivere un altro lavoro polare che desterà, lo spero, un vivo interesse e che forse spingerà altri audaci naviganti a ritentare la spedizione.
– Ma perché a me, invece che ai vostri compatrioti?
– Perché in Inghilterra mi tratterebbero da pazzo.
– Ma se dite che avete le prove di essere stato al Polo?

Mac-Doil alzò le spalle, poi disse:
– Preferisco voi ad altri: guardate.

Si era sbottonato la giacca e da un vecchio portafoglio aveva estratta una carta gialliccia, sulla quale stavano scritte alcune righe d’una calligrafia grossa, ma per me indecifrabile. Pure, dopo averla guardata attentamente, rilevai qualche parola.

– È slavo ma… non tutto – dissi.
– È scritta in finlandese – mi rispose Mac-Doil – Volete che ve la traduca?…
– Il finlandese è una lingua affatto nuova per me.
– Ascoltatemi:
“27 luglio 1864. Se il mio battello, il Taimyr, non dovesse più mai ritornare alla superficie e rimanere in eterno adagiato sulle sabbie dell’oceano polare, come ne ho il triste presentimento, incarico Harry Mac-Doil ed il suo compagno Gustavo Sandoè, cacciatori della Compagnia Russo-Americana, di recare in Europa la notizia della scoperta del Polo, da me compiuta. Ing. OLAO NIKIRKA, “89° 20′ di latitudine N, 24° 9′ di longitudine”.

M’alzai di scatto, impotente di frenarmi, esclamando:
– Voi siete stato al Polo!…

Mac-Doil mi guardò, poi corrugando la fronte e facendo un gesto di sfiducia, disse con voce triste:
– Anche voi adunque, mi credete pazzo?
– No!… Non vi credo pazzo, ma vorrei chiedervi mille cose, mille spiegazioni… e giacché siete venuto qui, me le darete.
– Sono venuto per questo.
– Una domanda, innanzi a tutto.
– Parlate.
– Ma chi siete voi?…
– Ve lo dico subito, purché abbiate la pazienza di ascoltarmi.
– Un’altra domanda.
– Parlate pure.
– Non avete recata in Europa la notizia della grande scoperta?… In Russia ed in Inghilterra non avete narrato il grande avvenimento?
– Sì.
– E non vi hanno creduto?
– Peggio ancora, mi hanno riso sul viso e mi hanno trattato da pazzo.
– Ma il documento che voi possedete?…
– Non vollero leggerlo!
– Ma questo Olao Nikirka?… Non era conosciuto da alcuno, in Finlandia?…
–  Sì, a Nistad sua città natale, dove ha ancora alcuni parenti, ma quando mi presentai a loro mi trattarono come un sognatore, dicendomi che il capitano Nikirka erasi annegato da parecchi anni, senza mai aver veduto un banco di ghiaccio. Seppi più tardi che il disgraziato scopritore aveva lasciato una sostanza vistosa e che i parenti si erano affrettati a dividersi.
– Ma il governo russo?
– I funzionari del governo ai quali mi rivolsi mi trattarono come un allucinato. Comprenderete che io non godevo la fama d’un Nordenskjöld, né d’un Andrè, né d’un Payer, né d’un Nansen, né d’un Nares, né d’un Leight Smith.
– È vero – diss’io – e vi siete rivolto a me.
– Sì, ma per puro caso. Se non avessi conosciuto i vostri lavori polari, forse la grande scoperta sarebbe morta con me.
– Ed io vi ringrazio, signor Mac-Doil, che abbiate pensato a me.
– Scriverete questo nuovo lavoro? – mi chiese l’ebridano, mentre i suoi occhi s’illuminavano d’un vivo lampo.
–  Sì, lo scriverò, ma bisogna che io sappia molte cose e cioè che mi raccontiate tutto ciò che è accaduto alla spedizione, volendo mantenermi, più che mi sarà possibile, nel campo del vero.

Mac-Doil frugò nella tasca interna della sua giacca ed estrasse un grosso fascio di carte, pure ingiallite e coperte di macchie d’umidità.

– Sono le note di viaggio del signor Nikirka, scritte in lingua francese – mi disse – L’acqua, le nevi, il gelo le hanno un po’ guastate, ma sono ancora leggibili. Le esaminerete, poi vi darò tutte le spiegazioni che desiderate.
–  Grazie, signor Mac-Doil – risposi io, impossessandomi avidamente di quei preziosi documenti – Ditemi ora, sono molti anni che abitate alle Ebridi?…
–  Le avevo lasciate che ero molto giovane, per cercare fortuna nel Nuovo Mondo. Rimasi parecchi anni fra i cacciatori della Compagnia Russo-Americana dello stretto di Behering e non le rividi che nel 1865, ossia dopo il mio ritorno dalla spedizione polare. Le ho rilasciate cinque mesi or sono per cercare un clima più mite, poiché la mia robustezza se ne va rapidamente, e se il caso non mi avesse fatto incontrare il signor Spiotti, a quest’ora sarei già ad Alessandria d’Egitto od al Cairo.
– Contate di ripartire presto?
– Questa sera per Torino, ma fra due giorni verrò a rivedervi e vi darò tutte le notizie che vi saranno necessarie.

Erano le 4 pomeridiane e fra pochi minuti il treno doveva partire. Vuotammo una bottiglia, gli presentai mia moglie che si era introdotta furtivamente nel mio salotto da lavoro, poi ci lasciammo.

Vegliai l’intera notte leggendo e decifrando le note lasciatemi da Mac-Doil. Taluni foglietti erano stati guastati dall’umidità, ma colla pazienza riuscii a spiegarli, aiutato in questo lungo e faticoso lavoro da mia moglie.

Al mattino mi ero fatto un concetto quasi esatto delle straordinarie avventure toccate all’ebridano ed ai suoi compagni di viaggio ed avere raccolto, con somma cura, tutte le preziose notizie intorno alla gelida regione polare.

Mi mancavano però dei dettagli che mi erano molto necessari e che non trovavo su quelle note scritte alla rinfusa, in mezzo a tremendi pericoli e molto concisamente, ma Mac-Doil doveva fornirmeli.

Attesi con impazienza, facile ad immaginarsi, il ritorno dell’ebridano, il quale mantenne fedelmente la parola.

Il 28 luglio ebbi con lui un lunghissimo colloquio che durò quasi un giorno intero, volendo conoscere i più minuti particolari.

– Ci rivedremo? – gli chiesi, prima di lasciarci.
– Attendo il vostro lavoro al Cairo, ma spero l’anno venturo di venirvi a ritrovare, se il male che lentamente mi rode mi lascerà in vita.

Ci salutammo, ma con una certa tristezza. Rivedrò ancora quell’uomo straordinario, l’unico sopravvivente che possa dire, con legittimo orgoglio, che ha posato i piedi sulle nevi immacolate del Polo boreale, su quel punto estremo del globo che è già costato alla scienza tante vittime e nelle cui acque che lo circondano finiscono di sfasciarsi le navi di tanti audaci esploratori dei due mondi?… Io lo dubito, ma in questo momento in cui il lavoro da lui ispiratomi viene lanciato al pubblico egli è ancora vivo al Cairo, quantunque la sua ultima lettera mi faccia comprendere che ormai il suo male non gli lascia più alcuna speranza di rivedermi.

Note
(22) Solo in Il Re della Montagna compare la timida e modesta Fathima, protagonista d’una castissima storia d’amore. Il mondo femminile è peraltro fondamentale nell’opera del Salgari non imbrigliato.

(23) Cfr. Avvertenza, in: Emilio Salgari, Avventure di prateria, di giungla e di mare, a cura di Daniele Ponchiroli, Torino, Einaudi, 1971, p. 26. Un aggiornamento sulla parziale riscoperta di questa produzione sconosciuta di Salgari è in: Felice Pozzo, Salgari onesto pedagogo per la rivista L’Innocenza, in Almanacco Piemontese 1996. Torino, Viglongo, dicembre 1995, pp. 236-241.

(24) Cfr. Antonio Faeti, Guardare le figure – Gli illustratori italiani dei libri per l’infanzia, Torino. Einaudi, 1972, pp. 156-162. Vi si legge, tra l’altro: “D’Amato è il vero creatore dell’immagine di Sandokan, come Della Valle lo è di quella di Yanez”. D’Amato ha illustrato ben 14 romanzi di Salgari. Cfr. Felice Pozzo, Gennaro D’Amato, il globe-trotter con la matita, in Almanacco Piemontese 1997, Torino, Viglongo, dicembre 1996, pp. 247-250.

(25) Cfr. AA.VV., Il libro di Andrée – Con l’Aquila verso il Polo, Milano, Mondadori, 1930.

(26) Tra gli articoletti che pubblicò su L’Innocenza figura Al Polo in pallone (n. 47 del 1896) dove trattò dei primi tentativi di Andrée. È a questo articolo che allude nella Prefazione. “… su qualche giornale, fino dall’anno scorso, ho sollevato dei dubbi sul buon esito…”. Anche quei dubbi, come egli stesso precisa compiaciuto, si erano rivelati esatti.

(27) Le illustrazioni di Aurelio Craffonara sono datate 1898. Il romanzo sarà pubblicato da Donath nel 1900.

(28) Emilio Salgari, I minatori dell’Alaska, Genova, Donath, 1905 (seconda edizione), p. 266-267.

(29) Cfr. nota editoriale a firma G.V. (Giovanna Viglongo) in: Emilio Salgari (Capitano Guido Altieri), I Racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata, volume II, Torino, Viglongo, 2001, p. 154. Il racconto e l’illustrazione, firmata da Corrado Sarri, sono nello stesso volume, pp. 155-168.

(30) Cfr. Omar Salgari, Mio padre Emilio Salgari, Milano, Garzanti, 1940, pp. 180, 181.

(31) Cfr. Felice Pozzo, Nella canonica di Alpette è consentalo gelosamente – Al divano di Emilio Salgari potremmo andarci in pellegrinaggio, in La Sesia. Vercelli, 21 luglio 1970, p. 3. Una tra le più tenaci “leggende” locali narra di un divano appartenuto a Salgari e conservato dai parroci di Alpette, almeno sino al 1968, quando io stesso lo vidi, con un grosso cane lupo sdraiato sopra.
(32) Fiume di notevole corso che attraversa il Canavese (NdA).

(continua in https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/storie-di-montagna-4/)

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