Sci estroso – 1
di Marileno Dianda
(pubblicato da CDA nel 2001)
Introduzione
di Marco Castellani
Ho conosciuto Marileno Dianda 15 anni fa, nell’autunno del 1986, quando giunsi a Barga dopo un vagabondaggio di lavoro nella Pianura Padana. Negli anni che precedettero quell’incontro dividevo il tempo tra lavoro e montagna; gli allenamenti quotidiani per rinforzare braccia, gambe e fiato, erano diventati l’unica compensazione valida alla solitudine di quelle grigie giornate tutte uguali.
La passione per l’arrampicata e il ricordo dell’immagine luminosa dei picchi dolomitici, delle belle giornate sulle rocce, su per le pareti compatte solcate da diedri e camini, mi aiutava ad accettare la nebbia lombarda che avvolgeva ogni cosa, anche le mie prospettive future. Passavo, così, interi pomeriggi studiando gli itinerari, le carte, le relazioni di salite e discese, le biografie di alpinisti e i loro racconti. Mi ha sempre attratto la letteratura alpina, non soltanto come svago, ma soprattutto perché ritengo che una parte importante del piacere di compiere un’ascensione, o anche una semplice escursione, oppure di sedere immobili a contemplare, consista nella consapevolezza di essere proprio in quel tal posto del mondo, con la sua storia. Storia non solo alpinistica, ma anche storia delle genti che al cospetto di quelle cime o catene di monti hanno plasmato la loro vita.
Era il loro paesaggio spirituale che volevo riconoscere anche in me; quell’armonia che li legava all’ambiente. La comprensione non facile di quel significato umano complessivo, esistenziale e in misura minore alpinistico, mi affascinava e giustificava, a volte, le fatiche non piccole che comporta ripercorrere le strade dei nostri predecessori.
Fu con questo preambolo che iniziai lo scialpinismo. Sciavo sin da bambino, mi muovevo con sufficiente sicurezza in montagna e avevo sviluppato un interesse per la “lettura” delle vie, prima sulle pareti dolomitiche, poi, grazie a Marileno, sulla neve dei monti di casa. Fu infatti Marileno a indicarmi ciò che lui, Sergio Rinaldi e Alessandro Costi vedevano da diversi anni, ossia le lingue nevose che solcano l’Appennino, i ripidi colatoi battuti dalle valanghe invernali, dove la neve si accumula fino a tarda primavera tracciando linee ideali, estetiche e logiche.
Era un alpinismo rovesciato: la parte importante era lo scendere e non il salire. Ma, diversamente dalle precedenti esperienze di modesto scalatore, questa volta mi sentivo libero di inventare ed esplorare, libero da schemi e relazioni altrui. Questa libertà, che al principio creava disorientamento e confusione, richiedeva una maturità che i pionieri dell’alpinismo avevano conquistato da soli e che noi, in qualche modo, potevamo riconquistare. Grazie alla loro eredità (e all’equipaggiamento moderno) si era aperta per noi una stagione di entusiasmante ricerca e avventura.
Purtroppo, se sul versante tecnico risultavo sufficientemente preparato, non lo ero affatto sul piano delle relazioni umane. Ignoravo completamente le dinamiche più complesse; non la curva saltata o la piolet-traction, ma quelle interpersonali all’interno delle comunità grandi, piccole e minimali. Ero così ingenuo da credere che i gruppi e le collettività (di svago e di lavoro) si fondassero soltanto sullo spirito costruttivo e che il loro fine fosse quello pomposamente declamato nelle occasioni formali e informali.
Non immaginavo quale attraente palcoscenico potessero rappresentare per una miriade di individui smaniosi di protagonismo a tutti i costi; protagonismo che si esprimeva non tanto nelle azioni sportive o negli obiettivi di crescita e miglioramento, quanto nel bisogno di dominare un “territorio”, anche esiguo, a discapito degli altri. Il moralismo denigratorio nei confronti delle personalità fresche e vitali, essendo subdolo e vischioso in quanto mascherato da saggezza e altruismo, fa sempre molta presa sui tanti bisognosi di aggregazione. Entrai dunque in scena nello scialpinismo locale, nei gruppi consolidati, in un teatro che non conoscevo e di cui non mi interessava imparare le regole e i trabocchetti; ero totalmente privo di “attrezzatura” adeguata, perciò ne scivolai subito fuori, esattamente come sul ghiaccio.
Lasciata la patacca da istruttore, sono tornato quello di prima, cioè “nessuno”: infatti, secondo gli attuali criteri di giudizio, senza tessere da mostrare e uniformi da indossare non si sa a cosa si appartiene. Gli altri non ci possono riconoscere e pertanto non si “è”.
Forse a molti lo sci estroso sarà sembrato una semplice ricerca di sensazioni fini a se stesse, ma non è mai stato così. Sulle nostre montagne di appena duemila metri di quota e lunghe poche decine di chilometri, abbiamo cercato di fare qualcosa di nuovo, dello scialpinismo fuori dai classici itinerari e dai ripetuti percorsi. Tante discese “ripide” sono ben lontane dall’essere destinate ai “superuomini nietzschiani”, termine con cui siamo stati derisi; con buone condizioni di neve sono bellissimi itinerari fattibili da ogni sciatore ben preparato. Altre sono state, credo, un episodio tra i tanti della locale storia alpinistica, come la discesa del risanino.
Di recente, quando in primavera mi capita di percorrere in auto la Garfagnana, getto sempre qualche occhiata dal finestrino per cogliere, tra il verdeggiare dei boschi, le ultime strisce di neve, residui dell’inverno. Lontane, iniziano dalle creste e dalle groppe sommitali ormai scoperte, e si perdono nel fondo di fitte faggete e solitari valloni. Istintivamente le riconosco e mi sembra che anche loro riconoscano me.
Parte prima
Nella tarda primavera del 1984, dopo aver sceso nella stessa mattinata i due canali del Triangolo e la Diretta nord-est del Giovo, a me e ad Alessandro Costi saltò in mente di definire quel nostro modo di praticare lo sci.
Eravamo seduti vicino al Lago Baccio. L’acqua usciva, tra le pietre e l’erba, dalle macchie di neve in fusione. In tanti rigagnoli gorgogliava fino alla distesa del lago, nel mezzo ancora gelato. Intorno a noi, centinaia di crochi spuntavano tra i ciuffi di palèo. Sui rami degli alberi nascevano le primissime foglie. Ogni tanto si sentiva il cuculo nel bosco. Scendendo, avevamo visto il verde rigoglioso nella Valle delle Tagliole, chiazzata qua e là da fioriture gialle nei campi.
Nel circo del Rondinaio non passava un filo di vento. C’era il silenzio del litorale quando l’onda batte senza fare rumore sulla rena davanti agli stabilimenti chiusi e nelle sere autunnali il sole tramonta nel ciclo immobile.
Il riferimento al mare ci venne immediato. Perché quelli della Focolaccia – il gruppo di cui facevamo parte – sicuramente erano andati su qualche spiaggia per un bagno anticipato, invece di godersi l’atmosfera della montagna quando la neve è lì lì per sparire. Quell’anno ne era venuta tanta e sia i canali del Triangolo che la nord-est erano ancora in condizioni ideali. Un problema per alcuni di quei nostri colleghi che avevano visto protrarsi la stagione oltre il dovuto. Laggiù, sulla sabbia o le scogliere, ora che finalmente la neve se n’era andata e non occorreva più recitare davanti ai neofiti il proprio ruolo di istruttore, aiuto-istruttore o capogita, potevano dedicarsi completamente ai piani per il prossimo anno, tramando contro qualcuno e ipotizzando nuove, più favorevoli alleanze.
Forse, fu proprio pensando a costoro che ci venne in mente di dare un nome alla nostra attività. Chiamarla “sci estremo” ci sembrò eccessivo. Allora, almeno in Toscana, non erano molti quelli che si cimentavano con pendenze intorno ai 50°. Anzi, per l’esattezza, eravamo solamente noi due, e Sergio Rinaldi di Firenze. Tuttavia, considerando certi fuoriclasse delle Alpi, capivamo come fosse opportuno “non allargarci troppo” e dare un nome preciso alle cose.
In Focolaccia, invece, non si avevano questi scrupoli. Alla definizione “sci estremo” erano state aggiunte le parole “in sicurezza”. E non soltanto a chiacchiere la sera, in sede, ma anche per scritto, come argomentazione di fondo ad articoli sul giornalino sezionale. Si trattava di non trasformare le nostre montagne in un cimitero di eroi inutili. Così, almeno, si teorizzava. Tuttavia, mi pareva che qualcosa non tornasse in quella preoccupazione per la salvezza della gioventù. Già allora avevo l’impressione che, pure tra gli scialpinisti, esistesse una “scolastica” e che, allo stesso modo dei preti, la tutela della salvazione (in questo caso fisica) degli incauti servisse a coprire personali volontà di controllo. Anche per lo sci occorreva rifarsi alle quaestiones disputatae e alle auctoritates. Se, nei confronti degli scettici, Santa Romana Chiesa adoperava tutti i suoi misteri misteriosi, contro certi sciatori sovversivi si dovevano utilizzare il difficilese e la pomposità tecnica. Secondo me, invece, come Dio non poteva essere intrappolato dalle dimostrazioni di chi ne sfruttava l’esistenza, la montagna non poteva darsi a chi non le si avvicinava con fede e umiltà. “Sono te…” – disse l’amante prima che la porta gli venisse aperta.
Uno degli articoli in questione, comunque, corredato perfino da disegni illustrativi, sosteneva che bisognava porsi il problema della sicurezza nello “sci di montagna”, dove le difficoltà non erano da respingere ma l’elemento rischio doveva tendere a zero. Dopo aver condannato il disinteresse degli organi centrali, lo scritto si dilungava in contorsioni attestanti – almeno a mio avviso – che da quando il coraggio era sostituito dalla furberia certuni potevano non distinguersi per il primo:
Alcune note e problemi tecnici
“Per semplificare, parleremo detta cordata di due elementi: A, che scende per primo, e B, che scende per ultimo. Il problema più evidente da risolvere è stato quello della discesa di B che con il normale metodo di assicurazione si sarebbe trovato a sciare SOPRA la corda che andava al compagno. A questo problema abbiamo ovviato pensando di assicurare dall’alto anche B e abbandonando quindi l’ancoraggio a ogni tiro di corda (1)”.
Era indispensabile, in ogni caso, utilizzare una corda da cento metri, chiodi e “corpi morti” per le assicurazioni, anche se veniva ammessa un’eccezione alle regole:
“Due ultimi, fondamentali accorgimenti: l’imbracatura (che può in deroga alla norma, essere collegata alla corda mediante moschettone a ghiera) dev’essere effettuata sulla parte alta della schiena affinché la corda non disturbi lo sciatore passandogli davanti al volto. In secondo luogo è necessario che la catena assicurativa si sviluppi in posizione disassata… (2)”.
Da ultimo si chiudeva con la descrizione della dinamica di discesa mediante cui lo sci estremo poteva risultare “democratico” e a quasi tutti era possibile disimpegnarsi su certe inclinazioni garantendosi un’onorata carriera. Tra le righe, a mio parere, era anche questo il proposito degli autori.
“Vediamo ora di schematizzare lo sviluppo di una cordata di sciatori A + B che scende in sicura lungo un canale o un pendio ripido: 1) Realizzato il primo ancoraggio (chiodo o corpo mono), B assicura A fino a metà corda. 2) A costruisce un altro ancoraggio (disossato rispetto alla linea di discesa!) e, dopo essersi autoassicurato, recupera i restanti 50 metri. 3) B effettua la discesa assicurato da A. 4) B si autoassicura, si scioglie, recupera la corda dall’ancoraggio alto e si lega nuovamente. 5) A riprende a scendere come già detto al punto 1… (3)”.
La prima volta che lessi quell’articolo strabuzzai gli occhi. La Fenomenologia dello Spirito di Hegel mi era parsa più comprensibile. Come per certa metafisica, invano il lettore poteva sperare di raccapezzarsi in arzigogolii del genere e trovarvi qualcosa che non fosse l’intenzione degli scriventi di procurarsi un immeritato prestigio. Simili bizantinismi non erano cosa buona né giusta; neppure un dovere e neanche fonte di salvezza. Lo sci rappresentava una delle più belle espressioni di libertà, un alzarsi in volo mantenendo gli arti inferiori sulla terra. Ci rendeva parenti degli dei, non loro scimmie. Si trattava di una compiutezza, di un anticipo del viaggiare senza peso – anche se temporaneo, purtroppo – che saranno invece per sempre di quanti hanno raggiunto l’armonia. Possibile si dovesse ridurlo alla catena al piede portata dai galeotti? Che una volta imparatane la tecnica, ci si sottoponesse a torture, peggiori di quelle provate da chi, in tarda età, s’annoda con lo spazzaneve? La tecnica stessa, del resto, era qualcosa da gettare via dopo averla acquisita. Anche in alpinismo si stava limitando al massimo la ferraglia. Come si poteva andare così all’indietro?
Era chiaro, allora, perché quel modo di sciare venisse da costoro anche chiamato “sci alpinismo pesante”, considerando, forse, la lunghezza della corda e la quantità di chiodi e di “corpi morti” da utilizzare e che sarebbero rimasti in loco. Non passava loro per la testa che è lo scarso valore ad aver bisogno di trucchi.
Il nostro, invece, veniva bollato come “scialpinismo leggero”, una pratica per anarcoidi irresponsabili, alienati e decadenti. L’anno prima, gli autori dell’articolo avevano sceso il canale di sinistra del Triangolo. Anche per la pesantezza degli zaini dovette essere una gran fatica. Ci impiegarono tutto il giorno e la sera fu prudente allertare il Soccorso Alpino.
Noi parlavamo di queste cose. Coi piedi scalzi, godendo di uno dei piaceri della vita, di quelli che non deludono mai, e che in misura minore viene assaporato qualche volta prima di andare a letto o appena tornati a casa: togliersi le scarpe troppo strette dopo un’intensa giornata.
I due canali del Triangolo s’incassavano alle nostre spalle, paralleli, tra le rocce scaldate dal sole. Li guardammo ancora una volta. Un rigolo bianco ne riempiva il solco; come se una candela vi avesse fatto gocciolare dall’alto una striscia di cera. Fino a qualche anno prima, passandoci sotto, non li vedevamo nemmeno. Il nostro livello tecnico non ci consentiva di metterli a fuoco. Perché se è vero che per vedere bisogna volere, è altrettanto vero che, per volere, bisogna prima aver visto.
Mancava poco a mezzogiorno. In quell’ora, i due impluvi conferivano alla costiera tra il Giovo e il Rondinaio una fisionomia ancor più malinconica. Erano cateratte verticali fino alla cresta dove passava il vento.
Anche se la zona è molto frequentata per la strada che arriva quasi al Lago Santo, scegliendo i giorni adatti e qualche zona appartata del meraviglioso vallone, le due montagne offrono sempre sensazioni d’altri tempi. Dal posto in cui eravamo, come dalle Fontanacce o dalle terrazze sul versante garfagnino, è struggente starsene a guardare i saliscendi del crinale, mosso da bastioni conquistati di un’antica città votata all’anatema.
Ci dispiaceva andarcene. Avvertivamo la lunghezza dei mesi fino alle nuove nevicate e non volevamo lasciare quelle montagne dove si svolgono gli itinerari più classici dell’alto Appennino. Aspettavamo forse che le nuvole di un temporale già nei paraggi dessero una risoluzione al nostro commiato.
Da quel mesto appagamento ci tolse un interrogativo: ma, insomma, che aggettivo si poteva attribuire al nostro modo di sciare? Non eravamo pistaioli della domenica, questo no. Tuttavia, “estremo” era troppo… Ci sarebbe voluto qualcosa di simile. A un tratto mi venne in mente: ecco, sì! Estroso! Proprio così… Andava bene… Estroso… Il nostro era proprio uno sci estroso.
“Estroso”, tuttavia, fu il nome di un momento. Già l’indomani ci rendemmo conto che era necessario un termine più tecnico. Non si poteva metterla troppo sul piano goliardico. Anche per non dare fiato ai commenti degli scientifici-saccentoni. Ci sarebbe sempre stato qualcuno che avrebbe avuto da ridire su cose che gli sarebbe piaciuto tantissimo compiere, ne avesse avuto il coraggio, ma che doveva limitarsi a criticare. Da quando ci eravamo staccati dal coro avevamo sperimentato quanto accade frequentemente: che molti aspettano la più piccola debolezza – perfino l’autoironia di chi si vorrebbe emulare può servire allo scopo – per mettere in cattiva luce le qualità di concorrenti veri o presunti.
Ritenemmo così di adoperare il vago, impersonale “sci ripido”. Diceva tutto e niente. In quegli anni, secondo i “Testi sacri”, circoscriveva un’attività compresa tra i 40° (limite dello scialpinismo classico) e i 50° (dove iniziava lo sci estremo). A dire il vero, nel nostro caso sarebbe stato meglio “super-ripido” o “semi-estremo”. Ma già allora capimmo come ogni definizione troppo precisa, che pretenda di ingabbiare la realtà con le parole, sia sempre di qualcosa che è già cambiato o in via di dileguarsi.
E, poi, via… Noi poveri scialpinisti di provincia, dilettanti di sotto l’Appennino, con tanto entusiasmo ma non più giovanissimi, non potevamo paragonarci ai vari Heini Holzer, Patrick Vallençant, Stefano De Benedetti, Tone Valeruz, professionisti della montagna, tra i pochissimi specialisti al mondo, che avevano portato questa disciplina a livelli per noi impossibili.
“Sci ripido”… Andava bene così.
Quell’anno, alla fine di agosto, in un incidente stradale morì Paolo Pellicci. Quanti gli hanno voluto bene – anche polemizzando con lui – sono sicuri che, prima di morire, si sia reso conto di potersi esprimere meglio con gli sci ai piedi che scrivendone. Questo lo sanno tutti. Anche quelli che, come generalmente accade, cercano di far parlare i sognatori e, poi, tacere i morti.
Paolo era uno spirito ribelle, visionario e nottambulo… pure sugli sci. Da ultimo, però, era diventato prigioniero, non solo del suo spirito competitivo, ma anche di un gruppo che lo aveva eretto a leader. Lo aizzavano e si facevano spasso di lui, ipocritamente, sotto sotto, spingendolo a comportamenti che diminuivano la sua generosità, la sua sensibilità e la sua intelligenza. Certo, non bisogna mettere tutti sullo stesso piano, ma un temperamento battagliero costituisce sempre motivo di canzonatura. Perché Paolo non era solamente un cavilloso stratega, un princeps scholasticorum, un miscuglio di ideali di Settembrini e dell’indole di Naphta. Era anche un romantico che credeva nell’amicizia e nella vita in modo così ingenuo, e talvolta commovente, che risultava perfino troppo facile derubarlo. E di questo, com’è naturale, ci si approfittò. Si servì di lui soprattutto chi passava il tempo in macchinazioni e si divertiva ad alimentare discordie.
La sigaretta sempre in bocca, grassottello e gran dissipatore di sé, Paolo insegnava filosofia nei licei. La sua mente era in continua ebollizione, manifestandosi nell’aria beffarda sul viso e in una personalità straripante. Guardandolo in fronte s’aveva l’impressione del pulsare di strategie intermittenti, di pensieri sempre in atto, prevedibili o imperscrutabili, che lo segnavano dentro come trivelli. Spesso, quando s’infiammava di montagna o di altri valori universali, pareva aver trovato le sue risoluzioni nella solitudine di veglie tormentose. Ambizioso e ironico, avrebbe voluto migliorare il mondo in una maniera così convinta che lo rendeva tenero e insopportabile. Solo di tanto in tanto, dubbi su un progetto fisso gli si leggevano malinconicamente negli occhi. All’apparenza pronto a confrontarsi, di fatto non permetteva una discordanza con le sue idee. Per difenderle era capace di trascinare la discussione confondendo e portando allo sfinimento l’avversario. Raramente se ne stava zitto o non parlava con intenti provocatori, ma con lui erano belli i momenti sacri sulle vette. Specialmente la notte – le studiava tutte per poter bivaccare da qualche parte – quando la vastità del mondo gli strappava immagini commoventi dall’anima. E anche se poteva apparire un burocrate della ragione, scriveva da quand’era ragazzo poesie sanguigne e struggenti. Non devono sorprendere questi elementi antitetici; la creatività nasce dalla ricchezza delle contraddizioni, che possono anche superarsi in un’armonia più alta. Quello che, invece, non potrà mai arricchire è la mediocrità filistea del compromesso e del nascondiglio, tipica dei meschini e degli invidiosi.
Nonostante le sue idee politiche, Paolo amava le poesie di un uomo disincantato e ripiegato su se stesso come Vincenzo Cardarelli. Due di queste le citava spesso. Penso che sintetizzino la sua vita.
“Non so dove i gabbiani abbiano il nido
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca”.
●●●
“La speranza è nell’opera.
Io sono un cinico a cui rimane
per la sua fede questo aldilà.
Io sono un cinico che ha fede in quel che fa”.
Fu proprio Paolo, nella prima metà degli anni ‘70, a individuare sulla carta topografica l’itinerario del “Pratovolta”. Con gli sci o a tavolino, cercava sempre nuove possibilità di discesa. Quella risultò davvero una delle più interessanti: varia, su terreno aperto e nel bosco, di mille metri di dislivello.
Servendoci del barattolo di vernice rossa con cui – anni prima e nottetempo – avremmo dovuto inneggiare sui muri di Lucca al Che Guevara subito dopo la sua morte, Paolo e io facemmo delle segnalazioni sugli alberi per trovare facilmente il passaggio nella vegetazione in caso di nebbia. Insieme intuimmo anche di poter scendere il versante nord-est dalla vetta della Pania della Croce.
Era l’inizio di maggio del 1977. Nel vallone dell’Inferno restava ancora tanta neve, compatta tra gli affioramenti di calcare. Qualche pietra, venuta giù dalle scarpate laterali, vi galleggiava sopra. La coltre, dalla cresta alla Focetta, rassodava nell’aria fredda, rappresa come sale dentro un catino. Le nuvole e il vento l’avrebbero mantenuta almeno per una decina di giorni. Fino a due o tre settimane prima, invece, l’invaso doveva trionfare tutto bianco, tracimando sulle doline e le caverne rese invisibili.
In quegli anni nevicava parecchio. Il libeccio imbiancava le montagne della catena costiera dando perfino al Prana, al Piglione e al Matanna una loro dignità invernale. Tra questi modesti rilievi e i picchi settentrionali, la Pania si alzava come una sovrana argentata e risplendente.
Eravamo in diversi quella mattina. C’erano pure Alessandro Costi, Roberto Cagnacci, Paolo Pellegrini e Giuseppe Puddu. Quando calzammo gli sci accanto alla croce e cominciammo a scendere verso il vallone, quattro o cinque alpinisti versiliesi, saliti lassù da Mosceta, ci guardarono come se ci stesse dando di volta il cervello. Io, dopo le prime curve, mi fermai e vidi le loro teste sbucare dalla scarpata sommitale.
Trascorsa un’oretta, scese anche un altro nostro compagno — soprannominato e meglio conosciuto nell’ambiente come il “Prode-Alà-Bendùr”, o semplicemente il Prode – utilizzando un paio di sci cortissimi, poco più lunghi degli scarponi. “Sci da avvicinamento su ghiacciaio”, li definiva. Con qualche curvetta nei punti meno critici e, soprattutto, derapicchiando, devastò le tracce precedenti.
Il Prode era sempre all’avanguardia in fatto di attrezzatura e, da qualche tempo, più per vanagloria che per effettiva necessità, adoperava anche il casco. Nulla di strano, del resto, tenuto conto di altre sue originalità. Nei primi corsi di scialpinismo, ad esempio, per non dare nell’occhio, sciava a torso nudo sotto un mantello nero, calando dalle vette mentre gli allievi erano ancora in fase di salita; o si radeva la barba con sapone e pennello, magari dopo una notte passata in igloo, utilizzando come specchio quello inclinato della bussola.
Già nel fisico, il Prode non corrispondeva davvero al suo soprannome. Nonostante il continuo variare di barba e baffi (alla Porfirio Rubirosa, a mongolo, alla Cecco Beppe o alla corsara) dava piuttosto l’idea di un seminarista pasciutello o di un dottorino in teologia. Si considerava un esperto su tutto e, malgrado gli scarsi risultati, l’erudizione non era certo la sua ultima arma per far colpo sulle ragazze. Ciò che più di ogni altra cosa lo faceva ricordare erano tuttavia certi suoi vocalizzi, esternati quando si arrabbiava o si trovava in difficoltà (4).
Quel giorno sulla Pania, comunque, Paolo Pellicci fu categorico nel sostenere che la discesa del Prode non era omologabile. E noi tutti fummo d’accordo con lui. “Altrimenti” – disse – “dovremmo omologare anche quella di chi, la prossima volta, scenderà il pendio a piedi, con la scritta SCI sui lacci dei ramponi…”
Quella discesa fu importante per noi. Aprì nuovi orizzonti, facendoci sentire quanto fosse sbagliato considerare un predone sia del nome di alpinista che di sciatore chi cercava di unire lo sci e la montagna.
“… Se vogliamo dare un ordine cronologico alle cose, possiamo partire da quel giorno in cui, sul finire degli anni ’70, discendemmo per la prima volta, ed eravamo in tanti, dalla vetta della Pania della Croce calzando gli sci proprio dalla croce sommitale, direttamente sul vallone dell’Inferno. Oggi, divenuta ormai una discesa di normale amministrazione, sorridiamo pensando ai timori di allora prima di iniziare la discesa e agli entusiasmi successivi. Tuttavia, quella fu la prima volta che, in scala minore, dovemmo cimentarci con alcuni requisiti tipici di uno scialpinismo più impegnativo: percorso obbligato, esposizione, pendio ripido (5).
Certo, allora erano altri tempi. Solamente l’anno prima era stata compiuta la discesa della “Borra dei porci” al Giovo, che molti consideravano un’impresa da far tremare le vene e i polsi.
Fu al principio degli anni ’80, tuttavia, che iniziò la ricerca sistematica, sulle Apuane e sull’Appennino Tosco-Emiliano, di pendii e canaloni mai prima discesi con gli sci e già saliti facendo ricorso alle tecniche di assicurazione e di progressione alpinistiche. In certi casi, nelle zone più isolate, molti di quegli itinerari non avevano avuto nemmeno il primo salitore.
“… Dapprima avevamo qualche incertezza, ma in seguito acquistammo fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità spingendo il nostro limite anche su inclinazioni di 55° (6)”.
Ci toccò davvero un periodo di grazia, cui ripensiamo con orgoglio e nostalgia, vista anche la banalizzazione della montagna e la crisi assuefattiva e percettiva che ne deriva. Provammo l’ebbrezza per qualcosa allo stato nascente. Un territorio sciisticamente “vergine” ci apparve davanti. La fantasia andò a briglia sciolta. Sensazioni del genere devono aver provato i primi alpinisti sulle Apuane all’inizio del secolo; o i grandi rocciatori e ghiacciatori degli anni ’50: Elso Biagi, Angelo Nerli, Vincenzo Sarperi che, in misura maggiore, ebbero la fortuna di poter abbinare il momento tecnico e quello esplorativo. Come allora, i problemi non erano semplicemente di competenza specifica ma si contrassegnavano anche per una partecipazione emotiva e mentale.
D’altronde, pure sulle Apuane e l’Appennino la mente poteva risultare un ostacolo. La ragione è ripetitiva. Come i bambini, vuole rassicurazioni e conferme. In ogni epoca – e Nietzsche l’ha scritto – identifica il nuovo col male. Intendiamoci, non voglio affermare che il nuovo sia sempre un bene, dato che spesso nasce dall’instabilità, dalla distrazione, dal bisogno di scacciare la noia o di stupire a qualunque costo, riducendosi a capriccio e insopportabile stravaganza. Ma, fatte le debite proporzioni, anche per le nostre montagne scattarono i meccanismi che, nei secoli passati, hanno ostacolato la ricerca scientifica e che – non mi ricordo la paternità della sentenza – fanno considerare il salto morale più pericoloso del salto mortale.
Scoprire nuove possibilità per lo sci esaltò il nostro spirito di avventura e lo trasformò in un abito dell’animo; ci dette la forza di chi sa di possedere ancora la capacità di indovinare, senza dover procedere uno dopo l’altro, agganciati alla supremazia dell’opinione e al suo cavo di sicurezza.
Oggi, parecchi di quegli itinerari sono stati ripetuti più volte. Qualcuno è stato sceso addirittura in comitiva; perfino – in certi casi – dai migliori allievi dei corsi di scialpinismo. Ma la prima volta è sempre la prima volta. Solo fino a un certo punto è questione di forza fisica. Quel che conta davvero è vincere i blocchi interni, attingendo al fondo per non commettere errori. I grandi ostacoli si trovano nel pensiero; anche se quasi tutto ciò che immaginiamo può essere raggiunto.
Sebbene le difficoltà tecniche non siano inferiori perché in precedenza superate da altri, la consapevolezza di quanto avvenuto contribuisce alla calma dell’anima e fa vincere con più facilità l’ignoto che è dentro di noi. La maggioranza dei ripetitori non ne sarà cosciente, ma chi apre una via – almeno una volta era così – trasforma quasi sempre il terribile in semplicemente difficoltoso, prima che diventi futilmente piacevole per molti di quelli che verranno.
Siamo sempre rimasti sciatori di provincia… Sulle Alpi o in altri gruppi montuosi abbiamo combinato ben poco. Complessivamente – fuori di qua – le nostre esperienze sul ripido si limitano alla Nord della Tsanteleina, alla Nord del Mutmalspitze, alla variante del Seracco sulla Est dell’Alphubel, al versante nord-ovest sotto la cima del Pizzo Scalino. Sono stati scesi inoltre il canalone di Bocca d’Armi alla Busa degli Sfulmini, il Gran Zebrù dalla vetta, la Sud-ovest dell’Aiguille d’Argentière, il Canalone di Lourousa all’Argentera.

A due passi da casa avevamo quanto si poteva desiderare: due catene di monti separate da pochi chilometri in linea d’aria, eppure tanto diverse tra loro. Dicono che il vicino sia sempre il meno interessante. Per noi non fu così. Sarà stato perché sulle Alpi non ci potevamo andare tutte le settimane e, in diversi casi, non ne sopportavamo il peso psicologico, ma le montagne della nostra terra ci parevano fatte su misura, così come a ognuno si addicono certi vestiti invece di altri. Nel nostro caso, addirittura, era possibile cambiare guardaroba.
“Apuane e Appennino Tosco-Emiliano. Due mondi separati tra loro, non solo perché li separa quella stessa valle del Serchio che costituisce l’accesso principale comune a entrambi, ma anche per i diversi modi e tempi della loro “colonializzazione” turistica. Due catene diverse non tanto per vicende geologiche e storiche, forme e profili, paesaggi e panorami, quanto per quel che esse hanno rappresentato nell’immaginario e nel simbolico dei frequentatori estivi e invernali, alpinisti e sciatori.
Più irte e scabre, più “alpine”, le Apuane hanno destato l’interesse degli alpinisti fin dalla seconda metà dell’Ottocento, mentre l’Appennino Tosco-Emiliano, con cime un po’ più alte e di linee più pacate, giganti buoni e addormentati (ma non troppo) sotto il manto invernale, ha sviluppato nel nostro secolo maggiori possibilità per lo sci, business discesistico compreso (7)”.
Le Apuane, nella considerazione più comune, raramente sono state associate alla pratica dello scialpinismo, e anche oggi non sono poi tanti coloro che vi si dirigono con gli sci e le pelli di foca. La vicinanza al mare e la ripidezza dei pendii non favoriscono condizioni per l’effettuazione di piacevoli e rilassanti discese. Le Apuane, invece, nella stagione invernale hanno costituito da tempo un punto di riferimento per il ghiacciatore preparato, in cerca di difficoltà paragonabili a quelle delle Alpi. Attenzione, tuttavia, a non equivocare. Non bisogna dedurne un ripiego o un “accontentarsi”; come se la scelta delle Apuane dipendesse semplicemente dalle condizioni più favorevoli, da esigenze di allenamento o dal poco tempo a disposizione. Chi va in inverno su queste montagne non ci va per mancanza di meglio. Quanti le affrontano nei mesi invernali lo fanno per scelta consapevole e senza rimpianti, attratti da un ambiente e da sensazioni inconfondibili. Del resto, è dalla fase esplorativa che la catena ha i suoi innamorati; gelosi ed esclusivi come tutti gli innamorati e felici di non aver bisogno di altro.
Scivoli luccicanti, pendii ripidi e inframmezzati da rocce, creste dentellate che risalgono da valli profonde e scoscese hanno contrassegnato fin dal secolo scorso la storia di un alpinismo rude e severo e reso famose e temute montagne che non superano i duemila metri di quota. Queste cime comunicano qualcosa di ineluttabile, anche osservandole dalla marina o dalla zona costiera. Anzi, è proprio dal litorale, quando si alzano imbiancate e lucenti, che si sente come il mondo non possa essere imbrigliato nei nostri schemi mentali ma sia la mente a doversi allargare.
L’Appennino, al contrario, presenta linee più molli. Se le Apuane hanno intonazioni drammatiche, l’Appennino è pervaso dalla malinconia di un desiderio impossibile cui però non si rinuncia. Luogo dove l’attesa si unisce ai ricordi, è una catena per le pecore e il vento, i sognatori e i vagabondi. Specialmente a settentrione si allarga in valloni e circhi di origine glaciale, degradanti a gobbe e disseminati di pozze e di laghetti. È lì che erbe e macerie sembrano testimoniare ere passate e dipingere un abbandono cosmico. Sul crinale, solo in qualche tratto alle larghe groppe prative seguono creste più erte e affilate, di massi accatastati, rocce rotte e sfasciumi. Nei mesi invernali, la coltre nevosa copre le praterie di mirtilli, le pietraie e i blocchi d’arenaria, chiudendo le foreste in un silenzio ancora più grande. Soprattutto allora le montagne appenniniche danno l’idea di marmotte in letargo o grossi gatti appisolati. L’Alpe di Succiso, il Prado e il Cusna, il Giovo e il Rondinaio, il Libro Aperto sembrano davvero dormire sotto una bianca trapunta.
Comunque, anche dalle spianate sommitali o dai crinali dei rilievi più arrotondati, scendono, tra pendii erbosi e fasce di macigno, canaloni tenebrosi e nascosti, quasi mimetizzati nel periodo estivo. Come se una zappa li avesse sarchiati verticalmente e senza una logica, segnandone il fondo di macerie. D’inverno si riempiono di neve e, simili a lunghe sciabolate, non appena i monti si sono scrollati di dosso il ghiaccio e la polvere superflui, marcano il contrasto con le rocce. Certi anni, sporchi sotto le nuvole o sfavillanti al sole, restano a biancheggiare nel verde fino ai primi di giugno.
Note
(1) Paolo Pellegrini e Paolo Pellicci, Scialpinismo: l’assicurazione in discesa sui pendii ripidi, in Le Alpi Apuane, notiziario della Sezione di Lucca del CAI, febbraio 1994, pp.6-7 (maiuscole loro).
(2) Ibidem, p. 7 (sottolineatura loro).
(3) Ibidem, p. 7.
(4) “[Il Prode] Ha il talento per l’insegnamento e la sua didattica si basa sulla straordinaria capacità di tenere viva l’attenzione degli allievi: il primo giorno del corso, cotti dalla fatica e dall’esserci alzati alle cinque, ci ha edotti su formazioni ed esiti degli alto-cumuli sopra i 2000 metri e sul significato epistemologico delle nubi lenticolari con un’appassionante lezione a mezzanotte, presentando più di 4.000 foto di cieli nuvolosi e non, in un crescendo ipnotico di immagini oniriche (Francesco Calzolari, La Focolaccia – Manuale d’uso per il neofita)”.
(5) Alessandro Costi, Vent’anni sul ripido, in “I venti anni della Focolaccia”, cit., p. 47.
(6) Sergio Rinaldi, Saltare per canali, in Bollettino-Notiziario della Sezione Fiorentina del CAI, ottobre/dicembre 1985, p. 25.
(7) Vincenzo Sarperi, Parole sulla neve, in Scialpinismo in Apuane e Appennino di Marileno Dianda e Riccardo Simoncini. Pezzini, Viareggio 1997, p. 7.
(continua in https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/sci-estroso-2/



