CIPRA: la campana giusta

a cura di Marrano

Per qualcuno la solita inutile e costosa iniziativa europea. Per altri l’unica vera fonte di informazioni e di ispirazione attraverso la condivisione di buone pratiche sullo stato delle Alpi. Per molti, quasi sicuramente la maggioranza, il nulla assoluto. CIPRA? Boh, mai sentita. Cos’è, il nome di un cosmetico femminile o del Comitato Italiano Protezione Animali? A beneficio di quest’ultimi, magari in particolare di quelli arrivati in montagna di recente con l’onda social in divisa multibrand, vediamo allora di fare un po’ di chiarezza con qualche breve cenno storico…

CIPRA è l’acronimo di Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, un’organizzazione non governativa fondata il 5 maggio 1952 a Rottach Egern, in Germania. Il nome indica già in maniera chiara la missione di questo organismo, la cui idea originaria era nata a Bruxelles nel 1950, all’interno dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura – iucn.org – in risposta alla prospettiva di sviluppo di grandi progetti idroelettrici previsti all’epoca all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Attualmente ha una sede centrale a Schaan nel Principato del Liechtenstein e dalle rappresentanze dislocate in tutti gli stati alpini. In Italia la sede della presidenza e della direzione generale è Torino a cui si affianca la sede di Bolzano per l’Alto Adige/Südtirol. Ne fanno parte, come detto, rappresentanti di tutti gli stati alpini, quindi, oltre all’Italia, la Germania, la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia, che operano a livello locale su coordinamento di CIPRA INTERNATIONAL insediata presso la sede centrale di Schaan. L’attività di CIPRA, a scanso di equivoci, è sostenuta economicamente da donazioni private, provenienti da fondazioni a supporto di progetti specifici e, occasionalmente, da contributi pubblici volontari rilasciati da enti locali sempre a supporto di iniziative specifiche con ricadute territoriali.

Nel corso di oltre 70 anni di attività la Commissione ha promosso progetti di studio e di ricerca sulla condizione ambientale e socioeconomica delle Alpi, mettendo in luce da un lato criticità e dall’altro buone pratiche, con lo scopo di sensibilizzare le istituzioni e i soggetti privati nell’intraprendere azioni concrete per la salvaguardia e lo sviluppo dello spazio alpino. Temi come la biodiversità, la crisi climatica, la criticità idrogeologica o lo spopolamento della montagna, tanto di moda in questi giorni, sono da sempre al centro dell’attenzione da parte della Commissione, che fin da tempi non sospetti parla con cognizione di causa di sviluppo sostenibile della montagna. Personalmente confesso di aver scoperto CIPRA solo nel 2007 quando, per ragioni professionali, mi è capitato fra le mani il volume NOI ALPI, 3° Rapporto sullo Stato delle Alpi, una pubblicazione nella quale si leggono dati e rapporti che oggi, a distanza di quasi vent’anni, risultano di piena attualità, lasciando intendere che il lavoro di questa realtà è ben radicato e fondato su solide competenze. Ciò che più colpisce e in un certo senso crea disagio, è dover registrare, a fronte della lettura, i gravi problemi di udito a carico delle massime istituzioni, in Italia come negli altri stati alpini, rispetto ai tanti richiami lanciati da CIPRA e alle relative proposte di azione basate su buone pratiche locali veramente virtuose.

Per uno geneticamente scettico come Marrano, CIPRA non è probabilmente la Sibilla Cumana in grado di fare profezie sul futuro delle Alpi ma di certo, seguendo con attenzione i contenuti proposti nelle relazioni dei suoi attivisti e mettendo il naso in uno degli interessanti convegni organizzati, guarda caso, quasi sempre fuori dall’Italia, gli spunti di ispirazione possono essere davvero notevoli. Ciò soprattutto per quegli amministratori locali italiani avvezzi all’abuso della parola territorio, cui spetta l’onere di tradurre in pratica le tante buone intenzioni dichiarate quotidianamente sulle testate locali o sui rispettivi canali social, ogni qualvolta si tocchi l’argomento montagna.

Sul futuro della montagna, sia essa alpina o appenninica, si è detto e scritto molto nel nostro bizzarro Bel Paese che, vale la pena ricordarlo, è montuoso per circa il 35% della propria superficie. Le recenti catastrofi ambientali che hanno colpito le Alpi, in particolare la Svizzera, dove il villaggio di Blatten, nel Vallese, è stato letteralmente cancellato dal crollo del ghiacciaio sovrastante, hanno portato al centro dell’attenzione il tema del costo per il mantenimento in sicurezza delle comunità di montagna. Perché ad una montagna sempre più fragile e rischiosa, anche sul piano politico, corrisponde un costo economico e sociale sempre maggiore, che si riflette indirettamente sulle comunità di pianura. Una situazione complicata e paradossale, se si pensa che il settore immobiliare si sta già da tempo leccando i baffi osservando la tendenza ormai evidente all’aumento di interesse proprio da parte degli abitanti delle città di pianura verso il trasferimento di residenza nelle piccole comunità di montagna, magari in quelle meno esposte ai flussi turistici e in avanzato stato di abbandono. Il futuro della montagna, dunque: un tema attuale e carico di contraddizioni, del quale si parla in tanti, ma davvero in pochi con piena consapevolezza.

È ormai quasi sera nel villaggio alpino, ma potremmo essere anche sulla Maiella o in Aspromonte. L’aria leggera di inizio autunno muove il bosco che ha ormai i colori del fuoco. Dopo una delle ultime giornate al pascolo, le vacche stanno rientrando in stalla e il suono delle loro campane, portato dal vento, si sente fino nel fondovalle. Fra le tante campane che sanno di montagna, mi fermo a pensare che la campana della CIPRA, forse, potrebbe essere davvero quella giusta a cui dare finalmente ascolto.

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1 Comment

  1. says: bruno telleschi

    Anch’io sono scettico: il ritorno alla montagna avviene poco sulle Alpi ed è assente sugli Appennini dove i paesi sono pressoché abbandonati. Senza speranza!

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