Lunga vita al Vallone!

In difesa delle Cime Bianche e dell’”ultimo vallone selvaggio” tra conservazione e rispetto della normativa.

Lunga vita al Vallone!
di Annamaria Gremmo, Francesco Sisti e Marco Soggetto
(pubblicato su caitorino.it/montievalli il 26 aprile 2023)

Non c’è pace per il Vallone delle Cime Bianche in alta Val d’Ayas, area protetta inclusa nella Zona di Protezione Speciale “Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa”, parte della rete europea Natura 2000.

Uno degli ultimi angoli incontaminati dell’area, di inestimabile valore naturalistico, storico, geologico, è infatti minacciato sempre più concretamente da un progetto di collegamento funiviario tra Val d’Ayas e Valtournenche, per creare uno dei caroselli sciistici più grandi delle Alpi.

Dopo inspiegabili ritardi il secondo studio di fattibilità, costato 403.000 Euro in termini di denaro pubblico, è stato finalmente inviato alla Regione Valle d’Aosta.

Il gran lago delle Cime Bianche. Foto: Annamaria Gremmo.

Dalle notizie trapelate a mezzo stampa (poiché lo studio a oggi non è ancora stato reso pubblico) si apprende che le ipotesi per il collegamento intervallivo sono cinque, con costi variabili da 72 milioni di Euro per le cabinovie più impattanti, ai 114 e quasi 123 milioni delle alternative basate su tecnologia 3S, IVA esclusa.

Nessuna delle proposte risparmierebbe la zona protetta, che verrebbe quindi irrimediabilmente intaccata e deturpata in ogni caso.

Nonostante i molteplici livelli di tutela normativa depongano chiaramente a sfavore dell’opera, l’intento della Regione, come dichiarato dal Presidente Testolin, è quello di ”… proseguire con il progetto di un nuovo collegamento a Cime Bianche”.

Si apre ora una fase delicata e al contempo fondamentale per la battaglia a difesa del Vallone. Una fase in cui, qualora necessario, si dovrà agire senza compromessi e con ogni mezzo a disposizione per fermare il progetto, una fase in cui l’opinione pubblica giocherà un ruolo insostituibile.

Un guardiano del vallone. Foto: Francesco Sisti.

Lunga vita al Vallone!
Testo e fotografie di Annamaria Gremmo, Francesco Sisti, Marco Soggetto
Progetto Fotografico di Conservazione
L’ultimo vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche.

Le praterie del Vallone delle Cime Bianche. Foto: Francesco Sisti.

Il commento
di Carlo Crovella

Open to Meraviglia” è lo slogan della (discutibile) campagna promozionale per attirare turisti internazionali in Italia. La Venere di Botticelli, modernizzata a volte in jeans altre in minigonna, occhieggia con lo straniero, facendogli vagheggiare bellezze artistiche, muliebri ed enogastronomiche.

Ci può stare, anche se è dura mandarla giù: quelle sono le “bellezze” italiane che fanno presa nel mondo e, coerentemente, ci si fa sopra del marketing per portare a casa la pagnotta. Con la deindustrializzazione in atto, il turismo è ormai uno dei principali pilastri (se non “il” pilastro) del PIL italiano e, purtroppo, “pecunia non olet”, per cui bisogna turarsi il naso e accettare la strumentalizzazione del nostro capitale culturale. E’ una cosa che mi disgusta, ma ci sono troppi posti di lavoro in gioco. Meglio la strumentalizzazione della Cenere del Botticelli che il Ponte di Messina.

Le preziose zone umide del Vallone. Foto: Marco Soggetto.

In campo ambientale siamo proprio degli incapaci. Abbiamo fra le mani il paese più bello del mondo (sole, mare, montagne, laghi, colori, luce, aria frizzante…) e cosa sappiamo fare? Vorremmo continuare a piantarci dentro pali su pali su pali per nuovi impianti meccanizzati.

Dovremmo sì sfruttare il Vallone delle Cime Bianche, ma per un turismo alternativo, slow e rispettoso. Proprio il suo carattere di “ultimo vallone selvaggio” è il suo “capitale” naturale, ma anche etico e quindi attrattivo.

In altre paesi (penso alla Svezia, ma probabilmente anche negli USA…) sarebbe sbandierato a tutti proprio per la sua “eccellenza” ambientale: verrebbe presentato come il contesto per vivere un’esperienza immersi nella Natura.

Invece noi lo vorremmo invadere con nuovi, devastanti e inutili tralicci di impianti sciistici che, molto probabilmente, saranno del tutto abbandonati in un futuro non lontanissimo, visto che magari non nevicherà più e lo sci di pista si estinguerà (quanto meno in termini fenomeno di massa che è stato). Solo che il danno sarà permanente e la biodiversità distrutta non la recupereremo più.

Speriamo di salvare questo vallone e che diventi il caposaldo di un nuovo modello turistico da espandere il tutto il Paese.

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