Appello per la Montagna Sacra

Un nutrito gruppo di intellettuali, naturalisti, alpinisti e semplici amanti della montagna sta portando avanti il progetto di designare come “montagna sacra” il Monveso di Forzo, a cavallo tra la Val Soana e la Valle di Cogne.

Appello per la Montagna Sacra
di Enrico Camanni
(pubblicato su loscarpone.cai.it il 13 dicembre 2021)

Il simbolo della montagna sacra sembrerebbe appartenere alla visione orientale del creato, che ha spesso immaginato e venerato le cime innevate come dee della fertilità e dispensatrici di acqua e vita. Basta scorrere i nomi locali delle grandi vette himalayane – l’Everest è il Chomolungma (madre dell’Universo), Kangchenjung significa Cinque forzieri della grande neve, Cho Oyu si traduce con Dea Turchese – per comprendere il senso metafisico delle altezze tra Nepal, Tibet e India, ma ci sono casi più espliciti come il famoso Kailash dove l’attività alpinistica è addirittura proibita.

Il Kailash è considerato sacro dall’Induismo perché ospita la dimora di Shiva e dal Buddhismo in quanto centro dell’Universo. I tibetani e gli indiani sono tenuti a compiervi un pellegrinaggio almeno una volta nella vita, con un cammino rituale di oltre cinquanta chilometri che aggira la montagna toccando i monasteri e altri luoghi di meditazione e preghiera. Ma nessuno calpesta la cima.

Il Monveso di Forzo accanto alla chiesetta di Boschietto. Foto: Toni Farina.

La montagna sacra è ovviamente presente nella Bibbia dal Monte Sinai di Mosè al monte della Trasfigurazione di Gesù, eppure la nostra idea è assai più sfumata di quella orientale e sulle Alpi la definizione incontra non poche ambiguità: sacri sono gli eremi, i santuari, speciali “monti” come Orta o Varallo, i luoghi insanguinati delle Dolomiti, forse perfino i colli resi tali dal sudore degli uomini, ma le cime non furono mai sacre ai montanari, che nell’antichità le ignoravano, e lo diventarono talvolta per i seguaci della fede cattolica, quando si cominciò a identificarle con dei luoghi di culto coprendole di croci, madonne e altri segni religiosi.

L’esperienza dell’ascesa si carica di significati simbolici
In fondo noi occidentali ignoriamo la vera sacralità della cima, che significa limite e rispetto, ma non di rado, anche in Europa, l’esperienza dell’ascesa si carica di significati simbolici: basta arrampicarsi sulla torre del paese, o meglio su un’altura di collina o montagna, per capire che il mondo della pianura e i relativi riferimenti cambiano proporzioni. Guardandolo dell’alto il grande diventa minuscolo, ciò che era importante passa in secondo piano, le priorità della vita quotidiana svaporano e si confondono via via che si fa il vuoto sotto di sé, fino a dissolversi in una presenza affettuosa ma distante. Succede a chi scala fisicamente la montagna, e soprattutto a chi la sale con lo spirito: non solo i filosofi e gli asceti, ma chiunque si ponga il problema della bellezza, dell’immaterialità, della trascendenza.

Astenersi dalla conquista materiale
E qui sta il punto. Forse è venuto il momento di astenersi dalla conquista materiale, almeno in alcuni luoghi, per ribadire che non siamo i padroni dell’universo. In questo senso l’iniziativa che un nutrito gruppo di intellettuali, naturalisti, alpinisti e semplici amanti della montagna sta portando avanti per i cent’anni del Parco nazionale Gran Paradiso si presenta come una proposta di forte portata simbolica.

Nel nostro tempo così avido di performance e povero di spirito, scrivono i firmatari del progetto (tra cui Alessandro Gogna, Hervé Barmasse, Manolo, Kurt Diemberger, Michele Serra, Silvia Ronchey, Nando Dalla Chiesa, Duccio Canestrini, Paolo Cognetti, Toni Farina, Toni Mingozzi e molti altri), è giunto il momento che almeno su una cima – che è stata identificata con il bellissimo Monveso di Forzo, a cavallo tra la Val Soana e la Valle di Cogne – ci si astenga dalla “conquista” per riscoprire il significato del limite. In pratica ci si fermi più in basso della cima, lasciandola ai giochi del vento e agli altri esseri viventi.

Niente di confessionale, intendiamoci – parliamo di sacralità in senso laico, intesa come rispetto –, e niente di costrittivo: la “montagna sacra” non sarà mai un luogo di divieti. Il progetto non prevede alcuna interdizione formale e nessuna sanzione pecuniaria. Molto più semplicemente, l’impegno a non calpestare più il Monveso è una scelta culturale, un rito contemporaneo, nella speranza che venga compreso e rispettato dall’intera comunità. Una scelta totalmente libera, per gente un po’ più libera.

Per leggere il manifesto dei promotori, per vedere l’elenco dei sottoscrittori e per aderire, andate alla pagina www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/.

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