L’ultimo nodo

L’ultimo nodo
di Alessandra Panvini Rosati

Il rifugio era quasi deserto, svuotato dal lento dissolversi dell’estate.
Fausto sedeva accanto ad Alessandra, compagna di cordata, di salite e risate, di silenzi e qualche lacrima. Dalla finestra osservavano le nuvole spostarsi pigre oltre le creste, mentre aspettavano la cena: pastìn e frico.

Avevano condiviso creste, sentieri e moschettoni, ma anche quel silenzio rarefatto che solo la montagna sa creare e tanto, tanto sudore tra le crode più belle. Da tempo avevano superato l’epoca dell’audacia cieca: il sacro fuoco ardeva ancora, ma con fiamma più quieta.
Le loro vite scorrevano distanti, ognuno nel proprio abito civile. Ma ogni estate si ritrovavano lì, nel cuore delle Dolomiti, come un rito sottile che rinsaldava un’amicizia nata per caso, in un tempo ormai lontano. Fausto non disse nulla, ma quella sera aveva già deciso.

Partirono all’alba, quando la Val Cimoliana è ancora immersa nell’ombra e nella rugiada frizzante, condita da un silenzio irreale che solo quei monti sanno imporre.
Lui aveva raggiunto gli ottant’anni, lei era un po’ più giovane.

Legati da una complicità senza malizia, fatta di corde tese e fiducia cieca, conoscevano il vuoto che circonda e la speranza appesa ad un chiodo e alle mani che stringono un mezzo barcaiolo, come si stringe la vita.

Il Campanile di Val Montanaia era stato una sfida affrontata molti anni prima. Una montagna assurda, solitaria, piantata lì come per errore. Storta, quasi goffa, ma irresistibile: una Torre di Pisa di dolomia, che ammalia e ti chiama anche se non vuoi sentire.

Dopo quasi due ore di salita, giunsero all’attacco della via.
«Ti spiace partire tu?» chiese Fausto.
«No, se non ricordo male le difficoltà vere arrivano più in alto… e quelle te le lascio tutte!».
Lui rise. «Posso chiederti una cosa? Facciamo la scalata in silenzio. Tranne i richiami, s’intende. Ti spiegherò dopo».
«Difficile per me che parlo sempre, ma va bene. Solo i comandi».

Prepararono le corde, due mezze, necessarie per le doppie lunghe del rientro. Intanto il sole cominciava a tingere di rame le pareti sud del Campanile e scaldava piacevolmente le loro spalle.

Alessandra attaccò il primo tiro. Saliva fluida, in dialogo silenzioso con la roccia. Giunta in sosta, diede un colpo secco alla corda. Fausto capì che poteva sciogliere la sosta e partì. Arrivò da lei veloce come un gatto. Su quei percorsi l’unico peso che sentiva era quello dello zaino.

Il secondo tiro fu suo: clessidre, chiodi arrugginiti e un vecchio cordino abbandonato. Poi ancora Alessandra, più esitante: ora la parete si faceva verticale.

Il quarto e il quinto toccarono a Fausto: la fessura Cozzi, lucida di passaggi, chiedeva attenzione. Rimase primo fino al camino Von Glanwell, per lasciare ad Alessandra i due tiri finali. Solo un commento sfuggì a Fausto: «Dio, quanto è bello…». In vetta si abbracciarono e suonarono la campanella.

«Questa volta voglio scrivere io qualcosa sul libro di vetta» disse Fausto.
Lei annuì.
Scrisse: “L’ultimo nodo.”
Alessandra lo fissò. «Che significa?».
«Che oggi è la mia ultima scalata, mi fermo. Scalare non mi serve più». Si strinse nella giacca.
«Lo sentivo…» mormorò lei.
«Non scalerò più. Ma voglio lasciarti la mia corda gialla. Non usarla troppo: è vecchia, lo so. Il suo valore è un altro».

Sedettero sul masso di fronte alla campanella. Fausto sfilò lentamente la corda tra le mani, come se accarezzasse una reliquia, ne coccolava ogni metro.

«Ti ricordi quando sbagliammo l’attacco ai Cadini, del Paracarro?».
«Come no! Siamo saliti dal lato sbagliato! Vedemmo l’anello di calata! Al Fonda Savio ci vergognavamo da morire. Poi ci siamo ritornati e il Paracarro non ha avuto più segreti per noi».
«E la grandinata sul Gobbo? La doppia tra i fulmini, l’acqua che spruzzava tra discensore e prusik…».
«E i miei scarponi ritrovati alla base, pieni di grandine!» rise lei. «Scesi a valle con le rane nei calzini e morta di freddo ma terribilmente soddisfatta».
«E il vino rosso al Passo Sant’Osvaldo, con quell’insetto ubriaco che non voleva mollare la bottiglia?».
«Peggio di noi!».
«O quella volta alle Tre Cime…».
«Quando hai dimenticato l’imbrago? Ricordo tutto, maledizioni comprese!».
«Eh… la poesia era finita, tornammo depressi e incazzati».

«Ricordi la Guida alpina giapponese? Trattato da incapace fino alla base nella gola tra la Grande e la Piccola».
«Sì! Che imbarazzo quando lo abbiamo scoperto! Mai corsi via così veloce dal ghiaione!».
«E il tuo zaino enorme al Col de Varda, che non passava nel camino? Ho dovuto fare un mezzo paranco per issare prima lo zaino e poi te!».

E poi… E poi basta. I ricordi si fecero troppi, come un’ondata. Si zittirono. Era struggente rinfrescarsi la memoria proprio in quel posto, in quel momento. Guardarono entrambi di fronte a loro leggermente verso sinistra, a sud, verso la Cima Ferrara.

Cadde un silenzio denso, affettuoso, pieno di parole non dette. Quel silenzio era l’eco di mille nodi, di sguardi, di fiducia, di spigoli saliti e corde tirate.

Fausto si alzò. Era tempo di scendere.
Le doppie si svolsero rapide fino alla base del Campanile.
Fausto fece la “bambola” con la corda e la porse ad Alessandra.
«Tieni».
Lei la prese, senza dire nulla. Nessuna parola sarebbe stata all’altezza. La ripose nello zaino con cura, come si fa con qualcosa di sacro.
Si voltò verso il Campanile. La campanella in vetta suonò lieve.
«Sarà stato il vento» disse Fausto.
«No. È il Campanile che ti saluta. A nome di tutte le montagne che hai scalato con amore».

«Torniamo al rifugio» disse Alessandra. Ogni metro in discesa era memoria condivisa ma faceva male.

Ivan, al Rifugio Pordenone, li accolse con due grappe al cirmolo. In qualche modo aveva capito. Alessandra tirò fuori la corda e se la mise in grembo.
«Brindiamo» disse «Alla montagna. All’amicizia. E all’ultimo nodo, che tra noi non si scioglierà mai».

Grazie Fausto.

Dobbiaco, 28 luglio 2025

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2 Comments

  1. says: Giorgio Daidola

    Stupendo, struggente, poetico. Grazie di questa lettura che da un senso ad un nuovo giorno. Da tempo io non festeggio più i compleanni ma l’anno prossimo festeggerò gli ottant’anni di sci, “l’ultima traccia” si avvicina…

  2. says: bruno telleschi

    Racconto sobrio ed elegante con il giusto equilibrio tra l’impegno che gli uomini devono alla montagna e la ricompensa che la montagna restituisce agli uomini.

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