Fær Øer
(l’arcipelago delle favole)
di Valentino Poli
(pubblicato su Annuario CAI Bergamo 2022)
“A rendere ancora più magico l’insieme, la pioggia incessante e la vista sullo sfondo dei due faraglioni che una leggenda nordica narra trattarsi di due troll giganti pietrificati dai raggi del sole nascente…”.
Chiunque si voglia avvicinare alle meraviglie del Nord Europa, normalmente lo fa con lo sguardo rivolto ai giganti di questa parte di mondo, ossia i ghiacciai dell’Islanda, i fiordi della Norvegia e le foreste della Polonia.
Molti lungo questo viaggio si innamorano perdutamente di questa natura selvaggia ma solo pochi di loro arrivano a scoprire il segreto meglio custodito di questo piccolo grande microcosmo nordico.
E’ un segreto così grande da metter soggezione a chi lo scopre per la prima volta, un segreto nascosto tra scogliere violente, precipizi infernali e cascate che si tuffano a volo d’angelo sul mare.
E’ un segreto gelosamente custodito nel cuore dell’oceano Atlantico: nell’Arcipelago delle Fær Øer, un piccolo arcipelago di 18 isole, grande come l’intera provincia di Torino, a metà strada tra la Scozia e l’Islanda, abitate da 50.000 persone, di cui 20.000 stanno nella capitale Torshavn e gli altri divisi tra le principali isole.
Trovandosi nel centro assoluto della corrente del Golfo, il clima alle Fær Øer è praticamente uguale tutto l’anno, con temperature tra i 4° e i 10° e tanta, tanta pioggia. Per capire quanto è importante la corrente del Golfo che lambisce le coste dell’arcipelago, basti pensare che alla stessa latitudine, si trova Jakutsk, la città più fredda del mondo, dove le temperature minime arrivano a -60°.
La bellezza di questi luoghi è rappresentata dallo spettacolo della natura, spettacolo che si può godere in ogni dove e anche se la maggior parte dei posti più belli non sono in alcun modo segnalati, basta solo saperli cogliere e assaporarli. Alle Fær Øer “bellezza” fa rima con “trekking”, ma fare trekking significa spesso percorrere tracce di sentieri che a volte spariscono lasciando unicamente al vostro fiuto identificare il percorso per proseguire e, quando esistono, percorrerli richiede una costante attenzione e dover fare i conti con un terreno spesso fangoso, scivoloso e con il Re di questi posti: il Dio Vento. Ecco perché le Fær Øer non vanno assolutamente sottovalutate.
Ma ora, è tempo di partire! Milano, Amsterdam, Copenaghen e poi, con volo Atlantic Air verso l’Arcipelago le cui isole, arrivando in aereo, appaiono e scompaiono tra le nuvole sempre più dense di pioggia e sembrano enormi smeraldi che svettano in mezzo ad un mare nero ed ostile e il comitato di ricevimento che ci è stato preparato all’arrivo, con pioggia torrenziale e forte vento, è il loro benvenuto nel mondo dell’estrema variabilità meteo. Non c’è altro modo di godere di questi posti se non quello di accettare di viverli all’interno di condizioni climatiche dove la pioggia e il vento sono una presenza costante. Arrivo sull’isola di Vagar nell’unico aeroporto dell’arcipelago, un ex aeroporto militare costruito dagli inglesi durante la Seconda guerra mondiale per prevenire una invasione da parte della Germania Nazista, e sul cui confine è situato l’albergo dove sarò ospite per la prima notte. La cosa che mi colpisce arrivando su queste isole è che non c’è traccia di vegetazione arborea: niente alberi, cespugli, ma soltanto erba, tanta erba, verdissima erba, e pecore, pecore a volontà. Adiacente l’aeroporto, si trova il Lago di Leitisvatn, circondato da scogliere a picco sul mare che sembrano uscite direttamente dalla sceneggiatura di un film fantasy, attorno al quale resistono ancora oggi antiche leggende di elfi e creature mitologiche, che rendono questo luogo ancora più affascinante.
Percorro il sentiero che costeggia il lago fino a Trælanípa, la scogliera che si erge a 142 m sul livello del mare, lungo la quale precipita la cascata che collega il lago all’oceano. Da questo punto di osservazione il lago appare letteralmente sospeso sul mare e il contrasto tra il verde dell’erba, con il blu del lago, le sfumature grigio-azzurre del cielo, accompagnato dalla vista spettacolare dell’oceano sul cui orizzonte si scorgono le altre isole dell’arcipelago e dallo sfondo sonoro della cascata e delle onde che si infrangono sulle scogliere, creano una formula magica da togliere il fiato. L’espressione massima della bellezza della natura! Il mattino, in macchina, mi sposto verso nord-ovest, supero il paesino di Bour, e dopo 2 km, parcheggiata l’auto, imbocco il sentiero che fino al 2004 costituiva l’unico modo di raggiungere il villaggio di Gasaladur, il luogo più popolare e iconico delle Fær Øer, simbolo indiscusso di quest’arcipelago, con la sua cascata di Múlafossur che si tuffa dal bordo della scogliera nell’oceano sottostante. Percorro il sentiero che si inerpica lungo ripide salite, con panorami da togliere letteralmente il fiato. Passo davanti a Líksteinin, la pietra dove gli uomini incaricati del trasporto dei morti da Gasadalur al cimitero di Bour riposavano, e a Keldan Vívd, la sorgente la cui acqua dona l’eterna giovinezza, per poi raggiungere il passo, dal quale ho il primo incontro visivo con il villaggio di Gasaladur.
Il villaggio è posto su di un piccolo altopiano a picco sull’oceano circondato dalle montagne più alte dell’isola di Vagar, il cui orizzonte è chiuso dalla vista spettacolare delle isole di Mykines, Gasholmur e Tindolmur.
La successiva ripida discesa mi porta in poco tempo alla spettacolare cascata di Múlafossur, al confine del minuscolo villaggio con le sue case dai tetti di torba tra cui mi trovo a passeggiare in compagnia di un locale che mi racconta una delle leggende legate a questo luogo incantato.
E l’incanto riesce! Il racconto che sto ascoltando, la vista e il rombo della cascata che ne è la protagonista, l’eco del mare sottostante, il rumore del vento, l’azzurro cappello del cielo e i verdi prati che mi circondano, mi fanno sentire per alcuni momenti immerso nel Valhalla, il Paradiso Nordico.
Il mattino, con un bus, lascio l’isola di Vagar e raggiungo Torshavn, la piccola cittadina capitale dell’Arcipelago, sull’isola di Stremoy, che diversamente da altre capitali nordiche piuttosto fredde, conserva un fascino antico decisamente fiabesco nascosto tra i tetti di torba del suo centro storico e la zona di Tinganes, una zona di case antiche, tutte in legno, coloratissime, che risultano poi essere, in realtà, la sede del governo Faroense.
Ma ho voglia di immergermi nella natura e così, con una camminata di circa 3 ore seguendo un percorso a tratti da inventarsi, sotto una pioggia incessante e un vento gelido, attraverso l’isola per portarmi sulla costa ovest e raggiungo Kirkjubøur, l’antico centro religioso e culturale dell’arcipelago. Le pochissime case in riva all’oceano, strette attorno ai resti della vecchia cattedrale di San Magnus abbandonata dal 1547, mi appaiono all’improvviso baciate dai raggi del sole che ha rotto le nuvole per regalarmi altre emozioni e un’altra cartolina da sogno.
Le previsioni meteo danno uno spiraglio di qualche ora di tempo buono e cosi, il nuovo giorno mi vede in viaggio di buon mattino verso la parte ovest dell’isola di Streymoy con destinazione il villaggio di Vestmanna, per vedere da vicino le selvagge Birdcliffs. Con la barca si naviga attraverso una natura mozzafiato, costeggiando gli strapiombanti fianchi delle montagne, quasi accarezzando gli imponenti faraglioni, attraversando strette gole e archi rocciosi, ammirando le profonde grotte scavate dalla forza dell’acqua e potendo godere della ricca avifauna e delle diverse specie di uccelli che nidificano nelle strette sporgenze delle scogliere. E tutto questo senza segni di costruzione o sviluppo umano in tutta l’area, acuendo la sensazione di viaggiare in un mondo incontaminato, moltiplicando l’incanto, trasmettendo la sensazione che la promessa della bellezza sia stata mantenuta. Un’esperienza affascinante e indimenticabile che non ha tradito le attese.
Mi spingo ancora più su, verso l’estrema parte nord dell’isola, verso uno dei più impervi e scenografici luoghi mai abitati dall’uomo: è il villaggio di Tjørnuvík, fondato dai Vichinghi, che si trova sul fondo di una profonda insenatura. Incastonato tra due ripide scogliere, il villaggio colorato si staglia, contro il verde vivido della montagna e dell’unica spiaggia nera di origine vulcanica dell’isola. Si presenta come un villaggio alla fine del mondo, con le sue poche case colorate divise da strette vie e coperte dal tetto di torba erbosa. E a rendere ancora più magico l’insieme, la pioggia incessante e la vista sullo sfondo dei due faraglioni che una leggenda nordica narra trattarsi di due troll giganti pietrificati dai raggi del sole nascente mentre cercavano di trascinare le isole Fær Øer, su ordine dell’Islanda gelosa della loro bellezza, vicine all’Islanda stessa.
Decido di restare nell’estremo nord dell’arcipelago spostandomi sull’isola di Eysturoy. Raggiungo il villaggio di Eiði nell’estremità nord-ovest dell’isola in una splendida cornice naturale ai piedi della più alta montagna delle Fær Øer, lo Slættaratindur 882 m. Lo spirito della verticalità non mi ha abbandonato e così, mi incammino lungo il sentiero che dal paesino si arrampica lungo le pendici della montagna per raggiungere la cima dalla quale si può godere di un panorama mozzafiato su tutte e 18 le isole dell’arcipelago. Ma il cattivo tempo la fa ancora una volta da padrone. Fa parte di questo splendido gioco che è il viaggiare. E allora aggiungo questa meta alle altre che il cattivo tempo mi ha impedito di gustare: l’isola di Kalsoy con il suo spettacolare percorso per raggiungere il Kallur Lighthouse, il villaggio di Gjov sull’isola di Eysturoy, l’incantevole villaggio di Saksun che sorge sul fondo di un profondo fiordo, la magica Isola di Mykines, paradiso e riserva naturale per numerose colonie di uccelli, tra cui le splendide pulcinelle di mare, prenotandoli tutti per il prossimo viaggio.
Ma il vero fascino di questi luoghi è intimo. Lo si percepisce pienamente dopo un po’ di tempo, giorno dopo giorno. Occorre lasciarsi andare, abbandonarsi al ritmo lento della natura, salire sulle creste di queste montagne ad incontrare il forte vento, a godere della vista sui fiordi e delle isole circostanti. E quando arriva il momento di abbandonare l’arcipelago, le sensazioni che hai in corpo sono contrastanti e quasi incompatibili tra loro. Da una parte si è avvolti dal senso di meraviglia per la bellezza dei luoghi di fronte ai quali si è fisicamente obbligati a una sosta quasi meditativa, perché momenti così non vanno né fotografati né filmati, ma gustati in ogni loro singolo dettaglio, inclusi gli schiaffi del vento.
Dall’altra ti senti quasi sollevato come se stessi finalmente sfuggendo a questo solitario gigante di roccia, scontroso, aggressivo e che non vuole parlare con nessuno, la cui amicizia te la devi andare a prendere. Devi sudare, devi rischiare, devi prenderti in faccia il vento e la pioggia più pungente. Ma una volta che ne hai conquistato l’amicizia, ne hai in pugno anche il suo grande segreto. Un segreto fatto a immagine e somiglianza di ogni essere umano in cui convive la continua lotta tra il bene e il male, accompagnata però dalla capacità di trasformare questa lotta in splendidi paesaggi.
Questo, forse, è il grande segreto delle Fær Øer, nascosto in una favola senza un finale, che aspetta di essere scritta da ciascuno di noi per poi essere affidata alle onde e agli scogli di questa piccola grande perla incastonata nel cuore dell’oceano Atlantico.




