Matthias Zurbriggen-2

Fu uno dei più grandi alpinisti del XIX secolo, avendo compiuto la prima scalata dell’Aconcagua e del Tupungato nel 1897, uno scalatore virtuoso sia su ghiaccio che su roccia e una guida di grande esperienza, prima nelle sue Alpi native e poi in vari luoghi del mondo in cui viaggiò.

Matthias Zurbriggen-2
di José Herminio Hernández
(pubblicato su culturademontania.org.ar)

(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/matthias-zurbriggen/)

Il giorno dopo, all’alba, cinque alpinisti uscirono dai loro sacchi a pelo e riuscirono solo a bere un caffè tiepido, comunque un toccasana dopo la gelida notte trascorsa. Tuttavia, in piena eccitazione, gli scalatori ripresero comunque la loro offensiva sul pendio sdrucciolevole, nell’esercizio faticoso della loro lenta avanzata verso la vetta ancora lontana. Il sogno di raggiungere il luogo individuato da Zurbriggen si faceva sempre più lontano e le pause per riprendersi dall’estenuante fatica si facevano sempre più frequenti.

Raggiunsero circa 5200 m. I danni dell’altitudine, il riposo insufficiente del giorno precedente e la loro scarsa condizione li spinsero ad allestire lì un campo temporaneo in alta quota; poi Lochmatter, non riuscendo a riprendersi, tornò al campo a valle.

Gli alpinisti trascorsero la notte in tende piccole e scomode, tra il russare, il malessere e l’insonnia. Questo succedeva la vigilia di Natale del 1896. Uno dei membri disse al suo capo, FitzGerald: “Buon Natale”. FitzGerald rispose: “Non lo è un buon Natale”, e la questione finì lì.

Lo stufato irlandese per colazione, freddo e con il grasso congelato che dovevano sciogliere in bocca, era una colazione disgustosa; non c’era legna da ardere e ciò che assaggiarono gli fece venire nausea e ad alcuni provocò violenti conati di vomito.

Alla fine, pur con un meteo che lasciava sperare nel bel tempo, solo due persone furono in condizioni di proseguire: e così fecero Zurbriggen e FitzGerald.

Il gruppo del Mischabel occidentale, dove Matthias Zurbriggen e l’ingegnere Oskar Eckenstein hanno effettuato importanti prime ascensioni. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Il loro obiettivo era trovare un luogo adatto per allestire il campo in alta quota. Arrivati ​​sul posto, si vedeva la vetta: ma commisero un errore di calcolo. Pensavano di poterla raggiungere in due o tre ore, e si diressero verso di essa. L’errore era grosso: da lì ci sarebbero volute ben 10 lunghe ore per raggiungerla.

Dopo due o tre ore di marcia, FitzGerald si ritrovò esausto e i due uomini decisero di tornare indietro, raggiungendo l’accampamento da dove erano partiti.

Il 26 dicembre arrivarono rifornimenti e attrezzature per il riscaldamento, forze e determinazione furono recuperate e il campo d’alta quota fu spostato in quello che oggi è il Nido del Condor. All’arrivo, Zurbriggen, da solo, decise di proseguire per esplorare la via di salita. Trascorse un’intera giornata salendo per poco più di 600 metri dal campo d’alta quota. Tornò con la buona notizia di aver trovato il cippo e il biglietto che Güssfeldt aveva lasciato in un contenitore, dove il tedesco aveva scritto: “Secondo tentativo sull’Aconcagua, marzo 1883”.

Dopo questo arduo sforzo di squadra, FitzGerald ordinò al gruppo di ritirarsi nella Valle di Horcones. Era necessario ricaricare le batterie, raccogliere e selezionare l’equipaggiamento appropriato e i materiali necessari, e pianificare quello che forse sarebbe stato l’attacco finale.

Il 30 dicembre la colonna della spedizione si mosse nuovamente verso l’accampamento in alta quota di Nido de Cóndores, dove giunsero di notte dopo un lungo viaggio terminato senza riuscire a dar fuoco alla legna che avevano portato per scaldare acqua e cibo. Dovettero accontentarsi di una zuppa tiepida.

Veduta aerea della parete est del Monte Rosa. “E’ quanto di più grande possono offrire le Alpi… una visione pari o superiore si trova soltanto sull’Himalaya (Julius Kugy)”. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Il 31 dicembre, alle 5.45 del mattino, iniziò la via crucis verso l’ambita vetta. I membri, incoraggiati dalla speranza di conquistare la cima, si entusiasmarono, scegliendo la via più breve per raggiungere l’allettante vetta. Tuttavia, il freddo mattutino e il soffio del vento gelido iniziarono a farsi sentire, a cominciare da Zurbriggen, che si fermò quando sentì i piedi insensibili. Questo mise in allerta FitzGerald, che, senza perdere la calma, gli tolse le scarpe e iniziò a massaggiarlo, per ripristinare la circolazione sanguigna nelle sue estremità. FitzGerald stesso la descrive:
La scena dell’incidente di Zurbriggen era drammatica e allo stesso tempo pittoresca. Gli chiesi se si sentisse male, al che rispose che non sentiva nulla ai piedi. Cercò di saltare e di dare calci alle rocce per ripristinare la circolazione, e io iniziai ad allarmarmi.
Gli altri si avvicinarono, gli tolsero gli stivali e iniziarono a massaggiarlo. Con mio orrore, scoprii che aveva la circolazione bloccata. Non sentiva nulla. Gli togliemmo le calze, lo massaggiammo con neve e brandy e, proprio quando stavamo pensando che non ci fosse più niente da fare, riprese lentamente la sensibilità e poi iniziò a lamentarsi per il dolore.
Si contorceva e urlava così forte che raddoppiammo i nostri sforzi, poiché quel trattamento era la sua unica salvezza, sebbene lui facesse finta di opporsi ai nostri sforzi.
Alla fine si alzò e noi due lo riportammo giù lentamente. A intervalli ripetemmo le frizioni e, una volta nella tenda, nonostante la mia richiesta di lasciarlo dormire, gli facemmo gli ultimi massaggi, durante i quali ci urlò insulti in sette lingue diverse.
Diceva: ‘Vent’anni di scalate in montagna, e per la prima volta una spedizione fallisce per colpa mia’”.

Mentre Zurbriggen era seppellito sotto diverse coperte, FitzGerald si chiedeva se fosse saggio continuare la scalata o se fosse meglio abbandonare il tentativo.

Il giorno dopo spuntò soleggiato, come a invitarli a una nuova prova. Zurbriggen ne fu incoraggiato e perseguì con instancabile determinazione la sua nuova impresa. Nel frattempo, FitzGerald raccontò quel momento:
La notte era calma e “calda”, 12° sotto zero; per colazione, provammo a scaldare l’acqua per il caffè con un fornello russo. Questa trabiccolo è simile a una lampada che i pittori usano per rimuovere la vecchia vernice bruciandola. Consiste in una piccola caldaia contenente alcol, riscaldata dal basso dal fuoco. I vapori caldi passano attraverso un tubo inferiore ed emergono sotto forma di fiamma.
Sebbene funzionasse perfettamente quando fu testato a Londra, l’atmosfera rarefatta del momento ne impedì l’accensione. Provammo a scaldare il fornello con del cotone imbevuto di alcol, ma l’unico risultato furono delle esplosioni tremende. E sebbene ci lamentassimo del fatto che l’alcol non bruciasse correttamente, fummo presto sorpresi di vedere quanto bruciasse bene su viso e mani”.

Zurbriggen, che subì il peso maggiore della situazione, gettò la macchina giù dalla montagna, maledicendo l’inventore.
Nonostante tutto, si decise di iniziare la marcia alle 8, quando il sole era già alto nel cielo, nella speranza di avere una temperatura più sopportabile.

Risalirono il pendio del Gran Acarreo, dove il terreno, in parte solido e in parte franoso, rendeva difficile mantenere un buon ritmo; nel frattempo, uno dei portatori fece un ruzzolone giù per il pendio.

Ciò costrinse il gruppo ad una maggiore attenzione e, dopo quell’incidente, la marcia fu ripresa lentamente, con numerosi zigzag verso la meta.

Sullo sfondo è il Mount Sefton 3157 m. Foto: libro di Felice Benuzzi, Matthias Zurbriggen Guida Alpina.

Riuscirono a malapena a superare i 6600 m del Güssfeldt, fecero una pausa; FitzGerald si diresse direttamente verso la cima Nord, ma la marcia non durò a lungo e, dopo un’altra sosta, fu fatto ritorno nuovamente all’accampamento alto, dove il gruppo arrivò esausto.

FitzGerald stesso ha riassunto questo nuovo tentativo, dicendoci: “L’uragano di vento ci toglieva il fiato. Ogni forte raffica ci faceva sentire come se fossimo caduti in acqua ghiacciata.

Stanchi, insensibili fino alle ossa, a pezzi, raggiungiamo la tenda, senza avere il tempo di indossare i sacchi a pelo e chiudere le porte della tenda. Il fornello si era rotto e non mangiammo nulla. Soffrivamo tutti di forti mal di testa, come se una barra di ferro ci premesse sulla fronte.
La temperatura massima era stata di 8°C negli ultimi tre giorni, e all’ombra si arrivava a malapena a 2°C.
Una terribile depressione ci aveva preso. Non parlavamo nemmeno. A tratti, sembrava che stessimo per perdere la testa. Ogni ambizione ci aveva abbandonati, e il nostro unico desiderio era tornare al campo inferiore e respirare di nuovo come esseri umani.
Ogni volta che alzavo la testa, mi girava e svenivo, mentre grandi macchie nere mi oscuravano la vista.

Capii l’assoluta necessità di avere tanta buona legna da ardere, ma per il momento non si poteva fare altro”.

Alle prime luci dell’alba del 2 gennaio 1897, iniziò la ritirata verso Puente del Inca. Giunti a Plaza de Mulas, rimasero solo Lanti e Pollinger; gli altri proseguirono.

Durante la traversata, mentre si avvicinavano alla destinazione, Zurbriggen e il suo mulo furono travolti dalla corrente del fiume, che in quel momento era al suo massimo. Entrambi furono travolti dalla corrente. FitzGerald e il mulattiere Sosa salvarono prima Zurbriggen, che aveva rischiato di annegare, e poi grazie a una corda fu salvato anche il mulo.
Alcuni giorni di riposo e relax a Puente del Inca li rianimarono. Questi giorni furono anche impiegati per continuare a prendere appunti su ciò che avevano rilevato, sia della montagna che della regione. Per quanto riguarda il terreno e la salita, furono prese anche misure trigonometriche, insieme ad annotazioni sulla flora e la fauna, fotografie della zona, ecc.

Da sinistra a destra, Harper, FitzGerald e Zurbriggen, durante la prima traversata delle Alpi neozelandesi, gennaio 1895. Foto: libro di Felice Benuzzi, Matthias Zurbriggen, Guida Alpina.

Un nuovo tentativo
Il 9 gennaio i membri della spedizione si svegliarono frettolosamente, dopo aver deciso nei giorni precedenti di tentare nuovamente la fortuna sulla montagna.

La colonna si mosse verso il nuovo tentativo, arrivando alla fine di Playa Ancha, un luogo con una grande roccia e un corso d’acqua che poteva essere considerata abbastanza potabile per gli assetati membri della spedizione.

Il 10 gennaio spuntò luminoso e la squadra si preparò a proseguire il cammino verso l’obiettivo prefissato. Alle 10 giunsero al campo base di Plaza de Mulas e, dopo un breve riposo, proseguirono verso Nido de Cóndores, dove arrivarono alle 17: lì erano già arrivate le scorte di cibo, legna da ardere e vestiario portate da Lanti e Pollinger.

Il Cervino dall’Hotel Riffelalp in una xilografia del 1884. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Non restava che affrontare le solite difficoltà dovute al terreno, al clima e all’altitudine; ma dopo giorni di riposo e di ricarica delle batterie, i membri del team erano ottimisti e pronti a continuare la sfida.

FitzGerald stesso ci raccontò:
Una volta raggiunto il campo superiore, gli uomini erano contenti e in ottime condizioni. Sorridevano e scherzavano fumando la pipa al crepuscolo. Solo dopo una o due notti di sonno a quell’altitudine si avvertiva il peso della depressione e della disperazione.
Ci sentivamo così bene che ho pensato di rimandare il tentativo di scalata finché non avessi visto il beneficio di qualche giorno di riposo e del buon cibo a quelle altitudini.
Speravo che il gruppo si abituasse all’aria rarefatta: se potevamo respirare con il barometro a 38 mm, perché non a 32 mm, che sarebbe quello della vetta?

Ora credo che sia stato un errore da parte mia; avremmo dovuto affrettarci fin dall’inizio.
Ogni giorno a quell’altitudine ti rendeva più debole. Per cominciare, il freddo era opprimente; non importava quante coperte avessi, era impossibile scaldarsi davvero
”.

L’11 gennaio fu dedicato al riposo e al successivo adattamento all’altitudine; il 12 gennaio, alle 9, iniziarono la salita verso la vetta, ma raggiunsero solo i 6000 m, dove il capo spedizione iniziò ad avvertire malessere, dolori acuti, nausea violenta e vomito, e dovette tornare al campo base. Pollinger si ritirò poco dopo.


Uno scherzo tra FitzGerald e Zurbriggen alla fine della spedizione del 1895. Foto: Libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Mattia Zurbriggen.


Zurbriggen proseguì, arrivando vicino all’ingresso della Canaleta e realizzando che la cima più alta era la Cima Nord: ma, esausto e assetato, ritornò all’accampamento alto; la buona notizia era che aveva superato il limite Güssfeldt e aveva visto il percorso successivo.

Questo eccitò ulteriormente l’intera spedizione, in particolare il capo. Il giorno successivo, ripresero l’attacco per tentare la vetta. Superarono i 6300 m, dove FitzGerald cadde e dovette tornare indietro, ma con l’intenzione di riprovarci.

Alle 7 del mattino del 14 gennaio, la colonna si diresse nuovamente verso la vetta così tanto desiderata. Alle 13, dopo una sosta, FitzGerald, nuovamente sopraffatto dagli effetti dell’altitudine, ordinò a Zurbriggen di proseguire, mentre Lanti e Pollinger lo scortavano verso il campo d’alta quota.

Nonostante il ritmo lento, lo svizzero continuò a salire, fermandosi di tanto in tanto per recuperare parzialmente la frequenza cardiaca, che a tratti sembrava sul punto di scoppiare.

Ma riuscì ad arrivare al momento in cui il pendio si appiattì e tutto attorno a lui era sotto ai suoi piedi, per la sua gloria e per quella della spedizione di cui faceva parte. Aveva raggiunto la vetta dell’America, il Tetto dell’America.

William Martin Conway (1856-1937), esploratore del Karakorum. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Un cumulo di pietre con la piccozza rimane sulla vetta a testimonianza del passaggio del vincitore.
Ore dopo, con l’ultima luce del giorno, Zurbriggen giunge al campo d’alta quota. È così stanco che l’entusiasmo e la gioia dei compagni e i loro saluti per il successo non lo sconvolgono, e desidera semplicemente riposare e idratarsi.

Poi l’intera spedizione scese verso Puente del Inca e un mese dopo, in un altro tentativo, il 13 febbraio, altri due raggiunsero la vetta e portarono giù la piccozza lasciata da Zurbriggen: l’italiano Nicola Lanti e l’inglese Stuart Vines.

Riassumendo, tre membri del team sopra menzionato hanno effettuato le loro prime due salite, sul Tetto delle Americhe, sull’Aconcagua e su altre vette come il Tupungato. Zurbriggen ha effettuato la prima salita, seguito da Nicola Lanti e Stuart Vines.

L’atto finale della vittoria dell’uomo sull’Aconcagua è riassunto nel racconto di FitzGerald, che ci racconta:
La mattina del 14 gennaio 1897, gli uomini uscirono dalla tenda prima dell’alba, preparando il pasto. Feci una colazione abbondante. Non era fredda. Alle 7, Zurbriggen, Pollinger, Lanti e io ci avviammo verso la roccia che segna il limite raggiunto da Güssfeldt, che raggiungemmo in due ore e mezza, nonostante il sentiero ripido e disseminato di massi.

Oltre, si vedeva un terreno solido e in leggera pendenza. Pollinger fece una deviazione per recuperare il sacco di provviste che avevamo depositato a 6700 m piedi nel nostro precedente tentativo, mentre noi tre ci dirigemmo lungo il nuovo percorso, più facile e protetto dal vento.

Alle 10 riprendemmo la marcia fino a raggiungere, alle 12.30 un punto a circa 300 m sotto la vetta più alta dell’Aconcagua; lì ci sedemmo per aspettare Pollinger con il nostro zaino pieno di provviste.

Un dettaglio, la bottiglia di champagne esplosa, ci riempì di sconcerto, nonostante la naturalezza del fenomeno.
Erano le 13. Improvvisamente sentii di non riuscire a muovermi. Inutile descrivere la mia delusione. Ordinai a Zurbriggen di proseguire da solo e, dopo tre quarti d’ora, lo vidi 120 metri sopra di me.

Zurbriggen, FitzGerald e Harper salutano il famoso alpinista britannico Francis Fox Tuckett, in Nuova Zelanda, nel 1895. Foto: dal libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Mattia Zurbriggen.


Ero a circa 300 metri dalla meta, ma sentivo che non l’avrei mai raggiunta. Ho provato a proseguire, ma dopo due passi sono crollato, soffocato e pieno di nausea. Mi sono fermato diverse volte e ho avuto gli stessi sintomi più volte.
La vista mi si offuscò e camminavo come in un sogno. La montagna mi girava intorno. Mandai Pollinger all’accampamento e da lì a Inca a prendere i cavalli, e ordinai a Lanti di condurmi alle tende. Non dimenticherò mai quello che seguì. Le gambe mi cedettero e mi feci male sui massi. Non so per quanto tempo mi trascinai in quello stato miserabile: forse un’ora e mezza.
Quando ho raggiunto un banco di neve, mi ci sono buttato sopra e sono rotolato giù per la montagna. Alle 17 sono tornato al bivacco senza nausea, ma con un mal di testa martellante.
Un’ora e mezza dopo, Zurbriggen arrivò. Aveva raggiunto la vetta e vi aveva piantato la piccozza. Era stordito dalla fatica e, così debole e stanco, sembrava non dare alcuna importanza al suo trionfo.
La notte trascorse tra i suoni più strani: ansimi, respiri e soffocamenti. Il mattino seguente, chiudemmo l’accampamento e tornammo a Inca. Così l’Aconcagua fu conquistata”.

Charles Granville Bruce (1866-1939), pioniere himalayano. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Mentre Felice Benuzzi, nel suo libro Mattia Zurbriggen Guida alpina, ci raccontava che un giornale di Buenos Aires aveva scritto: «Un uomo di bell’aspetto, robusto e muscoloso, non molto alto, con occhi azzurri e barba rossa alla Federic, piccoli orecchini d’oro alle orecchie, ma anche vestito normalmente, che parla un ottimo italiano e inglese con un accento molto forte… considerato rispettato, amato e persino temuto». E Matthias, raccontando questa citazione nelle sue memorie, confessa (in modo assai suo personale) che quelle parole lo avevano fatto ridere, proprio come fa il solletico.

Dopo la seconda ascensione dell’Aconcagua, da parte di Stuart Vines e Nicola Lanti, l’intera spedizione si diresse verso il Cile per recuperare le energie, ma prima della prima metà di marzo, Stuart Vines, colpito dall’ammirazione che gli aveva suscitato il Tetto dell’America, tornò con l’intenzione di effettuare una comunicazione eliografica con Valparaíso dal Nido de Cóndores, ma purtroppo fallì e scese assieme ad altri membri della spedizione, tra cui Joseph Pollinger, Matthias Zürbriggen e lo stesso Stuart Vines, il 17 marzo 1897, con i quali realizzò, come addio, la scalata al Cerro Catedral.

La forma del vulcano che avevano visto dalle pendici della cima dell’Aconcagua li aveva affascinati e attratti, tanto che si erano prefissi il loro obiettivo successivo: scalarlo.

Intanto FitzGerald, Stuart Vines Lightbody e Philip Henry Gosse effettuavano le misurazioni dell’area di Horcones e tutte le altre osservazioni e misurazioni del luogo.

Il volo di FitzGerald, tenuto da Zurbriggen, sul Mount Sefton. Foto: Libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen, Guida Alpina.

Il Tupungato
Mentre organizzavano la spedizione verso il secondo obiettivo, il vulcano Tupungato, Vines e Zurbriggen si diressero verso il vulcano dalla zona di Punta de Vacas per organizzare la successiva salita.

Zurbriggen esortò il maniscalco di Punta de Vacas a ferrare i muli con insolita cura. Dopo due giorni di cammino Zurbriggen, Vines e Nicola Lanti arrivarono di fronte alla montagna, che Matthias identificò immediatamente come il gemello del Weisshorn.

L’aria di fine autunno australe era così secca che gli alpinisti erano soliti immergere le suole degli scarponi nei ruscelli per evitare che i picchetti delle calzature si allentassero.

Tra il 28 e il 29 marzo 1897, effettuarono il primo tentativo di scalata del vulcano. La cordata era composta da Vines, Zurbriggen e Pollinger. Tuttavia, una tempesta bloccò il primo tentativo a un’altitudine di circa 5650 m, e Vines si rese conto che avrebbe avuto bisogno di più equipaggiamento, più rifornimenti e più portatori.

Tentarono di nuovo tra il 6 e l’8 aprile; ma raffiche e mulinelli fermarono Vines e Zurbriggen, che stavano nuovamente formando la cordata d’attacco. Poco dopo, Lanti apparve in lacrime ai suoi compagni. Secondo Zurbriggen, questo era l’effetto dell’altitudine, e commentò così: “Ecco Nicola Lanti, uno degli uomini più duri che abbia mai incontrato, il più esperto della valle di Macugnaga, con un tale carattere che quando si sparge la voce che è arrabbiato in paese, tutti i vicini chiudono le case e barricano le porte. E guarda come si comporta ora! È come se avesse bisogno di un biberon come un bambino, perché è così angosciato e piange come un neonato“. Questo è tipico degli effetti dell’altitudine, che spesso induce gli alpinisti a reagire in modi insoliti e persino umoristici, con molti esempi di questo tipo di reazioni nel corso della storia della montagna.

In cima al Mount Haidinger 3068 m. La fotografia originale di Zurbriggen e Jack Clarke si trova negli archivi del Canterbury Museum di Christchurch, Nuova Zelanda. Foto: Libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen, Guida Alpina.


Scoppiò una nuova tempesta e anche questo tentativo fu abbandonato. Zurbriggen scese sentendosi male a causa degli effetti dell’altitudine.

Ma il 12 aprile, Vines, insieme a Zurbriggen e Pollinger, fece un altro tentativo di raggiungere la cima del vulcano.
Da una grande altezza, scoprirono un vulcano attivo in territorio cileno, che fino ad allora non era stato segnato su nessuna mappa e, per questo motivo, non ne conoscevano né l’identificazione né il nome.

In questo nuovo tentativo, fu Pollinger ad entrare in crisi; anche Zurbriggen si ritirò, sperando di riprendersi dallo sforzo e di provare a seguire l’esempio di Vines, che raggiunse da solo la vetta di 6550 m. Lì attese l’arrivo in vetta dei suoi compagni.

Mentre Vines riposa e aspetta, Zurbriggen lo raggiunge e spiega che ci sono voluti ben più di qualche sorso di vino e una bella boccata di fumo dalla pipa per riprendersi. Vines annotò in seguito: “Solo quando eravamo insieme in vetta ho avuto la sensazione che il Tupungato fosse finalmente stato scalato“.

Durante la discesa Zurbriggen scivolò e si procurò un livido alla schiena contro le pietre che aveva raccolto dalla vetta e messo nello zaino.

Più a valle, Matthias ebbe il tempo di partecipare a una caccia al condor, abbattendone uno con un’apertura alare di due metri e dieci centimetri, che il naturalista Gosse imbalsamò rapidamente. Questa impresa concluse la spedizione scientifico-sportiva guidata da FitzGerald, che comprendeva diverse prime ascensioni, tra cui le prime due del Colosso d’America.

Matthias Zurbriggen e Giuseppe Borsalino a Macugnaga. Foto: libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen Guida Alpina.


Altre cime
Nel 1899 esplorò nuovamente e approfonditamente il Karakorum con la coppia americana Bullock-Workman, per poi tornarci ancora con gli stessi nel 1902.

In questa occasione, un gran numero di cime minori furono conquistate, ma non furono affatto facili. Le maggiori difficoltà furono nella conquista del passo Bhayakara-La, dove sembrò che per la prima volta il coraggio di Zurbriggen lo abbandonasse; come in seguito ammise, questa fu la scalata più ardua che avesse mai intrapreso.

Un’altra avventura, non molto fortunata, fu quella che compì con il principe Scipione Borghese (1871-1927), nel Tien-Schan, penetrando in questo territorio nel 1900, insieme al professor Giulio Brocherel, nell’inesplorata Montagna Celeste del Tien-Schan.

Vetta del Pioneer Peak, allora la più alta vetta scalata dall’uomo (schizzo di Arthur David McCormick). Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

In un’occasione, a Macugnaga, nel 1903, mentre un gruppo di gente del posto era radunato dietro l’ostello del Monte Moro – all’epoca il rifugio in questione era molto simile a quello del Giomein di Valtournenche – Matthias arrivò con la sua solita attrezzatura da arrampicata, una corda e una piccozza. Disse di voler rinunciare al suo lavoro di guida e mise in vendita la sua gloriosa attrezzatura.
Erano presenti diverse persone facoltose e si tenne una sorta di asta che raggiunse rapidamente cifre considerevoli.

Poi, trionfante e soddisfatto, Matthias si inchinò solennemente ai presenti e tornò con la sua attrezzatura senza venderla. Ammirato e famoso, come racconta Julius Kugy, sentendosi superiore in vista delle sue imprese, questa guida stellare non abbandonò mai il suo Monte Rosa e l’immagine di quella maestosa montagna americana, l’Aconcagua, impressa nella sua retina.

Nel 1905, Graziadio Bolaffio (1855-1932) incontrò a Macugnaga un elegante signore con un bastone da passeggio, che lo accompagnò in vetta alla Nordend: si trattava di Matthias Zurbriggen.

Il 15 maggio 1906 Matthias compì 50 anni e Conway, che lo conosceva bene, disse: “Non era il tipo d’uomo che potesse continuare ad andare in montagna dopo i sessant’anni… Non credo che avrebbe potuto continuare a fare la guida una volta che i suoi anni migliori fossero stati alle spalle“. Eppure continuò. E come! Poco dopo, nel settembre del 1906, Zurbriggen chiuse il suo libretto di guida con il racconto della sua scalata alla Nordend del Monte Rosa. Dopodiché, del re delle guide non si seppe più nulla.

Cartolina dell’Aconcagua, dalla Laguna de Horcones, scattata all’inizio del XX secolo. Foto: libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen e Guida Alpina.


Gli ultimi anni di attività

Kugy ci racconta nei suoi scritti ricordando questo periodo della sua vita: “Con quel carattere assolutista, non si sentiva più il re delle guide. Per quest’uomo segnato dal successo, iniziò l’oscura solitudine, le privazioni, la povertà… Dov’era la sua famiglia?”.
Nelle estati del 1907 e del 1908 trascorse almeno una settimana con la cordata Kugy-Bolaffio, mentre Aldo Bonacossa raccontò un episodio che fu pubblicato l’anno successivo. Raccontò di come lui stesso fosse appena arrivato alle Alpi di Almagell da Saas-Grund, dopo un’escursione con Battista Jachini di Macugnaga, quando dovette rispondere a delle grida di aiuto. Raccontò che: “Un alpinista atletico con la barba rossiccia aveva importunato la proprietaria della locanda e, con frasi irripetibili in svizzero (forse francese o italiano, dato che non esiste una lingua svizzera; in ogni caso, questo è il resoconto esatto tratto dal testo), l’aveva minacciata perché non aveva un posto dove dormire“. Era il celebre Matthias Zurbriggen, primo scalatore solitario dell’Aconcagua e in quel momento la più grande guida alpina internazionale, che, partendo direttamente da Antronapiana a quota 900 m, aveva scalato il Pizzo d’Andolla 3653 m, con un cliente e da lì era sceso, una giornata impegnativa per l’ormai piuttosto accanito bevitore. L’intervento del compagno salvò il proprietario.

La parete est del Monte Rosa con le prime ascensioni di Matthias Zurbriggen. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

In quegli anni il professor Restelli e l’avvocato Bonala, entrambi appassionati di Macugnaga, promossero un sistema di corde fisse e chiodi per rendere più percorribile la Cresta di Santa Caterina alla Nordend, sull’esempio di quanto fatto sul Cervino. Venti tra guide e portatori trasportarono i pesanti carichi, giungendo alla base della cresta. Ma, dopo due giorni, il materiale fu abbandonato.

Secondo Kugy, l’iniziativa era guidata da Matthias e il materiale portato con difficoltà ai piedi dell’opera nel 1910 era rimasto inutilizzato a quota 4438 m dello Sperone Moreshead, come confermato da Marcel Kurz.

Un incontro con Matthias Zurbriggen nel 1908 getta una luce vivida sul suo carattere. Nelle memorie dell’esploratore Tom George Longstaff (1875-1964), medico e pioniere dell’alpinismo nel Caucaso e nell’Himalaya del Garhwal con i fratelli Alessio ed Enrico Brocherel di Courmayeur (con i quali aveva conquistato il Trisul 7120 m, che per 21 anni fu la vetta più alta raggiunta dall’uomo), si legge: “Nel villaggio (Alagna Valsesia) mi si avvicinò un gigante, la barba era ispida come un riccio di castagne. Portava orecchini d’oro e aveva, come dice Kugy, gli occhi fiammeggianti: chiese al dottor Longstaff se fosse quello dell’Himalaya. Questo personaggio era Matthias Zurbriggen, la guida di FitzGerald, sull’Aconcagua e in Nuova Zelanda, e di Workman, sul Karakorum… Era il classico avventuriero, con un’acconcia aria di vanteria, sempre pronto a raccontare le storie più strane; una delle tante, ma non oso riferirla, riguardava una moglie che conciava pe le feste l’inetto marito con una piccozza”.

Oltre a questi racconti raccolti da Longstaff, la figura di Matthias Zurbriggen, simile a un gigante, incombe sui ricordi dell’illustre alpinista inglese. In realtà, non era alto più di 1,67 metri, ma emanava evidentemente una personalità eccezionalmente imponente e attraente.

In questa cartolina, scattata all’inizio del XX secolo, il Tupungato è visto da est. Foto: libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen e la Guida Alpina.


A 55 anni, Matthias tornò sul Cervino, e Bonacossa lo evoca come un protagonista di statura monumentale, con la seguente espressione: “Vidi l’ultima volta Zurbriggen in azione sul Cervino nel 1911… Un anno straordinariamente secco: il Cervino, per la via normale, era diventato nella parte bassa una specie di landa di pietrame. Sotto le mani e i piedi della moltitudine di scalatori inesperti, pietre di tutte le dimensioni si staccavano fragorosamente e sotto alla capanna Solvay tememmo fosse venuta la nostra ultima ora. Grida, insulti in diverse lingue e invocazioni di ogni genere; d’un tratto una voce poderosa coprì il fragore. Ritto lassù su una sporgenza di roccia apparve l’imponente figura di Zurbriggen, barba al vento, occhi furenti, urlando, la gran piccozza brandita minacciosamente. Pareva Giove tonante. ‘Guai a chiunque si muove senza mio ordine, gli spacco la testa! Se no ci lasciamo la pelle tutti!’. Sotto la sua direzione implacabile, condita di bestemmie e suggerimenti in parecchie lingue e dialetti, tutto il gregge si riunì più ordinatamente, guide comprese, e tornammo tutti salvi alla base”.

Una degna conclusione degli anni migliori di Zurbriggen è questo episodio ricordato da Kugy, senza specificare l’anno. In una delle sue ultime escursioni nelle Alpi Occidentali, racconta l’alpinista triestino, cioè nella traversata a piedi del Passo del Sempione da Iselle a Briga con Graziadio Bolaffio, egli si permise il lusso di essere accompagnato da due delle migliori guide del mondo, cioè Matthias Zurbriggen e Joseph Croux. Giunto al Passo, Bolaffio cambia idea: dice di sentire una chiamata del Lyskamm. Anche Kugy dice di sentirne una,  più modesta, del Monte Leone 3566 m, nei pressi del passo:

Il Mount Cook con il tracciato della prima salita di Zurbriggen e compagni della cresta nord-est, cresta che oggi porta il suo nome. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Che gioia camminare con due guide di prim’ordine e di grande intelligenza su una facile cima panoramica. Sì, avevo capito bene: ci attendeva. E come ci ha accolto! È stata una giornata di grazia divina. Siamo rimasti seduti lì per molte ore, alla radiosa luce del sole… Uno dei miei ricordi più belli e felici”.

Su altre attività professionali di Zurbriggen negli ultimi anni della sua vita era ormai calato il silenzio. Ora era il momento di fare un bilancio della sua vita di alpinista.

Sei spedizioni in tre continenti extraeuropei, primato all’epoca ineguagliato. E che spedizioni! Tre nel Karakorum, attraverso le numerose valli e ghiacciai, percorsi per la prima volta da europei; oltre venti vette scalate per la prima volta, tra cui quella che era considerata la cima più alta mai conquistata da un uomo all’epoca, nonché la vetta più alta mai conquistata da una donna; una spedizione nel Tien-Shan, dove ogni passo calcava un terreno ancora vergine; due spedizioni in Nuova Zelanda, con la prima salita a quattro delle vette più alte e scoscese, oltre alla seconda e solitaria ascensione del Mount Cook, un atto di pura e gratuita passione alpinistica, come hanno ben compresero sia i neozelandesi che gli inglesi dell’epoca; una spedizione nelle Ande con la prima e solitaria salita della vetta più alta del continente americano, l’Aconcagua; e la prima salita del Tupungato 6550 m con Stuart Vines.

E le sue imprese europee, in particolare sulla parete est del Monte Rosa? La prima e seconda salita al Colle Gnifetti, la prima della via Restelli e seconda salita assoluta al Nordend, la prima del Colle Vincent e la prima al Colle Zurbriggen, oltre a numerose altre ripetizioni, con o senza varianti, anche importanti, degli itinerari classici. Nè si possono dimenticare le prime nella zona di Zermatt: prima discesa della Cresta di Zmutt sul Cervino, la prima salita assoluta dello Stecknadelhorn e nuove vie su altri Quattromila come la Dent Blanche, i Nadelhorn, Dürrenhorn, Hohberghorn e Dom, secondo i dati raccolti da Sylvain Jouty.


Fanny Bullock-Workman, salvata da Matthias Zurbriggen dopo una caduta in un crepaccio sull’Himalaya. Foto: Libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen, Guida Alpina.


Più che un bilancio di attività, sia pure di un’intera vita, questo riepilogo suona come un peana di costante vittoria. Quale guida alpina è stata ricordata da toponimi in tre continenti? Matthias è immortalato dalla sua cresta sul Mount Cook e dal Passo Zurbriggen nelle Alpi neozelandesi, dalla Punta Zurbriggen nel gruppo dell’Aconcagua e dal Colle Zurbriggen sul Monte Rosa.

Le eccezionali imprese di Zurbriggen sono evidenziate qualitativamente dalle testimonianze dei suoi compagni di scalata, per evitare di usare il semplice termine “clienti”. D’altra parte, Bruce, nella spedizione Conway, parla di lui come di un companion, il che denota un rapporto un po’ diverso da quello tradizionale e subordinato tra guide e Monsieur dell’epoca.

Jack Adamson, suo compagno per tre quarti della scalata del Mount Cook, parlò di Zurbriggen a W.A. Kinsey in questo modo: “Era un uomo di poche parole ma di grandi azioni, modesto, calmo e padrone di sé in ogni momento e in ogni circostanza. C’era qualcosa nella sua presenza che ispirava fiducia anche ai più timorosi. Era sempre pronto ad accompagnare in sicurezza anche i più titubanti fino alla cima di una qualsiasi montagna che però avesse già scalato lui stesso, ma a una condizione: che gli dicessero onestamente se avevano paura o no“.

Il Mount Haidinger, salito in prima ascensione da Zurbriggen e FitzGerald nel 1895. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Come si evince dai ricordi dei suoi compagni di viaggio e di cordata, diversi aspetti del suo complesso carattere sono descritti in modo pittoresco, e comunque ben focalizzati, ma crediamo che il giudizio più completo e preciso sia quello espresso da Kugy, da noi già ricordato.

Conway non era da meno, quando affermò che Matthias: “Era un tipo coraggioso, vigoroso e avventuroso… considerato da molti esuberante. Era passionale, stravagante, gaudente e impetuoso. Lavoratore instancabile, diventava sregolato nei suoi svaghi. Se preso per il verso giusto era facile andare d’accordo con lui, ma anche litigare“.

È vero e innegabile che nutrisse un grande amore per la montagna, persino più forte del suo famigerato amore per il profitto. Confessò candidamente a Conway: “Andare in montagna è una vera delizia per me, però, devo aggiungere, mi piace fare soldi“.

Sia Kugy che Bonacossa confermarono la sua tendenza a bere eccessivamente, che si intensificò nel corso degli anni, ma questo non era un caso eccezionale tra gli alpinisti dell’epoca, guide comprese.

Julius Kugy ricordava anche le sbornie del suo Bonetti e perfino del grande Daniel Maquignaz, che il presidente dell’Alpine Club, John Percy Farrar era solito rinchiudere a chiave la sera prima di un’importante salita per impedirgli di passare la serata all’osteria e compromettere così la giornata seguente.

Nelle memorie di Bonacossa, lo vediamo attaccabrighe, manesco e sempre alla ricerca di un’affermazione, d’una valorizzazione del resto indiscussa personalità:
Zurbriggen, per molti anni, fu la più grande guida di spedizioni extraeuropee… Più che per avere scritto un libro sulla sua vita alpinistica, di lui si raccontano episodi quasi tutti di violenza, dato il suo carattere autoritario e la sua facilità di concludere discussioni mettendo rudemente le mani addosso all’avversario. Così, una volta, sulla cima del Cervino, incontrato il notissimo Daniel Maquignaz di Valtournanche, cercava di malmenarlo; all’intervento dei clienti delle due comitive aveva urlato che se un valtournain saliva il Cervino da quella parte gli faceva vedere di cosa era capace il Mathis. E subito si mise a compiere la prima discesa per la Cresta di Zmutt”.

Su una delle vette del Karakorum, la prima scalatrice fu Fanny Bullock-Workman, guidata da Matthias Zurbriggen: questa donna coraggiosa le diede il proprio nome. Foto: Libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen, Guida Alpina.


Un altro aspetto del suo carattere fu ricordato da alcuni inglesi con cui aveva condiviso gite o avventure. Lo trovavano curioso ma, allo stesso tempo, sospettavano che lui stesso esagerasse i propri racconti per animare le notti in tenda o in bivacco; e le sue superstizioni, che non era difficile giustificare dato l’ambiente in cui era cresciuto.

Nella spedizione nel Karakorum con Conway, aveva portato nel suo bagaglio un almanacco intitolato Il doppio pescatore di Chiaravalle, che usava per avere  previsioni del tempo, di certo (e fu verificato) non proprio infallibili.

Il versante sud-est del Monte Rosa con le prime ascensioni di Matthias Zurbriggen. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Nella ricerca di una verità umana più completa in Matthias, il triestino Julius Kugy lo definì un imperialistischer Charakter, mentre Harper lo descrisse come decidedly autocratic.

Dobbiamo ricordare anche che, sia a Macugnaga che a Saas-Fee, ancora oggi si preferisca non parlare di lui come marito e padre di famiglia. Il suo comportamento tirannico e violento in casa e la sua condotta disordinata fuori, che si accrebbero nel corso degli anni, oscurarono la sua reputazione di leader esemplare, un tragico rovescio di una medaglia del tutto indegno del recto smagliante.

Nel 1914-15, Kugy ricevette un altro segno della sua vita. Peter Grimm, raccontando la vita di questo celebre alpinista, ci dice: “All’epoca, i suoi contemporanei lo chiamavano il re delle guide“. Non si sa quando scomparve da Macugnaga, ma è certo che lasciò la moglie, che gli sopravvisse per cinque anni, nella miseria e nella disperazione. Si recò a Ginevra, disoccupato e dormendo in una rimessa in rue Blanvalet, nel quartiere di Eau-Vives, con l’unico conforto dell’alcol. Era ben noto ai passanti nel rione: “un uomo dal volto fiero e dalla barba imponente… che era stato una guida famosa”.
Il 29 novembre 1914 morì improvvisamente di malattia Joseph Croux: Kugy pubblicò un commovente necrologio di questa amatissima guida sull’Oesterreichische Alpenzeitung.

Cerro Tupungato, pasrete est. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.

Zurbriggen, compagno comune in tante imprese, saputo ciò, inviò anche le sue condoglianze all’alpinista triestino con queste parole: “Onore a chi parla così di una sua guida”. Questa è stata l’ultima notizia che abbiamo di lui. Purtroppo la sua vita si è conclusa senza un monumento che riflettesse la sua grande leggenda.

Non scomparve nel bagliore della sua gloria professionale come Émile Rey, cantato da Giosuè Carducci; o come Jean-Antoine Carrel, celebrato da Guido Rey; o come Felice Ollier, ricordato dal toccante monumento a Courmayeur.

Proprio lui che, tornando in nave dall’Argentina, aveva rateizzato il salario dei portatori perché, come lui stesso afferma, non indulgessero smodatamente al bere, finì per diventare alcolizzato; lui che aveva spaziato per le vette di quattro continenti finì abbrutito e “barbone” in una rimessa; lui che aveva visto nelle montagne, come dice nella prefazione alle sue memorie, il segno della gloria del Signore, aveva finito per suicidarsi. Perché, alla fine, volle avere una sua statura anche al limite estremo, chiamando lui stesso la Signora con la Falce prima che lo facesse lei.


Un gruppo élite di alpinisti continentali della fine del XIX secolo, da sinistra a destra: Matthias Zurbriggen, Julius Kugy, Ugo de Amicis, Graziadio Bolaffio, in piedi; Arrigo Frusta e Joseph Croux, seduti. Foto: Guida Alpina di Felice Benuzzi e Mattia Zurbriggen.


La sua morte
All’alba del 21 giugno 1917 lo trovarono morto, impiccato nella rimessa da lui abitata a Ginevra.

La Prima Guerra Mondiale stava infuriando, e una morte come la sua certamente non poteva far notizia. Fatto sta che, con la notevole eccezione dell’Alpine Journal, nessun giornale o rivista, nemmeno alpinistica, né svizzera, italiana, francese, tedesca o austriaca, sembra allora aver speso una parola per ricordare il suo malinconico degrado morale e materiale e la tragica fine di un uomo che era stato una delle più grandi guide alpine del suo tempo, simbolo di onore per la sua professione in quattro continenti e per le sue due patrie: la Svizzera di nascita e l’Italia d’adozione.

Mentre la stampa alpina taceva, secondo le informazioni ottenute da Sylvain Jouty, sir William Martin Conway, suo compagno di scalata, scrisse per l’Alpine Journal: “Zurbriggen era passionale, dissoluto, vitale ed esagerato. Non era uno di quegli uomini capaci di continuare a scalare fino all’età di 60 anni. La sua vita finì quando ebbe consumato tutto fino alla feccia. Una delle sue corde e due sue piccozze sono conservate al Canterbury Museum, in Nuova Zelanda.

La prima era stata da lui data ad Adamson in ricordo della loro ascensione al Mount Cook; la seconda era stata affidata al suo amico sir Joseph Kinsey. Quest’ultimo aveva conservato e quindi al Museo anche gli originali di diverse lettere indirizzategli da Matthias, con fotografie di FitzGerald e di lui stesso scattate durante la spedizione in Nuova Zelanda. Così si concluse la vita di questa affascinante personalità, di questa guida alpina, pioniere e dominatore dell’Aconcagua .

Ritratto di Matthias Zurbriggen, di Arthur David McCormick. Foto: Libro di Felice Benuzzi, Mattia Zurbriggen, Guida Alpina.
Matthias Zurbriggen con altri alpinisti. 
Matthias Zurbriggen in arrampicata.
L’Aconcagua tra il 1890 e il 1923.
Valle dell’Aconcagua tra il 1855 e il 1924, Mendoza. Foto: Collezione Frank e Frances Carpenter. Foto: www.loc.gov.
A sinistra: Samuel Leonard Harper, Frederick Fred Tuckett, Edward Arthur FitzGerald e Matthias Zurbriggen (1895) al Mount Cook, Nuova Zelanda. A destra: sulla cima del Mount Haidinger, Zurbriggen e Jack Clark, 1895.
Nicola Lanti, guida alpina di Macugnaga. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
il medico americano William Hunter Workman, pioniere dell’esplorazione del Karakorum (due spedizioni con Zurbriggen). Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Fanny Bullock Workman detentrice, grazie a Matthias Zurbriggen, del record femminile di altezza. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Il principe Scipione Borghese (1871-1927) penetra nel 1900 col prof. Giulio Brocherel e Matthias Zurbriggen nelle inesplorate “Montagne Celesti” (Tien-Shan). Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Graziadio Bolaffio (1855-1932), alpinista triestino. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Gli alpinisti triestini Giovanni Forni (a sinistra) e Julius Kugy a Valbrune nel 1929. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Il telegramma con cui Zurbriggen annuncia all’amico Kinsay la sua salita solitaria al Mount Cook. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Dal libretto di guida di Matthias Zurbriggen: “Londra, 31 gennaio 1893. Mi riesce impossibile descrivere in breve spazio la mia soddisfazione per Zurbriggen come guida e come compagno di viaggio. Egli è stato con per ogni giorno per circa sette mesi nel Kashmir e mi ha accompagnato nell’andata e ritorno dall’Inghilterra. Per quanto io sappia egli è l’unica guida di prim’ordine per spedizioni. Come alpinista egli non è secondo a nessuno della sua generazione, ma possiede anche quelle altre e più rare qualità necessarie per applicare la sua capacità alpinistica a paesi sconosciuti e a circostanze insolite. Approfitterò di ulteriori occasioni per affermare pubblicamente l’alta stima che nutro per lui e spero di avere nel futuro altre occasioni per impiegarlo come guida nelle mie spedizioni (William Martin Conway)”. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Dal libretto di guida di Matthias Zurbriggen: “Torino, 14 giugno 1894. Matthias Zurbriggen mi ha accompagnato per circa 17 giorni nelle Alpi Marittime e Cozie. Abbiamo attraversato alcuni passi minori in condizioni praticamente invernali ed abbiamo compiuto l’ascensione del Monviso durante una tremenda tempesta con tutta la montagna corazzata di ghiaccio (William Martin Conway)”. “Zermatt, 16 agosto 1894. Matthias Zurbriggen è stato con me come guida all’8 luglio al 16 agosto 1894 ed abbiamo fatto in quei giorni la salita del Monte Bianco e le traversate del Colle del Gigante, del Col Chardonnet, de la Fenêtre, du Tour, ecc. Egli è una guida eccellente e mi ha dato grande soddisfazione. La raccomando vivamente ad altri (Edward Whymper)”. Foto: libro di Felice Benuzzi, Guida Alpina di Matthias Zurbriggen.
Targa commemorativa della scalata dell’Aconcagua di Matthias Zurbriggen. Queste targhe si trovano sul Monte Moro, tra Svizzera e Italia. Foto: www.commons.wikimedia.org.
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