Lassù sui monti della val Gardena

di Ugo Ranzi

Quando ero bambino la val Gardena non era nota come oggi, in casa mia però ne sentivo parlare molto. Le mie tre zie erano maestre e anche uno dei miei zii, tutti e quattro avevano trovato posto nelle scuole dei paesi della val Gardena Ortisei, Santa Cristina e Selva. Risiedevano a Trento ma durante il periodo scolastico andavano ad abitare nel paese dove erano stati assunti per insegnare. Tanti anni fa i maestri erano ancora considerati importanti ed i valligiani, onorati della loro presenza, facevano a gara per ospitarli. Una bella differenza dal giorno d’oggi, con insegnanti pagati poco e considerati figure di secondo piano.

La val Gardena si raggiungeva da Chiusa con un trenino a vapore che la percorreva tutta fino alla località Plan de Gralba di Selva. La ferrovia della val Gardena era stata costruita per utilizzi bellici dall’esercito imperiale austriaco durante la prima guerra mondiale. Dopo la vittoria italiana venne convertita al servizio viaggiatori, restando in attività fino al 1960. Il trenino andava con calma, a metà strada si fermava a riempire d’acqua la caldaia. Raccontava papà che durante una di queste fermate era sceso a fumarsi una sigaretta, finito di fumare era rimasto sulla banchina in attesa del segnale di partenza. Dato che gli sembrava una sosta un po’ troppo lunga aveva chiesto al capostazione “Ma quando riparte?” “Aspettiamo che lei salga signore!”.

Che bello doveva essere quando non bisognava sempre correre!!

Mio zio ha arrampicato anche con Francesco Jori, spesso compagno di Comici, sulle Fermede e anche sul camino Adang del Gran Piz da Cir tristemente franato negli anni ’60.

Mia cugina ha poi proseguito la tradizione di famiglia e per un certo periodo, dopo la laurea, ha fatto la professoressa in val Gardena. I suoi obiettivi erano meno nobili di quelli dei suoi genitori, voleva si erudire i gardenesi ma soprattutto, dopo le lezioni, voleva andare a sciare. Oltretutto qualche suo allievo al pomeriggio si occupava degli skilift e le faceva saltare le code sperando di guadagnare qualche valutazione positiva.

La prima volta in Gardena ci sono andato da ragazzino con la mia famiglia, ho conosciuto il trenino e da Ortisei abbiamo preso la funivia per l’Alpe di Siusi, nessuno di noi era stato in funivia prima d’allora. Poi ci sono tornato tante volte d’inverno a sciare ma, dato che la casa di mia nonna che mi ospitava era a un’ora dalla Val Gardena, ci andavo solo dalla mattina alla sera.

Solo una volta ho trascorso una decina di giorni a Selva in estate. In quell’occasione ho conosciuto la bella Vallunga che procede pianeggiante verso il Puez. Inizia con a sinistra la Stevia resa celebre da una delle ardite imprese di Vinatzer. Di fronte sull’altro lato c’è la palestra di roccia dove cadde Emilio Comici, una scultura nei pressi lo ricorda. Dopo la Stevia si susseguono alcune cime tra cui la Crep dla Porta sulla quale nel 2003 era stata realizzata la ferrata Pertini smantellata successivamente per volontà degli ambientalisti. Sono contrario alla proliferazione di ferrate, ma in questo caso non ho capito il perché dell’eliminazione. Valorizzava una cima da tutti trascurata, l’impatto non aveva modificato nulla, era dedicata a un grand’uomo anche appassionato di montagna, oggi la Crep dla Porta è ricaduta nell’oblio. Poco più avanti, a destra, c’è il Ciastel de Chiedul una struttura bellissima che mi fa venire in mente il Capitan (l’ho visto solo in foto) ovviamente con le dovute proporzioni Se avessi una cinquantina di anni in meno cercherei di salire quel bello spigolo sud.

Ciastel de Chiedul

Salite al Pollice e alle Cinque Dita
Se si guarda il Sassolungo dal passo Sella si può ammirare quello spigolo che sale a sinistra della forcella, è lo spigolo del Pollice la prima delle Cinque dita. La forcella l’ho spesso varcata per scendere al rifugio Vicenza e da li divallare verso l’Alpe di Siusi.

Panorama da passo Sella

Ogni volta che passavo sotto allo spigolo del Pollice, che visto dalla forcella è ancor più attraente, mi ripromettevo di salirlo ma, per varie ragioni, passò del tempo prima di realizzare quel desiderio. Una mattina ci eravamo presentati alla base ma faceva un freddo esagerato accompagnato da un vento esagerato per cui decidemmo di rinunciare. Dal rifugio ci aveva seguiti un tale con cinepresa che quando seppe della rinuncia rimase più deluso di noi. Sperava di portarsi a casa un filmino di arrampicata ma per ora aveva ripreso solo dei tizi imbacuccati. Arrivò addirittura ad offrirci dei soldi perché arrampicassimo.

Finalmente l’abbiamo salito, difficoltà contenute, bella esposizione, roccia ottima, doppie senza problemi, una salita di soddisfazione. La cima mi aveva fatto impressione è devastata dai fulmini, non oso pensare alla tregenda di un temporale lassù.

Scendendo dal Pollice si incrocia la via che sale alle Cinque dita, è meno lineare ma è pur sempre una bella salita.

Spigolo del Pollice

Sassolungo
Il Sassolungo giganteggia sopra Selva con i suoi circa 1000 metri dello spigolo nord est percorso dalla via Pichl e ancora giganteggia sopra Plan de Gralba con la sua immensa parete nord est. A ovest verso l’Alpe di Siusi offre la sua immagine più classica affiancato dalle Cinque Dita e dal piano inclinato del Sasso Piatto. A est verso Passo Sella è affiancato dalle Cinque Dita, con in bella vista lo spigolo del Pollice, e da punta Grohmann.

Per le sue forme e per la sua eleganza mi piace più una gazzella che un rinoceronte ma indubbiamente non si può restare indifferenti di fronte alla massiccia immagine di potenza dell’ongulato. Così il Sassolungo non è una di quelle montagne che attirano per le loro forme ardite come i campanili Basso e di Montanaia o il Cervino o l’Aiguille Dibona. Però ha un suo fascino, una sorta di attrazione che ti fa desiderare di andarci in cima.
Prima di salirlo l’ho ammirato un po’ da tutti i versanti con il bellissimo percorso che fa il giro del gruppo Sassopiatto Sassolungo. Partendo da passo Sella se ne costeggia il lato orientale che offre belle visioni sulla punta Grohmann e sulla verticale parete della torre Innerkofer. Prima di arrivare al rifugio Sassopiatto oggi si incontrano vari rifugi. Al rifugio Pertini ricordo una capra sfrontata che andava a frugare negli zaini degli escursionisti seduti nel prato davanti al rifugio. Del rifugio Sassopiatto ricordo invece un favoloso omlett spugnoso con marmellata di albicocche (anche se il classico sarebbe con marmellata di mirtillo rosso) il più buon omlett che io abbia mai mangiato con buona pace di mia nonna che faceva anche lei degli omlett buonissimi. Dopo questo rifugio si passa sotto al versante occidentale passando sotto il Campanile Comici fino a raggiungere il rifugio Comici che molti anni fa era un luogo ideale per ammirare lo spigolo nord e sognarcisi sopra. Oggi il turismo di massa ha completamente sfigurato l’ambiente attorno al rifugio. Dal Comici salendo a passo Sella si passa sotto la “lunga” parete nord ovest dove ogni tanto guardo con desiderio la bella via del Pilastro bianco, l’unica forse che mi potrei ancora permettere su quella parete.

Da sinistra Punta Grohmann, Cinque Dita, Sassolungo

Un inverno di tanti anni fa mi sono anche cimentato nella discesa con gli sci verso passo Sella. Dalla forcella, verso est, era battuta una pista che aveva la fama di essere molto impegnativa, avevo deciso di farla. Me ne avevano parlato come di una discesa super difficile e per prepararmi il giorno prima avevo sciato sulla pista del Mugon al Monte Bondone, una variante della pista Palon, molto pendente e percorsa solo da qualche sciatore locale; oggi, con gli sci corti invece dei miei Sideral da 2,07 metri, sarebbe molto più agevole. Mi ero presentato all’ovovia anche indossando il casco da roccia, l’unico casco che avevo. In realtà rimasi un po’ deluso, dopo i primi metri stretti e ghiacciati la ripidezza si attenuava e quindi me ne andai fuori pista tutto a sinistra a cercare un po’ di emozioni più ripide. Avrei dovuto fare il contrario, la Forcella per allenarmi per il Mugon. Se ho ben capito, spero di sbagliarmi, entrambe queste piste sono state vietate perché considerate pericolose.

Per salire in vetta le alternative più semplici sono La Via delle Rocce che parte dal rifugio Vicenza e la Cengia dei Fassani che parte dalla Forcella. Considerando solo il grado di difficoltà si potrebbe pensare siano vie facili, bisogna però tenere conto dell’impegno generale e dello sviluppo piuttosto lungo. Certo chi si fa l’Eiger in meno di tre ore o chi va in kaiak all’attacco di cime sperdute sul Sassolungo ci sale bendato saltellando su una gamba sola, ma io mi riferisco ai comuni mortali. Per le mie capacità sono state delle vie impegnative.

Il primo tentativo l’ho fatto dalla Cengia dei Fassani, ho trovato le mie solite difficoltà nel canalone di neve che ho salito sulla destra con i piedi nella neve ma le mani abbrancate alla roccia. Arrivato al bivacco la mia determinazione è andata a farsi benedire e mi sono fermato li col pensiero su come sarei sceso nel canalone. Pensiero sciocco perché due begli ancoraggi da doppia mi hanno permesso di scendere agevolmente.

La volta dopo è stata quella buona. Pernottamento al rifugio Vicenza, spedizione himalayana Massimo, Maurizio, Carlo Alessandro e io, salita dalla Via delle Rocce, molto bella e con il vantaggio di evitare l’ostico, per me, canalone. Era una bella giornata di sole e il panorama dalla vetta fu veramente superlativo. Dato che avevamo scelto la Cengia dei Fassani per la discesa il nevaio mi aspettava per rovinare i miei entusiasmi. Stenderei un velo pietoso sulla mia prestazione, dato che gli ancoraggi per doppie sepolti sotto la neve non li abbiamo trovati, sono sceso assicurato dall’alto da Maurizio e, mentre io scendevo tremebondo come un paralitico, Carlo andava su e giù per il nevaio cercando di darmi i suoi consigli. La mia lentezza ci ha fatto perdere l’ultima corsa dell’ovovia e stanchi come eravamo ci siamo dovuti sobbarcare altri 500 metri di discesa a piedi.

Sulle Torri del Sella
Tra quelli del giro sciistico della Sella Ronda, ritengo che il passo Sella sia quello più panoramico. Citando un po’ alla rinfusa, a ovest c’è il gruppo del Sassolungo, sopra il passo le Torri del Sella e al loro fianco il Piz Ciavazes, si vede il passo Pordoi con la parete della via Fedele e contro il cielo lo spigolo Piaz. Si vede anche la Marmolada. In basso la val di Fassa e dall’altra parte la val Gardena con Odle e Fermede, più lontano il passo Gardena con il Piz da Cir e di fronte a esso il gruppo Sella.

Gli attacchi delle Torri sono a pochi minuti di cammino dal passo, questo vantaggio però in certi periodi crea un po’ di affollamento sulle vie più frequentate. La roccia bellissima, il comodo accesso agli attacchi, il panorama incantevole che si gode, sia dalle vette che durante le salite, ne fanno un luogo molto apprezzato. Alpinisti famosi, Steger, Vinatzer, Messner vi hanno tracciato vie di arrampicata divenute classiche.

Per qualche decina di anni la val di Fassa è stato il luogo delle mie vacanze estive per cui le Torri sono state spesso obiettivo delle mie arrampicate. La Prima Torre ha delle vie brevi, quattro tiri, per cui mi ci sono arrampicato anche in giornate di tempo minaccioso. Una volta siamo giunti all’attacco dello spigolo Steger all’inizio di un temporale, in attesa che passasse ci siamo riparati sotto una sporgenza alla base della Torre tenendo anche aperto l’ombrello perché la sporgenza era proprio piccola. Contemporaneamente al grande frastuono di un fulmine caduto sulla cime il mio ombrello ha cominciato a friggere per l’elettricità che, seguendo i rivoli di pioggia, era arrivata fino a noi. Sotto la pioggia battente, battemmo anche noi in ritirata.

Torri del Sella

Lo spigolo Steger è una delle vie più note, l’ho salito tante volte anche per la comodità di poter scendere in doppia dalla stessa via. Qui ho assistito per la prima volta al volo di un arrampicatore. Nulla di tremendo ma mi aveva fatto molta impressione. Era sulla variante finale della via, se ben ricordo c’era un passaggio un po’ di forza appesi alle mani, quello prima di me saliva da secondo ed era un po’ malsicuro, le mani non hanno tenuto, è volato per un paio di metri e ha cominciato a penzolare sopra di me, mi faceva venire in mente un prosciutto appeso a stagionare. Al primo volo ne seguirono altri fino a quando quelli davanti a lui riuscirono ad issarlo di peso. Ci si può immaginare il mio stato d’animo ma malgrado tutto, forte dei miei 20 anni, passai con facilità e ogni patema fu dimenticato. Sulla Prima ho salito altre belle vie, il diedro Trenker, i Pilastrini, la via del camino.

Anche sulla Seconda ci sono stato spesso. Il suo spigolo nord ovest è una delle vie di maggior soddisfazione, le difficoltà sono costanti, l’esposizione crescente è esaltante e ogni tiro offre passaggi suggestivi. I primi tiri possono essere saliti sia a destra che a sinistra dello spigolo, ho salito entrambi. Sulla stessa Torre ho fatto anche la via Gluck, un bel diedro che è piacevole salire dopo essere arrivati in cima alla Prima Torre.

Sulla via Jahn

Sulla Terza Torre ci sono stato solo due volte. Con i miei amici Massimo e Roberto ho salito la classica via Jahn. Ricordo un bel traverso esposto e quasi in cima una bella lama su cui il tedesco prima di me aveva arrancato penosamente cercando di salire incastrandocisi; io invece ero riuscito a passarci in Duelfer con soddisfazione, un passaggio proprio elegante.

Il tiro chiave della via Vinatzer alla Terza Torre del Sella
La Vinatzer sale al centro
Spigolo della Seconda Torre

Dopo la traversata ricordo di aver litigato con una guida gardenese. A quel tempo non c’erano ancora le imbragature, moschettoni e chiodi si appendevano alla corda che girava attorno alla vita. Io mi ero fatto cucire da mia mamma con la corda delle tapparelle delle specie di bretelle, indipendenti dalla corda, e a quelle attaccavo la ferramenta. Il gardenese, parlando col suo cliente, aveva avuto a male parole da ridire su questo metodo. Dato che un po’ di tedesco lo masticavo avevo ribattuto e i toni si erano alzati. Credo che la vera ragione fosse che la guida si fosse indispettita perché li avevamo sorpassati dato che loro erano molto più lenti di noi. Sta di fatto che, prima che il tutto trascendesse, il cliente del gardenese preoccupato che gli potessi rovinare il primo di cordata era intervenuto a calmare gli animi.

Molti anni dopo con Gino Battisti come guida ho salito la via Vinatzer. Non so se sarei riuscito a salirla da primo, il tiro chiave è di difficile interpretazione; certamente è una via entusiasmante.

Chiudere i passi?
Nell’estate del 2018 è stato fatto l’esperimento di chiudere al traffico il passo Sella dal mattino al tardo pomeriggio, non ricordo bene gli orari. Ovviamente ogni cambiamento scatena polemiche tra favorevoli e contrari e così fu anche allora. Dato che l’esperimento non fu ripetuto negli anni successivi credo abbiano vinto i contrari.

Anch’io effettivamente fui un po’ disturbato nei miei programmi però non più di tanto, anche per il fatto che facevo vacanza in val Badia.

Non sono un ambientalista fanatico, ritengo che come in tutte le cose bisogna dare spazio al buon senso. Ripensandoci e soprattutto con negli occhi la visione della marea di auto in ogni spazio disponibile lungo la strada, nei parcheggi e su qualche prato, credo che sarebbe il caso di riaffrontare la situazione e magari in modo drastico.

Chiudere il passo Sella aveva solo spostato il traffico sugli altri passi aperti, far pagare un pedaggio serve solo a rimpinguare qualche cassa ma non scoraggia certo i vacanzieri; basti pensare alla strada per le Cime di Lavaredo dove, malgrado il costo abbastanza salato, si formano file interminabili al casello d’entrata.

Perché non pensare di chiudere totalmente tutti i quattro passi (Sella, Pordoi, Gardena, Falzarego) da metà luglio a fine agosto lasciando libera circolazione solo ai residenti? Ovviamente si dovrebbero potenziare i mezzi pubblici e i pulmini taxi per permettere ai turisti di spostarsi senza disagi, prevedere dei veicoli che girino in continuazione a tutte le ore facendo salire tutti dovunque e non solo nei punti fissi delle fermate. Si dovrebbe fissare il prezzo dell’abbonamento giornaliero valutando quello che sarebbe il costo di esercizio dell’auto (carburante, deperimento, ecc.) e i kilometri giornalieri fatti mediamente dai turisti. Forse si potrebbe fare eccezione per i veicoli totalmente elettrici.

Certo la cosa va studiata attentamente in modo da non creare danni economici a chi dalla chiusura sia penalizzato, ma credo che la crescente coscienza ecologica, dopo un primo impatto di sorpresa, potrebbe addirittura creare un’attrazione in più per gli innamorati di quei luoghi meravigliosi. Se qualche pantofolaio se ne andrà altrove verrà rimpiazzato da veri amanti della natura e delle montagne.

Probabilmente, se si dovesse procedere in questa direzione, sarò il primo ad arrabbiarmi per l’intralcio dei miei programmi vacanzieri ma, se tutto verrà organizzato bene come in quelle zone sanno fare, la montagna e tutti noi ne avremo giovamento.

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2 Comments

  1. says: Massimo

    Grazie per avermi mandato il documento.
    L’ho appena leggiucchiata: domani la leggo con calma.
    Come al solito ti faccio i complimenti: bravo.
    Una precisazione: sulla via delle rocce al Sassolungo, Alessandro non c’era.
    Se ti ricordi ho voluto essere io il promotore, anche perché sono sempre stato
    molto legato a quella montagna (la via normale è la più impegnativa di tutte
    quelle, che in Dolomiti, portano su una cima che dà nome ad un gruppo). Per questo la mia idea
    era di salire in compagnia degli amici più stretti. E’ mancato Alessandro.

  2. says: Claudio Accorsi

    Come per gli altri racconti è bello sognare o meglio sognare ancora su questo mondo, geografico e temporale. A questo proposito un temporale elettrico l’ho preso proprio con Brunella ed Emilio sulla normale delle cinque dita: eravamo a un tiro sotto la cima ma a quel punto decidemmo di rischiare e velocissimi su poi in doppie ce la facemmo a conquistare la cima. La fortuna aiuta gli audaci … ma non i contadini, con lo stesso temporale leggemmo che uno restò fulminato sull’altipiano di Siusi! Che sfortuna, l’episodio mi toccò molto.

    Grazie, Claudio

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