Cerro Torre – 05

Il primo processo a Cesare Maestri

(da Mountain n. 21, maggio 1972, pag. 7)
Cerro Torre: cresta sud-est

Una spedizione britannica, composta da Leo Dickinson, Cliff Philips, Eric Jones, Gordon Hibberd, Pete Minks e lo svizzero Hans Peter Trachsel, è arrivata a dicembre sperando di trovare una via per la vetta evitando la linea di chiodi a pressione di Maestri. Dopo aver accumulato attrezzature sul colle, hanno scalato la cresta fino a un punto appena sotto il livello in cui si ritirò la spedizione britannica del 1968. Qui, un enorme blocco di ghiaccio, apparentemente attaccato alla parete solo con vecchie corde fisse, sbarrava la strada. L’unica linea alternativa era quella della scala a chiodi di Maestri che conduceva attraverso ripide placche fino a una linea di camini sulla parete est. Dopo un po’ di discussione, il team ha preso questa soluzione, ma nel riprendere la cresta sopra i camini ha scoperto che una traversata all’Elmo (dove Mauri aveva posto il campo nel 1970 sulla via da ovest) non era fattibile. Hanno quindi continuato a risalire la cresta verso la headwall (parete terminale). Phillips e Hibberd hanno raggiunto un punto più alto appena sotto la headwall, dove il maltempo li ha costretti a ritirarsi. Seguì un periodo di sei settimane di maltempo, dopo di che le corde fisse e le attrezzature erano in un tale disordine e il tempo così brutto che era impossibile pensare a ulteriori progressi.

La copertina di Mountain n. 23, settembre 1972, con Cerro Torre, Torre Egger, Punta Herron, Aguja Stanhardt all’alba.

Sembra che Maestri abbia avuto un periodo di venti giorni buoni per la sua ascesa. Gli inglesi hanno scoperto che l’intera cresta era disseminata di centinaia di chiodi a pressione, alcuni abbastanza giustificabili, ma la maggior parte no. Hanno stimato che circa 100 erano stati posizionati sulle placche sotto la traversata. In una posto c’erano 15 chiodi a pressione, mentre su una placca di IV grado c’erano chiodi a pressione a 1 metro di distanza tra loro. Sul traverso alcuni chiodi a pressione coincidevano con un facile terrazzo, mentre più in alto erano stati posizionati non solo in prossimità di buone fessure da chiodi, ma anche in zone di semplice arrampicata libera. Gli alpinisti hanno stimato che un totale di 300-400 fossero stati posizionati fino al loro punto più alto. Nessuno della spedizione ha dubitato delle affermazioni di Maestri di aver scalato la headwall, ma gli alpinisti argentini hanno espresso un certo scetticismo sulla sua affermazione di aver scalato l’ultima torre di ghiaccio, che di solito è sorvegliata da enormi strapiombi di ghiaccio La pubblicazione tempestiva delle foto della vetta del signor Maestri aiuterebbe a tacere ogni dubbio al riguardo, anche se difficilmente cancellerebbero le conseguenze disastrose della sua ascensione “meccanizzata”. Mentre alcuni alpinisti applaudiranno la tenacia dimostrata da Maestri in questa salita, altri sentiranno che questa bella montagna attende ancora una valida prima ascensione.

(da Mountain n. 23, settembre 1972, pag. 20 e segg.)
Cerro Torre, montagna dissacrata
di Ken Wilson

Ogni tanto salta fuori una montagna o una scalata che cattura l’immaginazione di tutti, scalatori e pubblico allo stesso modo. L’Eigerwand, l’Everest, l’Old Man of Hoy, il Naso di El Capitan e il Cervino sono solo alcune di quelle che vengono in mente. Spesso, il mondo dell’alpinismo ammetterà solo a malincuore l’importanza di queste salite, respinto dalla pubblicità spesso becera e sensazionalista che porta seri problemi di arrampicata sotto i riflettori disinformati dello sguardo del pubblico. Eppure, in un certo senso, l’interesse popolare ha un modo di sottolineare i problemi davvero eccezionali: può essere, ad esempio, che la parete sud-ovest dell’Everest abbia una sfida più sottile di quanto inizialmente immaginato, nonostante tutte le sue qualità evidenti. “Carisma” è un termine strano da usare in relazione a una montagna, ma pochi negherebbero che l’Everest, l’Eiger e il Cervino e tante altre abbiano carisma.

Anche il Cerro Torre ce l’ha, ma in qualche modo è sfuggito ai peggiori effetti dell’esposizione pubblica. Alto meno di 3200 metri e nascosto nella lontana Patagonia, finora non è riuscito a catturare l’immaginazione di nessuno al di fuori del mondo dell’arrampicata informato. Eppure per gli scalatori è arrivato a rappresentare l’epitome dell’irraggiungibile vetta ghiacciata: una selvaggia zanna di roccia, che preciptita su tutti i lati per migliaia di piedi, incrostata di una fragile armatura di ghiaccio e costantemente battuta dai venti e dalle tempeste che spazzano la calotta glaciale della Patagonia. Questa montagna minuscola ma formidabile è arrivata a incarnare l’intero spirito del superalpinismo.

L’apertura del “processo” su Mountain n. 23.

Ma, nonostante il suo status piuttosto speciale, il Cerro Torre ha anche acquisito una reputazione un po’ ambigua tra gli scalatori. Gli accadimenti che circondano le sue due ascensioni hanno lasciato un senso di insoddisfazione e, sebbene la montagna sia stata scalata, molti ritengono che debba ancora essere scalata correttamente – una sensazione che è di per sé tanto controversa quanto gli eventi che l’hanno causata. Al centro della polemica c’è l’uomo il nome del quale è ormai irrevocabilmente legato alla storia del Cerro Torre: lo scalatore italiano Cesare Maestri. La carriera di Maestri è iniziata brillantemente. Fu un eccezionale arrampicatore negli anni Cinquanta, con tante belle salite dolomitiche al suo attivo. In seguito, stanco di facili successi in casa, Maestri si è avventurato più lontano per sottolineare la sua fama di miglior scalatore d’Italia, titolo che chiaramente credeva dovesse essere suo. Il Cerro Torre gli ha dato la prova che stava cercando, e un fallimento precoce da parte dei suoi rivali, Bonatti e Mauri, ha reso il raggiungimento della sua cima una questione di suprema importanza per lui. Maestri rivendicò la montagna, ma il suo compagno, Toni Egger, era morto quando i due furono travolti da una valanga durante la discesa. Nonostante questa tragedia, il risultato è stato salutato da Lionel Terray come “la più grande impresa di arrampicata di tutti i tempi”.

In quei giorni, con solo la via di Terray sul Fitzroy a fungere da metro, il superlativo sembrava d’obbligo: solo diversi anni dopo qualcuno iniziò a farsi domande sulla verità delle affermazioni di Maestri. La salita sul Cerro Torre è diventata una “salita controversa” in quanto un numero crescente di alpinisti, con l’esperienza diretta del Cerro Torre e del Fitzroy, ha espresso i propri dubbi. L’anno scorso, apertamente sprezzante nei confronti dei suoi critici, Maestri è tornato al Cerro Torre e ha scalato la montagna per una via diversa, aiutato da una grande quantità di chiodi a pressione che ha piazzato con l’ausilio di un trapano ad aria compressa. Questa volta, gran parte del mondo dell’arrampicata è rimasta sconvolta dalla scarsa considerazione di Maestri per le regole di base dell’alpinismo da tutti accettate, ed è stato ampiamente criticato dalla stampa specializzata di tutto il mondo. Ma è pur vero tuttavia che furono in molti a osannare quella salita, nella più grande ammirazione della tenacia che aveva richiesto.

I tentativi di scalare il Cerro Torre iniziarono alla fine degli anni Cinquanta. Erano tutti progetti italiani e si concentravano su due possibili vie: un avvicinamento da est, la salita per parete est, il Colle nord e la cresta nord; oppure un avvicinamento da ovest, che prendeva il lungo percorso attraverso la calotta glaciale della Patagonia fino ai piedi della meno alta parete ovest, poi per la cresta occidentale. La via da ovest fu tentata da Walter Bonatti e Carlo Mauri nel 1958. Con l’aiuto di una piccola squadra di supporto riuscirono a raggiungere un punto poco più di un centinaio di metri sopra al Colle sud-ovest, che chiamarono “Colle della Speranza”. Hanno quindi scoperto di aver sottovalutato il problema: di fronte al peggioramento del tempo e alle crescenti difficoltà tecniche, si sono ritirati. Intanto Maestri e una squadra di Trento stavano provando l’altro versante della montagna. Sebbene anche loro fossero respinti, Maestri fu sufficientemente incoraggiato da pianificare un ritorno l’anno successivo. Ormai il Cerro Torre era diventato il premio che attirava molti dei migliori alpinisti del periodo, e nei mesi successivi furono fatti diversi progetti per scalarlo. Bonatti sperava di tornare, e anche l’asso francese Jean Couzy aveva in programma una spedizione.

Alla fine, però, ebbe luogo solo la spedizione di Maestri. Questa volta aveva con sé due alpinisti davvero forti: Toni Egger, un formidabile artista sia su roccia che su ghiaccio con molte belle salite alpine e una serie di audaci salite nelle Ande peruviane al suo attivo, e Cesarino Fava, uno scalatore esperto che era stato gravemente congelato durante un salvataggio in Aconcagua l’anno precedente. Il gruppetto ha scelto una via sulla parete est. Questo è stato evitato da tutte le spedizioni successive a causa del pericolo di valanghe, ma in quell’occasione era sembrata la via ovvia a Maestri e ai suoi amici. Hanno incontrato tutti i soliti problemi e ritardi causati dal maltempo, ma all’inizio di gennaio avevano spinto la loro via fino a breve distanza dal Colle Nord. Tutti e tre gli alpinisti hanno raggiunto il colle il 25 gennaio, dopo un periodo di maltempo che aveva lasciato la parte alta della montagna intonacata di ghiaccio. Maestri aveva deciso di chiamare il Colle Nord “Colle della Conquista”, una battuta ovvia riferita al Colle della Speranza di Mauri e Bonatti. Le sensazioni di Maestri al riguardo si sono poi definite meglio in un suo commento: “In montagna la speranza è una parola vana; conta solo la volontà di riuscire. La speranza è l’arma dei deboli”.

Raggiunto il colle, Fava discese, lasciando gli altri due a proseguire da soli il loro tentativo. Quasi 800 m di roccia incrostata di ghiaccio, apparentemente con una verticalità simile a quella del Pilier Bonatti al Dru, si trovavano tra loro e la cima. La descrizione della salita di Maestri è concisa e priva di dettagli. Il duo è partito con zaini da più di 20 kg. Hanno scoperto che la roccia aveva un’armatura di ghiaccio che variava da 25 cm a 1 metro di spessore. Cominciarono a salire, con cautela: “Ad ogni passo, l’intera crosta emette un suono sordo come un respiro, collassa, si incrina, a volte si rompe in grandi pezzi circolari e si affonda un po’. I chiodi da ghiaccio vi affondano come nel burro, riportandoci all’illusione della sicurezza. Ad ogni tratto di corda si allestisce più velocemente possibile una cengia per sgombrare la neve dalla roccia in cui non c’è la minima crepa; bisogna poi perforare con un punteruolo d’acciaio sul quale, per fare un foro di un centimetro e mezzo, è necessario dare più di 500 colpi di martello”.

Maestri ha continuato descrivendo come Egger abbia guidato tutto il giorno mentre lui lo seguiva con i sacchi su una corda tesa. Quella notte bivaccarono in una minuscola grotta di ghiaccio. Il loro principale timore era che la temperatura, che era rimasta bassa, aumentasse e sciogliesse il ghiaccio, staccandolo dalla roccia e negando loro la possibilità di progredire, oltre a presentare grandi pericoli durante la discesa.

Il giorno dopo il tempo ha tenuto e la coppia ha proseguito verso la vetta: “Per tutto il giorno abbiamo scalato pareti intonacate di neve e ghiaccio, a volte duro ed eccellente, a volte squamoso e incoerente“. Seguirono canaloni ghiacciati che portavano direttamente verso le enormi cornici sommitali e fecero il loro terzo bivacco a circa 150 piedi dalla vetta, in un altro buco di ghiaccio. La mattina seguente hanno lasciato l’attrezzatura da bivacco nella buca e hanno attaccato la parete sommitale… “Ad ogni tratto di corda ci alterniamo e quando Toni arriva ad una sosta, improvvisamente grida: ‘Cesare, la vetta!’”.

Mentre si congratulavano a vicenda e scattavano fotografie della vetta, si sono improvvisamente accorti che la temperatura si stava alzando e il vento stava iniziando a salire da ovest. Chiaramente, una rapida ritirata era essenziale.

La parete est del Cerro Torre con la via della cresta sud-est sulla sinistra è segnata con ——- (conclusa un po’ sotto la cima). La linea approssimativa del percorso del 1959, segnato con ………., si trova sulla destra (questo tracciato è stato ottenuto in seguito alla nostra recente intervista a Maestri). I bivacchi della salita contestata sono numerati e il luogo dell’incidente di Egger è segnato con “x”. Da notare la variazione tra le linee di salita e discesa e il posizionamento dei bivacchi rispetto alla foto originale di La Montagne riprodotta più sotto. Foto: Chris Jones.

La vetta è circondata da sporgenze sospese nel vuoto per più di 50 metri che minacciano di staccarsi da un momento all’altro. Mi volto risolutamente senza la minima emozione, provo solo una sensazione di disgusto e paura (da notare che non sono stati forniti dettagli su come la cordata abbia scalato queste cornici)”. Ritornarono al buco del bivacco e vi rimasero per la quarta notte. Ormai il vento era forte ed era iniziato il disgelo. Neve e ghiaccio stavano iniziando a precipitare giù per la montagna. Il giorno successivo i due hanno proseguito la discesa in queste condizioni. Intagliavano dei funghi di ghiaccio e abbassavano il primo come contrappeso contro il vento; il secondo uomo si calava in corda doppia. Per tutto il tempo i due scendevano tra valanghe e cascate di ghiaccio. Trascorsero la quinta notte fissati a chiodi a pressione sotto una sporgenza di ghiaccio e nel pomeriggio del sesto giorno avevano riconquistato il Colle della Conquista. Al calar della notte raggiunsero una zona di neve a circa 100 metri sopra le loro corde fisse. Maestri voleva bivaccare lì, ma mentre le valanghe continuavano a rimbombare intorno a loro Egger desiderava raggiungere le corde e lasciare la montagna. È partito in discesa assicurato da Maestri, ma all’improvviso entrambi gli alpinisti sono stati investiti da una valanga, che ha portato via Egger e tutta l’attrezzatura. Maestri rimase aggrappato a ciò che restava delle corde, in uno stato di grave shock e sfinimento. Trascorre la sua sesta notte in montagna e la mattina seguente continua la sua odissea per scendere fino ai nevai. Qui scivola e cade. Si ferma sdraiato a faccia in giù nella neve, troppo esausto per muoversi. Per fortuna Fava, che aveva passato tutti e sei i giorni ad aspettare il ritorno dei suoi compagni, e che stava per scendere dal Campo 3 per chiedere aiuto, vide Maestri sdraiato e andò a salvarlo. Così si è concluso uno degli episodi più tragici della storia dell’alpinismo. Maestri ed Egger hanno scalato quegli 800 metri di roccia ripida e incrostata di ghiaccio per raggiungere la vetta in tre giorni? Se lo hanno fatto, la definizione di Terray della loro scalata è valida anche oggi, 14 anni dopo l’evento. Pochi negherebbero l’eccezionale natura di una simile scalata, ma molti credono che sia semplicemente troppo bello per essere vero. Guardano la lunghezza del percorso, le evidenti difficoltà tecniche presentate dalla grande ripidezza e dagli enormi cornicioni sommitali; osservano con sospetto la vaga descrizione delle fasi finali della salita da parte di Maestri e la sua evidente riluttanza ad approfondire; infine, confrontano il resoconto di Maestri con le esperienze di altri alpinisti difficilmente meno capaci che hanno fatto progressi relativamente lenti su altre vie altrettanto difficili sul Cerro Torre e sul Fitz Roy. Tutti questi fattori si sono aggiunti ai dubbi. Sebbene sia vero che alla maggior parte del mondo dell’arrampicata piacerebbe sinceramente credere che questa incredibile ascensione sia stata fatta, poiché sarebbe subito consacrata come una delle più grandi tappe della storia dell’alpinismo, molti sospettano che nella perdita di coscienza per il dolore e per la fatica alla fine del suo calvario Maestri affermò confusamente come successo quello che in realtà era un tentativo coraggioso. Normalmente in alpinismo la parola di una persona è accettata senza dubbio, ma se sorgono seri dubbi, il mondo dell’arrampicata potrebbe ragionevolmente aspettarsi che lo scalatore fornisca un resoconto plausibile degli eventi se non vuole essere trascinato in una controversia. L’intera struttura dell’alpinismo dipende dalla fiducia, ma ci sono occasioni in cui le prove che circondano l’affermazione di una prima salita sono state contestate, sia per considerazioni di fatto che di sicurezza, e per protestare contro il fragile funzionamento dello sport stesso. Primi reclami per la salita sul monte. McKinley e la cresta nord dell’Everest non sono riusciti a reggere il confronto e molte persone pensano che Maestri debba ancora fornire uno scenario plausibile della sua scalata. L’intera struttura dell’impresa alpinistica dipende dalla fiducia, ma ci sono occasioni in cui le prove che circondano l’affermazione di una prima salita sono state contestate, sia per considerazioni di fatto che di sicurezza, e per protestare contro il fragile funzionamento dello sport stesso. Primi reclami di salita sul monte. Le affermazioni di aver salito il Mount McKinley o la cresta nord dell’Everest non sono riuscite a reggere ai primi controlli e molte persone pensano che Maestri debba ancora fornire uno scenario plausibile della sua scalata. 

Nel 1968, quasi dieci anni dopo l’epopea di Maestri, un quartetto britannico, composto da Mick Burke, Dougal Haston, Peter Crew e Martin Boysen, partì per il Cerro Torre. Sono stati raggiunti da José Fonrouge, un talentuoso alpinista argentino che aveva realizzato l’eccezionale seconda salita della parete sud dell’Aconcagua e aveva anche aperto una nuova via, il Super Couloir, sul Fitz Roy. Entrambe le salite sono state realizzate nel miglior stile possibile. Era chiaro, quindi, che questa squadra anglo-argentina era molto forte.

Il gruppo aveva scelto di tentare una nuova linea sul Cerro Torre piuttosto che seguire una delle altre due linee. L’obiettivo era raggiungere il Colle Sud-est e scalare la cresta sud-est. Il lungo avvicinamento al ghiacciaio fino al colle si è rivelato di per sé una difficile arrampicata su ghiaccio. Al colle è stata scavata una buca nella neve come base dalla quale tentare la cresta. Quest’ultima era molto ripida e portava a una spalla di torri di ghiaccio che confinavano con la parete finale della sommità. Questa sembrava così difficile che gli alpinisti speravano di aggirarla attraversando in parete ovest e seguendo poi su questa un couloir intasato di ghiaccio che potevano solo indovinare da alcune foto scadenti che avevano. Alla fine non sono riusciti a conquistare la spalla sotto le torri di ghiaccio. La via era costantemente dura e, nonostante le loro indubbie capacità sia su roccia che su ghiaccio, gli scalatori sono riusciti a salire solo per circa 600 metri di cresta prima che il maltempo e qualche muro liscio li costringesse a ritirarsi.

Durante le due stagioni successive, sia la spedizione giapponese che quella argentina cercarono di superare il limite del 1968, ma fallirono ben al di sotto delle difficoltà principali.

Il 1970 vide l’arrivo della quarta spedizione italiana. Questa era guidata da Carlo Mauri, il veterano del tentativo del 1958 sulla cresta sud-ovest e sulla parete ovest. Mauri, convinto che la parete ovest potesse essere scalata, aveva messo insieme una squadra molto forte per un secondo tentativo. Il Colle della Speranza e il punto più alto del 1958 furono raggiunti abbastanza facilmente, ma la cresta di ghiaccio sovrastante strapiombava in modo tale che il gruppo fu costretto a fare una deviazione sulla parete ovest. È stata quindi necessaria una lunga ed estremamente pericolosa traversata sotto incrostazioni di ghiaccio a rischio di valanghe perché il gruppo potesse raggiungere un’altezza sufficiente per superare la parte dura della cresta. Hanno riguadagnato la cresta all’Elmo, l’evidente spalla sotto la torre sommitale.

Questo era il punto che gli inglesi del 1968 avevano sperato di raggiungere dalla cresta sud-orientale. Gli italiani hanno posto un campo sull’Elmo e le corde fisse direttamente sul ripido ghiaccio della cresta per evitare la traversata costantemente rastrellata dalle valanghe.

Dalla sicurezza di questo campo sono stati in grado di affrontare le difficoltà della torre finale. Per terreno misto sulla parete ovest sono stati in grado di raggiungere e scalare la sezione inferiore del couloir della parete ovest, prima che il deterioramento delle condizioni meteorologiche li costringesse a ritirarsi a circa 180 metri dalla vetta. Sopra, potevano vedere che il canale era ricoperto dalle strane incrostazioni di ghiaccio che caratterizzano molte delle torri sommitali delle vette più occidentali della Patagonia. Scolpiti e modellati dalle temperature fluttuanti e dai vortici costantemente variabili dei venti occidentali, temperati e induriti dalle violente bufere di neve che spazzano via la calotta glaciale, questi enormi cavolfiori di ghiaccio costituiscono un importante ostacolo sul Cerro Torre. Solo Maestri e i suoi amici li hanno affrontati, e molti alpinisti che sono stati là li considerano il più temibile di tutti gli ostacoli con cui il Cerro Torre si difende. In alcune condizioni, un tentativo di scalarli potrebbe comportare rischi ingiustificabili.

Mauri e la sua squadra sono tornati in Italia sconfitti, abbattuti dalla capacità del Cerro Torre di respingere i loro sforzi più determinati. Più tardi, Mauri giurò di non tornare mai più in vetta, perché riflettendo aveva deciso che l’intera montagna era troppo pericolosa per essere scalata. Con scetticismo appena velato scrive (in Mountain 11): “L’alpinista che riuscirà a fotografare le formazioni gelate della vetta potrà affermare con verità di essere andato oltre i limiti dell’extremement difficile“.

Alla richiesta di commentare la propria salita alla luce del fallimento di Mauri, Maestri ha sottolineato che la parete ovest sarebbe stata sempre più difficile della sua via, essendo esposta al vento e intonacata da ghiaccio molto ripido e pericoloso. “Da parte nostra, non abbiamo mai incontrato un solido muro di ghiaccio“, ha detto ed è un commento che sembra essere in contrasto con il suo racconto originale. Alla domanda su come lui ed Egger fossero riusciti a scalare la vetta così velocemente, Maestri ha commentato: “Per quanto ne so, potrebbe non esserci nessun altro al mondo in grado di scalare il Cerro Torre. Si potrebbe dire che a quei tempi sapevo qualcosa sull’arrampicata e ancora adesso“. Riguardo al suo approccio all’arrampicata, ha continuato dicendo: “Credo che tutto quello che ho fatto sia stato fatto, non perché tecnicamente sono un alpinista migliore degli altri, ma per il processo mentale che avviene dentro di me e che matura prima delle salite“. Infine, riguardo ai dettagli della sua controversa salita, ha detto: “Quei giganteschi strapiombi di ghiaccio sembrano cavolfiori giganti, ma puoi metterti tra i cavolfiori, vero? Puoi scavare una buca per passare, se necessario. Non c’era un modo ovvio: scavavamo gallerie come i conigli”.

Eric Jones sulla prima fila di chiodi. I chiodi a pressione erano a circa 75 cm uno dall’altro. Foto: Leo Dickinson.

Chiaramente, sebbene Maestri fosse sotto tiro in Italia e altrove, era abbastanza pronto a difendersi in modo schietto.

Non appena la spedizione di Mauri comunicò d’essersi ritirata, Maestri annunciò la sua intenzione di tornare in zona per tentare la vergine Torre Egger. La scalata doveva aver luogo nel luglio 1970, l’inverno della Patagonia. Sorprendentemente, quando la forte squadra è arrivata, con l’attrezzatura trasportata in elicottero, l’obiettivo è stato immediatamente cambiato sulla cresta sud-est del Cerro Torre, la salita che aveva sconfitto gli inglesi nel 1968. La squadra di Maestri era attrezzata per una seria arrampicata invernale e ne aveva abbigliamento e attrezzatura progettati con molta attenzione. Inoltre, avevano un trapano ad aria compressa per posizionare i chiodi a pressione. La spedizione era chiaramente decisa a raggiungere il successo a tutti i costi, perché quando il loro tentativo invernale fallì un po’ sopra il punto più alto del 1968, si ritirarono e aspettarono in Argentina un tentativo estivo. Cinque mesi dopo sono tornati e durante un periodo di tempo stabile quasi senza precedenti hanno terminato la via. Si fecero strada oltre le torri ricoperte di ghiaccio, chiodarono direttamente sulla parete della headwall e si arrampicarono sulle pareti di ghiaccio finali per raggiungere la torre sommitale del Cerro Torre, anche se non il punto più alto. La cordata alla fine era composta da Maestri, Carlo Claus ed Ezio Alimonta. La salita è stata chiaramente una straordinaria impresa di resistenza e determinazione, a fronte di condizioni meteorologiche avverse e notevoli difficoltà tecniche. A questo proposito la salita ha lasciato un’impressione favorevole. Ciò che bruciava in molti ambienti era il fatto che Maestri avesse ottenuto il suo successo grazie alla selvaggia chiodatura di una gran parte della via. Il grado di chiodatura a pressione e il fatto che ciò si era ottenuto grazie al compressore provocarono una derisione mondiale, di cui si è avuto esempio anche in questa rivista.

Perché Maestri, un uomo che affermava di aver conquistato una delle montagne più dure del mondo con la scalata forse la più ardita e più bella di tutti i tempi, pensò di tornare a fare una seconda salita ma con l’uso di tattiche così spregevoli, sporcando così e inquinando l’atmosfera propria di questo picco così particolare e simbolico? Potrebbe essere che questa nuova via sia stata un tentativo di vendetta nei confronti dell’ambiente alpinistico che aveva avuto l’ardire di dubitare della sua affermazione?

Maestri non commentò tutto ciò. Il suo articolo ha trattato la nuova via in modo generico. Non sono stati forniti dettagli chiari della chiodatura e nessuna fotografia è apparsa per mostrare la natura del percorso.

Subito dopo la salita di Maestri, altre due spedizioni sono fallite sulla cresta sud-est: una cordata spagnola, che ha tentato poche settimane dopo la partenza della squadra di Maestri, e quest’anno una squadra anglo-svizzera. Quest’ultima è stata l’undicesima spedizione a visitare la montagna. L’obiettivo era quello di ripetere la via di Maestri o, meglio, di trovare un’altra via più convenzionale fino alla vetta, utilizzando i chiodi della headwall o raccordandosi con la linea Mauri sulla parete ovest. Alla fine, nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto. La traversata fino all’Elmo si è rivelata impraticabile e gli alpinisti sono stati costretti a seguire la linea Maestri fino alla headwall, dove il maltempo li ha costretti a ritirarsi.

L’articolo e le fotografie a corredo registrano le esperienze degli alpinisti e costituiscono il capitolo più recente della saga, ancora in divenire, del Cerro Torre.

(da Mountain n. 23, settembre 1972, pag. 27/29)
Undicesimo round sul Cerro Torre
di Leo Dickinson

Abbiamo approntato la nostra grotta di ghiaccio sul colle due giorni prima di Natale. Il maltempo che ne seguì ci costrinse a un gradito e tempestivo ritorno alla relativa civiltà che era il campo base per il giorno di Natale. La montagna era stata dimenticata: l’avevamo vista solo due volte ed eravamo lì da quasi un mese.

Santo Stefano è spuntato sereno e Trachsel, Phillips e io siamo risaliti al colle e alla nostra grotta di ghiaccio. È stata costruita in stile esercito svizzero, con dormitorio e cucina, separati da un tunnel abbastanza alto da permettere a hobbit come Hibberd e me di stare in piedi.

Ma era troppo ventoso per salire oltre. Phillips ha trascorso 36 ore a letto, lasciando noi due a fare i turni nel mescere birra e preparare piatti da Cucchiaio d’Argento. Seguendo i consigli di Mike Thompson dopo l’Annapurna, avevamo rifornito la nostra grotta di veri e propri lussi. Di conseguenza il miglior ristorante era al colle, dove suprema di pollo, piselli e patate, seguita da fragole con pesche e panna, con innaffio finale di Irish coffee di whisky e panna, lasciavano poco da desiderare. Passarono due giorni prima che iniziasse il nostro ultimo assalto alla Torre.

Hans ha iniziato alle 16.00, risalendo il camino usato dagli inglesi nel 1968. Il tempo non era affatto buono, ma abbiamo fatto due tiri prima che calasse la notte: un inizio, almeno. Sette od otto metri sopra il colle c’era un resto minaccioso: un chiodo a pressione occhieggiava sulla parete sinistra. Tuttavia, nei 500 metri che seguirono non ne trovammo altri e alla fine smettemmo di pensarci. Salimmo seguendo più o meno la linea del 1968, con una o due varianti.

Camini e crepacci, traversate e traversate a corda, neve e nevischio, chiodi e chiodi a pressione. Chiodi a pressione? Li avevamo dimenticati. Tutto il pensare a loro era scomparso dalle nostre menti. In Inghilterra, il bimestrale di Ken Wilson (Mountain, NdR) ci aveva informati che Maestri aveva solo chiodato la parete terminale, la headwall; ma ora, solo 500 metri sopra al colle, i segni degli sforzi di Maestri divennero fin troppo evidenti.

A una sosta c’erano 16 chiodi a pressione. Per molto tempo abbiamo pensato che fossero 15 ma poi, ben nascosto, ne è stato contato un sedicesimo. Tutt’intorno c’erano fessure che avrebbero accolto chiodi normali, ma lì sembrava che ci fosse passato qualcuno con una mitragliatrice pesante.

A sinistra: Jones si avvicina alla cima della prima fila di chiodi. Foto: Hans Peter Trachsel. A destra: Cliff Phillips affronta una ripida parete di ghiaccio nel tratto misto tra le fila di chiodi. Foto: Gordon Hibberd.

Ora i chiodi a pressione conducevano verso l’alto. Era chiaro che nella sua ultima spedizione Maestri aveva deciso di non lasciare nulla al caso. A tal fine, Maestri ha portato con sé un elicottero, un compressore a benzina e un trapano ad aria compressa. Ha perso o lasciato i suoi chiodi da roccia ai piedi della montagna e si è avventato sulle lisce pareti del Cerro Torre. Non aveva bisogno di fessure e fessurine: si è limitato a perforare, inserendo chiodi a pressione e trascinandosi dietro il suo macchinario da guerra. E’ stato così che ha scalato per la seconda volta il Cerro Torre.

Ma ora siamo ​​a un vicolo cieco. La via del 1968 era sbarrata da una lastra di ghiaccio, del peso di forse dieci tonnellate e apparentemente fissata alla parete semplicemente da una vecchia corda attorno alla quale il ghiaccio si era formato. Maestri l’aveva evitata trapanando una lunga scala a chiodi lungo i muri a destra.

Nella sua mansarda (penthouse in inglese, NdR) di Londra, Wilson ci aveva vietato di toccare i chiodi a pressione sì da non far ricadere su di noi la sua ira (Qui c’è un gioco di parole intraducibile: l’autore fa precedere a Wilson il nome Hefner, riferendosi al leggendario Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, la rivista concorrente di Penthouse, NdR). Ora, a 8.000 miglia di distanza, gli echi della sua voce si propagavano chiaramente attraverso la calotta di ghiaccio come lo stridore dei versi di un albatro. Tremavamo di paura.

Con molti dubbi, molte discussioni e un torrente di autoanalisi e critiche, li abbiamo usati. Nessuno ne era felice. Nessuno poteva davvero giustificare la decisione. Il morale si è deteriorato più velocemente del tempo. Ma come porsi un limite? Usare uno solo di quei chiodi, oppure sei, dieci, cento, mille? Naturalmente avevamo le nostre scusanti, la principale era che nelle condizioni che abbiamo trovato sul Cerro Torre non potevamo salire più in alto senza usarli. Ma volevamo anche vedere la vera quantità di quei chiodi e dove ci avrebbero portati.

La scala a chiodi era di 120 metri, e s’innalzava su una parete di granito a 70° totalmente liscia e inscalabile.

Per fortuna, i chiodi a pressione sono scomparsi alla fine. Jones è andato avanti su un camino verticale simile, ma più duro, alle famose fessure terminali della parete nord dell’Eiger. Era una scalata obbligatoriamente difficile, artificiale su roccia oppure su ghiaccio tecnico. Ma ci ha fatto buone riprese per il nostro film e non c’erano chiodi a pressione.

In cima c’era una piattaforma inclinata verso il basso, e poi un’altra sfilza di chiodi. Questo era solo di 20 metri ma, imperdonabilmente, si trovava a soli due metri a destra di una fessura che avrebbe permesso di salire in A1. Ma ormai eravamo caduti in basso. Avevamo peccato e commettere altri peccati non aveva più importanza. Il film mostra tutto: che lo faccia qualcun altro, guarda quello che noi abbiamo visto, ma non dimenticare il vento, il ghiaccio e la neve, perché le risposte sono state spazzate via.

Non c’erano chiodi a pressione sopra, solo ghiaccio. Trachsel va avanti su un tiro che Jones definisce l’arrampicata di misto più difficile che avesse mai fatto, tale da ritenere che mai avrebbe potuto farlo da primo. Qui Maestri come cazzo ha fatto?

Quella notte sono sceso alla grotta, 600 metri più in basso, grato nella mia discesa a corda doppia di poterla fare con l’otto (attrezzo che allora era una significativa novità, NdR). Guardando il Fitz Roy, ho pensato a Terray e Magnone, alla loro incredibile scalata, ai nostri sforzi e alla nostra attrezzatura sofisticata rispetto a quella di vent’anni prima.

Il giorno dopo sono risalito a prusik con tè e cibo per Trachsel e Jones, che avevano bivaccato di fronte alla calotta di ghiaccio. Dopo cinque ore li ho incontrati mentre scendevano. Jones era caduto, si era fatto male a un ginocchio e riusciva a malapena a sostenere il suo peso.

Noi tre siamo stati sostituiti da Phillips e Hibberd, aiutati da Minks. Hanno proseguito la via più in alto nelle torri di ghiaccio, che erano minacciosamente pericolose e ricoperte da uno strato di ghiaccio polveroso e non ramponabile. Quando erano ormai a solo una dozzina di metri dalla headwall potevano vedere i chiodi di Maestri sparire nella nebbia, ma in un attimo le nuvole chiusero tutto.

Guardando in basso sulla prima scala a chiodi. Notare come i chiodi a pressione continuino anche accanto alle cengette in primo piano. Foto: Cliff Phillips.

Quella fu l’ultima puntata alla nostra massima altezza raggiunta. Per quaranta giorni i venti hanno continuato a ricordarci che eravamo in terra patagonica con le sue tempeste leggendarie.

Il quarantunesimo giorno, tre di noi sono tornati alla grotta di ghiaccio per riprovare. La grotta era ben sepolta nella neve. Scavammo per due ore finché Jones non trovò una corda e alla fine l’ingresso, riempito di fresco dalla neve che ci era caduta sopra. Ormai era davvero un buco da hobbit: il soffitto si era sciolto. Mi trascinai in quell’umida atmosfera claustrofobica, stantia e puzzolente che era la nostra caverna. Quando ebbi sgombrato la neve, fui raggiunto da Jones e Minks. Minks non ne poteva più di quel tunnel e si coricò con il raffreddore. Le nostre scorte di cibo erano ancora abbondanti, così mi misi a preparare un banchetto da tre ore.

Minks si è svegliato presto ed è uscito per fare i propri bisogni. Tornato dentro, ha afferrato la sua macchina fotografica automatica – non potrebbe usare nulla di meno semplice – ed è tornato all’alba. Questo era piuttosto strano e insolito da parte sua: era solo la seconda volta che premeva l’otturatore in tutta la spedizione. La sua preoccupazione principale era tener lontani i gauchos dalle 5.000 sigarette che si era portato. Mi alzai con riluttanza e uscii con la cinepresa. Mai nella nostra vita avevamo visto uno spettacolo simile. Il cielo era nero sul Fitzroy e sulla Poincenot, sfumando gradualmente in un blu intenso, azzurro, ciano-giallo-arancio e rosso mentre il sole si alzava sulla Pampa a est. Il Cerro Adela si tingeva di gelato alla fragola, congelato in una miriade di tinte mistiche. Presa la sua foto, Minks era tornato per bersi una birra.

Un’ora dopo è partito a prusik sulle corde fisse, ma assicurato da noi in caso che qualcuna fosse danneggiata. Le prime due andavano bene, poi un disastro. Avevano vinto i venti. Era la fine dell’estate: Terray aveva ragione.

Sommario
Patagonia, Cerro Torre: cresta sud-est. Tentativo infruttuoso di una spedizione anglo-svizzera composta da Leo Dickinson, Eric Jones, Cliff Phillips, Hans Peter Trachsel, Gordon Hibberd e Pete Minks. Dicembre 1971 – febbraio 1972.

(da Mountain n. 23, settembre 1972, pag. 30 e segg.)
Mountain intervista Cesare Maestri

Cesare Maestri ha la particolarità di essere uno degli alpinisti più controversi d’Europa. Gli articoli e le note che sono apparse in precedenza su questa rivista (Mountain, NdR) hanno spiegato abbastanza chiaramente i fondamenti della sua notorietà. Basti pensare che il Cerro Torre è la montagna che ha portato alla ribalta Maestri.

Durante la sua carriera di arrampicatore, Maestri è stato una specie di enigma. Nessuno può dubitare che sia uno scalatore straordinario, con un grado di forma fisica, determinazione e audacia che molti potrebbero invidiare. Le sue prime solitarie, in particolare quelle della via Solleder al Civetta e della via Soldà alla Marmolada, erano anni in anticipo sui tempi. A quei tempi solo Hermann Buhl lo eguagliava per la sua genialità nelle solitarie. Queste due belle salite, unite a molte altre e a una serie di audaci discese in solitaria, hanno caratterizzato l’arrampicare di Maestri negli anni Cinquanta e costituiscono un lodevole catalogo di risultati.

Forse la svolta nella sua carriera di alpinista arriva sul Cerro Torre nel 1959. L’audacia del tentativo di Maestri ed Egger alla vetta spicca ancora oggi, ma la salita si conclude in tragedia: Egger muore e anche Maestri rischia di perdere la vita. Da allora le salite di Maestri sono state meno encomiabili. La sua audace via sulla Roda di Vael è stata caratterizzata da un’artificiale eccessiva e da una tendenza a prendersela con calma (alcuni hanno detto: a beneficio della maggiore attenzione che poteva avere così dalla stampa, radio e televisione italiane). Commenti simili sono stati fatti quando ha effettuato la seconda salita della via dei Sassoni – un ridicolo festival di chiodi a pressione che lo ha occupato sulla Cima Grande di Lavaredo per molti giorni in inverno. In seguito, anche la sua via della Farfalla sulla Cima di Fracingli ha lasciato una cattiva impressione.

Qualche tempo dopo iniziarono a sorgere dubbi sulla sua salita al Cerro Torre, e lentamente la sua quotazione tra gli alpinisti iniziò ad affondare, sebbene la sua immagine pubblica fosse ancora vivace.

Quando il suo critico principale, Carlo Mauri, fallì sul Cerro Torre nel 1969-1970, Maestri fece piani per tornare sulla montagna. Accompagnato da una squadra locale e munito del suo famigerato compressore, un elicottero, una capanna pre-fabbricata e centinaia di chiodi a pressione. Maestri alla fine ha battuto la montagna fino alla sottomissione, lasciando una scia di chiodi a pressione su quei tratti cruciali che avevano fermato i suoi predecessori.

I circoli alpinistici italiani sono stati stranamente silenziosi sull’evento: il commento critico è stato ristretto alle discussioni in privato. Anche Carlo Mauri sembrava sbalordito dall’enormità di quella indignazione. Pochi articoli sono apparsi sulla stampa alpinistica e poche informazioni tecniche sono state richieste o offerte. Nel complesso, gli alpinisti italiani sembrano aver deciso che il silenzio era la migliore reazione alla salita. Tuttavia Maestri ha raccolto apprezzamento da parte del pubblico in generale, perciò la scalata ha dato origine a un mucchio di conferenze stampa, ricevimenti civici, cocktail party, articoli sensazionali su riviste e, infine, un libro popolare. Chiaramente, uno scalatore non ha bisogno dell’approvazione dei suoi pari per aver fama da salite dubbie.

In Mountain 21 abbiamo pubblicato una notizia sulla salita del Cerro Torre (vedi sopra Cerro Torre: cresta sud-est). Ciò è stato portato all’attenzione di Maestri dal nostro corrispondente italiano, che ha successivamente ricevuto la seguente lettera da Maestri:

Ho letto con stupore la tua lettera del 19 giugno 1972. Non ho letto il numero di Mountain di cui parli perché non capisco l’inglese e anche perché non seguo molto la letteratura di montagna. Ma posso vedere da quello che mi dici che gli alpinisti britannici non hanno ancora digerito il fatto che una spedizione sia riuscita su una via dove loro hanno fallito due volte. Come sai, una spedizione spagnola ha tentato di ripetere la nostra cresta sud-est con l’ammirevole, sebbene antisportiva, intenzione di pulire il muro del Torre e rimuovere tutte le corde fisse, ma sono riusciti a malapena a sollevarsi dal livello del suolo. Conoscendo l’abilità tecnica di quella spedizione, e di quelle inglesi, ero abbastanza sicuro fin dall’inizio che per raggiungere la cima del Torre a loro volta gli alpinisti avrebbero dovuto faticare molto e avere allo stesso tempo una buona dose di fortuna. Infatti si sono alzati solo pochi metri prima di ritirarsi “a causa del maltempo”. Certo devono essere saliti davvero poco per non accorgersi che l’uscita sulla vetta non presenta particolari difficoltà, essendo un normale pendio di ghiaccio senza cornici o strapiombi, almeno quando eravamo lì noi. Avrei dovuto pensare che quegli uomini dovrebbero aver avuto una conoscenza sufficiente dei problemi della montagna per rendersi conto che le condizioni di una parete variano di anno in anno e in base alle condizioni meteorologiche. Se la loro tecnica fosse stata all’altezza della loro incredulità avrebbero potuto raggiungere il compressore che abbiamo abbandonato a circa 15 metri dall’inizio della calotta glaciale finale; se la loro tecnica fosse stata all’altezza della loro vanagloria, avrebbero potuto persino superare il nostro compressore fino alla nostra ultima linea di chiodi a pressione. Questi li ho spezzati nelle loro sedi, in modo da costringere i miei successori a chiodare almeno quei pochi metri, pur non eliminando una prova importante della nostra salita. Conoscendo la purezza e la lealtà del mondo dell’arrampicata, mi sono preoccupato di lasciare tracce evidenti del nostro passaggio. Se un giorno gli inglesi o gli spagnoli, aiutati dal bel tempo, dalla loro splendida forma e da miracolosa fortuna, dovessero arrivare in prossimità della vetta, potrebbero bypassare il compressore, seguire la linea dei miei chiodi spezzati, che va da sinistra a destra, e attaccare una lingua di neve che scende dalla calotta glaciale. Poi, con l’aiuto di uno o due chiodi da ghiaccio, sarebbero arrivati in vetta, lasciando molto a destra quegli strapiombi che tanto li terrorizzavano ma che non necessariamente ci sono ogni anno. Spero che questo chiarisca la posizione, anche se, dovessi prestare attenzione a tutti gli idioti che inventano storie in tutto il mondo, dovrei passare tutta la mia vita sul Torre (che, come molti hanno scoperto, è un posto freddo e scomodo dove solo il più forte può sopravvivere).
Ti ringrazio per il tuo interesse nel chiedermi di placare questo dubbio, ma mi rifiuto di fornire prove fotografiche (delle quali ho in abbondanza), perché se gli stessi dubbiosi non sono in grado di raggiungere la vetta non vedo perché dovrei essere io quello che gli offre la soddisfazione di vederla. Questo tipo di soddisfazione si può ottenere solo quando l’abbiamo meritata: a forza di tecnica, forza di volontà, fame, freddo, sacrifici, resistenza e gelo.
Che questi signori raggiungano la vetta e mi portino giù un pezzo del nostro compressore, perché è loro il compito di fornire le prove che si aspettano da me.
Credimi, questi dubbi non mi offendono: mi rattristano un po’, ma rendono ancora più grande il nostro risultato e rivelano che questi ‘Grandi Alpinisti’ sono piccoli uomini“.

Traduzione dei tre commenti, in realtà affermazioni di Maestri riprese dal testo:
1) Chissà perché sono l’unico che deve fornire la prova della sua ascensione. Che ne dite di Terray sul Fitzroy o di Messner sul Nanga Parbat? C’è qualche prova che abbiano avuto raggiunto la vetta?
2) Sono sempre stato in prima linea nello sviluppo delle tecniche, e userò qualunque tecnica sia necessaria per salire su un dato tratto roccioso. Se è un problema di free climbing, lo scalerò in free climbing; se ne richiede l’utilizzo di chiodi, lo chiodo; se è completamente liscio, ci metto dei chiodi a pressione.
3) Cosa si aspetta esattamente il mondo dell’arrampicata? Che io stia sempre meglio? Che la curva della mia prestazione in arrampicata salga sempre più? Ho fatto il Cerro Torre per la seconda volta a 42 anni e ho fatto da capocordata ininterrottamente per settanta giorni. Non è abbastanza?

C’era un po’ di confusione su quale punto più alto fosse effettivamente raggiunto da Maestri nella sua ultima salita. Nella speranza di chiarire questo e altro, e per ottenere un’intervista per Mountain, insieme ad articoli di giornale paralleli e un film per la televisione, quattro alpinisti britannici – Peter Gillman, Alan Heppenstall, Leo Dickinson e Ken Wilson – sono andati a trovare Maestri nella sua casa di Madonna della Campiglio nelle Dolomiti di Brenta.

Sebbene fosse consapevole dei dubbi che alcuni di noi nutrivano, Maestri ci diede un caloroso benvenuto. Siamo stati introdotti nel suo studio dove abbiamo parlato, circondati dai tanti momenti della sua carriera di arrampicatore. Quando abbiamo visto il suo libro, una cosa è diventata subito chiara: la salita del 1971 (in realtà 1970, NdT) non era finita sulla vetta del Cerro Torre, ma aveva semplicemente raggiunto lo zoccolo su cui poggia il fungo di ghiaccio sommitale (il fungo stesso è alto circa 50-60 metri). Maestri liquida questo come poco importante. Chiarito questo punto, e resi edotti che Maestri era disposto a citare in giudizio se avessimo pubblicato qualcosa di diffamatorio, abbiamo proceduto con il colloquio in modo cordiale. Ci furono servite bevande, Dickinson fece delle riprese e ci fermammo anche a pranzo. La conversazione, tradotta da Heppenstall, è durata complessivamente circa cinque ore.

Quello che segue è una trascrizione in gran parte inedita di ciò che è stato detto. Normalmente, modifichiamo le nostre interviste per renderle più fluide, ma vista la natura controversa di parte di questo materiale abbiamo lasciato la conversazione più o meno intatta in modo che il lettore possa giudicare da sé la credibilità degli argomenti. Chiaro che la difficoltà linguistica e la generale mancanza di tempo ci hanno impedito di andare ancora più in profondità come avremmo voluto. Tuttavia, si spera che l’intervista possa gettare ulteriore luce sul carattere e sulle motivazioni dello scalatore che sta al centro di tutto l’enigma del Cerro Torre.

Gillman: Quando sei stato attratto per la prima volta dal Cerro Torre?
Cesarino Fava mi scrisse nel 1953 e mi raccontò della montagna. Mi suggeriva che potevo essere interessato a un tentativo. Poi mi ha invitato a venire in Argentina nel 1956. Ci è voluto circa un anno per fare i preparativi, quindi abbiamo effettivamente iniziato la nostra spedizione alla fine del 1957. Nel frattempo, la sezione di Buenos Aires del Club Alpino Italiano – che è esistita per un breve periodo tra il 1953 e il 1956 – aveva scritto a Bonatti e Mauri e contemporaneamente li aveva invitati.

Gillman: Quando hai visto per la prima volta la montagna hai pensato che sembrasse impossibile?
No, non esiste una montagna impossibile. In realtà, sono rimasto sorpreso da quanto fosse “ragionevole”. Da quello che mi aveva detto Fava, me l’aspettavo ancora più difficile. Penso che avremmo potuto raggiungere la vetta già con quella spedizione se almeno ci avessimo provato. Se il Cerro Torre fosse stato nelle Alpi, a quel punto ci sarebbero già state diverse vie per risalirlo. È solo il fatto che è così isolato e così esposto a tutto quel maltempo che fa la sua scalata così problematica.

Gillman: Le condizioni meteorologiche erano peggiori nel 1959 rispetto al 1971 (ancora lo stesso errore: è il 1970, NdT)? Come si sono confrontate le due esperienze?
Prima del nostro ultimo tentativo nel 1959 c’erano stati circa dieci o dodici giorni di maltempo che avevano lasciato la montagna ricoperta di neve e ghiaccio. Ma in generale entrambi gli anni sono stati abbastanza buoni. Nel 1959 ci fu proprio quel brutto periodo che, intonacando la montagna di ghiaccio, alla fine ci aiutò ad alzarci più facilmente di quanto avremmo potuto fare se ci fosse stato bel tempo.

Gillman: Cosa ti ha spinto a scegliere la via del 1959 (quindi la via per la parete est e per il colle nord)?
Beh, avevo con me Toni Egger, un brillante scalatore di ghiaccio e altrettanto bravo su roccia. Probabilmente sarebbe stato meglio provare da ovest, dove aveva tentato il team Bonatti/Mauri, ma poiché la nostra attrezzatura era già a est e la nostra squadra forte sia su roccia che su ghiaccio, abbiamo deciso di provare quel lato a prescindere.

Gillman: E qual era la natura dell’arrampicata su ghiaccio che hai effettivamente trovato sulla via?
Leo e i suoi amici sapranno com’è. Il tempo spinge la neve contro il viso, dove si attacca, formando una crosta che può essere spessa diversi centimetri. La crosta può essere ghiaccio o solo neve dura. Tuttavia, in genere ha una qualità diversa dal tipo di roba che trovi sulle torri di ghiaccio. Da circa il livello della Torre Egger in poi il ghiaccio è più duro, proprio come quello che abbiamo trovato sulle torri di ghiaccio della cresta sud-est nel 1971 (stessa imprecisione: è il 1970, NdT); ma sotto il livello della Torre Egger era solo neve o ghiaccio intonacati contro la parete. Per inciso, ho intenzione di andare ancora alla fine di quest’anno per provare la Torre Egger.

Gillman: Quindi presumibilmente queste erano le condizioni che consentivano la scalata molto veloce che avevi da fare?
Sì. Ma la nostra velocità era dovuta anche alle brillanti capacità di Toni Egger sul ghiaccio. Era anche molto leggero, quindi era in grado di muoversi sulla crosta molto rapidamente. E’ stato in testa praticamente per tutta la sezione superiore, con l’eccezione forse di uno o due cornici che ho bucato io. Durante il nostro ultimo tentativo abbiamo scoperto che le nostre corde fisse dell’inverno erano tutte rinchiuse in questa crosta di ghiaccio, ma siamo riusciti a liberarle e con il loro aiuto siamo arrivati ​​in vetta in tre settimane. Se dovessi tentare di nuovo la montagna – diciamo in solitaria – allora delle due vie che ho fatto sceglierei la cresta sud-est, perché è molto meno pericolosa.

Gillman: Stai effettivamente considerando questo?
Mi piacerebbe farlo, ovviamente, ma in realtà non l’ho pianificato. Ci sarebbe davvero da ridere se facessi una terza salita in solitaria.

Gillman: Hai forse intenzione di fare da solo la Torre Egger?
No, prendo la stessa squadra che avevo nel 1971 (stessa imprecisione: è il 1970, NdT). Non penso però che useremo ancora il compressore. Non è davvero molto funzionale, perché è semplicemente troppo pesante: il tempo che risparmi nella perforazione viene sprecato per tirare su il compressore, quindi è molto meglio praticare i fori a mano. Inoltre, è molto costoso e con tutti quei soldi in ballo alla fine arrivare in vetta è un dovere. Ma resta valido su certi tipi di montagna. Sulla headwall sarebbe stato possibile fare circa tre tiri con i chiodi, e ovviamente sarebbe stato molto più semplice, ma avevamo lasciato tutta la nostra attrezzatura ai piedi. Ci abbiamo pensato su e abbiamo detto: “Al diavolo, ci vorrebbero due giorni per scendere e rischieremmo di perdere l’occasione”. E così abbiamo bucato ancora.

Gillman: Ma sei riuscito a piazzare 15 chiodi a pressione all’ora con quell’attrezzatura. Non è stato utile?
Non proprio. Tra l’attrezzatura, i tubi, il trapano, il motore e la benzina, il peso era di circa 150-180 chili. Inoltre, dovevamo avere un verricello per tirare su il motore alla fine di ogni tiro. Il solo trasporto richiedeva tre ore ogni volta che lo facevamo. Al nostro secondo tentativo siamo riusciti a far funzionare una sorta di dispositivo gru, che ha aiutato un po’.

Gillman: Ma allora perché hai preso il compressore, se è stato un fastidio così notevole?
Ha a che fare con il mio personaggio. Ho passato la maggior parte della mia vita a cercare di superare i limiti dell’arrampicata e della tecnica di arrampicata in generale. L’ho fatto con l’arrampicata in solitaria: ho fatto da solo vie di sesto grado sia in salita che in discesa. Quando le altre spedizioni hanno iniziato a fallire sulla cresta sud-est del Cerro Torre nonostante fossero tutte composte da bravi scalatori, mi è sembrato che la via dovesse essere impossibile con mezzi normali, quindi ho deciso che sarebbe stato necessario chiodare. Ho calcolato che sarebbero stati necessari fino a 1.000 chiodi a pressione e ho deciso di provare il compressore come possibile mezzo per superare questo problema. Allo stesso tempo sembrava adattarsi alla mia filosofia riguardo al progresso delle tecniche.

Wilson: Quanti chiodi a pressione hai effettivamente messo?
Circa 300, più quelli alle soste. In totale c’erano circa 300 metri di chiodatura a pressione, divisi in due sezioni, molto meno di quanto mi aspettassi inizialmente. Come ho detto, un trapano a mano sarebbe stato molto più maneggevole, ma a quel punto mi ero intestardito sull’idea del compressore come qualcosa di nuovo. Purtroppo altri alpinisti l’hanno considerata un’offesa all’arrampicata, mentre io la consideravo solo una tappa nello sviluppo di una tecnica. Considero il suo utilizzo più o meno come vedo l’uso del palo di plastica nel salto in alto: quando lo si è introdotto, il record del mondo è immediatamente crollato, e questo a prescindere dalle abilità degli atleti. Se provassi io a saltare, anche con un palo di plastica, dubito che riuscirei ad alzarmi più di un metro da terra. Allo stesso modo, il compressore è solo un miglioramento delle tecniche esistenti, e non sminuisce in alcun modo l’abilità dello scalatore. Penso che gli alpinisti tendano a fare un errore fondamentale a questo riguardo: non riescono a vedere questi sviluppi nel contesto della situazione attuale.

Wilson: Hai letto l’articolo di Messner sull’etica, L’Assassinio dell’impossibile? Accetteresti che ci sono argomenti etici contro l’uso dei chiodi a pressione?
Ho combattuto contro i nazisti nella guerra come partigiano, e questo mi ha dato alcune opinioni sulla vita in generale e sulla mia scalata in particolare. Ritengo che ogni forma di imposizione sull’individuo rientri nel titolo di fascismo.
Proviamo a stabilire alcune definizioni di base.
Sei d’accordo che l’alpinismo è lo sport delle montagne?

Wilson: Non l’unico, lo è anche lo sci.
Va bene, allora diciamo “lo sport di scalare le montagne”. Credi che lo sport sia un mezzo per esercitare il cervello e i muscoli?

Wilson: Può essere entrambe le cose.
Esattamente. Quindi possiamo essere d’accordo che è possibile vedere l’alpinismo in molti modi diversi. Possiamo vederlo solo come uno sport o possiamo vederlo come una filosofia, come una ricerca di qualcosa, come una professione, come una forma di misticismo e anche, se vogliamo, come una forma di esibizionismo. Messner e altri cercano il pericolo per creare il mito del Superuomo. Ma in realtà possiamo fare dell’alpinismo quello che ci piace.

Sulla headwall della cresta sud-est del Cerro Torre, guardando verso il basso. Il trapano è in primo piano al piede di Maestri ed è collegato al compressore con un tubo di plastica. Ezio Alimonta è impegnato a sollevare il compressore mentre Carlo Claus osserva dalla postazione inferiore. Foto: Cesare Maestri.

Wilson: Ammetto certamente che è valido avvicinarsi all’alpinismo a livello personale in qualsiasi modo si desideri, ma questo diventa discutibile quando si tratta di interferire con il divertimento e l’esperienza degli altri. Non sei d’accordo che l’alpinismo è un grande sport che si è evoluto negli ultimi cento anni e ha le sue tradizioni e il suo sviluppo chiaramente definiti? Non dovremmo tenerlo a mente e operare nel suo assodato perimetro?
Ti risponderò tra un momento, ma se vuoi scusarmi stavo seguendo una linea di ragionamento. Tanto per completarlo, volevo dire che secondo me si può fare alpinismo in una varietà di modi diversi. In autunno, quando mi alleno per lo sci, vado in bicicletta – 40 chilometri al giorno, forse, che non sono molti. Eppure nel momento in cui mi siedo in sella divento un ciclista. Lo stesso vale per l’arrampicata: non credo che qualcuno abbia il diritto di dettare legge su ciò che è e cosa non lo è una vera forma di arrampicata. Conosco molto bene Messner, ed è un ottimo alpinista, forse il migliore del momento; ma questo non gli dà il diritto di assumersi il compito di difendere l’etica alpinistica. Anche a me piace fare salite pericolose – solitarie di sesto grado, ecc. – ma questo non significa che ho il diritto di imporre regole ad altre persone. Chiunque si avventuri in montagna, che sia per scalare, per camminare o semplicemente per fare picnic, è un alpinista proprio come lo sono io quando vado a chiodare.

Wilson: Ma Messner in realtà non ha cercato di imporre condizioni, vero? Tutto ciò che ha fatto è stato scrivere un articolo che suggerisse una certa linea di condotta – un’etica, se preferisci – ovvero che dovremmo smettere tutti di usare i chiodi a pressione. E poi è successo che quest’idea abbia ormai ottenuto ampi consensi in tutto il mondo alpinistico. Il punto del tuo “sparachiodi” e delle tecniche che hai usato nella tua seconda salita del Cerro Torre è che sei andato completamente contro l’opinione comune del mondo dell’arrampicata – con l’eccezione, forse, di alcuni club italiani.
Non credo che tu capisca quello che sto dicendo. Il punto è che non me ne frega niente di Messner e della sua etica. Messner può davvero commentare solo il suo alpinismo, non il mio. Quando mi dice che non posso usare un chiodo a pressione e che devo correre qualche rischio in più, sta proponendo dottrine nietzchiane. Dopotutto, dire alle persone che devono correre un pericolo è puro nazismo: la dottrina del Superuomo e così via. Se io, Cesare Maestri, desidero scalare le montagne nudo, purché indossi almeno uno slip per non offendere la morale delle persone, posso farlo, ed è alpinismo. Diciamo che sto praticando la mia forma di alpinismo, che può essere diversa da quella di signor Messner, ma è comunque alpinismo. Come si sentirebbero le persone se io, per lo stesso motivo, rifiutassi di ammettere che è alpinista anche chi non può fare discese in solitaria di sesto grado?

Wilson: C’è una differenza però. Sembrano esserci due forme di etica: una riguarda il comportamento nella sfera personale, dove le proprie azioni non influiscono sugli altri, e l’altra appartiene alla sfera pubblica, dove può influenzare l’esperienza altrui. Mettere tutti quei chiodi a pressione sul Cerro Torre ha interferito con il divertimento degli altri.
Cosa sono esattamente queste etiche di cui continui a parlare? Sono tue? Di chi sono?

A sinistra: Maestri sulla prima linea di chiodi a pressione durante il tentativo invernale del 1970. A destra: il tracciato originale dell’articolo su La Montagne che dettagliava la salita del 1959. Notare che i punti di bivacco qui mostrati differiscono da quelli segnati nella foto più sopra.

Wilson: Sono le regole dell’alpinismo in continua evoluzione ma non scritte; l’insieme generale di valori e tradizioni cui aderisce la maggior parte degli alpinisti.
Devo cercare il significato su un dizionario. Non credo che etica e tradizioni siano la stessa cosa. Sono un anti-tradizionalista, al cento per cento. Non esiste un codice di regole, scritto o non scritto, per l’alpinismo. Le uniche regole che osservo sono, in primo luogo, non rubare l’attrezzatura di altri alpinisti; in secondo luogo, non correre rischi eccessivi; e, terzo, non salire al di fuori del mio limite.

Wilson: Mettiamola in un altro modo. Negli anni Cinquanta hai fatto una serie di belle salite in solitaria che hanno conquistato l’ammirazione diffusa nella comunità alpinistica.
Se lo dici tu, grazie mille.

Wilson: Il fatto evidente è che la tua recente salita del Cerro Torre ha sconvolto il mondo dell’arrampicata. Quello che sto cercando di assodare è che quell’ammirazione non puoi averla in entrambe le situazioni. Non puoi accettare l’opinione degli alpinisti quando ti loda e respingerla quando ti critica.
Non sto chiedendo la sua lode o la sua critica. Sono molto interessato alle qualità umane e all’impegno umano, ma non mi interessa molto le etiche e, come ho detto, non credo che esistano in arrampicata. Sono sempre stato in prima linea nello sviluppo delle tecniche, e userò qualunque tecnica sia necessaria per salire un dato tratto roccioso. Se è un problema di free climbing, lo scalerò in free climbing; se richiede l’uso di chiodi, lo chiodo; se è completamente liscio, ci metto dei chiodi a pressione. Un giorno inventeranno una colla abbastanza adesiva da sostenermi, e sarò pronto a usare anche quella.

Wilson: Indipendentemente da ciò che pensano gli altri? Hai scalato una delle montagne più belle del mondo e molte persone ne sono piuttosto arrabbiate.
Il Cerro Torre è proprietà di queste persone?

Wilson: Sicuramente la domanda è se sia o meno di tua proprietà.
Non sto affermando di possederlo. L’ho scalato. Sapevo che tutto questo clamore sarebbe sorto prima di prendere il compressore, ma il mio interesse era semplicemente trovare qualcosa di nuovo, un ulteriore sviluppo dell’arrampicata.

Wilson: Se sei consapevole, quindi, del fatto che sei andato contro il punto di vista generale degli altri alpinisti, non puoi davvero lamentarti se la tua scalata non è acclamata come lo sono state le tue prime solitarie.
Chi si lamenta? Di certo non io. Per inciso, i nostri chiodi a pressione sono stati usati dal gruppo britannico che ha tentato di scalare la cresta dopo di noi? Ho venticinque anni di esperienza e, credetemi, nessuno salirà in libera quella via. Potresti anche evitare uno o due chiodi a pressione al massimo, ma non avrà senso. Ad ogni modo, perché gli inglesi sono andati su quella via? Perché non hanno provato una nuova linea da qualche altra parte?

Dickinson: Volevamo salire il Cerro Torre e vedevamo quella via come la migliore. Non conoscevamo esattamente quanti chiodi a pressione tu avessi piantato fino a che non lo abbiamo visto, però adesso ci sentiamo in dovere di avvisare chiunque ci vada di provare un altro itinerario. Quei chiodi a pressione cozzano con le nostre idee al riguardo dell’alpinismo. Dal momento che ti agganci ai primi due o tre, poi ti sembra del tutto senza senso non usare anche tutti gli altri. Ci siamo sentiti delle merde al riguardo, ma il buon senso ci suggeriva di usarli. Di certo ci sarebbe piaciuto trovare un modo per evitarli.
Mi dispiace che vi siate sentiti delle merde, ma anche se aveste fatto tutta la via in libera per me non significherebbe nulla. Per me sarebbe esattamente lo stesso come se aveste usato tutti i chiodi a pressione. Senti, fammi provare a spiegare prendendo un altro esempio. Tutto dipende dalla zona in cui ti trovi e dal tipo di arrampicata che stai facendo. Ad esempio, il giorno in cui mi dovessi agganciare a un chiodo sulla via Preuss al Campanile Basso, e figuriamoci se addirittura ce ne piantassi uno, smetterei immediatamente di salire. Le mie stesse regole mi permettono sì di mettere i chiodi a pressione sul Cerro Torre, ma non mi permettono di usare nemmeno i chiodi come protezione su una via che offre un’arrampicata superba come la Preuss. Non sto propugnando l’uso dei chiodi a pressione sui tiri che si possono fare in libera, bensì su quelli che non si possono.

Heppenstall: Vuol dire che secondo te nessuno dei tiri che hai chiodato al Cerro Torre sarà mai liberato?
Maledetto Cerro Torre! Lì devi prendere in considerazione altri fattori. Quando spendi venti milioni di lire per arrivare su una montagna, e quando sei a centinaia di miglia dalla civiltà, non rischi di ferirti o metti in pericolo la vita di tutta la spedizione solo per usare qualche chiodo in più o in meno. L’obiettivo principale è la sicurezza dei tuoi uomini. Non riesco a capire tutte quelle morti in cui Messner e Bonatti sembrano essere coinvolti. Nessuno ha il diritto di fare a pezzi i suoi amici in quel modo, e vorrei che questo si potesse capire di più.

Gillman: Saresti disposto a usare di nuovo il compressore su un’altra montagna e, se sì, dove?
Come ho detto, è troppo ingombrante per montagne come il Cerro Torre, ma potrebbe essere utile altrove: El Capitan, per esempio.

Wilson: Saresti linciato se lo portassi lì…
Beh, è tutta questione di ciò che costituisce “artificiale”. Il compressore sconvolge le persone perché va contro la tradizione, ma cos’è questa tradizione? Dobbiamo tutti uscire e arrampicarci nudi? Tanto per cambiare argomento, penso di dover sottolineare che non arrampico per hobby. La mia generazione ha vissuto la guerra, quindi pochi di noi hanno avuto la possibilità di studiare. Ho combattuto come partigiano e ho dovuto rubare per sopravvivere, prima ai tedeschi e poi agli americani. Quando la guerra finì, non sapevo cosa fare. Mi ero indurito molto, niente di più. Non avevo lavoro e nessuna competenza. Mio padre voleva che studiassi, ma non ne avevo voglia. Francamente, di fatto non sapevo come venire a patti con la società; non vedevo come mettere a frutto la durezza che avevo acquisito durante gli anni della guerra. Ho pensato di darmi alle corse automobilistiche, ma un giorno sono arrivato a Trento e sono stato portato ad arrampicare. Da quel momento ho deciso che l’arrampicata sarebbe stata la mia vita e il mio modo di esprimermi. Quindi era più di un hobby. Non solo volevo guadagnarmi da vivere con l’arrampicata, ma volevo usare l’arrampicata come un modo per imporre la mia personalità. Ovviamente devo il mio sostentamento all’arrampicata, ma anche molto di più. Vorrei sottolineare che sono un uomo le cui opinioni sono a sinistra…

Heppenstall: Comunista, intendi?
Ancora più a sinistra: anarchico. In quanto tale, voglio offrire alla società ciò che la società mi offre. Quello che ho da offrire è il modo in cui eseguo la mia scalata; e le cose che dico in un contesto politico sono le cose che il mio approccio all’arrampicata mi permette di dire. Quindi forse ora potete capire cosa intendo quando parlo di arrampicata. Per me l’arrampicata è una libertà, la massima libertà a disposizione di chiunque. E questa libertà non dovrebbe imporsi sulla libertà degli altri.

Gillman: Solo per tornare un po’ indietro, quando hai lasciato il Cerro Torre nel 1959, pensavi che saresti mai tornato?
No, non mi sarei mai aspettato di tornarci. Ripensando alla mia vita, so che mi pento davvero solo di una cosa, e cioè di essere andato al Cerro Torre nel 1959. Mi ha dato molte soddisfazioni, ma mi ha anche procurato più angosce di qualunque altra cosa. Se potessi avere una bacchetta magica e adagiare il Cerro Torre sulla pampa, lo farei. Se dovessi rivivere la mia vita, includerei tutto tranne il Cerro Torre.

Gillman: Puoi approfondire un po’ questo argomento?
Sono partito per il Cerro Torre nel 1959 convinto che ne sarei rimasto vittima. In effetti, è stato Egger a essere ucciso, ma ero così convinto che sarei stato io che quasi mi dispiaceva essere l’unico a sopravvivere. E poi, quando sono tornato in Italia, è morto un altro amico, non con me, ma in un altro incidente. In qualche modo inquietante sento che le due tragedie potrebbero essere collegate.

Wilson: Chi era l’altra persona che è morta?
Giulio Gabrielli. È stato ucciso sulla via Soldà in Marmolada, e io sono dovuto andare a portare giù il corpo.

Gillman: Come hai reagito quando sono iniziati a sorgere dubbi sulla tua prima salita del Cerro Torre?
È stato Mauri, inizialmente, a creare la maggior parte dei dubbi attraverso il suo articolo sul Corriere, anche se in realtà non ha mai detto che non ero arrivato in vetta. Se lo avesse detto, avrei potuto ammirarlo di più: gli avrei fatto causa, ma lo avrei rispettato. Ma no, ha solo parlato della montagna come se non fosse mai stata scalata, e semplicemente non ha menzionato affatto la nostra salita. Si riferiva persino alla montagna come impossibile.

Wilson: In una delle tue interviste hai menzionato “alcuni signori di paesi stranieri” che avevano dubitato della tua parola. Chi avevi in ​​mente?
Alcuni alpinisti spagnoli. Italiani e spagnoli erano i principali. Per inciso, la spedizione spagnola è stata organizzata dal partito fascista.

Wilson: Sembra che tu abbia opinioni politiche molto forti.
Sì, perché per me la politica significa tanto per me. Ma nota che quando dico che sono un anarchico intendo dire che credo che si dovrebbe avere la libertà di fare quello che si vuole. Non vado a lanciare bombe o cose del genere. Se lo facessi, sarebbe in difesa, mai in attacco. Sto parlando dell’idea di libertà in assoluto.

Gillman: Alcune persone hanno sospettato che tu fossi tornato al Cerro Torre nel 1971 (1970, NdT) per dissipare i dubbi che si erano accumulati attorno alla tua scalata del 1959. Potresti dirci qualcosa in proposito?
Mettiamola in questo modo. Supponiamo che tu abbia lavorato in una banca e, appena prima di andare in pensione, hai sentito una voce secondo cui te ne sei andato portandoti via 10.000 sterline dei soldi della banca. Cosa faresti? Andresti in tribunale e proveresti a provare la tua innocenza o, se ci fosse una maniera per riabilitare il tuo nome con un gesto teatrale, la prenderesti in considerazione? Anche se comportasse una certa quantità di pericolo per te stesso, non la sceglieresti?

Wilson: In altre parole, il Cerro Torre nel 1971 (1970, NdT) è stato il tuo gesto.
Esattamente. Non ho detto una parola a nessuno: sono andato e basta. In realtà il gesto è ancora in corso, perché parte del piano era di non fare foto in vetta. Come è successo, il tempo era così brutto che comunque non sono riuscito a farne di buone. Ma anche se ne avessi scattate alcune, avrebbero potuto benissimo essere state scattate da quel colle di neve più in basso: non ci sarebbero state prove in entrambi i casi. Tuttavia, fa tutto parte del gesto. Ci sono prove della nostra ascensione, ma sono lassù sulla montagna. Se alcuni dubbiosi vogliono sapere, lasciali salire e lo scopriranno da soli. Appena sotto la vetta troveranno il nostro compressore…

Quindi, davvero, sta a chi ripete la via dimostrarmi di essere arrivato in vetta. Ma non mi importa come ci arrivi. Non mi troverai mai a criticare un altro alpinista per le tecniche che usa. Se vuole mettere chiodi a pressione in tiri di II o III grado, per quanto mi riguarda può farlo. Potrei sorridere, ma non condannerò. Non mi offenderebbe. L’unica persona che sta offendendo, o dovrebbe offendere, è se stesso. Non io, non il mondo dell’arrampicata, ma lui stesso.

Una recente foto del compressore abbandonato sulla headwall.

Wilson: Possiamo solo chiarire una questione? Mi sembra che tu non abbia effettivamente raggiunto il punto più alto nel 1971 (1970, NdT). Anche il tuo libro indica che la via termina su quella spalla sotto il fungo finale.
Sì, è giusto. È solo un pezzo di ghiaccio, non fa veramente parte della montagna: uno di questi giorni volerà via.

Gillman: Quanto sono costate le tue ultime due spedizioni e quanto in particolare è costato il compressore?
Quella invernale è costata circa 20 milioni di lire e quella estiva circa la metà. Atlas Copco ha realizzato il compressore appositamente per me. È costato circa 5 milioni di lire e mi hanno anche pagato perché lo adottassi. Non avevo molta voglia di prenderlo la seconda volta, ma visto che mi avevano pagato ho pensato che forse era meglio. Accetterei soldi da chiunque: se qualcuno mi pagasse per imprimere il proprio nome sulla mia giacca a vento, lo farei. Sul Cerro Torre siamo stati supportati da numerose aziende. Avevo solo bisogno dei soldi per finanziare la spedizione stessa e dare qualcosa agli altri membri. Io stesso posso vivere abbastanza bene grazie alla pubblicità post-spedizione, alle conferenze e agli spettacoli cinematografici. Anche per Atlas tutto ciò ha funzionato. Hanno avuto molta pubblicità e sono persino riusciti a compilare un grosso libro di ritagli di giornale. Anche loro hanno fatto la loro parte per aizzare le polemiche, in modo da ottenere più pubblicità ancora. Quando andrò alla Torre Egger non prenderò un altro compressore, ma potrò comunque ottenere soldi da Atlas perché sanno benissimo che il loro nome verrà sbandierato in relazione alla vicenda.

A questo punto la conversazione è stata interrotta per il pranzo. Quando è stata successivamente ripresa, l’intervista ha preso una piega diversa.
Wilson: Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi primi anni di vita?
Sono nato a Trento nel 1929. Mio padre era di quella zona, ma mia madre era ferrarese, nelle pianure del Nord. Mio padre ha trascorso la sua giovinezza dirigendo un teatro itinerante. Nella prima guerra mondiale Trento era in mano agli austriaci e mio padre dovette andarsene per evitare di essere fatto fuori. Dopo la guerra tornò e diresse un ufficio che si occupava degli austriaci che avevano combattuto per l’Italia. Ma il suo vero interesse era ancora per il teatro. Dopo la seconda guerra mondiale, lui e mia sorella sono tornati nel mondo del teatro, ma questo non mi attraeva molto. Dato che mio padre veniva da Trento e mia madre dalla pianura, probabilmente ho acquisito caratteristiche di entrambi. I trentini sono testardi, mentre mia madre era impulsiva e anche molto religiosa. D’altra parte, mio ​​padre non era interessato alla religione, ed è stato grazie alla sua influenza che ho acquisito una visione molto bohémien. Ero un bohémien dell’arrampicata: magari per settimane non facevo niente, poi all’improvviso mi veniva l’impulso e allora non avrei fatto altro che arrampicare per una settimana prima di sparire di nuovo dalla scena. Eppure stavo facendo una media di 20.000 metri di arrampicata all’anno.

Wilson: Tornando agli anni della guerra, molte persone si unirono ai Giovani Fascisti in quel periodo. Sei mai stato membro?
No, mai. La maggior parte dei giovani si univa se i loro padri appartenevano al Partito, ma mio padre no, dal momento che non era un uomo con forti sentimenti politici in nessuna direzione. Una certa quantità di propaganda è stata esercitata in noi a scuola, ma mio padre mi ha tenuto deliberatamente lontano dalle riunioni fasciste in modo che non dovessi indossare l’uniforme (per inciso, mia madre morì nel 1936, quando avevo sette anni). Fortunatamente, i fascisti non erano troppo dittatoriali a quei tempi, a condizione che non si prendesse una ferma posizione contro di loro, quindi siamo stati in grado di condurre una vita tranquilla e generalmente si tenevano alla larga. Mio padre lavorava ancora come dipendente pubblico in quel periodo e aveva la responsabilità di pagare le pensioni ai soldati che erano stati feriti durante la prima guerra mondiale.

Wilson: Tuo padre aveva ancora qualcosa a che fare con il teatro durante quel periodo?
Ha mantenuto il suo interesse, ma questo è tutto. È riuscito a infondere un po’ del suo entusiasmo in mio fratello e mia sorella, ma io non sono mai stato molto entusiasta.

Wilson: Diresti che la tua anarchia ha avuto origine da tuo padre?
No, penso che si sia sviluppata in seguito. Mio padre era un agnostico, ma presto le mie opinioni andarono oltre.

Wilson: Cosa ti è successo quando è scoppiata la guerra?
Le cose furono abbastanza tranquille fino al 1943. Non avevamo molto cibo, ma quella era l’unica vera differenza. Quando i tedeschi hanno preso il controllo le cose sono diventate un po’ più spiacevoli. Fu allora che si formarono i movimenti partigiani. Essendo vicini all’Austria, in particolare quassù sulle montagne, abbiamo assistito a gran parte della guerra: interi villaggi bruciati e quel genere di cose.

Wilson: Allora avevi circa quattordici anni, suppongo. Come ti ha influenzato il tutto?
Quando i tedeschi presero il controllo di Trento, la prima cosa che fecero fu di resuscitare una serie di vecchi casi. Mio padre era un uomo ricercato, a causa del suo coinvolgimento nel pagamento dei soldati che avevano combattuto nella prima guerra mondiale, e anche a causa delle sue stesse azioni in quel momento. I tedeschi lo hanno condannato a morte, ma non lo hanno catturato. Partimmo e scendemmo in pianura nella zona di mia madre vicino a Bologna, che era una regione prevalentemente comunista. Abbiamo vagato lì per circa un anno, finché la polizia locale non ha ricevuto istruzioni per arrestarci. Allora dovemmo tornare a Trento, dove ci unimmo a un gruppo partigiano.

Wilson: E poi cos’è successo?
Non molto. Ero piuttosto giovane, quindi non avevo molto a che fare con questo. Ho sparato alcuni colpi alle persone, ma questo era tutto. All’epoca mi iscrissi al partito comunista, non perché ero un comunista serio, ma più che altro perché era la forza politica più forte che si opponeva ai tedeschi. A proposito, ho fatto la mia prima scalata in quel momento, entrando nella caserma tedesca per procurarmi del cibo. Era anche pericoloso: mi avrebbero sparato se mi avessero visto.

Da sinistra, Aguja Stanhardy, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre da ovest. Foto: Markus Pucher.

Wilson: Cosa hai fatto dopo la guerra?
Avevo pochissimo per vivere, nessun lavoro e poca istruzione. Per i primi mesi ho svolto lavori di smaltimento delle bombe per gli americani, e questo è stato pagato abbastanza bene. Poi, nel 1946, mio ​​padre mi ha suggerito di provare l’attività teatrale. Sono stato mandato a Roma per seguire un corso di Storia dell’Arte e un corso generale di arte. Per questo avevo bisogno di una scuola abbastanza buona, quindi non ho iniziato subito, ma ho passato due anni lavorando e studiando prima. Sono stato anche coinvolto di nuovo con il partito comunista, poiché a quel tempo avevo sviluppato un interesse ideologico per la politica. Ma un giorno ho deciso che questa vita non era per me, così sono tornato a Trento. Subito dopo ho fatto la mia prima scalata.

Wilson: Come è stata la prima parte della tua carriera di scalatore?
Ho fatto sei vie da secondo: in seguito ho sempre fatto il capocordata oppure andavo da solo. Dopo le prime sei vie non ho mai più seguito un’altra persona su un percorso e non lo farò mai. Il giorno in cui sentirò di voler cedere il comando a un altro sarà il giorno in cui smetterò di arrampicare.

Wilson: I tuoi amici non vogliono mai andare da primi?
Conoscono il “punteggio”. E se siamo in spedizione, è una delle condizioni che vengono imposte fin dall’inizio: si presume fin dall’inizio che sarò io il leader. Naturalmente, se mi succede qualcosa, l’intera spedizione è rovinata. Questo è uno dei motivi per cui non avrei mai accettato di partecipare a un progetto come l’International Everest Expedition. Prima di tutto era destinato a fallire; e in secondo luogo, se mi fossi unito a essa, tutti avrebbero dovuto condividere il mio ideale, ovvero il raggiungimento della vetta. Quello che ho contro Mauri è che sembra pensare di poter formulare le proprie idee individuali in una spedizione di quella natura. Ma il punto è che non può: tutti in una grande spedizione devono unirsi per raggiungere l’obiettivo finale – un’utopia perfetta se vuoi.

Wilson: Per tornare alla tua osservazione sulla leadership: Egger ti ha portato sul Cerro Torre nel 1959, non è vero?
E’ stata l’unica eccezione. Era molto veloce sul ghiaccio rispetto agli standard dell’epoca e fin dall’inizio abbiamo convenuto che avrebbe guidato i tiri di ghiaccio. Sono convinto che poteva fare in un’ora quello che ad altri alpinisti avrebbe richiesto due giorni. Vorrei che più persone lo avessero visto arrampicare…

Wilson: Raccontaci di più sulla tua carriera iniziale. Che tipo di salite hai fatto di mano in mano che miglioravi?
Tutte le salite dolomitiche, principalmente nel Brenta; percorsi abbastanza facili con cui iniziare. Ma fin dall’inizio ero piuttosto tagliato fuori dagli altri giovani alpinisti. Il background familiare potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con questo. Ad esempio, la mia lettura era principalmente limitata ai libri di mio padre – Shakespeare e Chaucer e simili, che erano tutti legati al nostro background teatrale. È stato questo, credo, che ha portato i miei contemporanei, che avevano interessi piuttosto normali, a trattarmi con una leggera diffidenza, e ho scoperto che anche per questo ho cominciato abbastanza presto a scalare da solo. Ma c’era anche un altro motivo: mentre ero a Roma, i miei amici avevano già fatto molte delle salite che volevo fare, quindi ho dovuto arrampicare da solo di tanto in tanto, semplicemente per recuperare. Erano salite come Cima Tosa, Campanile Alto; e nel 1950 feci la Preuss al Campanile Basso, la mia prima salita di V grado da solo.

Wilson: Nel 1952 avevi percorso in solitaria la via Solleder al Civetta. Certo che progredivi molto velocemente.
Devi capire che il motivo principale per cui sono andato in solitaria era che non riuscivo a trovare compagni con cui arrampicare. Tutti pensavano che fossi pazzo e di certo mi sono reso conto che stavo correndo molti rischi. Ma il problema è stato che ho iniziato presto a divertirmi con l’arrampicata in solitaria. Ho deciso che avrei dovuto formulare una filosofia di arrampicata per governare le mie azioni, quindi ho iniziato ad allenarmi tutto il tempo per mantenermi in condizioni fisiche ottimali. Mi sono disegnato, se vuoi, un atleta che praticava lo sport dell’arrampicata. Ho seguito una dieta rigorosa, andavo a letto alle otto di sera e facevo esercizio tutto il tempo, qualunque cosa stessi facendo. Mi è successo anche di fare l’amore con una ragazza mentre ero in posizione per fare flessioni in modo da rafforzare le braccia!

Wilson: Fin dall’inizio sembra che tu ti sia distinto dal mondo dell’arrampicata: hai avuto poco a che fare con esso. Su di te ha avuto poca influenza.
Sì, suppongo sia vero. Mi sono sempre rifiutato di scendere a compromessi con chiunque, me stesso o altre persone. Questo è certamente vero per la mia arrampicata in solitaria: ho sempre arrampicato senza corda o attrezzatura, sempre completamente libero e mai con alcuna protezione, sia in salita che in discesa. Alcuni alpinisti solitari si proteggono con l’autoassicurazione sui tiri duri, ma io non l’ho mai fatto. Ogni volta che avvertivo che non potevo fare un tiro senza il rischio di cadere e uccidermi, mi sono ritirato. Allo stesso modo, ogni lunghezza che ho affrontato era completamente entro i miei limiti – non ho mai alzato con la sola volontà i miei standard. Ma puoi vedere che era molto importante essere davvero in forma. In questo modo ho salito e sceso in solitaria la via Solleder sul Sass Maor abbastanza presto. Ma quella è stata una seconda salita in solitaria, perché Franceschini l’aveva già fatta.

Peter Gillman

Wilson: Perché l’hai anche fatta in discesa?
Stavo seguendo la massima di Paul Preuss, secondo la quale dovresti essere in grado di fare anche in discesa ciò che puoi fare in salita per affrontare una via correttamente.

Wilson: Se sei stato influenzato da Preuss, che era sicuramente un purista etico quanto Messner, come puoi rifiutare le idee di Messner proprio su quel terreno?
Quello che voglio è la soluzione ottimale per affrontare qualsiasi problema si presenti. Preuss aveva la soluzione ottimale per l’arrampicata libera; penso di averlo portato fino in fondo e di aver sviluppato la migliore tecnica per l’arrampicata in solitaria. Da allora ho cercato di trovare la soluzione ottimale per l’arrampicata artificiale, che include l’utilizzo delle migliori attrezzature disponibili. Se percorro una via libera come la Preuss al Campanile Basso, ad esempio, non userò chiodi; neanche aggancerò quelli in posto. Altri ancora, anche quelli che professano una preoccupazione per le questioni etiche, metteranno ancora più chiodi di quanti ce ne siano già. Inoltre io penso che i chiodi dovrebbero essere usati solo come progressione in artificiale e non come protezione in arrampicata libera. I chiodi di protezione sono un compromesso e, come ho detto, non credo ai compromessi.

Wilson: Non ti proteggi mai quando fai arrampicata libera?
La mia pratica normale è legare il mio secondo al chiodo di sosta e poi agganciare un chiodo circa 5 metri sopra. Poi salgo senza ulteriori protezioni. Tuttavia, se sto arrampicando con un cliente, ed è necessario proteggerlo, ad esempio durante la traversata, allora ovviamente non posso rischiare la vita del cliente.

Wilson: Quando hai fatto l’ultima volta una via di sesto grado che non avevi fatto in precedenza?
L’anno scorso ho fatto una nuova via sullo Spallone del Campanile Basso, con Ezio Alimonta.

Wilson: E allora non hai usato chiodi di protezione?
Si, alcuni. Suppongo che fossero trenta o quaranta in tutto. Ma non dimenticare che se metto un chiodo, ci metto su anche la staffa.

Wilson: Ma hai usato qualche chiodo per proteggerti, o solo per attaccartici?
Devi ricordare una cosa: ora ho 43 anni, quindi potrei essere perdonato per aver usato uno o due chiodi in più, no?

Wilson: Infatti! Ma questo significa che su una via di alto livello, al limite del tuo standard, arrampichi più o meno allo stesso modo di tutti gli altri.
Voglio salire senza chiodi, ma non ho più la bravura dei primi tempi. Inoltre, devi stare attento su una nuova via, perché non sai mai cosa ti sta aspettando più sopra. Di solito si usano meno chiodi in una ripetizione che in una prima salita. Ma, vie nuove a parte, perché quelle costituiscono un caso speciale, trovo che in questi giorni ho dei problemi su vie dure che ho fatto senza protezione, o in solitaria, otto o dieci anni fa, perché ora vorrei avere i chiodi. Ma ancora non li uso. Avendo salito le vie prima senza chiodi, mi vergognerei di farlo ora. Con l’aumento dell’età c’è la diminuzione delle capacità. Per inciso, non dimenticare che non tutte le mie salite sono state fatte con il più puro dei motivi. Vorrei raccontarvi di quando ho disceso la via delle Guide sul Crozzon di Brenta. Una delle mie ragioni per farlo era che ero stato convocato a una riunione di guide per sottopormi a una sorta di test per vedere se ero ancora valido per fare la guida. Ed ero piuttosto irritato per questo. Ero d’accordo di incontrarli al rifugio Brentei alle 10. Alle 8 ero in vetta al Crozzon di Brenta. Ho quindi iniziato a scendere in solitaria lungo quella via, non avevo neppure sceso 100 metri che già tutti al rifugio mi stavano osservando con il binocolo. Avevo preso una corda, ma si stava intromettendo, quindi a questo punto l’ho tolta. Ovviamente tutti pensavano che stavo per calarmi in corda doppia, mentre in realtà ho semplicemente gettato la corda ai piedi della salita e ho proseguito la mia discesa da solo arrampicando.

Wilson: Visto che stiamo parlando delle tue salite in solitaria, c’è una domanda che vorrei farti: quando hai disceso la tua via sulla Roda di Vael non avevi una sorta di dispositivo di sicurezza per evitare di essere con tutto il tuo peso su un solo chiodo?
Sì, in quel caso avevo quattro cordini separati, di diversa lunghezza, con ganci fiffi, e ne avevo sempre due, a volte tre, agganciati.

Wilson: Hai detto di non aver fatto molto nelle Alpi occidentali. Cosa hai fatto in effetti?
Il vecchio sperone della Brenva e alcune vie di roccia. Non molto. Sono stato fino alla traversata Hinterstoisser sull’Eiger.

Wilson: E le principali pareti di ghiaccio?
Ancora niente: la parete nord della Presanella e poche altre cose. Non amo molto l’arrampicata su ghiaccio, ma il Cerro Torre è una montagna su misura per me.

Wilson: Avrei dovuto pensare che fosse necessaria una certa esperienza sul ghiaccio prima di provare una via come l’Eigerwand o una montagna come il Cerro Torre, in particolare la via del 1959.
Non ho detto che non potevo arrampicare sul ghiaccio; ho detto che non mi piace. Se una via che ho scelto dovesse avere del ghiaccio, la scalerei. Intendiamoci, non tornerei all’Eigerwand: è troppo pericoloso.

Leo Dickinson

Wilson: Ma allora cosa stavi facendo sull’Eiger, se non ti piace il ghiaccio?
Non mi piace, ma non mi dispiace. L’arrampicata è quello che mi piace. Sono abbastanza disposto e in grado di scalare il ghiaccio se necessario. Dopotutto, sul Cerro Torre nel 1970 ho affrontato numerosi tiri di ghiaccio, e probabilmente li ho risolti più rapidamente di quanto avrebbe fatto un appassionato di ghiaccio. Tutto ciò di cui ho bisogno è avere due buone punte frontali sui ramponi, poi è fatta. In realtà, chiunque sia bravo su roccia può arrampicare perfettamente sul ghiaccio; ma non è così facile il contrario. Ad ogni modo, molti bravi alpinisti hanno fallito sul Cerro Torre.

Wilson: A proposito di bravi arrampicatori su ghiaccio, come sei venuto a incontrare Toni Egger?
Era al rifugio Lavaredo. Non ci conoscevamo molto bene. Un amico comune ci ha messi in contatto quando ha saputo che sarei andato di nuovo al Cerro Torre. Sapeva che non avevo fatto molto sul ghiaccio e ha suggerito che avremmo dovuto avere Egger nella squadra.

Wilson: Avete scalato insieme prima di partire?
No. L’unica volta che abbiamo scalato insieme è stato sul Cerro Torre.

Wilson: Andavate d’accordo?
Politicamente eravamo agli antipodi, ma da alpinisti andavamo molto d’accordo.

Wilson: Finora ci siamo soffermati su quella parte della tua carriera che richiede un rispetto diffuso. Possiamo ora dedicare un po’ di tempo alle salite che non sono state così ben accolte? Penso a vie come la direttissima sulla Roda di Vael, la Farfalla e, ovviamente, la salita del 1959 del Cerro Torre.
È molto facile fare commenti negativi quando non conosci l’intera storia, che è quello che sta succedendo ora. Durante le nostre salite della Roda di Vael, abbiamo completamente schiodato la via. Infatti la maggior parte dei chiodi sono stati lasciati da Claudio Zeni durante la seconda salita, e durante i tentativi di fare la via in inverno. Per quanto riguarda i commenti di Messner in merito, non può criticarmi per aver usato troppi chiodi, perché i chiodi non sono miei.

Wilson: In realtà non stavo pensando a Messner, anche se ovviamente era critico nei confronti di quella salita. Ma possiamo solo ricapitolare per un secondo? Hai detto che non ti interessavano le opinioni del mondo dell’arrampicata.
Prendo in considerazione queste opinioni, a condizione che siano positive e non semplicemente una questione di critica distruttiva.

Wilson: Questo significa che ti piacciono queste opinioni quando sono favorevoli e che non ti piacciono quando non lo sono?
Ora lascia che ti faccia una domanda. Perché sei così nervoso per questo?

Wilson: Mi preoccupa un po’. Come altri, sono molto impressionato dalle tue salite in solitaria, ma piuttosto scettico sul tuo crescente utilizzo dell’artificiale negli anni Sessanta.
Non riesco a capire perché sia ​​importante per te. Non sono venuto a mettere i chiodi a pressione nel muro di casa tua, vero? Li ho messi in montagna senza, per quanto ne so, danneggiare nessuno nel processo.

Wilson: Penso che dovremo solo accettare di essere molto diversi riguardo all’artificiale! Dimmi, sei stato influenzato da altri alpinisti oltre che da Preuss?
No, non credo proprio. Forse nemmeno direttamente da Preuss, anche se ho seguito il suo esempio. Sai, ho fatto alcuni errori nelle mie scalate. Ad esempio, quando ho fatto la via della Farfalla, non ero molto in forma – fisicamente o mentalmente – e sicuramente ammetto che non tutto è stato fatto come avrebbe potuto essere. Non mi piacerebbe che un qualche alpinista britannico andasse a ripeterla e poi la considerasse come il massimo di quello che io posso fare. Voglio fare una proposta. Invito qualsiasi alpinista britannico a venire a scalare con me per una giornata sulle Alpi. Può scegliere qualsiasi via in libera di sesto grado che gli piaccia. Non mi importa se lui l’ha fatta prima e io no. Possiamo sia salire che scendere da soli, senza corda o attrezzatura, e dopo possiamo parlare di nuovo di tutta questa faccenda.

Wilson: Stai insinuando che le critiche siano valide solo se provengono da qualcuno che è bravo o migliore di te? Messner è stato molto critico ed è anche molto bravo.
No. Come ho detto, sono abbastanza disposto ad accettare le critiche, ma devono essere positive. Non puoi criticarmi perché qualcosa è andato storto, come sulla Farfalla. Sono sicuro che devi aver scritto dei brutti articoli a quel riguardo.

Wilson: Certo.
Vorresti che andassimo a farla adesso? Potrei togliere qualche chiodo lungo la via!

Ken Wilson nel 1973. Wilson è stato l’editore di lunga data della rivista britannica Mountain (cha ha in mano). Foto: Chris Bonington Picture Library.

Wilson: No. Sono qui semplicemente come giornalista che ti pone domande a nome dei nostri lettori. Per inciso, è stato uno degli alpinisti che era sul Cerro Torre lo scorso anno a fare la via della Farfalla e poi ha commentato criticamente l’eccessiva quantità di artificiale.
Cosa si aspetta esattamente il mondo dell’arrampicata? Che io stia sempre meglio? Che la curva della mia prestazione in arrampicata salga sempre più? Ho fatto il Cerro Torre per la seconda volta a 42 anni e ho fatto da capocordata ininterrottamente per settanta giorni. Non è abbastanza?

Inoltre c’era il compressore che non aiutava minimamente. È stato solo un maledetto fastidio se vuoi saperlo. Devi renderti conto che per me è noioso se non riesco a trovare qualcosa di nuovo da fare. Quel compressore avrebbe dovuto essere qualcosa di nuovo, ma è stato un completo fallimento. Mi aspetto di andare a scalare qualcosa quest’estate: non so cosa – Cima di questo, o Crozzon di quell’altro diavolo ti piace – ma per me non significa niente. Ho fatto vie di sesto grado su e giù, in inverno, al buio: e adesso, perdio, non so cosa fare d’altro.

Wilson: Allora ti penti della seconda via sul Cerro Torre?
No, mi pento solo di quel compressore pesante.

Wilson: Sai, naturalmente, che molte persone sono apertamente scettiche sulla tua salita del 1959. Possiamo discutere di quella salita in modo più dettagliato di quanto ci è stato detto in La Montagne o nella tua intervista a Guido Carretto?
Chissà perché sono l’unico che deve fornire la prova della sua ascensione. Che ne dite di Terray sul Fitzroy o di Messner sul Nanga Parbat? C’è qualche prova che abbiano avuto raggiunto la vetta? Si dice che una persona che pensa sempre al furto sia proprio lui il ladro.

A quel punto è stato chiesto a Maestri di tracciare la linea del suo percorso su una fotografia del Cerro Torre. Gli è stato inoltre chiesto di indicare i punti di bivacco e la difficoltà dei vari tratti del percorso.

Wilson: Sapresti segnare il percorso esatto della salita?
Stai scherzando. Non riesco a ricordare la linea esatta dopo tutto questo tempo, ma posso dirti che dove siamo saliti non è stato poi così difficile; era solo molto pericoloso. Nella discesa abbiamo sbagliato e siamo andati nel canale sbagliato.

Wilson: Hai bivaccato sui chiodi a pressione durante la discesa, vero?
Chiodi a pressione e chiodi da ghiaccio, credo. No, lì abbiamo usato solo chiodi a U piantati nelle fessure intasate di ghiaccio.

Wilson: Quanto tempo hai impiegato per scalare la cresta sud-est nel 1970 e nel 1971 (il 1971 non c’entra, NdT)?
Cinquantaquattro giorni in inverno e tre in estate. No, ancor meno, due giorni: era con le corde a posto, anche se dovevamo ancora estrarle.

Wilson: Solo due giorni per salire la via che avevi preparato in inverno e poi concludere la parte impreparata in cima?
È questa la fine del processo?

Wilson: Sebbene tu abbia pubblicato articoli sulla salita del 1959, non contenevano molti dettagli e molti alpinisti vorrebbero saperne di più su quella via e sulla tua recente salita.
Stai dicendo che non sono arrivato in vetta?

Wilson. No, sto dicendo che non ci sono molti dettagli disponibili. Ad esempio, non c’è quasi nulla dell’ultimo giorno, quando sei arrivato in vetta.
Quali dettagli vuoi? Quali dettagli ci sono? Non ho avuto i dettagli della salita di Messner al Nanga Parbat. Tu li hai?

Wilson: In effetti abbiamo chiesto a Messner di quella salita. Ma lascia che ti ponga la mia domanda in un altro modo. Saresti disposto a descrivere la tua salita del 1959 in modo più dettagliato ora? Ovviamente dipende da te: non devi farlo se non vuoi.
Senti, sono perfettamente disposto a rispondere a qualsiasi domanda, ma non capisco perché tu abbia lasciato questo alla fine dell’intervista – è piuttosto scortese, credo. Quanti casi riesci a ricordare dove le vie sono state fatte molto velocemente quando le condizioni della neve erano favorevoli, mentre le cordate di ripetitori hanno visto i sorci verdi?

Wilson: Non stai piuttosto anticipando le mie domande? Tutto quello che voglio fare è ottenere maggiori dettagli sulla salita.
Come posso fornirti questi dettagli? Come è possibile dopo tutto questo tempo? Lascia che chieda a Leo da quanto tempo è alpinista. Dieci anni? Quanto riesci a ricordare delle vie che hai fatto dieci anni fa? Non riesco nemmeno a ricordare i dettagli delle vie che ho fatto cinque anni fa. Ho scritto tutto allora. Ci sono un certo numero di articoli e c’è un resoconto nel mio libro. Supponiamo che avessi qualcosa da nascondere; immagini che io non avrei perfezionato la mia storia negli ultimi tredici anni? Il fatto è che ho dimenticato. Non so quanti chiodi da ghiaccio ho usato e quel genere di cose. Perché non leggi i racconti che ho scritto in quel momento?

Wilson: L’ho fatto e lo farò di nuovo, ma quello che mi piacerebbe davvero sapere è il dettaglio tecnico della salita o, per quanto tu possa ricordare, la natura del terreno, chi ha fatto da primo cosa, il numero di lunghezze di corda, dove si trovavano i luoghi dei bivacchi, tutto… quel genere di cose. Ad esempio, riesci a ricordare quanto hai percorso il primo giorno sopra il colle?
Oh Cristo! Non lo so. Suppongo circa 300 metri, forse 400. No, non più di 300. La pendenza del ghiaccio sul quale arrampicavamo era più o meno la stessa di quella dei canaloni tra le torri di ghiaccio della cresta sud-est. Cosa diresti che fosse, Leo? Circa 45-50°, suppongo. Lo stesso genere di cose comunque, e le stesse condizioni generali.

Estate 1971: Wilson “sul traghetto di ritorno da Lundy Island, “dove avevamo passato un paio di settimane a fare i pionieri, prima che il posto diventasse davvero popolare”, ha detto il fotografo John Cleare. Foto: mountaincamera.com

Wilson: Sembra essere un po’ più ripido sul tracciato da te segnato in origine.
Non dimenticare che c’è la parete a sinistra del colle che non risalta sulla maggior parte delle foto. Abbiamo scalato la parete, non la cresta che incombe su colle stesso. Non è così ripida come ci si potrebbe aspettare. La nostra linea era a circa 100 metri a sinistra della cresta (presumibilmente ovest, NdT), anche se non riesco a individuarla con maggiore precisione.

Wilson: Giusto per cambiare un po’ l’argomento: cosa ti ha spinto a fare quelle osservazioni su “Speranza” e “Conquista” quando hai fatto riferimento alla denominazione del colle nell’articolo su La Montagne?
Non ricordo di aver fatto commenti al riguardo.

Wilson: Era qualcosa del tipo: “Abbiamo chiamato quel colle il Colle della Conquista. In montagna la speranza è una parola vana; conta solo la volontà di riuscire. La speranza è l’arma dei deboli”. Comunque è scritto su La Montagne, ed è scritto con la tua firma.
Non ricordo. Non credo di aver scritto niente del genere. Dovrei cercare l’originale.

Wilson: Sei d’accordo con i sentimenti alla base delle osservazioni?
Direi che la speranza è l’arma dei poveri e il desiderio l’arma dei deboli. La metterei così.

Wilson: Il punto è che l’osservazione sembrava essere un affronto nei confronti di Bonatti e Mauri, che in precedenza avevano chiamato il colle a ovest Colle della Speranza. Qual era il tuo rapporto con quei due nel 1957/58, quando eravate tutti in zona?
Non molto buono. Siamo stati amici fino a quando non abbiamo lasciato l’Italia. Ma noi siamo andati in nave mentre loro volavano in aereo, così sono arrivati prima in zona. Ovviamente non eravamo troppo contenti di questo; infatti pensavamo che non avrebbero dovuto neppure partire dall’Italia. L’unica volta che li abbiamo visti durante la spedizione è stato vicino alla cima del Cerro Adela. Ci siamo salutati vicino alla vetta, ma non esattamente come amici. Le due spedizioni erano sui due versanti diversi della montagna, ovviamente. Quando ho visto che probabilmente sarebbero arrivati ​​in cima per primi, volevo salire da solo e precederli, ma gli altri non erano d’accordo. Alla fine, sul Cerro Adela, hanno mancato la vetta vera e propria e hanno tagliato circa 50 metri sotto di essa. Quando siamo arrivati ​​noi abbiamo trovato la neve tutta gialla perché ci avevano pisciato sopra: quello era il loro saluto per noi. Penso che quella volta Bonatti e Mauri avrebbero potuto raggiungere la vetta del Cerro Torre, ma mancavano di buone attrezzature e di buoni scalatori in aiuto. A mio avviso, il motivo per cui così tante spedizioni hanno fallito sul Cerro Torre è semplicemente che non volevano mai scalare col brutto tempo. Per raggiungere la vetta bisogna salire con il tempo che c’è.

Wilson: Mauri ha detto che nel suo tentativo del 1969-1970 il tempo era così brutto che era impossibile scalare.
E allora esagerava. Aveva una buona squadra, ma lui stesso… insomma… Comunque, cosa è impossibile? Era impossibile correre 100 metri in meno di 10 secondi, finché qualcuno non l’ha fatto. Il significato della parola varia da persona a persona. Ciò che è impossibile per Mauri potrebbe non essere impossibile per qualcun altro.

L’intervista si è conclusa a questo punto con molte domande senza risposta o non sollevate. Leggendo il libro più recente di Maestri, tuttavia, diventa chiaro che la salita del 1959 ha avuto un effetto così traumatico su di lui che ha praticamente rinunciato all’arrampicata di alto livello come per incanto. Sua moglie sembra averlo spinto a tornare indietro, ma da quel momento in poi le sue scalate sono state molto meno rischiose. Non fece altre spedizioni fino al suo ritorno al Cerro Torre. È chiaro che era riluttante a tornare sulla montagna, ma ha preso le critiche implicite di Mauri così seriamente che ha sentito che doveva andare a difendere la sua credibilità come scalatore.

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