Dolomiti, arriva il bivacco anti-cafoni

La struttura è stata costruita con i moduli portati con l’elicottero: «Non è stata pubblicizzata per evitare una sovraesposizione mediatica. La montagna non è un centro commerciale».

Dolomiti, arriva il bivacco anti-cafoni
di Silvia M. C. Senette
(pubblicato su corrieredelveneto.corriere.it il 27 luglio 2025)

Dalla montagna, regno di silenzio, fatica e contemplazione, si è arrivati in pochi anni a un trend sempre più spinto di «parco giochi del lusso a cielo aperto» in cui le Dolomiti rischiano di snaturarsi. In un contesto di magnum di champagne sciabolate dj-set in quota, spicca la proposta controcorrente e ultra spartana del nuovo bivacco Aldo e Miranda Vaccari: meno di 15 metri quadrati a Cuna del Cridola e nessun comfort. Un vero inno all’essenzialità. Un monito per un turismo che, complici i social media e una certa democratizzazione dell’accesso alle Terre Alte, si fa sempre più «cafone», popolato da visitatori impreparati e spesso molesti.

Il bivacco Aldo e Miranda vaccari. Nel riquadro, Emilio Fabbro.

Troppi turisti in infradito
Dalle vette del Lagorai alle guglie del Brenta, il copione si ripete: turisti in infradito che affrontano sentieri impervi spesso scomodando il soccorso alpino, selfie selvaggi in pose improbabili e rischiose sullo sfondo maestoso delle cime tutelate dall’Unesco, immondizia lasciata sui sentieri deturpando pascoli e boschi. C’è poi la questione rifugi: luoghi di ristoro e accoglienza trasformati da alcuni in aree pic-nic gratuite. Ci si porta il pranzo al sacco, si occupano i tavoli per ore senza consumare nulla e si chiedono lussi da città a 3.000 metri, dimenticando o ignorando che ogni servizio in quota ha un costo.

No alla sovraesposizione mediatica
In questo scenario, le lamentele riguardano anche l’uso improprio dei bivacchi. Ma da un esempio virtuoso proveniente dalle Dolomiti venete orientali, al confine con il Friuli, giunge l’invito a una riflessione sul vero senso di «andare in montagna». Emilio Fabbro, presidente del CAI di Lorenzago, è il custode di questa filosofia. Domenica 20 luglio è stato inaugurato il Nuovo Bivacco Aldo e Miranda Vaccari a 2050 m sul Cridola. «È costruito con i moduli portati su con l’elicottero fra ottobre e novembre, smantellando il vecchio bivacco e costruendone uno nuovo». Un’operazione che, volontariamente, non è stata promossa né pubblicizzata proprio per evitare quella «sovraesposizione mediatica, soprattutto sui social, che spesso porta a una frequentazione eccessiva e scriteriata dei bivacchi».

Un prototipo per le Dolomiti
Il Vaccari, meno di 15 metri quadrati interni, è un concentrato di essenzialità e intelligenza costruttiva, frutto di un coinvolgimento diretto degli escursionisti. «Abbiamo cercato di fare un prototipo, un bivacco replicabile anche in altri luoghi», spiega Fabbro. La struttura a botte, rivestita in larice con 15 centimetri di isolante, con una finestrella per lato, è pensata per resistere e accogliere senza fronzoli. «Si sta freschi d’estate, perché è isolato, mentre in inverno, in 4-5 persone, c’è “l’effetto stalla” che permette di rimanere al caldo».

La caratteristica principale? «La mancanza di materassi e coperte. Crediamo che l’escursionista vada educato – racconta Fabbro -. Gli escursionisti tedeschi girano con i loro materassini; anche l’escursionista italiano è giusto che giri con le proprie attrezzature».

Solo lo stretto necessario
L’interno del bivacco è spartano ma funzionale. «C’è una bussola interna che divide l’area in due: la zona notte e quella giorno, divise da due porte scorrevoli che permettono di lasciare all’ingresso scarponi, zaini e attrezzature, in modo che dentro ci sia più comfort». Non manca una cassetta del pronto soccorso, un piccolo tavolino e un pannello solare che alimenta luci a tempo determinato e, per le emergenze, due ricariche Usb per i cellulari. «Le ho volute io, per motivi di sicurezza è bene che i cellulari siano carichi. Però niente wi-fi. C’è tutto quello che serve, nulla di più: se l’escursionista si è preso nel mezzo della tempesta, qui trova un riparo un po’ spartano ed essenziale ma comunque confortevole e impregnato del profumo di larice».

Un punto di partenza per le escursioni più dure
Il bivacco è un luogo di emergenza e di appoggio per escursioni impegnative, non una casa vacanze gratuita. Non tutti però lo hanno capito. «Ci sono persone che salgono e restano anche una settimana per farsi le vacanze gratis, quindi qualcuno ha trovato le lenzuola fuori a stendere», racconta Fabbro con una punta di rammarico. Un fenomeno che, «soprattutto nel Bellunese, ha visto casere e bivacchi utilizzati come base per soggiorni prolungati», snaturandone la funzione. «Lo scopo di un bivacco è avere un punto di partenza per le escursioni più impegnative o un punto di emergenza, un ristoro, una cassetta per il primo soccorso, un riparo da una tempesta. Questo è il compito del bivacco e il Vaccari lo assolve».

Rispettare la montagna
La scelta di non promuovere sui social il ritiro e la sua posizione – raggiungerla richiede circa tre ore di cammino – è una precisa strategia per preservarne l’autenticità. «Non abbiamo fatto alcuna pubblicità durante i lavori e nemmeno dopo. L’ufficialità avviene in questi giorni con l’inaugurazione», spiega Fabbro, convinto che il vero successo dell’iniziativa sia «sorprendere l’escursionista che arriva, felice di trovare qualcosa che non si aspettava». Il messaggio è inequivocabile: «Non ci illudiamo di cambiare lo spirito di chi sale in montagna aspettandosi comfort da hotel, ma vogliamo chiarire che salire in quota richiede consapevolezza, preparazione e rispetto». Un bivacco, come ribadito dal Consorzio Turistico Tre Cime Dolomiti, «non è un posto “gratuito e figo” dove dormire. È un riparo d’emergenza. Serve per chi, davvero, ne ha bisogno». Lasciarlo pulito, portare via i rifiuti, rimpiazzare la legna: sono queste le regole d’oro, semplici e fondamentali, che distinguono l’escursionista dal cafone».

Un patrimonio da difendere
Il Trentino e l’Alto Adige condividono con il Veneto le Dolomiti patrimonio Unesco e hanno la responsabilità di tutelare questo inestimabile tesoro educando e promuovendo un turismo consapevole e rispettoso. «La montagna non è un centro commerciale; è un ambiente fragile che richiede cura, attenzione e un approccio umile. E soprattutto la montagna non è per tutti – ribadisce Fabbro – Ci vuole preparazione, competenza, un certo studio prima delle gite, informarsi se il sentiero è per escursionisti esperti o normali. Ci vuole consapevolezza». L’offerta della montagna attuale include oggi movida e rifugi blasonati, ma esiste un altro tipo di proposta: «Quella dei bivacchi spartani, che ha qualche difficoltà in più ma dove poter anche riflettere con calma».

L’iniziativa del CAI di Lorenzago e Montebelluna, con il bivacco Vaccari, vuole essere «un esempio virtuoso, un passo indietro rispetto ai comfort superflui, un ritorno alle origini per riscoprire il valore della lentezza, della fatica, del silenzio».

L’invito implicito è a lasciare a casa le infradito e le pretese da città per portare con sé uno zaino leggero, scarponi robusti e un’irrinunciabile, profonda, dose di rispetto.

Il commento
di Carlo Crovella

In questa estate 2025, in cui lo sport nazionale (almeno sulla ribalta mediatica) pare essere “dagli al cattivo dolomitista”, dalle Dolomiti arriva anche qualche notizia positiva. Chissà che l’idea del bivacco anti cafoni non faccia scuola…
Personalmente continuo a mantenere non poche perplessità.
La realtà non depone a favore di speranze ottimistiche. Per esempio nelle Alpi occidentali il bivacco posto poco sotto la vetta della Dormillouze (alta Val di Susa) risponde ai criteri anti-cafoni: niente materassi né coperte, solo tavolati in legno, utilizzabili per diverse finalità conviviali, fra cui eventualmente anche pernottare. Ciò nonostante, tempo fa dei “cannibali” (non identificati) hanno vandalizzato tale bivacco a tal punto che, nell’estate 2024, la famiglia del ragazzo (cui la struttura è intitolata) è stata costretta a caricarsi dell’onere e della fatica di effettuare i lavori riparatori, compreso il coinvolgimento di un elicottero. Se questa è “civiltà”…

In Dolomiti andrà meglio? Io sono pessimista, ma basta aspettare e lo verificheremo.

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12 Comments

  1. says: Luciano Regattin

    Scrivono “non è stata promossa né pubblicizzata”, poi però la notizia si trova su tutti i social e su tutti i quotidiani online!
    Non ce la fanno proprio a capire che è la notizia in sé che attira i selfisti dei luoghi iconici, e questo è destinato a divenire tale proprio per la diversità dagli altri bivacchi: i cosiddetti cafoni ci andranno non per la fantastica cornice dolomitica che circonda il bivacco, ma per quello che rappresenta.
    Se veramente avessero voluto evitare l’arrivo dei cafoni, sarebbe stato sufficiente non dare alcuna notizia.

  2. says: Gamaz

    Redatti, hai piena ragione. Il problema dei bivacchi non sono i cafoni, che sono sempre esistiti, ma i bivacchi in sé. Ogni gruppo montano ormai “deve” averne uno, ogni sezione del Cai “deve” averne uno o più, ogni sito, giornale, canale on line deve parlarnee scriverne, ogni youtuber deve far vedere che c’e stato; ma è proprio necessario stimolare sempre di più il turismo costruendo, ampliando, rinnovando tutto e dappertutto? Si potrebbe andare avanti all’infinito, ma per ora mi fermo.

  3. says: Carlo

    Noto che la novità anti cafoni consiste nel realizzare bivacchi come erano stati pensati dal Barcellan nel lontano 1947.
    Anche allora, per ovvi motivi, non ci fu pubblicità ma non certo per questo son durati ( e durano) da allora.
    Credo sia cambiato lo scopo per frequentarli.
    Allora come appoggio o rifugio prima o dopo una ascensione.
    Ora come meta per un selfie, una canna od una mangiata.

  4. says: Ezio Bonsignore

    Si ricorderà che già nel 2013, vennero demoliti due bivacchi (il Della Chiesa in Lagazuoi e quello alla Croda Rossa) proprio perché erano ormai frequentati in maggioranza da persone, e per scopi che non avevano nulla a che fare con l’alpinismo. Qualcuno sa se in seguito ci siano stati dei casi analoghi?

  5. says: Ezio Bonsignore

    PS: Prima della decisione di demolirli, i due bivacchi erano stati deliberatamente privati di qualsiasi suppellettile interna, lasciando le nude baracche metalliche come rifugio d’emergenza. Non servì a nulla.

  6. says: Ezio Bonsignore

    PS: “Se veramente avessero voluto evitare l’arrivo dei cafoni, sarebbe stato sufficiente non dare alcuna notizia.”

    Beh, ma anche no. Se la funzione primaria dei bivacchi deve essere quella di fornire un riparo d’emergenza, bisogna che chiunque vada da quelle parti sappia che ci sono e dove sono, e che sia in grado di trovarli anche in condizioni meteo fortemente avverse. Non li dipingono mica in arancione solo perché è anti-corrosione.

  7. says: Ezio Bonsignore

    PS: E comunque, è una vecchia storia. Per chi volesse sorridere:

    Quando negli anni ’70 costruimmo il bivacco Lubrano al Gran Sasso (successivamente distrutto, e oggi sostituito dal nuovo Desiati allo stesso posto e usando la base di cemento originali), all’inizio dovevamo tenerlo chiuso a chiave, cosa apparentemente priva di senso per un bivacco ma necessaria perché altrimenti da maggio a settembre sarebbe stato occupato in permanenza dai pastori che allora portavano le loro greggi a Campo Imperatore. Ovviamente avevamo lasciato in deposito le chiavi un po’ dappertutto: le sezioni CAI della regione, stazioni di Carabinieri e GdF, l’albergo di Campo Imperatore, ecc. a disposizione di chiunque ne facesse richiesta.

    In una particolare sezione CAI, i soci più giovani e scapoli non tardarono però ad accorgersi che il bivacco costituiva un’eccellente alternativa alle camere ad ore in alberghetti di dubbia reputazione, per attività consone ai loro livelli di testosterone. Ci venne raccontato che chiedere le chiavi del bivacco dava il via a commenti salaci alla consegna e ancora di più alla riconsegna, talvolta a scapito di chi voleva davvero solo andare in montagna e non capiva cosa ci fosse da sogghignare e darsi di gomito.

    Comunque dopo un po’ decidemmo di lasciarlo aperto (salvando la vita a qualche alpinista, a giudicare dalle note lasciate nel libro del bivacco), ma rendendolo di fatto infruibile per il periodo estivo sinchè continuò la forte presenza di greggi.

  8. says: Gamaz

    Non è corretto che lo svuotamento completo dei bivacchi Della Chiesa e Dall’Oglio in Comune di Cortina d’Ampezzo (che compirebbe 60 anni il 19 settembre, ma grazie a Dio fu eliminato già nel 2013) non servì a nulla. I cafoni in vacanza che incontrammo già nel 1977 non si vedevano più da un pezzo! Con quelle due demolizioni Cortina, famosa per ben altre colossali porcate, diede un buon esempio, che non pare ancora granché imitato, anzi!

  9. says: Luciano Regattin

    Bonsignore, il bivacco Vaccari esiste da decenni, chi va in montagna per salire le cime e non per farsi i selfie, non necessita di questo tipo di pubblicità.
    Quanto al colore, argomento che esula dal tema proposto, oggi il fatto che siano arancioni, ci rossi, verdi o grigi non cambia nulla, per questo motivo personalmente preferirei fossero tutti grigi, almeno si mimetizzerebbero nell’ambiente. I bivacchi sono tutti, ma proprio tutti, raggiunti da sentieri che sono tutti presenti nelle cartine al 25000 e nelle app. Chi non è in grado di trovare un bivacco solo perché non è dipinto di rosso farebbe bene ad andare al mare.

  10. says: Giuliano Bosco

    Premetto un bel “forse la faccio facile” … ma dotarli di una videocamera interna alimentata da pannelli solari e connessa alla rete ? (se nn c’è connessione c’è sempre Starlink). Il questo modo si darebbe anche connessione ai frequentatori i quali potrebbero averne bisogno per situazioni di emergenza.
    È vero che il video non garantisce l’individuazione dei colpevoli di atti di vandalismo, ma … c’è sempre lo sputtanamento via social che spaventa assai specie se annunciato da un bell’avviso…_

  11. says: Luciano Regattin

    Sui bivacchi utili per l’emergenza riporto questo fatto accaduto credo 3 anni fa: una coppia di turisti (escursionisti è un po’ troppo) sbagliano sentiero, ed invece di fare un anello con base il rifugio, perdono un bivio e si infilano in un ripido canalone (cmq con segnavia CAI) che risalgono fino ad una forcella. Qui si accorgono (dopo 2 ore di salita) che forse hanno sbagliato, ma quando si girano e guardano giù, non se la sentono di ridiscendere per la ripidezza del canalone. Sull’altro versante, visibilissimo e facilmente raggiungibile in pochi minuti, c’è un bel bivacco. Ma loro chiamano il soccorso. Ora, se avessi risposto io, gli avrei spiegato di andare al bivacco, dove avrebbero potuto riposarsi e probabilmente trovare anche qualcosa da mettere sotto i denti, la mattina seguente scendere a valle per il comodo sentiero, chiamare un taxi che li riportasse giù in paese e da lì informarsi sui mezzi per raggiungere la loro auto. Invece sono andati a recuperarli senza alcun motivo logico. E la funzione del bivacco, che una volta tanto poteva essere utile per un’emergenza? No, si chiama il soccorso.

  12. says: Ikbo

    Non capiscono nulla…non è stato pubblicizzato ma già leggerne qua e su altre testate è sufficiente per sovraesporlo con tutte le conseguenze del caso.
    Inoltre vorrei specificare che sia trentino che alto adige nulla hanno fatto per preservare il patrimonio delle Dolomiti incontaminato, anzi si sono prodigati nel fare il contrario, sovraesponendo le loro terre e incentivando un turismo ricco e cafone, snaturando rifugi che ora costano più di un ristorante a Milano e con un’offerta troppo varia, oltre che costruendo parcheggi, impianti di risalita e strutture varie per i turisti. Purtroppo c’è tutto un interesse economico dietro che porterà la montagna ed essere sempre meno naturale e selvaggia.

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