Ripensare i sentieri

Non solo una guida all’inclusione: il libro Escursionismo e accessibilità, pubblicato dal CAI in collaborazione con Terre di mezzo Editore, offre la visione di chi la montagna non la può ancora vivere totalmente.

di Matilde Marelli

Archivio: CAI San Pietro in Cariano Lessinia/Foto: P. Giacopuzzi.

Pubblicato dal Club Alpino Italiano (CAI) in collaborazione con Terre di mezzo Editore, Escursionismo e accessibilità è il nuovo volume della collana I Manuali del CAI ed è stato scritto da Pietro Scidurlo insieme alla Struttura Operativa di Accompagnamento Solidale (SODAS) del club, nata nel 2024 per promuovere l’inclusione attraverso la montagna.

Costruire una montagna accessibile
Da un lato una riflessione culturale sull’inclusione, ancora troppo spesso percepita come eccezione, diversità e non come normalità; dall’altro un vero e proprio manuale con strumenti concreti per renderla possibile. Percorsi ad hoc, segnaletica chiara, infrastrutture adeguate e itinerari differenziati ma integrati nel territorio per rendere l’accessibilità un disegno consapevole rappresentano il nodo centrale del libro. Non si tratta di “portare” le persone con disabilità in montagna, ma di costruire una montagna che sia già pensata per accoglierle e che permetta loro di vivere tutte le esperienze che può offrire. Un cambio netto, che chiama in causa operatori del settore e istituzioni. Ed è proprio in questo contesto che il Club Alpino Italiano diventa centrale: da sempre attivo nella tutela e valorizzazione dei territori montani, muovendo progetti, formazione e strutture dedicate con l’obiettivo di trasformare l’escursionismo in una disciplina adatta a tutti, che possa rendere la montagna un luogo di incontro.

L’autore: Pietro Scidurlo
Tra le voci del volume c’è quella di Pietro Scidurlo, figura chiave nel panorama dell’accessibilità outdoor. Nato nel 1978 a Somma Lombardo (VA), ha trasformato la propria paraplegia in un punto di partenza per creare qualcosa di diverso, diventando negli anni un riferimento per il turismo accessibile in Italia e un esempio concreto di come il cambiamento personale possa influenzare il destino anche di altre persone. Viaggiatore, autore e co-fondatore dell’associazione Free Wheels, creata nel 2012 per promuovere il viaggio lento accessibile lungo i cammini europei, lavora da tempo per rendere gli itinerari davvero aperti a tutti, dimostrando che l’inclusione non è solo possibile, ma anche motivo di arricchimento. La sua esperienza diretta dà al manuale una credibilità rara: ogni indicazione nasce da esigenze reali, vissute e affrontate lungo i sentieri.

Al rifugio Forni. Foto: Dario Fanoni.

Una responsabilità collettiva
Un libro scritto per un target ampio, che comprende operatori turistici, progettisti di itinerari, gestori di strutture, accompagnatori, ma anche per chiunque frequenti la montagna e volesse imparare a farlo e con più consapevolezza. Oltre a una guida per le esperienze sportive, “Escursionismo e accessibilità” accompagna i lettori verso una comunicazione che prende in considerazione realtà più ampie, dedicando spazio a un glossario di “parole preziose” e rendendo l’inclusione una responsabilità formativa e collettiva. E qui sta il punto. Far sì che l’outdoor sia accessibile non è solo una questione etica, ma anche un dovere culturale e sociale. In un momento in cui il settore del trekking e dei cammini cresce e si diversifica, il manuale arriva come uno strumento necessario per vedere e vivere questo mondo da un’altra prospettiva: riconoscere che la montagna è già uno spazio condiviso che siamo noi ad averlo reso esclusivo.
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La Struttura Operativa di Accompagnamento Solidale (SODAS) del CAI è un’associazione nata nel 2024 con lo scopo di promuovere la montagnaterapia e l’escursionismo adattato, rendendo la montagna un luogo accessibile.

Parla Fabio Pellegrino, presidente CAI SODAS
(montagnaterapia e inclusione)

Come e perché il CAI ha deciso di avvicinarsi al mondo della disabilità?
È un percorso che parte da lontano e che si è consolidato durante la presidenza di Antonio Montani. Già dal 2017 è emersa con forza l’esigenza di creare progetti di accompagnamento rivolti a persone che, per la loro condizione o fragilità, desideravano conoscere e vivere la montagna. Da qui è nato un gruppo di lavoro all’interno
della Commissione centrale per l’escursionismo, fino ad arrivare, nel 2024, alla nascita di SODAS. Oggi lavora su due fronti: l’accompagnamento in progetti di montagnaterapia e il tema dell’accessibilità, con particolare attenzione all’escursionismo adattato.

Foto: Raffaello Celebrin

Qual è l’idea di fondo di SODAS?
Per noi la montagna deve poter essere vissuta non solo come esperienza assistita, ma come occasione di relazione, socialità e partecipazione, costruita attorno ai bisogni concreti delle persone. Non si tratta semplicemente di “portare” qualcuno in montagna, ma di accompagnarlo in un momento condiviso, pensato con attenzione e competenza.

Nel manuale emerge la volontà di costruire una montagna accessibile. Cosa significa concretamente?
Significa progettare l’esperienza prima ancora dell’uscita: studiare i percorsi, verificarne la fattibilità, capire quali strumenti siano necessari e adattare ogni proposta alla persona che si accompagna. Vuol dire non intervenire dopo, ma pensare fin dall’inizio a sentieri, accoglienza, strumenti e linguaggi inclusivi. L’accessibilità non è solo tecnica: è anche qualità della relazione, capacità di far sentire ogni persona parte dell’esperienza.

Si parla tanto di sostenibilità nei territori montani, ma sull’accessibilità a che punto siamo? Esistono già degli esempi virtuosi?
Siamo in una fase di crescita che negli ultimi anni ha visto una forte accelerazione. Il tema è ancora in evoluzione, ma ci sono segnali concreti: molte sezioni del CAI si sono impegnate direttamente su questo fronte e crescono i soci che partecipano ai corsi promossi da SODAS. Questo dimostra che l’accessibilità non è più un tema marginale, ma una questione trasversale all’intera associazione.

Quali sono gli ostacoli principali per rendere la montagna davvero inclusiva? Quanto è difficile applicare gli strumenti concreti offerti dal manuale?
Uno degli ostacoli principali è culturale, prima ancora che organizzativo o infrastrutturale. Rendere la montagna inclusiva significa imparare a progettare le uscite a partire dalle esigenze reali delle persone, con competenze, formazione, tempo e attenzione alla relazione. Un altro nodo è l’accoglienza: serve lavorare anche con chi gestisce rifugi e strutture, per eliminare difficoltà e barriere e costruire un rapporto più consapevole con chi arriva.

Archivio: Sezione CAI Palestrina

Le istituzioni stanno supportando questo percorso?
Il quadro è ancora molto disomogeneo. La disponibilità di risorse economiche e la capacità di risposta ai bisogni sociali cambiano molto da territorio a territorio, e questo incide anche sulle possibilità concrete di sviluppare percorsi inclusivi in montagna. In questo scenario il volontariato del CAI svolge un ruolo fondamentale: grazie alla competenza tecnica delle Sezioni e all’impegno dei soci, riusciamo a garantire esperienze in natura a persone che altrimenti ne resterebbero escluse. In questo senso, il CAI non offre solo un’attività ricreativa, ma contribuisce attivamente a rendere effettivo un diritto.

Una montagna accessibile a tutti rappresenta un’opportunità per il turismo?
Sì, senza dubbio. L’accessibilità rappresenta una grande opportunità sia dal punto di vista sociale sia da quello turistico. In un Paese come l’Italia, dove gran parte del territorio è montano o collinare, aprire davvero le terre alte significa ampliare il numero delle persone che possono viverle: non solo persone con disabilità, ma anche anziani e famiglie. Un territorio capace di offrire sentieri accessibili, segnaletica adeguata e rifugi accoglienti diventa anche più attrattivo e competitivo. Per questo, accanto ai progetti di accompagnamento, stiamo investendo molto anche nella formazione e nella cultura dell’accoglienza inclusiva.

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