di Enrico Camanni
È doveroso rendere conto dell’impegno (contro)culturale dell’Unione Buddhista Italiana nel passato periodo olimpico. L’Unione ha approfondito in particolare il tema della “Montagna come luogo universalmente sacro” riferendosi al pensiero di Simone Weil – «Questa nozione mi si è rivelata mentre contemplavo un paesaggio montano, e a poco a poco mi si è imposta in modo irresistibile» – espresso in una lettera indirizzata al Padre domenicano Joseph-Marie Perrin, con cui intrattenne un denso scambio epistolare racchiuso nella raccolta Attesa di Dio. Pagine in cui trapela e si dichiara una ricerca di verità, innanzitutto: una dimensione divina da esplorare e fare propria, un “contatto misterioso, ma reale”, perché, avverte la filosofa: «Bisogna sentire la realtà e la presenza di Dio attraverso tutte le cose esteriori senza eccezioni». Erano state le montagne (misteriose, quanto reali) a illuminarla da ragazza, durante un viaggio con la famiglia sulle Alpi.
L’Unione Buddhista Italiana ha offerto una propria riflessione sul tema, attraverso una serie di appuntamenti in cui la montagna rappresentava il filo conduttore che cuciva assieme diversi sguardi.
In particolare l’incontro “Diventa montagna. Sacralità e simbologie di un ecosistema”, il 21 febbraio 2026 al Museo Nazionale della Montagna di Torino, con un titolo tratto dal verso del mistico tibetano Shabkar, yogi e poeta del XIX secolo. Con questa ideale, quanto suggestiva esortazione, il convegno ha riflettuto sulla montagna nella sua potente valenza spirituale: simbolo di elevazione e ricerca interiore, metafora di uno stato meditativo imperturbabile, ma anche contesto ambientale per lo sviluppo di importanti tradizioni buddhiste.
L’idea assoluta della Montagna sacra aderisce alla visione orientale del creato, che in tempi immemori immaginò le cime innevate come dee madri e fonti di fertilità, dispensatrici dell’acqua che disseta la terra e i viventi. Per comprendere il senso metafisico delle altezze tra Nepal, Tibet e India basta scorrere i nomi locali delle vette: l’Everest è il Chomolungma,madre dell’Universo; Kangchenjunga significa Cinque forzieri della grande neve; Cho Oyu si traduce con Dea turchese. Ma le montagne cariche di simboli non sono sempre le più alte. Su cime fantastiche come il Machapuchare, venerato dalle popolazioni locali perché sacro al dio Shiva, o sul monte Kailash (o Kailãsa), sorgente delle acque, la pratica alpinistica è vietata per non recare offesa alle divinità.
Nalla trazione orientale la montagna è sempre considerata sacra in sé e, per questo motivo, meritevole di diventare la casa di esseri superiori. Nei suoi confronti si possono pronunciare solo parole di preghiera, oppure si deve stare in profondo silenzio. Il cammino orizzontale attorno alla montagna è un percorso di trasformazione che non contempla necessariamente l’idea e la pratica della scalata né, tantomeno, quella di vincere, magari anche piantando sulla vetta un segno di vittoria. «Queste due operazioni – scrive il filosofo Giangiorgio Pasqualotto – verrebbero considerate “negative” o, comunque, non propizie, se non altro per due motivi: innanzitutto perché spingerebbero l’individuo fuori di sé, schiavo del desiderio di raggiungere e “possedere” la vetta; in secondo luogo, centrando l’attenzione sull’impresa personale, esse farebbero dimenticare all’individuo che la montagna è sempre e comunque un segno concreto, tangibile e visibile del fatto che un singolo uomo è soltanto una parte dell’universo che lo circonda».
L’abisso tra la tradizione orientale e quella occidentale si spalanca negli ultimi due secoli con l’affermazione dell’alpinismo, che dapprima esplora le cime delle Alpi, scalandole una a una, e a partire dagli anni ’50 del Novecento, con le grandi spedizioni extraeuropee, inaugura il processo di colonizzazione culturale delle montagne asiatiche ed estende il dominio degli scalatori occidentali all’Himalaya e altri monti lontani, affiancandosi e sovrapponendosi alle usanze locali, talvolta travolgendole. Quando oggi vediamo il via vai di elicotteri e le centinaia di “turisti” paganti delle spedizioni commerciali incolonnati in penosa progressione sulle corde fisse dell’Everest, in attesa del turno per la cima, ci è difficile pensare a Sagaramāthā dio del Cielo o Chomolungma madre dell’Universo, i nomi originari del Tetto del mondo. Per quelli che se lo possono permettere, l’Everest è ormai un oggetto di consumo acquistabile come un bene al supermercato delle cime, anche se i portatori e gli sherpa continuano a venerarlo secondo la fede dei padri e prima dell’ascensione si soffermano in preghiera attorno alle bandierine votive per ingraziarsi il favore degli dei.



Ottimo articolo. Bravo, Enrico!