Livigno, lo 007 delle valanghe

Fabiano Monti abita nel bosco, i figli vanno all’asilo in motoslitta. Guida l’unico centro privato italiano che monitora la salute della neve: «Vivo isolato nel bosco e la sera mi sposto con le pelli di foca, così prevedo le slavine»

Livigno, lo 007 delle valanghe
di Barbara Gerosa
(pubblicato su milano.corriere.it il 21 dicembre 2022)

In ufficio ci va con gli sci, sei o sette curve ed è seduto alla scrivania. Ma ci resta poco, il tempo per prendere l’attrezzatura e uscire a studiare la neve, la sua più grande passione.

Tanto che dopo il dottorato all’Università di Davos, in Svizzera, si è trasferito a Livigno dove ha fondato Alpsolut, società che si occupa dell’elaborazione di dati meteorologici e previsione valanghe.

«Siamo quattro soci, due dipendenti, tre collaboratori e in inverno arriviamo a occupare quasi venti persone», racconta Fabiano Monti, 41 anni, origini comasche, due figli piccoli, la moglie insegnante che al lavoro e a portare i bimbi all’asilo ci va con la motoslitta.

Fabiano Monti, 41 anni. Foto: Daniele Castellani.

Rientro a casa con gli sci
 «A lei spetta la parte più difficile», sorride Monti. Laurea in Scienze ambientali, con una tesi sul campo nel centro Valanghe delle Dolomiti, ricercatore per il CNR, un periodo trascorso in Antartide, professore universitario all’Insubria dove tiene un corso sulla sicurezza invernale, esperto di freeride e snowboard, la casa nel bosco a ridosso delle piste. «La sera rientro con le pelli di foca, in estate mi sposto con la bicicletta. Non posso proprio lamentarmi», altra risata fragorosa. 

Sotto controllo 17 valanghe
Ha fatto della sua passione una professione e ora guida la società, fondata nel 2013, che si occupa di servizi legati alla messa in sicurezza di strade, paesi, comprensori sciistici.

«Siamo l’unico centro privato di previsione valanghe in Italia — spiega — Forniamo il bollettino al Comune di Livigno e siamo coinvolti in quasi tutto quello che riguarda la sicurezza invernale in Alta Valtellina e non solo. Monitoriamo 17 valanghe per la Protezione civile e 13 per il Comune, i punti dove ci sono già stati distacchi in passato e dunque maggiormente a rischio». 

«La neve è bipolare»
Il suo sogno è quello di creare una applicazione che sciatori ed escursionisti possano consultare prima di regalarsi una discesa o una passeggiata sulla neve.

«Al momento, però, preferiamo che siano gli enti pubblici a veicolare una parte dei dati, anche se l’elaborazione spesso avviene proprio grazie alle nostre informazioni — prosegue Fabiano — Il tema della sicurezza è fondamentale e allo stesso tempo delicato. Solo nell’ultimo fine settimana ci sono state due vittime in Valle D’Aosta a causa di valanghe».

Ma quest’anno di neve ce ne è poca, almeno per il momento. «Certo, per questo è ancora più pericoloso — sottolinea il “valangologo” La struttura del manto nevoso resta più debole e dunque a maggior rischio distacchi. La neve è molto più complessa di quanto si possa pensare, è come il tiramisù, fatta a strati che cambiano in base alle condizioni meteo, fondamentale è sapere sempre quanta acqua contiene. Lavoriamo su modelli fisici e continue rilevazioni sul campo.

Se la neve fosse una persona sarebbe bipolare, quando scende sembra tutto ovattato e silenzioso, ma in realtà è più viva di quanto si possa immaginare». 

Neve riciclata
Talmente appassionato dei fiocchi bianchi da partecipare al progetto «Snowfarm» che proprio a Livigno consente di preservare il manto nevoso anche durante il periodo estivo.

La neve stoccata dall’inverno con teli geotermici diventa un grande anello di sci di fondo fruibile anche quando i prati diventano verdi. Fabiano non si ferma mai.

«I nivologici lavorano anche in estate, prepariamo i sistemi e i piani utili alla gestione delle emergenze invernali, ci occupiamo degli invasi d’acqua, testiamo le nuove strumentazioni».

Una passione che i suoi bambini, rispettivamente di due e sei anni, sembrano aver ereditato. «Trascorrono ore a guardare la neve che scende — conclude Fabiano Monti — come facevo io da piccolo. Ne studio i pericoli, ma resta sempre una magia. Vivere in una baita isolati da tutti non è semplice, ma se penso a chi, per tornare a casa la sera magari deve fare chilometri di coda in tangenziale, mi sento davvero un uomo fortunato».

Il commento
di Carlo Crovella

Tutto bello, bellissimo, affascinante e molto slow e green. Lo dico seriamente, pur essendo io un cittadinofilo convinto. Amo lo stile di vita cittadino, ma attenzione amo lo stile torinese, molto particolare, e contestualizzato in una città come Torino, molto molto particolare. Torino è una culla semicircolare che offre i benefit metropolitani, ma a due passi dai monti. Siamo talmente vicini alle montagne che di fatto è quasi come vivere in valle.

In ogni caso. Le scelte di vita come queste non possono che suscitare ammirazioni e forse anche un po’ di invidia. Niente caos, niente (o poco inquinamento), rapporti umani ridotti all’essenziale come numero e sobria schiettezza, quindi di elevata qualità. Bello, soprattutto, far crescere i propri figli in questo contesto.

In questo personaggio c’è solo un piccolo risvolto che mi fa storcere il naso. Quando confida che vorrebbe inventare/creare una “app” che (testuale) “sciatori ed escursionisti possano consultare prima di regalarsi una discesa o una passeggiata sulla neve”.

Siamo all’esasperazione delle esternalizzazioni delle decisioni sull’andar in montagna. A titolo personale spero che non accada mai, anche se la “meccanizzazione” della società tecnologica in quelle direzioni punta.

L’alpinista è colui che “sa” muoversi in montagna. Per alpinista non intendo solo quello che va vie di roccia, di ghiaccio o di misto ad alte quote. L’alpinista è il frequentatore delle montagna, con i varo mezzi, sci o ciaspole se il terreno è innevato.

Lo spirito genuino e profondo del “vero” alpinista è saper sempre cosa fare e come farlo. Egli “sa” scegliere a tavolino l’itinerario congruo con il momento, sa condurlo sul terreno, sa scegliere le micro opzioni (passo di qua o passo di là), sa anche decidere di tornare indietro.

Se deleghiamo tutto alle app (o ad algoritmi, all’intelligenza artificiale, in ogni caso a “soggetti” esterni rispetto a noi singoli individui pensanti), uccidiamo l’alpinismo. Uccidiamo lo spirito dell’alpinismo.

Saremo solo più degli isotopi di robot le cui decisioni sono completamente delegate al GPS, alle “stelle” delle recensioni (tante stelle, neve bellissima), all’app antivalanghe, ecc. Che gusto ci sdarà ad andare in montagna a quelle condizioni? L’alpinismo sarà definitivamente ridotto a sport, né più né meno come giocare a tennis o corricchiare nel parco cittadino.

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2 Comments

  1. says: Pierluigi

    Carlo Crovella ha ragione. Sintetizzando, il grande problema sta nella fuga dalle responsabilità personali, in montagna e nella vita. In caso di incidente, addirittura i coinvolti chiederanno danni asseredo “ma l’app diceva…”

  2. says: grazia

    Ho avuto il piacere di avere Fabiano tra i docenti del corso neve per accompagnatori di media montagna di 5/6 anni fa.

    Se ben ricordo, all’epoca si occupava anche di manifestazioni di free ride e della relativa preparazione delle piste, anche con l’ausilio di esplosivi.
    Gli chiesi se si curavano di proteggere la fauna locale prima di questi interventi e la risposta fu un cenno che significava che non era importante.
    Inutile dire che ne fui amareggiata.

    Mi chiedo se le cose siano cambiate ora e se il suo stretto contatto con gli elementi l’ha portato anche verso natura.

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