Lo scialpinismo alle Olimpiadi

Lo scialpinismo alle Olimpiadi
(Il debutto a Milano–Cortina 2026)
di Marta Aidala
(pubblicato su lastampa.it il 26 gennaio 2026)

«Lo sci su pista e lo sci delle competizioni ormai sono dipendenti dalla neve artificiale. Gli ultimi vent’anni di Olimpiadi sono stati segnati dai problemi con il caldo, vedi Sochi o Vancouver. A Bormio non c’è neve, stanno sparando e dovranno sparare. Ma non bisogna scandalizzarsi adesso, bisognava farlo già parecchio tempo fa».

Foto: Reuters.

Federico Ravassard è un fotografo professionista, innamorato delle montagne e appassionato scialpinista, oltre che amico di vecchia data. Gli ho telefonato qualche giorno fa, volevo sapere cosa pensasse del debutto olimpionico dello scialpinismo.

«Sarà molto diverso dalle gare in ambiente d’alta quota come il Mezzalama e la Pierra Menta, dove hai una finestra di qualche giorno in caso di rischio valanghe o maltempo. Qui le date sono state fissate da mesi, non si possono posticipare e si terranno su pista. Il percorso della salita viene creato artificialmente, inserendo anche dei punti più difficoltosi dove ad esempio devi togliere gli sci e metterli sullo zaino proseguendo a piedi. L’attrezzatura per questo tipo di gare non puoi usarla in alta montagna, è troppo leggera. Bisogna considerarlo quasi una disciplina diversa, come l’arrampicata su plastica e quella su roccia. È un altro modo di praticare uno sport di montagna, spingendone il fattore atletico».

Il controcanto, secondo Ravassard (e io mi accodo) è l’aver dato priorità al format meno esemplificativo dello scialpinismo, «come se la corsa non venisse rappresentata dalla maratona ma dal 3000 siepi». Secondo lui è futile arrovellarsi sulla legittimità o meno di questa scelta, e molti atleti ne hanno beneficiato in visibilità e sponsorizzazioni.

Il fulcro è altrove, e riguarda tutti gli sport che necessitano dell’inverno.

«Le Olimpiadi invernali rappresentano una piccola parte di mondo, sono destinate ai paesi ricchi. Sono pochissime le nazioni in cui esiste l’inverno, e altrettante quelle in cui gli atleti possono allenarsi». Le nazionali che hanno partecipato ai Giochi Olimpici di Parigi 2024 sono state 203, a quelli di Milano-Cortina ne arriveranno 93. «Non ci sono paesi emergenti, molti di questi sport sono esclusivi».

«A Cortina c’è una gentrificazione fortissima, tanti abitanti si stanno trasferendo a valle perché i prezzi sono inavvicinabili, le vie del centro sono dominate dalle boutique di alta moda. Ormai è diventata uno status symbol. Rimane fra le località montane più gettonate, ma non è nemmeno tra le prime dieci per la fruizione degli impianti e dello sci».

Cita la costruzione della nuova pista da bob, la devastazione paesaggistica, il rifiuto dell’offerta di Innsbruck. «Il bob richiede dei budget proibitivi, le piste da gara nel mondo sono pochissime. Non è più in linea con i valori olimpici dello sport, non è sostenibile e non è rappresentativo, così come molte altre competizioni invernali. La maggior parte dei paesi rimane tagliata fuori».

È sufficiente osservare il medagliere dei giochi olimpici invernali: continenti quali l’Africa, l’America del Sud e l’Asia sono totalmente assenti, al netto della Corea del Sud e del Giappone.

Tornando allo scialpinismo, mi fa notare che le gare principali si svolgono in cinque o sei nazioni, e che negli ultimi vent’anni la Coppa del Mondo è stata vinta solo da atleti e atlete provenienti da Italia, Spagna, Francia e Svizzera.

«Per molte discipline i giochi olimpici non sono nemmeno la competizione più importante. Bisognerebbe chiedersi quanto le Olimpiadi abbiano bisogno degli sport invernali, e quanto gli sport invernali abbiano bisogno delle Olimpiadi. E con questa affermazione non voglio delegittimarne il valore storico e sociale, anzi, ma dovranno affrontare una sfida molto difficile per continuare a diffondere il messaggio con cui vennero ideate da Pierre de Coubertin nella loro forma attuale. Adattarsi al cambiamento climatico, alla neve che non c’è, e diventare più accessibili al resto del mondo».

More from Alessandro Gogna
Il predatore
Un tranquillo paesino di montagna viene sconvolto da un orrendo delitto, che...
Read More
Join the Conversation

1 Comment

  1. says: Carlo Crovella

    Non sono aprioristicamente contrario al concetto “scialpinismo alle Olimpiadi”. Sono aspramente contrario alla scelta di chiamare “scialpinismo” quel tipo di competizione che sta per esordire alle Olimpiadi. Non a caso altrove si è coniato il nuovo termine di Skial Race: è una disciplina sportiva che NON ha nulla a che fare con lo scialpinismo, almeno nella definizione tradizionale cui mi riferisco io.

    Lo scialpinismo è esplorazione (al limite anche individuale: cioè io vado per la prima volta in un vallone dove “io” non sono mai stato prima), avventura, imprevisti, rischi, saper tracciare, scegliere dove passare, prendere decisioni, sapersela cavare di fronte a tutto ecc ecc ecc. Quindi lo scialpinismo NON è correre, andando più veloce degli avversari. Già sono titubante rispetto ai Grandi Trofei storici dello scialpinismo (Mezzalama, Pierre Manta, ecc), ma “lì” ci vedo ancora un addentellato con lo scialpinismo “vero”. Idem quelli che erano i Rally degli anni ’60-70. Ovvero anche nella versione agonistica di questi trofei, dove si “corre” eccome, rimangono però quelle variabili “avventurose” originarie dello scialpinismo

    Invece lo Skialp Race NON ha nulla a che fare con il “vero” scialpinismo: in realtà è uno spin off delle competizioni in circuito dello sci di fondo, con maggior “salita” rispetto a queste ultime e quindi l’uso delle pelli di foca. Deve esser considerato un cugino dello sci di fondo, mentre con lo scialpinismo non ha parentele.

Leave a comment
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *