La peste suina africana

Una malattia che non colpisce gli esseri umani, ma che è altamente contagiosa, letale e incurabile per maiali e cinghiali selvatici, con importanti ricadute economiche per i territori interessati. Gli spostamenti di uomini e donne possono essere un forte vettore per la diffusione del contagio. Ne abbiamo parlato con Sofie Dhollander dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare.

La peste suina africana
(il ruolo dell’uomo)
di Lorenzo Arduino
(pubblicato in loscarpone.cai.it il 3 febbraio 2022)

Nelle ultime settimane si è parlato molto, sui mass media e sui social network, dei casi di peste suina africana che hanno colpito diversi cinghiali in un’ampia zona tra Piemonte e Liguria. Un allarme che ha spinto le autorità a vietare, come misura di contenimento dell’epidemia, la frequentazione delle aree naturali, dei boschi e dei sentieri di 114 Comuni delle province di Alessandria, Genova e Savona (clicca qui per l’elenco completo). Sono vietate le attività venatorie, la raccolta di funghi e tartufi, la pesca, l’escursionismo e il cicloescursionismo. Insomma, sentieri e boschi sono chiusi, fino a giugno.
Abbiamo posto qualche domanda a Sofie Dhollander, esperta scientifica sulla salute e sul benessere degli animali dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA – European Food Safety Authority), per capire meglio le conseguenze della diffusione di questa malattia e il ruolo dell’uomo come potenziale veicolo del contagio.

Come mai tanto allarme per la peste suina africana?
«La peste suina africana (PSA in breve) non colpisce l’uomo, ma è un’infezione virale, provocata dal virus ASFV, altamente contagiosa per maiali e cinghiali selvatici. Non esiste vaccino né cura, si tratta di un virus letale per gli animali infettati. Le misure di prevenzione sono dunque importanti per evitare la diffusione della malattia».

Quali sono le conseguenze, di natura economica e non solo, della sua diffusione?
«Se un allevamento di suini domestici viene infettato, l’abbattimento dei capi e l’istituzione di zone di protezione e sorveglianza intorno all’area infetta (dove vanno applicate severe restrizioni alla movimentazione dei suini e al loro commercio) sono misure efficaci per prevenire la diffusione a regioni e Paesi limitrofi. Ciò è vero purché non sia l’uomo a diffondere la malattia involontariamente. Secondo l’OIE (Organizzazione mondiale della sanità animale), dal 2016 sino al giugno 2020 a causa della PSA sono andati persi in Europa 1,3 milioni di capi di suini. Poiché non esiste vaccino né cura, le zone interessate dalla malattia subiscono perdite finanziarie notevoli, a causa delle restrizioni alle esportazioni di carne. Ciò è particolarmente rilevante per l’UE, che è il maggior esportatore di carne di maiale e derivati del mondo. Più complicato è il contenimento dell’infezione nelle popolazioni di cinghiali allo stato brado. È di estrema importanza arginare l’infezione il prima possibile una volta che il virus ha fatto il suo ingresso nella zona. I principi per contenere la PSA nei cinghiali sono gli stessi che per i maiali domestici: creare spazi-cintura intorno alle popolazioni di animali infetti; impedirne gli spostamenti dalla zona interessata e, una volta che l’infezione sia stata localizzata e delimitata, ridurre il più possibile la popolazione dei selvatici al suo interno. Si può applicare lo stesso principio della cintura tagliafuoco messa intorno a un incendio boschivo: si stabilisce una zona intorno a un’area non popolata da cinghiali molto prima che l’infezione arrivi. Quando il virus arriva nella zona priva di popolazione si estingue perché non ci sono più cinghiali da infettare che lo possano propagare. Questo approccio può funzionare, ovviamente, solo se gli esseri umani non diffondono involontariamente il virus fuori dalle aree di controllo. Tali misure di contenimento nelle popolazioni di cinghiali infette richiedono un grosso impegno di risorse, ma sono della massima importanza per evitare un’ulteriore diffusione della malattia nei selvatici stessi, con un impatto negativo sul commercio, nonché con il rischio di ricadute sugli allevamenti di suini domestici. L’individuazione precoce, le misure preventive e la segnalazione sono quindi cruciali se si vuole tenere sotto controllo l’epidemia».

Quali sono i territori italiani, oltre alla Liguria e al Piemonte, più a rischio di diffusione del contagio?
«Se nelle zone in cui vivono cinghiali il controllo dell’infezione non ha successo, essa tende a diffondersi lentamente alle aree limitrofe popolate da cinghiali sani. Anche l’uomo può diffondere il virus e spostarlo, molto più rapidamente dell’infezione spontanea tra le popolazioni di cinghiali».

In che modo l’uomo può essere vettore della malattia?
«La diffusione mediata dall’uomo rimane un fattore di rischio molto rilevante per la trasmissione della PSA, sia ai maiali domestici che ai cinghiali selvatici. Gli spostamenti delle persone sono stati spesso causa di diffusione, dato che qualsiasi oggetto contaminato dal virus, come vestiario, calzature, automezzi e altre attrezzature, può essere veicolo di trasmissione. Le persone (non è il caso degli escursionisti, NdR) possono poi portare carni suine o di cinghiale selvatico contaminate da un territorio a un altro».

Qual è il ruolo dei cinghiali nella diffusione della malattia?
«Per lo più un maiale o un cinghiale selvatico sano può infettarsi stando a contatto diretto con maiali e cinghiali malati. Se non viene contenuta, l’infezione continuerà a diffondersi lentamente tra le popolazioni di cinghiali selvatici. La PSA può essere trasmessa ai maiali o ai cinghiali selvatici anche per ingestione di carne o prodotti a base di carne di animali infetti (per esempio scarti di cucina, scarti alimentari, spazzatura, ecc.) o per contatto con i già citati oggetti contaminati dal virus o, infine, tramite puntura di zecche infette».

Cosa bisogna fare in caso di avvistamento di una carcassa di cinghiale?
«Se trovate una carcassa di cinghiale è essenziale non spostarla né toccarla, ma avvertire immediatamente il servizio veterinario o altre autorità locali».

Le indicazioni del CAI
Il Comitato scientifico ligure, piemontese e valdostano del CAI ha diffuso due documenti sulla peste suina africana. Il primo descrive la malattia e le sue conseguenze, il secondo contiene una serie di domande e risposte.
In quest’ultimo contributo sono di particolare interesse le indicazioni su cosa fare in caso di ritrovamento di un cinghiale morto durante un’escursione nelle zone limitrofe a quelle chiuse.

«Indispensabile avvertire le autorità competenti ed evitare comportamenti a rischio sanitario. L’animale non va toccato, si chiama il 112 e si forniscono tutte le informazioni necessarie al ritrovamento. Utilissimo scattare una foto della carcassa e prendere le coordinate GPS per consentire il rapido intervento degli operatori sanitari incaricati del recupero, campionamento e smaltimento. Successivamente si deve procedere alla disinfezione di calzature ed abiti».

Per i soci che vogliano rendersi utili per il contenimento dell’epidemia, viene poi segnalato che «Le Sezioni CAI locali possono dare la disponibilità di propri associati per l’attività di ricerca carcasse contattando il Servizio Veterinario della ASL di zona. Il veterinario ufficiale curerà il percorso formativo dei volontari, l’organizzazione dell’attività e la fornitura di tutti i dispositivi di protezione».

Interessante anche l’articolo di Giulia Mauri (Dirigente veterinario dall’Azienda Usl di Modena) pubblicato su Il Cimone, trimestrale della Sezione CAI di Modena, nel quale leggiamo:

«La resistenza del virus fa sì che anche le ruote degli automezzi, le suole delle scarpe, gli abiti e le mani siano un efficiente veicolo di infezione. Tracce minime di liquidi organici di animali ammalati possono attaccarsi alle nostre suole e depositarsi là dove potranno entrare in contatto con cinghiali o suini sani e indifesi. Studi condotti in Cina individuano l’uomo come vettore più frequente della malattia. Per tutelare i nostri boschi, dopo ogni escursione dobbiamo adottare la buona abitudine di rimuovere completamente il terriccio dagli scarponi e di lavarli con acqua e sapone».

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